Era farsi – Margherita Rimi

Era da tanto che non incontravo un discorso così intenso sul silenzio. A questo penso, oggi, tornando a immergermi, come si fa, nella lettura di questa così bella Autoantologia di Margherita Rimi, che porta in dote (di una vita) la parte che sinora è data.

Su un nucleo tematico dolente, che lavora sulla rottura, sulla ferita, sull’inciampo, sulla perdita e sulla mancanza, ogni suo verso è rispettoso, rigoroso, non indulge al vezzo o al cedimento della interpretazione, e si concede invece, intero, ad ospitare una esperienza. Multipla e personalissima (pirandelliana).

Ed ogni verso, ogni sezione, all’incrocio degli anni, nomina un modo per stare nel silenzio. Per consumarlo da dentro e portare in emergenza, in superficie, non un’ipotesi, non un disvelamento, ma un fiato, la compiutezza di un respiro. E sembra, quasi sempre, che sia il primo. Il primo in vita.

Ci sono sorellanze, figlitudini, adozioni, prese in carico, accoglienze. Di sentimenti e di silenzi. Ci sono movimenti che trapassano le pagine, vanno da un verso all’altro, come il tempo che si è scelto per dividere ciascuna traccia di ricerca. Ci sono biografie intensissime, struggenti. Ci sono temi, ci sono gesti e ci si inciampa, nella lettura, in quella sensazione di contatto. Toccare è un verbo che ritorna, come una mossa, ossessione silenziosa, sussurrata, come un fantasma che si fa onomatopea, toc, toc toc, sotto a chi tocca.

Ci sono mondi che attraversano chi legge, e mondi ad ogni verso, ad ogni gruppo di versi, ad ogni testo. E’ come se ogni storia, ogni persona, fosse davvero nominata, proprio per nome, con confidenza per condivisione, per scommessa, ma senza alcuna violazione di perimetro. E c’è ad un tempo, precisissima, la presa incarico del danno, la presa in carico del battito.

E il tema è il tema del silenzio, e della sua decostruzione. La costruzione di grammatiche che stanno al danno (sul linguaggio) come sa stare, prossima, la cura dell’ascolto. La costruzione (interna) dell’ascolto.  Ed è una poesia generosissima, che si fa intima per essere, che non proclama, non esclama. Quella punteggiatura rotta al verso, che pure è fluida, canta, incanta. Come ci incantano le fronde se guardiamo il bosco con il corpo. Persino spaventando.

Il lavoro che c’è dietro questa antologia è potente, per convergenza di rigore scientifico verso un vissuto dedicato a contenere le drammatiche (ed uso qui uno dei versi più struggenti della Rimi) e l’altrettanto rigore di ricerca che c’è per una parola e una poetica che possan dire, senza contraddire, come si fa quando si ascolta. Con voce piccola si ascolta, e quel che arriva è dato.

Cos’altro domandiamo, alla poesia, oggigiorno, se non questo saper portare senza voler recedere dal desiderio che la voce si apra, si faccia corpo, sappia sedimentarsi, senza intaccare la dimensione intima che sta all’ascolto?

Una raccolta, questa di Margherita Rimi, di straordinarie intelligenza e volontà (operative, sociali, sentimentali). E, quindi, una semina preziosa.

(ng – Roma, giugno 2012)

*

Margherita Rimi – Era farsi, Marsilio, 2012

Appunti per spettacoli che non si faranno

APPUNTI PER SPETTACOLI CHE NON SI  FARANNO

Ernesto Orrico è un attore. E scrive e interpreta una modalità di esistenza coesa al proprio progetto narrativo e creativo.

Ho incontrato Ernesto attraverso le parole, quando ci siamo scritti per un progetto antologico nel quale è impegnata la libera editrice Coessenza. Più o meno un anno fa. In questo quasi anno, abbiamo finito con l’incontrarci, virtualmente, in più luoghi, fino a imparare a conoscerci attraverso testi, immagini e azioni. L’uscita di “Appunti per spettacoli che non si faranno” mi ha consentito un passo in più sul territorio dell’incontro. Un passo stimolante, per quella commistione di energia e consapevolezza dolorante che contiene. Con la bella dedica (in foto) con cui me lo ha donato Alessandra Luberto.

Appunti per spettacoli che non si faranno è  (come ben annota Alessandro Chidichimo nella suggestiva prefazione), una raccolta di marginalia, note d’attore e frammenti che annusano la poesia.Pubblicata dalla Casa Editrice Coessenza, con le illustrazioni originali di Raffaele Cimino, artista  ed art director che dal 2003 vive e lavora a Modena.

Illustrazioni di inusuale nitida potenza, accompagnate a testi che rivelano l’indicibile, il backstage della creatività, e spaziano fra il diario, la poesia, il poemetto in prosa e il fumetto, in questa costruzione emozionata.

Mentre scrivo, esce in rete il nuovo video di Eugenio Finardi, Passerà, tratto dal triplo cd “Sessanta”, con testo scritto a quattro mani con il cantautore ligure Zibba. Girato nella campagna cosentina, con la presenza audacemente allegra, fiduciosa e vitale di artisti ed abitanti calabresi, il video esce, a breve distanza da un altro video legato a Cosenza e online da tre settimane, il bel Benvenuta a Cosenza diMarco Fama, di cui abbiamo scritto in questo stesso spazio).

Tutto questo fermento,  andando a stringere questi giorni di crisi nell’anello che tiene della creatività e del sentimento del futuro. Nel video Ernesto Orrico è una presenza straniante e suggestiva, con quel suo silenzio mimico trafitto di significati. Con lui, fra gli altri, Brunori Sas  e la fotografa Ivana Russo.

Dalla curiosità per tutto questo sono nate le domande, alle quali Ernesto Orrico ha risposto consentendoci di prender parte ad un altro  tassello del suo vissuto creativo ed umano.

NG: Ernesto vive nel teatro e porta il teatro nel mondo. Lavora con grandi e piccoli, per età e dimensione. Ha maestri e colleghi di esperienza straordinaria, fra tutti Mariangela Gualtieri. Cos’è per te il teatro? In quale teatro poni oggi il tuo teatro?

EO: Il teatro è il mio aggancio al reale. La poesia attraverso cui interpretare il mondo. È, nel tempo, l’ancora che non ha consentito di abbandonarmi ad una vita sociale sfocata. Ho avuto modo di incontrare tanti maestri, alcuni per periodi troppo brevi, ma tra i laboratori in cui ho avuto la possibilità di studiare quelli con Mariangela Gualtieri sono stati tra i più illuminanti, un’idea che da lì proviene e su cui ancora continuo a macinare, è il lavoro sulla lingua sciancata, sulla lingua rotta; un’uscita continua dai margini della scrittura e dall’oralità di un italiano presunto corretto.

Il mio teatro cerco di portarlo ovunque, certo, i miei lavori non sono assai appetibili per i grandi teatri, anche se il mio sogno perpetuo è di poter recitare per 30 giorni di fila al Rendano, e forse per la mia città e i miei concittadini sarebbe un incubo.

In questo periodo, con un gruppo di amici artisti e di appassionati di teatro stiamo costruendo delle azioni teatrali di massa per le strade e le piazze di Cosenza, un’idea che abbiamo mutuato dal progetto “Mercuzio non vuole morire” che Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza stanno portando avanti a Volterra, si tratta di un teatro che conquista lo spazio pubblico attraverso la poesia di corpi e voci non arresi allo stato delle cose presenti.

NG: Appunti lavora sul terreno della poesia, da dove parte questo desiderio, che sembra contenere, per titolo e genere, una ammissione di impotenza e allo stesso tempo la pretesa di un assoluto e di una utopia?

EO: Il titolo forse è una provocazione a me stesso, la scrittura mi ha sempre dato la possibilità di costringermi a mantenere un’etica, di giocare a non tradirmi. Ritrovare le parole di prima mi da un senso di sicurezza, per le scelte che ogni giorno si devono compiere. Fissare piccole poesie, stralci di ipotetici spettacoli su carta diventa un impegno per il futuro, pur nella consapevolezza che non ci siano scritte verità immutabili, anzi tutt’altro, resta però la possibilità rileggendosi di non smarrirsi. Nel lettore che non conosce la mia vita invece mi auguro che possa innescarsi un meccanismo simile, come se la scrittura fosse una mappa da consultare per trovare un sentiero provvisorio in cui avventurarsi: su di me i libri hanno questo effetto.

NG: La tua raccolta vibra di spari, la velocità del colpo e il suo silenzio d’attesa sono dichiarati. Cos’è oggi uno sparo a teatro, in una città che ha sempre avuto con il teatro un legame forte, determinato e a un tempo fortemente ambiguo?

EO: La sorpresa che ancora può innescarsi grazie alla prossimità di corpi, voci, umori nel luogo fisico in un cui si svolge l’azione teatrale. Ancora questo forse nient’altro che questo? Il teatro, il suo farsi, si declina in centinaia di modi, di stili, di forme, di caratteri… esiste e insiste in ogni angolo del globo, finché ci saranno anche solo due esseri umani che agiscono, giocano, si guardano, sopravviverà.

Nella città e nella regione in cui vivo, fatto salvo il periodo magno-greco, l’arte teatrale vive il suo miglior momento, grazie a decine di operatori culturali che hanno preso finalmente coscienza della loro qualità artistica. E questa fioritura è avvenuta nonostante gli investimenti economici delle amministrazioni pubbliche sulla promozione della cultura teatrale abbiano continuato ad essere ondivaghi, carenti o legati a logiche clientelari, mi riferisco in particolare a come vengono nominati i direttori artistici delle istituzioni teatrali pubbliche o semipubbliche dotate di maggiori budget.

NG: La tua è una raccolta dolorosa e odorosa, come nei migliori luoghi l’olfatto è chiamato in causa dalla parola, e con esso il perimetro del corpo che lo veicola e lo produce. Che odore ha questa tappa senza perimetro nella tua ricerca? Dove ti dimori, fra ciò che si farà e non si farà?

EO: Mi dimoro in qualsiasi luogo possa avverarsi una possibilità di teatro e di scrittura, alla ricerca insistente del contatto con l’altro da me, e spesso ovviamente accade di commettere errori grossolani che mi costringono a rapide ricostruzioni, a nuovi ripensamenti.

Negli ultimi mesi sto sperimentando delle forme poetiche di scrittura all’improvviso sui social network, usando la bacheca elettronica come spazio performativo, come estensione ideale di un ipotetico teatro della mente. Ovvio che manca la componente della prossimità fisica che produce odore e sapore, ma è un pezzo di un panorama più ampio, un intrecciarsi continuo di reale e virtuale, una contaminazione perpetua, uno scivolamento perenne che nel mio caso cerca poi consistenza e esistenza nello spazio dell’azione teatrale dal vivo.

NG: La relazione con l’impegno è palese, almeno a me arriva questo, quasi come un sussulto a ogni passo. Ed è una relazione con l’impegno e il disincanto, con la rabbia e l’amore. Quanto amore c’è nel aver costruito il libro con Coessenza e con Raffaele Cimino? Chi è, nella tua vita, Raffaele Cimino, per accolto la sua visione sulle tue parole, visione che arriva sinergica, persino fibrillata?

EO: Coessenza io la definisco una casa editrice selvaggia, che mi auguro non si adegui mai ad una presunta “civiltà”. La scelta di pubblicare con questa piccola realtà indipendente è stata naturale, in un certo senso automatica. Ho partecipato per due anni agli incontri periodici che i componenti della Coessenza organizzano in luoghi occupati, all’aperto, in spazi universitari, sempre con l’idea di un nomadismo felice e leggero, ho letto i testi miei e di altri autori in una logica orizzontale di confronto che mi auguro possa continuare nel prossimo futuro.

Raffaele Cimino è un amico, un vecchio collega d’università e soprattutto un artista con una sensibilità assai orientata alla decodifica della contemporaneità, forse grazie al fatto che è anche direttore creativo di un’agenzia di comunicazione. Negli ultimi 10 anni abbiamo collaborato in diverse occasioni, ha realizzato alcuni disegni di grandi dimensioni per “Hamlet Cuts”, spettacolo che ho messo in scena su un testo di Marcello Walter Bruno; il fondale per “Nel Sangue” performance, che ho realizzato con Manolo Muoio, dedicata Rocco Gatto, il mugnaio comunista ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1977 per non essersi piegato al pagamento del pizzo; più di recente ho partecipato come performer alla sua video-installazione “La decadenza dell’ultimo quarto”. Le illustrazioni che accompagnano le parole di Appunti per spettacoli che non si faranno, Raffaele ha voluto fortemente realizzarle dopo aver letto il testo, la mia richiesta era solo quella di creare un’immagine per la copertina, ma la sua proposta di accompagnare tutte le pagine con delle creazioni originali mi ha sorpreso e ovviamente emozionato. Il risultato ai miei occhi appare come un potenziamento esponenziale delle parole, un allungamento di orizzonti e di senso.

NG: Chi ha scritto la prefazione dice di odiare le prefazioni, io amo le interviste se riescono a dare spazio alla vita di chi le accoglie. Se fossi tu a poterti fare una domanda, se potessi aprire ancora uno spettacolo che non farai e che quindi fai nella parola posata, non recitata, non spaziata, di cosa parlerebbe? Dove ci porterebbe?

EO: Le domande che continuo a pormi sono dentro Appunti, gli spettacoli che non farò o che cambierò facendoli sono già dentro questo libro e negli altri testi che continuo a scrivere. C’è un mio monologo inedito che si chiama Non parlo dell’Italia, esiste, ha una parvenza di definizione, eppure sento che non lo metterò in scena nell’immediato, non so bene dire perché, forse perché mi provocherebbe un dolore troppo lacerante che ho già provato con

‘A Calabria è morta? E allora continuo a leggerlo, a sentirlo risuonare nelle mie stanze, a riscriverne pezzi. Mi interessa continuare a interrogare il mondo di adesso, le circostanze in cui viviamo, le paure da cui siamo attraversati. Sogno di scrivere un dialogo tra una donna e un uomo che non smettono di amarsi nonostante la realtà che hanno intorno sembra sgretolarsi ogni giorno che passa.

NG: Nessuna ama è forse la pagina che ho più amato, il testo che ho più compreso. Ma qui siamo alle personali assonanza, forse perché è un testo esattamente maschile, ed io amo la convergenza sull’esistenza. Ci metto accanto ritornello 1, e ti porgo la parola rabbia. Noi ci conosciamo poco, ma in ogni nostro contatto che ci sia stato mi è invece arrivata una straordinaria delicatezza, di modo, di contatto, di analisi, di accostamento all’altro. Sento quindi come un’ospitale divergenza. Se dovessi leggerla, vedrei in essa la ragione di una scelta sul terreno della poesia per esprimersi. È un azzardo?

EO: Forse la scrittura mi serve come esorcismo della violenza, della rabbia che comunque mi capita di covare dentro. Di fondo sono una persona piuttosto riflessiva, mi piace ascoltare le ragioni degli altri e discutere, confutare tesi o, quando succede, e non è raro, arrendermi a nuove opinioni che pensavo di non poter pensare. La poesia, la scrittura veloce, frammentata, le frasi saette, i micromonologhi è come se si servissero di me per aiutarmi ad avere una parvenza di controllo sulla vita. Non credo che potrei mai scrivere un romanzo, ci sarebbe bisogno di un progetto con fondamenta solide e poi bisognerebbe decidere i piani, gli spazi e troppe cose da nominare e concatenare, troppo controllo da esercitare. No, non mi entrerebbe/uscirebbe proprio in/dalla testa.

NG: Azzarda con me: mi regali il titolo per uno spettacolo che farai, ad ogni costo?

EO: Neo-Hero-In. A Woman Experiment. È già in lavorazione, nel prossimo autunno se le cose gireranno per il giusto verso… debutterà.

(N.G, Roma, 22 giugno 2012)

Rossella Maiore Tamponi – Le camere attigue

LE CAMERE ATTIGUE

20 giugno 2012 · di  · in poesiaRecensioniscritturevisioni letterarie ·Modifica

siate perbene
non stendete mai la biancheria in facciata,
non accostate spazzatura alla porta
e non lasciate lo zerbino consunto

nei piani alti non arrivi frastuono
abbiate il mare vicino e le terrazze
con insospettabili piscine
giardini pensili e dabbasso
pulsantiere d’ottone

(…)

 (da Bacheca, Le camere attigue, Rossella Maiore Tamponi – Il foglio clandestino, 2010)

*

Uno dei significati imputabili all’amore per la lettura è quello che la assimila a un tarlo. Che resta lì, e scava, e dimora nel luogo in cui siamo, come un piccolo fantasma che ci abitua ad essere in-vasi, in un certo senso consumati, senza che ce ne accorgiamo.

E’ a questo che penso oggi, mentre mi chiedo cosa sia stato in questi quasi due anni a farmi tenere sullo scrittoio, in vista e in un certo senso sempre presente, Le camere attigue di Rossella Maiore Tamponi (Editrice Il foglio clandestino, 2010).

Gilberto Gavioli è uno dei pochi editori in Italia capace di curarsi di una ragione profonda nella scelta dei suoi autori. Sono in generale molto curiosa quando il suo lavorio editoriale porta fuori e propone. Ma in questo caso, la lettura ha rappresentato per me un momento alchemico di riconoscimento di una struttura profonda, assegnata alla ricerca poetica e civile (in senso etimologico) dalla Maiore Tamponi, che ha un suo controcanto solo in un altro incontro di lettura, che oramai data per me molti anni, con la ricerca di Patrizia Valduga.

Dico questo perché questa raccolta, che  è in un certo senso un romanzo in perfezione di verso, contiene e riversa, come il lavoro della Valduga, una capacità narrativa che si accosta con delicatezza e  incanto, al tessuto metrico, e a una ricerca, nella lingua, che emoziona e confonde. C’è una tale precisione, grazia e pulizia, nella ricerca delle parole, che il lettore arrossisce.

In molti autori c’è quella che potremmo definire una bellezza sparsa, che si posa nella frase o nel verso, ma che spesso, autoreferenzialmente, tradisce la scommessa contro il destino che si gioca con la narrazione. Rosssella Maiore Tamponi ha invece integra e sfidante la capacità di ospitare in un luogo madre un viaggio e una permanenza, che si apre, paradossalmente, con una annotazione sul ritorno.

Questa raccolta è una casa che costruisce una casa e decostruisce le pareti, con una abilissima tessitura che mantiene il riserbo del confine pur rendendo trasparenti le pareti e i confini. E’ un accostamento senza contatto, un ascolto che non pretende di dire, ma delicatamente restituisce e ripensa, risente.

Ecco, è una poesia capace di risentimento senza rancore, mai edulcorata eppure delicatissima. Un giardino per violette consumate e potentissime. Nessun aggettivo di troppo, la misura esatta del verso, nessuna concessione all’io ma una presenza radicata e profondissima nelle cose ed in sé. La sicurezza degli oggetti, dei corpi, situati eppure universali, come in noumeno della finitezza e della fragilità. Rinvia al canto greco, a un sussurro di mura.

Ho profondamente amato, questo libro, e profondamente lo porto con me. Di recente ne ho fatto dono a un amico che conosce quanto sia scomodo e imprendibile stare, e quanto occorra poter dire di questo stare, con metro esatto, senza sbavature.

Perché forse il senso dello scrivere è in questo, saper dire di sé e dell’altro senza che occorra sfinirsi in superomismi e vele controvento, ri-conoscendo, lavorando ad una lingua ritrovata e ricercata, scostandosi dalla retorica come si scosta il fiore quando il vento è tanto. Ci sono libri sui quali non si dovrebbe dir nulla, se non che stanno dove siamo noi, e ci fanno essere meno soli. Al civico 18, dove in esergo, “non so se ho visto ma ho guardato”

(n.g., Roma, giugno 2012)

Cambiare

Cambiare è il nome vero del medico attento
che ci muove dentro con le mani calde

a fargli spazio ovunque, in ogni luogo,
egli indica il centro

la casa non è che una nicchia
scavata nella carne viva
da un qualcosa di cielo

(Le camere attigue, Rossella Maiore Tamponi – Il foglio clandestino, 2010)

PS: è stato per me intressante leggere la recensione al libro scritta da Cerrai sul suo bel bloghttp://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/526-Rossella-Maiore-Tamponi-Le-camere-attigue.html

Nel merito, devo constatare che la sua lettura è inversa alla mia, in particolare per quanto riguarda il concetto di rischio, fuori da un perimetro borghese.  ”L’essere arrischiante” (usando il senso che al verso riportato affidava Heidegger nel suo Perché i poeti), e l’essere gettati, io li ritrovo interi, nei versi della Maiore Tamponi. Di cui non so biograficamente, di cui non ho cercato e non sento il bisogno di cercare. Mi attrae invece questa presenza così forte e dichiarata, minuscola come i minuscoli delle avanguardie rivoluzionarie, nelle cose. Fra le parole e le cose. Dove non sento un’Io, ma una decisa costruzione. Per questo in apertura raccoglievo la sfida narrativa, come quando si andò verso il Romanzo, nel ’900, quando era fatto e pronto il “tempo di edificare”.

Benvenuta a Cosenza, e oltre

La rete porta spesso visioni, dialoghi e passi che si svolgono autonomi, che si autoproducono per empatia sui contenuti e sulle parole. Così è nata, due notti fa, una conversazione, a valle dell’ascolto di un video che da 2 giorni rimbalza su Fb e su Twitter. Conversazione bella, piana, non retorica e ricca, che mi ha portata a incontrare una storia, questa volta bagnata al Busento, ma in realtà, come un fiume derivata da mondi e capace di andarne a cercare… Marco Fama, che è la voce con cui ho dialogato, ha accettato di stare, coi tempi della rete, in gioco nel dialogo, e oggi si racconta. Io, nata a Cosenza, e migrata più in là, questa voce l’ho subito presa, come si fa coi canti dell’alba, per sentire che suono portava.

Marco Fama nasce a Rogliano, in provincia di Cosenza, nel 1984. E’ atteso per Novembre il suo lavoro “Niente di nuovo”, autoprodotto e composto da 13 brani, che segnano un passaggio rispetto alla produzione finora veicolata in rete. Lo annuncia Benvenuta a Cosenza, il video che dal 5 giugno è sul canale youtube per la Regia di Michele D’Ignazio.

Testi e musiche di Marco Fama, Arrangiamenti di Peppuccio Garofalo e Marco Fama
(Marco Fama: voce, chitarre – Emanuele Tucci: basso – Peppuccio Garofalo: chitarra elettrica – Francesco Mancuso: fisarmonica) Il brano è Brano registrato, editato e mixato da Emanuele Tucci @ Marzi Records.

**

Da dove parte Marco Fama (quando parte), e a quale punto della vita incontra la musica?
Sono contento che tu abbia utilizzato il verbo “partire”. Come per ogni viaggio, infatti, più che di un inizio – di che cosa per il momento non saprei dire – credo si possa parlare di un origine; il punto di partenza di un percorso che non so dove mi porterà, ma che proprio per questo si annuncia interessante. Come recita una celebre frase di Antonio Machado “caminante no hay camino, se hace camino el andar!”.
Per quel che riguarda la musica posso dirti che l’ho incontrata un po’ come avviene per tutti, casualmente, in una di quelle domeniche della mia infanzia in cui a casa dei miei c’era aria di festa e ci si alzava col profumo dei fornelli di mia madre, mentre mio padre metteva su un disco di Gaber, piuttosto che uno di De Gregori o di Charles Aznavour.
Dopo la consueta gavetta adolescenziale in un gruppo metal, ai tempi dell’università avevo abbandonato completamente la composizione. Non saprei dire perché. È un qualcosa che accade così, senza una ragione precisa. Continui a ripeterti che domani riprenderai, ma quel domani non arriva mai. Un giorno, finalmente, è arrivato. Senza alcuna pretesa ho ripreso la chitarra in mano e da lì è nato tutto.
Ci tengo però a sottolineare che questo progetto, benché porti il mio nome, è in realtà un progetto collettivo. Nulla può essere fatto in totale solitudine e molto di quello che ho prodotto lo devo ad altre persone, due nomi su tutti: Peppuccio Garofalo, che ha curato la direzione artistica, ed Emanuele Tucci, che ha avuto la pazienza di supportarci dal punto di vista tecnico, oltre che da quello artistico naturalmente.
Insieme a loro, nonostante avessi i testi e le musiche già pronti, abbiamo passato qualcosa come due anni in un piccolo studio di Marzi ad arrangiare, registrare e riregistrare. Chiunque si trovava a passare da lì, nelle tante serate invernali in cui la strada ha ben poco da offrire, aveva il diritto di dire la propria. La cosa più bella è stata questa, ossia condividere tale esperienza con tante persone cui va, al dilà dei risultati di cui mi assumo la piena responsabilità, il mio più totale riconoscimento.

Non riesco a ricostruire, navigando, una biografia, ma ascolto alcuni brani in rete e guardo questo video, che saluta da una Cosenza quasi perfetta. Una Cosenza che somiglia a quella che ha interiorizzato chiunque ci sia nato e abbia avviato lì una educazione sentimentale forse contraddittoria ma in ogni caso “dedicata”. E tu vieni da Rogliano, che deve avere una sua magia, conosco da quelle parti altri che scrivono con delicatezza e magia. Hai voglia di dirne?

A prescindere dall’amor loci sono convinto che Cosenza, e la Calabria in generale, sia un posto assolutamente interessante dove nascere, formarsi, imparare ad amare. Credo che per apprezzare davvero quel che si ha, tuttavia, si debba farne a meno per un po’. Da questo punto di vista posso dirmi fortunato, avendo avuto la possibilità di trascorrere dei periodi della mia vita all’estero, come in Argentina, in Spagna o a Città del Messico, dove mi trovo in questo momento. Il senso di ogni viaggio, tuttavia, è che prima o poi finisce. L’importante è trovare il modo di fare tesoro degli stimoli raccolti fuori per cercare di farci qualcosa una volta rientrati in contatto con la propria terra.
D’altro canto devo ammettere che le canzoni che hai ascoltato risalgono ad un periodo della mia vita non proprio roseo. I tempi dell’attivismo politico, delle occupazioni all’università, in poche parole dell’ottimismo della volontà, avevano ormai ceduto il passo ad un’inesorabile sensazione di disillusione. Sentivo che tutto quello che avevo costruito insieme ad alcuni compagni stava venendo giù, gravato dal peso di un ambiente troppo resistente ai cambiamenti, in cui spesso ci si abitua a denigrare quel poco che c’è piuttosto che a preoccuparsi di quel tanto che manca.
Evidentemente non vuole questa essere una critica mirata nei confronti di Cosenza. Col tempo ho anzi imparato che anche in me c’era qualcosa che non andava, ragion per cui i miei testi sono sempre in prima persona. Come se stessi parlando a me stesso, quasi per ricordarmi di quanto mediocre so essere a volte.
In tutti i contesti, tra l’altro, esistono problematiche simili a quelle cui accennavo poc’anzi. Ma Cosenza è la mia città ed è di questa che, nel bene e nel male, avevo voglia di parlare.

Mentre ci incrociamo leggi da Città del Messico, e me viene in mente il mondo dei fratelli Hernandez. E per i brani che ho ascoltato in rete, vedo passare parole e versi che risuonano una difficoltà a conciliarsi coi sentimenti del presente in un tempo che in qualche modo salta gli appuntamenti. Mi racconti il tuo modo di portare la musica in terra? Cosa fai quando perdi il PIN? Musica? La rivoluzione?

Non sono contrario per partito preso all’arte per l’arte. Tuttavia credo che coloro i quali dispongono di questa raffinata forma di sentire che chiamiamo arte abbiano addosso una certa responsabilità. Non contano tanto gli argomenti, quanto il modo in cui si raccontano le cose. Se si ha la capacità di mettersi in discussione, di fare ironia su se stessi per ricordare quanto assurdi siano, sotto molti punti di vista, i tempi ed il mondo in cui viviamo, tanto meglio.
Quando si dice che il cambiamento deve venire dal basso, credo sia giusto intendere che esso debba innanzitutto manifestarsi in ciascuno di noi. Le cose, evidentemente, non accadono per pura invocazione, tantomeno perché c’è qualche avanguardia bella pronta ad indicarci la strada.
In tale ottica credo comunque che la musica abbia il vantaggio di essere molto più immediata ed accessibile di tante altre forme in cui è solito manifestarsi l’intelletto e che quindi possa servire a mantenere vive passioni, sentimenti, rabbia che ognuno di noi cova già di per se, senza bisogno che nessuno gli dia lezioni su nulla, ma che a volte rischiano di diluirsi nella banalità della vita quotidiana.
Da studioso, invece, mi rendo conto di come spesso certi intellettuali si affannino nel ricercare concetti difficili per spiegare cose semplicissime. Qui in Messico c’è un termine simpatico, “cantinflear”, usato quando qualcuno non fa altro che dire tutto per non dire assolutamente nulla.

I fatti tuoi mi sembra pagare un debito d’amore a Stefano Rosso. A una scuola cantautorale ricca, onesta, sincera e incazzata. Hai amori per i padri? Li porti in spalla come si porta Anchise in salvo?

Per quanto suoni banale mi piacerebbe risponderti che gli idoli, comunque sia, esistono per essere uccisi. Nel mio caso più che di veri e propri padri credo che si possa ad ogni modo parlare di varie influenze, provenienti non solo dal campo della musica, ma anche dalla letteratura. Si tratta per lo più di influenze di cui probabilmente può risultare difficile trovare dei chiari richiami nei miei brani, ma che mi hanno complessivamente formato per quello che sono. In particolare, dopo anni di musica rock ed elettronica, ho da qualche tempo iniziato ad approfondire la conoscenza della musica tradizionale dei luoghi in cui sono stato, dalla copla andalusa al fado portoghese, sino alla musica ranchera. Sento infatti che in questi generi sia possibile cogliere un’autenticità, un richiamo alla terra e alle sue cose che sfugge a certa musica contemporanea, la quale va sempre più declinandosi all’interno di standard oramai globali.
Ovviamente devo molto anche alla scuola cantautorale italiana, da De Andrè a de Gregori, passando per Lucio Dalla ed altri che propriamente italiani non sono come Leo Ferrè o Jaques Brel. Su tutti questi nomi, tuttavia, si erge senza dubbio quello di Giorgio Gaber. Credo che la sua capacità di descrivere i nostri tempi, coniugando una acutissima critica sociale con una brillante, benché talvolta amara ironia, sia ormai andata definitivamente perduta. Non perché manchino cantautori comunque interessanti. Non perché i tempi, come è inevitabile, vanno cambiando. È solo che ciò che unico non può essere ripetuto.

Immagino che le interviste ti stiano strette, e quindi questa. Però voglio provare a tenere con me, oltre ai testi, alle musiche, una parola che porti fuori per portare dentro. Entonces?

Dovessi dirti una parola con cui mi piacerebbe un giorno qualcuno mi definisse è “agrodolce”.
Ammiro tutti coloro i quali sono capaci di ridere senza dimenticarsi di chi non lo sta facendo, di fare discorsi gravosi senza prendersi troppo sul serio. Per quanto mi renda conto che in questa intervista, ben lungi da quelle che erano le mie intenzioni, non ci sia riuscito proprio benissimo!

(Nerina ascolta Marco fra Roma e Città del Messico, nella notte fra il 7 e l’8 giugno 2012 – Il post è programmato anche su WordSocialForum)

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Parlerò di me della mia follia I miei pensieri e sogni irrealizzabili vi sfido a seguirmi

Bhutadarma

Nothing is impossible (at least that does not violate the laws of physics). When you can..violate the laws of physics!

I pensieri di Hamaika

Scrivere la vita.

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only poetry saves me

DestinodiLux

"Una persona che non ha mai fallito è una persona che non ha mai tentato"

Territorio Comanche

Dove tu non vedi i fucili, ma i fucili vedono te

Il Blog di GIOVANNI MAINATO

Non amo che le rose che non coglietti

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Il mio scopo principale è viaggiare, eternamente nomade.

FEDERICA ZACCONE EDITOR

“Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla." (Tiziano Terzani)

Musicsuperevolution Andrea Del Giudice

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Lo scritto non arrossisce.

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