A proposito di dipendenze, sottomissioni, prigionie e movimenti

Gli amici Marco Fommei e Maurizio Pagni, di V-Idea, hanno condiviso oggi, dal loro canale youtube , il video per il brano THE HAMMER TOUCH

Così ce lo racconta Marco: il titolo del brano è THE HAMMER TOUCH, il cantante Sailormob, un progetto solista di Massimiliano Amoroso. Le immagini s’ispirano alle parole del brano. Una ballerina è prigioniera di uno strano essere dalle mani a martello. Ogni giorno lui colpisce con violenza le caviglie della ballerina, parti del corpo essenziali per danzare. Nonostante tutto lei riesce a muoversi, a seguire quelle onde sonore che la tengono in vita. Quando la musica termina, la ballerina chiude gli occhi, attendendo nuovamente quei martelli, che lei sa, le permettono, paradossalmente, di vivere e danzare.

Il tema, così descritto, è intrigante, e in video molto bello. A proposito di dipendenze, sottomissioni, prigionie e movimenti.

The dancer: Melissa Lohman
Mr Hammer: Flavio Arcangeli

Soggetto e sceneggiatura: Marco Fommei & Katia Titolo
Regia: Marco Fommei
Aiuto regia & montaggio: Maurizio Pagni
Visual FX: Marco Fommei
Color Correction: Andrea Santoro
Maschere & Costumi: Katia Titolo
Make-up: Marilena Alberto

Fotografa di scena: Annalisa Lino
Produzione: V-IDEA

3. Il posto dell’anima – work in progress

Maurizio Puppo

Una biografia apocrifa
Raccolta su vinile e carta fotografica  da Nerina Garofalo

(il posto dell’anima)

 

come sia stato l’operaio (o l’operaia,

o il quadro, l’impiegato, il noviziato del

giovane ingegnere, il pasto nudo alla

mensa del peccato) non sa la madre interna,

che allatta senza sosta e pace porta,

il centro inquieto del piccolo monello

 

(Nerina Garofalo, 2012)

C’era questa canzone di Giorgio Gaber: «i borghesi». Era molto nota, soprattutto per il suo ritornello: «i borghesi son tutti dei porci» («più sono grassi, più sono lerci. / Più son lerci e più c’hanno i milioni, i borghesi son tutti…» e qua i puntini di sospensione. E giù a sogghignare: la rima mancata con «milioni» non poteva lasciare dubbi, la parola mancante era « coglioni » (i precisini aggiungevano : ah no potrebbe essere pure « cazzoni »).

Molte persone, sulla base di questi versi, hanno considerato questa canzone una specie di inno antiborghese, contestatario, rivoluzionario, in perfetta linea con lo spirito del tempo (parliamo degli anni Settanta).

In realtà però non è proprio così. La canzone racconta una storia diversa: e cioè la storia di uno a cui, da bambino,  in famiglia e a scuola, davanti ai genitori che si fanno il segno della croce o al professore che parla in latino, viene proprio in mente quella « stranissima canzone » che dice, appunto, così: « i borghesi… ».  Poi cresce e diventa saggio. Il saggio, come sappiamo da un poeta che si chiama Cardarelli (a cui piacevano molto le vergini adolescenti, e quindi tanto saggio non è che dovesse essere), il saggio, dicevo, non è che un adulto che rimpiange di essere cresciuto. Una volta diventato saggio, quella strana canzone se la dimentica proprio, e nulla pare più disturbare la sua quiete. Se non, talvolta, suo figlio ; che d’improvviso si mette a cantare, chissà poi perché, « i borghesi son tutti dei porci… ».

La canzone che racconta questa storia, Gaber l’aveva ripresa da un «vecchio maestro» che si chiamava Jacques Brel. Vecchio maestro, disse proprio così, Gaber, parlandomene, in una ormai lontana intervista, dietro le famose quinte del teatro Margherita di Genova. Il teatro Margherita non esiste più, e non esiste più nemmeno Giorgio Gaber. Brel (di lui non ne parliamo nemmeno, è morto da tantissimo tempo) era un belga, e aveva dei bei dentoni da coniglio. Suo padre era un industriale e lui, Jacques, per qualche tempo aveva lavorato nella ditta di famiglia, ramo commerciale, Ma poi si era rotto le scatole ed era scappato a Parigi, all’avventura. E lì era diventato celebre. La canzone «les bourgeois» l’aveva scritta nel 1962. La storia, è quella di un tipo che a vent’anni se ne va con l’amico Jojo (doveva chiamarsi Jacques, ma ai francesi piace molto dare questi nomi un po’ buffi, allitteranti) e l’amico Pierre a bere ; Jojo si prende per Voltaire, Pierre per Casanova. Il protagonista, invece (autocentrato, com’era infatti Brel) si prende per se stesso, e basta . « Et moi, moi qui étais le plus fier, moi, moi, je me prenais pour moi”.

Verso mezzanotte, vedono un gruppo di notai uscire da un hotel di lusso, e per salutarli decidono di mostrare loro il sedere, e di cantar una stranissima canzone: “Les bourgeois, c´est comme les cochons.  Plus ça devient vieux, plus ça devient bête. Les bourgeois, c´est comme les cochons, plus ça devient vieux, plus ça devient…”. La parola che fa rima con cochons è cons che in francese equivale, appunto, al nostro “coglioni”.

Poi passa il tempo, irreparabile come sempre fa e farà. One fine day, il protagonista si ritrova proprio al bar di quello stesso hotel di lusso, con gli amici di sempre, Jojo e Pierre. Come loro è diventato notaio, e come sempre parla di se stesso. All’uscita, verso mezzanotte, si imbattono in un gruppo di giovinastri che indirizzano loro, indovinate un po’? Quella stessa canzonaccia, les bourgeois, c´est comme les cochons.

Nella canzone originale, i giovinastri vengono definiti con una parola curiosa: pegne-culs. Letteralmente un pegne-cul sarebbe colui che si pettina il culo.  È’ una parola gergale (e fin qui) assai antica, che indica persone grevi, grezze, di poco valore e di nulla raffinatezza. Insomma, tutta la storia dei pegne-culs consiste nel mostrare come, con il tempo, si finisca per aderire a un modello che si disprezzava: borghesi, conformisti, “normali” (quando invece ci si credeva “eccezionali”). Quindi, non è un inno alla contestazione, alla lotta di classe; è semmai una riflessione sulla vita, su come certi modelli che riteniamo inaccettabili e ridicoli, quando siamo giovani, riescano poi invece a fagocitarci. Una riflessione sul passar del tempo, e le morte stagioni, e la presente e viva. E il suon di lei.

Giorgio Gaber si era molto ispirato al personaggio di Brel. Brel in Italia è famoso più che altro per certe sue canzoni un po’ melodrammatiche, come “ne me quitte pas” (non abbandonarmi) e ha una fama un po’ cupa, che in parte gli deriva dall’essere accostato (totalmente a sproposito) a gente come Leo Ferré. In realtà Brel era un guascone, uno che voleva far ridere, e nei suoi spettacoli in teatro faceva smorfie, battute, raccontava storielle. Un misto tra musica e cabaret, tra canzone e teatro. Era simpatico, Brel. E’ morto di cancro. Fumava come un pompiere. In italiano si dice un turco, in francese invece si dice così: fumare come un pompiere. Fumava molto anche Gaber, me lo ricordo durante l’intervista: una Marlboro dietro l’altra. Prima di intervistarlo, mi ero detto: devo ringraziarlo per avere scritto una canzone meravigliosa, “le strade di notte”, una vecchia canzone che a me è sempre piaciuta moltissimo. Poi però l’ora si è fatta tarda, e a un certo punto lui è scappato per andare in scena. E poi, qualche anno dopo, è morto, e io non ho potuto ringraziarlo.

Adesso il problema di Brel, quello di diventar notaio, non esiste più; visto che i giovani da un po’ di tempo in qua non hanno più modo di accedere alle professioni “da grandi”. Restano bambini tutta la vita. E adesso, quando si contesta il sistema, lo si contesta perché non ti fa diventar notaio. Brel, se la dovesse scrivere adesso, la canzone, sarebbe nei guai.

(Maurizio Puppo, giugno 2012)

2. vivement dimanche – work in progress

Maurizio Puppo
Una biografia apocrifa

Raccolta su vinile e carta fotografica
da
Nerina Garofalo

(vivement dimanche)


oggi scrivo interviste che sorridono

da sotto. mi viene questa memoria di Truffaut.

la cosa viva dentro la cosa stanca spenta a forza.

e mi è impossibile pensarla kubrikiana, forse

un pochino Train de Vie, al limite Toscani.

scrivilo tu, lo stato delle cose. Wenders

perdonerà le associazioni un po’ scontrose,

c’è in gioco questo ascolto senza note.

(Nerina Garofalo, 2012)

E tu, cos’hai da raccontare? C’è un film del regista francese François Truffaut, il cui titolo originale («Vivement dimanche») è stato tradotto in italiano con «Finalmente domenica». Però questa traduzione non è mica tanto giusta. In realtà, in francese, per dire «finalmente domenica» si direbbe «enfin dimanche». Invece «Vivement dimanche» vuol dire una cosa diversa, che peraltro non è nemmeno così facile da tradurre in italiano con l’identica stringatezza. Significa qualcosa come «non vedo l’ora che sia domenica», «ma quand’è che arriva la domenica?». Ne ho parlato un giorno a lungo con mia figlia Lola che è francese (e pure italiana. Ma vabbé, nessuno è perfetto) e adesso (nel 2012, lo specifico perché poi gli anni passano) ha nove anni. Anzi nove e mezzo.

Lei mi ha detto: papà, «vivement dimanche» non vuol mica dire «finalmente domenica». Io c’ho riflettuto un po’ e mi sono reso conto di quanto avesse ragione. Poi, già che c’eravamo, le ho raccontato pure una storiella, su questo film, su “finalmente domenica”, anzi, su «Vivement dimanche». Il film è del 1983. Qualche tempo dopo la sua uscita, (sarà stato il 1985 o giù di lì, con l’incoscienza dentro il basso ventre), il film fu diffuso dalla televisione italiana.

Era proprio una domenica. I programmatori della RAI si devono essere detti : questo film bisogna darlo la domenica perché il titolo è «finalmente domenica». Invece no, se il criterio era quello di essere coerenti con il titolo, allora bisognava darlo un altro giorno. Perché uno puo’ dire «non vedo l’ora che sia domenica» tutti i giorni della settimana tranne domenica. Non ha senso dire «non vedo l’ora che sia domenica», di domenica. Ma vabbé, c’era stata questa storia della traduzione; e quindi loro hanno ragionato sul titolo in italiano. Comunque sia ormai è una cosa vecchia, è andata, e se vogliamo non è nemmeno tanto grave. A casa c’erano i miei zii. La televisione era accesa, come sempre. Io lì tirai fuori una frase del tipo: c’è un film che mi piacerebbe vedere. E’ bello dire queste frasi qua, perché permettono subito di capire che chi le dice ha un gusto, cioè, non è uno che subisce passivamente, è uno che seleziona, che sa cosa vuole, che è consapevole. Ecco, consapevole è la parola giusta. E io mi sono sentito consapevole.

Ma mio zio, a modo suo, era consapevole pure lui. Un furbone, un guascone. Un po’ sul tipo del personaggio interpretato da Vittorio Gassman nel «Sorpasso»: pure simpatico, se vogliamo, e soprattutto con un gran fiuto per identificare con assoluta certezza i suoi nemici. E lì, mio zio mi sgamò subito, e comprese immediatamente che quel film stava dalla parte del mondo diametralmente opposta alla sua. Quella identificata come «intellettuale», o “radical-chic”. Rispetto alla quale, mio zio stava proprio dall’altra parte, quella del personaggio del “sorpasso”. Non vi crederete mica che quell’Italia l’abbia inventata Berlusconi o le sue televisioni? Non crederete mica alle favolette che raccontava la buonanima del Pier Paolo (Pasolini), su un’Italia che prima era diversa, rustica, popolana, autentica, gioiosa, intenta a rimirarsi le lucciole e poi, zacchette: arriva il progresso, le lucciole tirano le cuoia e viene fuori un’Italia avida, materialista, omologata, odiosa? Macché. Pier Paolo se la raccontava così perché a tutti piace pensare che sia esistita un’età dell’oro; è come quando mia mamma dice “ah quand’ero giovane…”. Io me la ricordo mia mamma quand’era giovane: si lamentava esattamente come adesso. Insomma, quell’Italia feroce nemica di ogni intellettualismo, anche solo presunto o accennato, c’è sempre stata e secondo me ci sarà sempre.  Berlusconi, negli ultimi trent’anni, le ha solo dato una più visibile rappresentanza mediatica e politica, e l’ha soprattutto aiutata a sbarazzarsi di ogni residuo complesso di inferiorità. Fatto sta. Fatto sta che io selezionai il canale, e zac, parte il film. Bianco e nero. Già. E allora mio zio dice: ma che cazzo di film, ma cos’è, un film antico? Che poi mio zio era (è) uno che a ogni momento ti dice: accipicchia come si stava bene ai nostri tempi, adesso le cose moderne fanno schifo. Però, davanti al bianco e nero di Truffaut, d’improvviso aveva scoperto di essere un sostenitore della modernità.

E io allora, pedagogico : ma no, è una scelta del regista. Scelta del regista? Dev’essere proprio uno scemo, quel regista, come si fa a scegliere di fare un film in bianco e nero, è molto meglio a colori, no ? Io pago per vedere un film e voglio il top (no. Non ha detto esattamente così. Perché allora si diceva : voglio il massimo. Voglio il top è una frase che è venuta dopo). E io allora : ma no, è più complicata la cosa, un regista può anche preferire il bianco e nero perché…  Complicata ? – dice lui – Ah io le cose complicate non le posso sopportare. Uno che fa le cose complicate è uno che ha qualcosa che non va bene nella testa. Quel regista lì dev’essere proprio uno scemo. E io allora: ma guarda che Truffaut… (Chi? – dice lui – Fuffò? Con l’accento sulla o)… Ma guarda che Truffaut (continuo io) è uno dei più grandi registi… E chi l’ha detto (dice lui) che è uno dei più grandi? Tu ti bevi tutto quello che ti dicono? Io ragiono con la mia testa, non è che sto a sentire quello che dicono gli altri.

E avanti così. A un certo punto nel film si vede un cadavere, e lì mio zio: ah il cadavere si è mosso! L’ho visto! L’ho visto! Si è mosso! Ma che razza di film! Manco buoni a far star fermo l’attore! Si è mosso ti dico. Ma che film è questo qua? Lì mi sono arreso. Mio zio ha cambiato canale e ha messo su lo sport o forse un film con Bud Spencer. Era domenica sera: “vivement lundi”, mi sono detto io. In realtà non è vero, ma probabilmente me lo sarei detto, se a quell’epoca avessi saputo il francese.


(Maurizio Puppo, giugno 2012)

1. Invisibile – work in progress

Maurizio Puppo

Una biografia apocrifa
Raccolta su vinile e carta fotografica da Nerina Garofalo

1.

(la domanda è invisibile)

così, fra Sanguineti e il sangue delle donne,

tocchiamo con i piedi il manto della strada

per fiumi a fiumi, incerti se lasciar cadere

la giacca giù dal ponte per vedere come cade,

fino allo spasimo curiosi e protettivi, quasi sfiniti

dalla salvaguardia. Rimestiamo nel nudo,

alla ricerca dell’inganno. 

(Nerina Garofalo, 2012)

E tu, cos’hai da raccontare? Per dire, direi così. A me  piaceva molto Rossana Casale. Ma è forse meglio se mi spiego. Ecco. Nella mia ricerca affannata di un modello superegoico (insomma un modello sociale, culturale, in cui identificarmi, a cui tendere, quella cosa lì) mi ero imbattuto un conduttore di una trasmissione radiofonica del tardo pomeriggio, su una di quelle famose radio private. Erano gli anni Ottanta e tra noi si scherzava a raccogliere ortiche. La trasmissione era particolare, raffinata, un pochettinodandy, con cospicue tracce di cultura omosessuale cifrata (insomma, mai esplicita). Io di cultura omosessuale non ne sapevo nulla, ma proprio un emerito tubo. Ero cresciuto nell’Italia mammona, quella dell’orizzonte «macchina-moglie-mestiere ». Ricordo che un mio amichetto mi diceva: è bello il matrimonio, io appena sono grande mi voglio sposare. Perché, chiedo io. E lui : perché quando sei sposato puoi  scopare tutte le volte che vuoi. Con il senno di poi, direi che il mio amichetto aveva torto. Insomma, noi eravamo alla periferia di ogni cosa, in uno di quei ceti medio-bassissimi, totalmente invisibili, noiosi, grigi, inutili e così poco interessanti.

Cosi’ poco interessanti da non poter attirare nemmeno le attenzioni dei cantautori impegnati, dei teatranti di opposizione, degli intellettuali fuori dal coro, dei militanti delle direzioni ostinate e contrarie. Padri operai, madri casalinghe, tinelli, tovaglie di plastica, facili da pulire, mobili di fòrmica con colore finto-legno, piante di plastica con le giunture tra i vari pezzi molto visibili , case brutte e piccole ma sempre perfettamente linde e senza una cosa fuori posto ; a tratti (non sempre. Dipende dall’intensità dell’isteria della madre), persino le odiatissime pattine, per non lasciare impronte sul pavimento. E in ogni caso, pattine o no, la televisione sempre accesa. Nel caso della famiglia mia, sul secondo. Sarebbe il secondo canale (che allora si chiamava cosi’, non «Rai 2»). Tutti però dicevamo solo «il secondo» : metti il secondo, cosa danno sul secondo ?

La scelta del «secondo» era già indice di una certa laicità progressista. Quelli che votavano la dicci’ (e che in casa mia venivano indicati con la dizione : « son gente di chiesa ») guardavano il primo (stesso ragionamento che per il secondo : sta per primo canale). Il terzo non c’era ancora e Bianca Berlinguer era una bella bimbetta. Ma a parte questa scelta del secondo, ecco, non c’era nient’altro da dire. Ora, con tutta la buona volontà del caso, ma me lo spiegate, anche se avesse voluto, come avrebbe fatto De André a scrivere una canzone su di noi? Cosa scriveva, De André, « metti il secondo che comincia il telegiornale? ». ma figuriamoci. Per meritare una canzone di De André, o sei ricco (com’era lui, ricchissimo di famiglia), e allora la canzone trasuderà disprezzo, pena o schifo o rabbia e malinconia, « fascisti, borghesi, ancora pochi mesi » (il concetto di pochi è soggettivo). Oppure sei sempre ricco, ma almeno sei malinconico e torturato, sul modello della Micòl dei Finzi Contini, o ancor meglio del fratello Alberto. E allora ci potrà uscire una canzone plumbea, decadente, viscontiniana, anche un po’ nichilista. Insomma, se sei ricco ci sono due versioni di canzone, quella che definiremmo per il « porco soddisfatto » oppure quella per il « ricco riflessivo ». Se non sei ricco, per meritare una canzone hai un’alternativa: devi essere interessante. Tipo un assassino, un travestito, un carcerato, una prostituta. E allora nella canzone ci sarà un’intelligente raffinatezza e complicità, ci saranno tocchi di poesia, momenti altissimi di riflessione, severi moniti sulla necessità di non giudicare gli altri, richiami anche all’iconografia cattolica, insomma, cose belle, cose grosse, importanti. Ecco.

Se non sei ricco e neppure interessante, allora hai un’ultima chance, ma è proprio l’ultima. Devi essere un disgraziato totale. Ma totale, non mezzo e mezzo : devi morir di fame ed essere sporchissimo. In  quest’ultimo caso allora sei uno dei cosiddetti « ultimi », e li’ in un certo senso è veramente il massimo. Li’ le canzoni fioccano, e si riempiono di frasi memorabili, e i dischi si vendono. E i titoli di giornale non mancheranno mai, perché il giornalista ci va facile facile : il prete che difende gli ultimi, il cantante che ha cantato gli ultimi, il poeta degli ultimi, il calciatore che si interessa agli ultimi.

Perché difendere gli ultimi significa essere forti, essere come Gesù Cristo o quasi, essere pazzeschi, veramente in gamba. Significa essere « contro », non rassegnarsi al conformismo imperante, tenere la barra dritta, non cedere, non tentennare, essere « oltre », poter guardare tutti gli altri dall’alto in basso, con una smorfia di schifo, ed essere invitati alle migliori feste.

Ma un operaio che si compra una Seicento non è un ultimo; c’ha la Seicento. E non è ricco perché ve lo fosse, mica si comprerebbe la Seicento, non vi sembra ? E non è interessante : come fai a essere interessante con una Seicento magari pure lucidata perbenino? E di solito non è un nemmeno un assassino, perché statisticamente gli assassini sono una minoranza. Sarà per via dell’effetto deterrente della legge, o dell’innata bontà dell’essere umano, vai a sapere ; secondo me è la prima che ho detto, ma non importa. Tornando al nostro non ricco, non interessante e non ultimo : chi si compra la Seicento non muore nemmeno di fame anzi, mangia cibi semplici ma con robusto appetito. E allora una canzone viene malissimo, si capisce. A meno di non essere un poeta un po’ matto, magari uno alla Jannacci. Ma questi sono casi fortunati, particolari.

Noi, figli di questo ceto sociale incapace di ispirare opere d’arte veramente sovversive, noi attestati verso il terz’ultimo posto il pomeriggio lo passavamo a giocare a pallone, con i blu-jeans, le scarpe « clark »  o le Rontani. Che erano come le Superga ma costavano (e duravano) molto ma molto meno. Si rientrava tutti sudati. Avevamo inventato un neologismo (quando si dice): dis-sudare. Fermo che prima di tornare a casa devo dis-sudare, dicevamo. Dis-sudare consisteva nel calmarsi, lasciare che il sudore si asciugasse. In modo da rientrare a casa in uno stato di apparente calma, e quindi non sentire le litanie « sei tutto sudato, te l’avevo detto ». Ecco, io venivo da una cosa così: cosa volete da me, che me ne intendessi di cultura omosessuale ? Ma figuriamoci. Epperò nonostante tutto un po’ sì. Ma così, ad occhio a naso quelle cose lì mi piacevano ; perché io a scuola imparavo delle cose, e leggevo, e vedevo i film tardi la sera, quelli dopo le dieci, i film un po’ particolari, non quelli proprio scemi o edificanti delle venti e trenta, e riflettevo e pensavo. Anche perché di tempo ne avevo abbastanza : a scuola si andava mezza giornata e basta, attività extra-scolastiche io non ne facevo, le ragazze mi consideravano, credo, meno di un batterio, e insomma tempo ne rimaneva. E quindi un po’ di idee sul mondo me le ero fatte e fatto sta che quella trasmissione li’ mi piaceva e mi affascinava molto. In quegli anni c’era Rossana Casale, che è una cantante. Per chi non lo sapesse. Avrei dovuto dirlo subito, non appena ne ho citato il nome. Perché la definizione o la spiegazione la si dà subito, alla prima volta che si usa un termine. Non è che la dà dopo un po’. Rossana Casale (una cantante) era andata al Festival di Sanremo. E il conduttore della trasmissione radiofonica che a me tanto piaceva disse : a me (disse lui. Quindi va letto come se fosse « a lui ». Ma insomma, avete capito), a me (disse lui) piace molto Rossana Casale. E qui pausetta. Lieve, perché in radio una pausetta anche appena un po’ più lunga, fa subito una sensazione di vuoto pazzesco. E dopo la pausetta disse: come donna e come cantante.

Quanto mi piacque questa frase qua ! E allora io a dire a tutti, non appena l’argomento si presentava : a me Rossana Casale piace molto. Pausetta. Come donna e come cantante. E i miei amici che erano sostanzialmente degli abbruttiti, insomma dei ragazzi veramente semplici, mi dicevano: come donna ? Ma che cazzo dici? Ma tu devi proprio essere finocchio (anche loro se ne intendevano di cultura omosessuale, come si vede. A modo loro, s’intende). Madonna – dicevano – è racchia forte. «Racchia» va interpretato. Se in quel preciso momento Rossana Casale si fosse presentata dal mio amico e gli avesse fatto biribiri sul naso, quello avrebbe avuto un’esplosione ormonale, e poi si sarebbe fatto delle seghe per un bel po’ pensando a quel momento lì.

Ma bisogna considerare che quando sei seduto sul divano davanti alla tivvù, sei un padreterno e giudichi tutti : eh quella lì (e quella lì magari è una figa che ti incenerirebbe con lo sguardo a un chilometro di distanza, una femmina di cui mai hai sentito l’odore in vita tua), quella lì ha le gambe storte. Esseri orrendi, con le pance, le gambe bianche e pelose, vestiti malissimo, con l’alito cattivo e problemi digestivi, che passano la vita stravaccati a vedere le repliche delle partite, poi pontificano su stupende creature. Perché davanti alla tivvù essi sono come il Signore Iddio secondo la buon’anima di Alessandro Manzoni: coloro che giudicano senza essere giudicati. Esempio. Nastassja Kinski (che in realtà si chiama Nastassja Aglaia Nakszyński, non so perché ve lo dico) era (ed è) una donna bella, colta, intelligente, con una vita ricca di esperienze, cosmopolita, brava attrice, con un fascino perverso incredibile. Ecco chi è Nastassja Kinski. Un mio amico, secchione a scuola, che passava tutte le estati con la mamma (dicendo : mia mamma di qua e mia mamma di là) ; con i capelli biondini che parevano tagliati con la tazza (avete presente) ; ecco, questo mio amico qua diceva di lei (di Nastassja Kinski): mamma mia che schifo, non ce n’ha proprio di tette.

Ecco,  noi eravamo così. Anzi, no: loro, loro erano così.  Perché io no. Io ero diverso. Io ero più sensibile e non le dicevo quelle cose e pensavo a Nastassja con cupidigia e alle sue labbra e alle pieghe delle braccia e cercavo anche di immaginare il suo odore (di Nastassja Kinski). E cerco di immaginarlo anche adesso. E insomma, questo per dire che Rossana Casale, secondo me, era ed è una donna carina. Anche se (su questo siamo d’accordo) non è mai stata una maggiorata da esibizione nella gabbia delle stranezze, né una pollastrella da televisione ; e quindi non poteva suscitare l’entusiasmo dei miei amici. Ma io ero diverso. Io ero giù un po’ più raffinato, io ero uno un po’ più su: a me piaceva molto Rossana Casale, come donna e come cantante. E se non sbaglio quella canzone di Rossana Casale, in quel festival lì, diceva: piangere è già sentirsi invisibili. Secondo me è proprio vero.

(Maurizio Puppo, giugno 2012)

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