Agosti, PPP, la dignità e il lavoro

Giorni fa ho postato su FB alcuni video di Silvano Agosti. Dalla sua bella voce provocatoria sono scaturite una serie di annotazioni, mie e di altri. Rendo conto qui di questo scambio che mi rimane ricco e denso, e ancora aperto su fb

Il video postato

Il commento di Maurizio Puppo:

Silvano Agosti è una persona, almeno così pare a me, di grandissima intelligenza, e purtroppo di pari arroganza. Un’arroganza travestita da umiltà. Un’umiltà consacrata all’altare del disprezzo per chi si dedica ad un’attività “produttiva” (orrore!), o per chi si impegna nel suo lavoro anche se non è un lavoro “giusto” (insegnante, artista di strada, intellettuale). Non fa differenza tra chi è onesto e disonesto, tra chi è umano e dis-umano: il disprezzo per il lavoro è totale, non può perdersi in dettaglio. In una delle sue tirate, oggi diffuse su youtube, pronuncia a un certo momento il termine “attiività impiegatizia” e nel dire quest’ultima parola, la voce ha una lieve increspatura, come accade a certi professori universitari un po’ baroni, quando devono pronunciare un termine un po’ volgare, che semplifica, che banalizza, che volgarizza un concetto ben altrimenti complesso. “Impiegatizia”, detto come una signora dell’alta società, un tempo, avrebbe pronunciato “culo”, se costretta a farlo. L’aspirazione che anima Agosti, a me pare, è non dissimile da quella che animava ppp: un mondo di bambini, adulti-bambini o bambini-bambini poco importa, su cui regnare coin la sua voce calma e i suoi modi affabulanti. Un totalitarismo umanitario e paternalista (la peggiore delle dittature).
http://www.youtube.com/watch?v=FquW3VnlmxE

 

Il commento di Matilde Cesaro:

Avevo minuti disponibil ed ho visto il filmato di Nerina Garofalo e quello di Maurizio Puppo…nel primo ho visto ed ascoltato un anziano signore che parla di cose a me care usando il linguaggio della metafora e concludendo con un video che ha dello strabiliante (sia per come è girato, sia per i tempi e le espressioni, sia per l’età del protagonista). Ho visto il secondo filmato per spiegarmi i toni accesi del commento… Ho visto un signore anziano che fa particolare attenzione al linguaggio e all’uso o disuso che se ne fa, ma che nei toni e nelle modalità è molto uguale a se stesso. Ho ritrovato similitudini come nota MP con PPP nelle inquadrature e nei tempi… è affabulante, è calmo e manieristico forse ma mi sembra che sia più soggiogato che soggiogante, più stupito che manipolatore… Nessuna polemica, per carità! Solo un altro punto di vista. Grazie a tutti e due.

 

La mia nota:

(al margine di una reazione alla condivisione di alcuni video di Silvano Agosti)

Ho avuto la fortuna di nascere in una città piccola ma sempre molto vitale del meridione. Di nascere donna e di nascere in una famiglia borghese, da genitori che pur avendo anche conosciuto i disagi della guerra e persino la fame dei bambini, hanno sempre potuto studiare e hanno amato far studiare le proprie figlie.

Da mia madre e mio padre ho imparato la dignità del lavoro da sempre, e così da mia nonna, e dalle persone che nella mia famiglia hanno sempre tutte costruito e lavorato.

Ma allo stesso tempo, dalla mia famiglia ho imparato che le persone vengono prima del lavoro, e le persone vengono prima dello studio. Ridevo molto quando mio padre mi diceva, se mi scontravo con un insuccesso a scuola, “meglio un asino vivo che un dottore morto”. Credo onestamente di aver onorato, nella mia vita, il debito che avevo verso la mia famiglia in senso esteso per essere cresciuta potendo imparare, capire, contestare ma anche, persino, disimparare e rifiutare.

Mio padre lavorava in un Istituto di Credito, e così mia madre, ma tutti e due (ai quali mai ho sentito esprimere in nessuna forma poca considerazione per qualsiasi lavoro in qualsiasi condizione) trovavano il modo e il tempo di pranzare con noi, di essere con noi, anche quando gli orari di lavoro erano tutt’altro che benevoli verso il desiderio di conciliazione.

Ho avuto la fortuna di poter studiare nell’Ateneo che ho scelto, iscrivendomi alla Facoltà che amavo.  Ho lavorato prestissimo, e ho sempre considerato il lavoro  essenziale per la felicità delle persone, nella misura in cui la persona può appropriarsi del lavoro o per significati o per scopi.

Da 22 anni lavoro perché le persone possano trovare nel lavoro lo spazio di espressione e sostenibilità loro adatto anche quando tutto nega questo presupposto. L’ho fatto come formatrice, come consulente e lo faccio ora come coach e come narrative thinker.

Sono stata per due volte interna in un’azienda e per due volte libera professionista (un collega mi disse, quando scelsi di uscire dall’azienda che un Grande Gruppo aveva venduto e deprivato di senso, sarai la prima precaria per scelta). Ma io, in questa libertà non mi sono mai sentita precaria, perché nella mia dimensione soggettiva volevo un lavoro che mi appartenesse, con un grado di libertà molto alto dentro, accettando tutti i rischi che questo comporta.

Ho un rispetto profondo per chi lavora, anche e soprattutto nelle condizioni di lavoro alienato ed alienante che sono molto più frequenti di quanto non si voglia ammettere nei settori Risorse Umane. Ma ho un rispetto profondo anche per chi non lavora, per chi non può farlo, per chi sceglie di non farlo, per chi un lavoro non lo trova. Ho rispetto per i Rom che vivono l’elemosina, perché la loro cultura è differente dalla mia ma non per questo (nel limite del reciproco rispetto) meno dignitosa. Il film che più mi torna in mente da anni è Umberto D (che ho visto da piccolissima la prima volta), sotto cui risuona la voce di mio padre che dice: non offendere mai un mendicante, non c’è cosa peggiore che dover chiedere.

Eppure, cara Matilde e caro Maurizio, credo profondamente che ognuno di noi, in questo sistema di economie e diseconomie, viva di elemosine.

Elemosiniamo il tempo per i nostri figli, il tempo per i padri, il tempo per noi stessi. Il tempo per far l’amore. Elemosiniamo il tempo necessario a far bene un lavoro, il posto in cui fare un lavoro, la dignità di essere pagati per quello che produciamo. La dignità di pagare quelli che facciamo lavorare. Siamo condizionati da orari standard (e sempre meno a misura di persona), da un sistema di welfare che sempre più somiglia a un ministero per la Guerra, da un sistema formativo che ha sprecato milioni, da una buona formazione scolastica che non si fa perché nessuno investe nella scuola, e nessuno crede a una scuola per tutti.

Il lavoro e lo studio sono funzionali al benessere, al poter essere, della persona. Le donne, i bambini e gli anziani pagano il prezzo più alto. Ma un prezzo paghiamo tutti. Un costo sociale di infelicità, come diceva in un bellissimo libro del 2000 di una ricercatrice francese.

L’infanzia di Ivan è la nostra tutti i giorni. E crediamo pure di doverla costruire questa devastazione, insieme alla prigione che la mantiene in vita.

Quella di Agosti è una riflessione continua sulla libertà, e sul suo prezzo. E credo che la testimoni in prima persona. Giuseppe Varchetta, poco tempo fa, mi rammentava che, secondo Freud, i verbi sono due, liebe e arbeit, e che, malgrado gli oggetti differenti, amore e lavoro,  le leggi profonde che li governano siano le stesse.

Il lavoro, come la conoscenza, devono essere uno strumento, un vettore, per costruire quell’ecosistema del tutto soggettivo che ogni persona desidera per la propria vita. Non esistono lavori utili e inutili, non esistono lavoratori più qualificati e meno qualificati (questa qualifica e qualificazione burocratica è di marca novecentesca), ed è il tranello della realizzazione sociale.

Siamo e possiamo essere molto di più. Perché nati. E se ci si lascia avere il tempo e le risorse, e la giusta consapevolezza per realizzare quello che già siamo.

Ho amato poche cose come il mio lavoro, ma sottoscrivo l’invito ad accorgersi che quello che occorre è un atto di libertà dal proprio amore per averne uno più grande.

Poco tempo fa Gianmario Lucini mi ha gentilmente proposto di curare con lui una Antologia di scritti di natura varia sul Lavoro che uscirà a gennaio (dita incrociate). Fra me e lui il dibattito è stato vivo sui temi che son venuti fuori e addirittura sulle reciproche visioni. Ma, ecco, mi pare che sia cosa preziosa che del lavoro si dica, su di esso si pensi, che lo si faccia, ma sapendo che non è il fine né la qualificazione di nessuno.

Se davvero potessimo lavorare tutti, per 3 ore al giorno, e per il resto essere nel sociale il frutto realizzato e libero di una interdipendenza fra produzione e accesso a risorse, ecco, allora forse, il mondo sarebbe davvero altro e un altro.

(n.g., dicembre 2012)

 

Il nuovo, ricco commento di Maurizio Puppo

Maurizio Puppo anche io ho avuto la fortuna di poter frequentare l’università, e ancor prima di poter frequentare il corso di studi che tradizionalmente era riservato ai figli della borghesia – il liceo. Il che nel mio caso è significativo: sono il primo di tutta la mia famiglia ad avere questo privilegio. Cos’ come sono stato il primo della mia famiglia, insieme a mio fratello, a poter avere accesso a tutta una categoria di beni e di servizi, materiali e immateriali, che, per chi mi ha preceduto nella catena che dal passato porta al presente, erano semplicemente irraggiungibili. Viaggiare. Poter imparare delle lingue straniere. Potersi permettere di “mangiar fuori” anche in occasioni diverse dalle feste comandate o dalle cerimonie. Taluni conforti materiali. Potersi dedicare ad attività di svago. Molte persone che conosco e che frequento, e che potrei attribuire genericamente all’area culturale di sinistra (area a cui anche io appartengo) considerano tutto ciò con malcelato (o non celato affatto) disprezzo. I beni materiali? Che orrore. I servizi? Che brutta parola. L’orrendo consumismo che rende gli esseri umani vuoti, brutali. E’ quella sinistra che si riconosce facilmente nelle parole di Agosti o che si riconosce in quelle di Pasolini. Io credo che, al fondo di questa attitudine, vi sia una pulsione di ordine più religioso che politico. Per molti fedeli, nel senso della fede religiosa, esiste un ideale “ascetico”, distaccato dai beni materiali, che rappresenta un modello di perfezione a cui tendere. E che dovrebbe concretizzarsi in un qualche paradiso ultraterreno. Per molti “fedeli” laici, esiste un ideale altrettanto sublime, quello dell’essere umano che finalmente coglie l’orrore delle gioie materiali e che aderisce invece a un modello “superiore”, anch’esso tendenzialmente piuttosto ascetico. Il paradiso, questa volta, è mondano: ed è la società ideale, in cui non esiste più l’aspirazione al consumo, ma “ben altri” valori. E’, appunto, il caso di Agosti. Il quale poi utilizza, a supporto di tale tesi, un argomento ben noto: la tecnologia che permette di rendere più efficace il lavoro, di rendere “automatiche” molte attività, dovrebbe liberare il tempo dalla “schiavitù” del lavoro. Lui dice: basterebbe lavorare 3 ore al giorno. 
In realtà questa tesi non ha alcun fondamento. L’aumento della famosa “produttività” (altra parola “proibita” da certe religioni fondamentaliste laiche) è in stretto rapporto a quello che vi dicevo all’inizio. Mio padre è andato a lavorare in fabbrica a 14 anni, io ho potuto studiare. E l’accesso assai più diffuso al detestato “benessere” (detestato perché modesto, perché materiale, e quindi terreno, non celeste) è stato reso possibile dalla produzione a minor costo dei beni e dei servizi. L’ideale di Agosti mi pare quello di un mondo che rinuncia a tutti questi piaceri materiali, considerati immorali e falsi, e aderisce a un ideale e un modello di verità. In realtà, molte persone preferiscono lavorare, perché il lavoro non è solo e non sempre alienazione, ma spesso è anche il giardino voltariano di cui occuparsi; e poter “consumare” (orrore!), perché godono di quel consumo. E’ brutto? E’ materialista? Forse. Perché no. Io credo che Agosti (come già Pasolini e come molti militanti sedicenti di sinistra) appartenga a un filone di pensiero aristocratico, che disprezza gli usi e i desideri volgari (di solito, riservandoli a sé). E che sogna un mondo di popolani ingenui, pronti a danzare attorno al fuoco ascoltano le sue favole. Molto ben raccontare, peraltro. Pasolini pensava che studiare (all’orrida scuola borghese, quella che lui e i suoi familiari frequentavano con profitto da nmerose generazioni) corrompesse i suoi amati sotto-proletari. I quali altro non dovevano fare che restare cosi’ come erano: puri, non corrotti, semplici, sensuali. Una visione populista, in senso stretto. Mi viene in mente, nello scrivere, una poesia di Brecht, contro la “seduzione”, contro coloro che invitano a disprezzare e rifiutare agi, comodità, piaceri, in nome di ideali superiori e in nome dell’adesione a modelli di purezza. “Non vi fate sedurre”, dice Brecht, “non esiste ritorno. Il giorno sta alle porte, già è qui vento di notte. Altro mattino non verrà. Non vi lasciate illudere.
Non vi fate sedurre;
non esiste ritorno.
Il giorno sta alle porte,
già è qui vento di notte.
Altro mattino non verrà.

Non vi lasciate illudere
che è poco, la vita.
Bevetela a grandi sorsi,
non vi sarà bastata
quando dovrete perderla.

Non vi date conforto;
vi resta poco tempo.
Chi è disfatto, marcisca.
La vita è la più grande:
nulla sarà più vostro.

Non vi fate sedurre
da schiavitù e da piaghe.
Che cosa vi può ancora spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non c’è niente, dopo.
(Bertolt Brecht, 1918)

 

Il mio ulteriore commento

A me viene in mente “Vogliamo anche le rose”, e sinceramente, se avessi soldi da spendere oltre le cose che considero essenziali (il pane, le rose, e i giochi per la play di mio figlio), credo che volentieri comprerei preziosi Sari e Kimono, originali di Andrea Pazienza, mantiglie di ogni seta e colore, e non mi sentirei colpevole. Solo che preferisco cercarmeli nei mercati, e poter non timbrare cartellini o lasciare che qualcun altro decida per me di moltissime cose. Sai quanti amori spezzati da aziende che non concedono trasferimenti, quanti ragazzini con lgi incubi la notte perché a 12 anni hanno da tenere le chiavi di casa? quanta tristezza d’occhi, all’ombra delle piante per dirigenti che Telecom Italia attribuiva ai quadri in struttura nel millennio andato? Nulla di quello che scrivi mi trova in disaccordo, solo che non credo che né Agosti né Pasolini pensino a una felicità ultraterrena. Semmai, con una profonda fede nel valore dell’uomo, abbiano entrambi una parola per dire, come nel pentolone escremementizio di Salò: Dio mio, perché ci hai abbandonati, ecco, io penso questo, e con una fede profonda in Dio, credo che la terra sia dell’uomo che da solo può far “impazzire di luce i girasoli”. E grazie, perché questo scambio ocn te e con Matilde mi arriva ricchissimo, come un regalo until the end of the world–

**

Non so se il dialogo andrà ancora avanti, sarebbe bello, magari con il contributo di altri… per intanto, io lo appunto qui, per salvarlo dalla volatilità di FB

Fiori di Cactus, Mariarosa Costanzi – red@zione, 2012

 

Chi ha avuto la fortuna di condurre laboratori di scrittura creativa, o di riflessione biografica, conosce l’incanto che accade quando uno dei partecipanti approda a quella che io definisco abilitazione narrativa. Quella capacità, tutta specifica, di dar conto a se stessi del valore di poter guardare alla propria esistenza, o agli avvenimenti nel mondo, percependone la coerenza, il loro avere un passato, un presente e delle ipotesi di futuro, che trasformano il magma delle passioni e delle emozioni in qualcosa che possiamo dirci, dare e dire.

Sono molto fortunata perché a questo incanto assisto, da alcuni anni, in molte occasioni. Non solo nei laboratori che conduco, ma anche nei processi di consulenza organizzativa e di coaching nei quali applico un approccio narrativo a metodologie che non necessariamente lo implicano, scoprendo il valore aggiunto di questa capacità di parola interna che sa poi trasformarsi in prodotti, idee, progetti, opere, non necessariamente fatte di sole parole.

E’ per questo che ho provato una particolare emozione quando Caterina Bruzzone mi ha inviato, insieme a Mariarosa Costanzi, una copia con dedica doppia (da parte di Caterina e dell’autrice) di questa raccolta di ricordi, racconti e ricami scivolati con delicatezza di farfalla dalla mano di Mariarosa al foglio stampato dell’Editore red@azione (quanti bei giochi di parole nel nome dell’Editore) .

Fiori di cactus ha tre sezioni, e tre fiori in copertina. Il nero sul fondo, il grigio e vari toni di rosa nei fiori di cactus. Sul retro (da qui la mia emozione di facilitatrice di abilitazioni narrative, e di narrative thinker), ci viene narrato come questo libro nasca da un’esperienza d’incontro di Mariarosa Costanzi con la scrittura creativa, e dal suo desiderio conseguente di trasformare i prodotti di quel laboratorio in un libro. C’è una felicità particolare nel sapere che la terra è disseminata di luoghi ed esperienze che producono e fanno germogliare fiori così simili a quelli che anche noi accudiamo armati di sola linfa, come la Cesira di uno dei più ricordi di Mariarosaria.

I colori scelti in cover sono una sintesi intensa del mood centrale del lavoro narrativo dell’autrice, che dal nero del ricordo, del passato e del “non ancora pensato”, fa emergere creature vitali connotate intensamente dallo sguardo di genere di una scrittura indubbiamente femminile e ”laterale”. La voce è una voce di donna che si fa precisa e accogliente su figure, anni, paesaggi e passaggi, persino nel rievocare l’avvento del computer e la Milano-Sanremo negli anni ‘50.

La densa introduzione di Maurizio Puppo (a sua volta maschile ed attento osservatore di una capacità di essere “sociologico” dello spazio narrativo di Mariarosa –mi permetto da narratrice a narratrice l’uso del solo nome, benché ancora non ci si conosca che per voce di pagina–) restituisce e sottolinea la vocazione ancillare di una memoria riscoperta, che si desidera trasformare in qualcosa che rimanga e dia voce a una voce profonda e riecheggiata nel pathos familiare per tutta una vita. Ed è davvero una introduzione appassionata e bella.

Ci mostra di Mariarosa Costanzi il suo essere genius loci di una dimora generazionale, cittadina e regionale, nel territorio più ampio del panorama mondo, così fortemente narrato fra la reclusione e lo sconfinamento della guerra.

E le tre sezioni che vivono il libro, consentendo un percorso di lettura avvolgente e piano piano sempre più abilitato a guardare l’altro altrove (passando dalla dimensione ancillare a quella creativa e operativa nel mondo dell’immaginato), ci fanno vivere l’esperienza sempre avvolgente che passa dalla memoria e dalla formazione autobiografica alla ideazione del possibile.

La descrizione è sapiente, mai stucchevole, persino capace di parlare con pudore non retorico dei temi della meditazione di preghiera, dell’Olocausto e della trincea, come solo le donne sanno, essendo antiretoriche senza aver bisogno di aggressività ed eccesso.

Gli incipit sono spesso potenti e sapienti, le chiuse mai dure o forzate. I personaggi rispettati fino in fondo, senza violazioni solipsiste come in molti narratori malati di Petrarchismo.

La lettura è emozionante, cattura al sole la malinconia dei tramonti e resta dentro come una carezza pudica. Mi ha fatto sentire lo stesso tipo di perfezione che ho avvertito nei mie “ragazzi” nei laboratori (molti dei miei hanno gli stessi anni miei, alcuni gli stessi anni di Mariarosa): ho risentito la capacità di Enrico, di Marina, di Debora, di Agata, di Lucio, di Italo, di Ahmed, di Carla, di Teresa, di Antonietta, di Luca e di tanti altri, quella capacità di entrare nel ricordo e di ridarlo alla luce come nutrito dall’esperienza della scelta delle parole.

Sono davvero grata a Caterina per questo dono, con la complicità generosa di Mariarosa nell’inviarmelo per condividere una emozione e l’uscita di un bellissimo libro. Anche mia madre ha lavorato in Banca, negli anni 60 e poi ancora, e anche mia madre ha perso mio padre nel 1997. Quante curiose coincidenze in questo incontro. Anche mia madre scrive, e mi ha insegnato la pratica del sogno come racconto. Per questo, mi piacerebbe incontrare Mariarosa e Caterina nella cornice narrativa di una matrice di sogno sociale.

Per il resto, credo che questo libro possa essere un dono per dire a ciascuno quanto possa essere ricco il desiderio di sperimentarsi in una abilitazione a narrare, in questo caso arrivando a restituire a se stessi e ai lettori (uomini e donne) una lettura bella, una lettura viva, una scrittura elegante e vigile che speriamo di riascoltare presto in un nuovo spazio e libro  da occupare col le tue parole, carissima Mariarosa.

(Nerina Garofalo, 3 dicembre 2012)

 

PS: ovviamente, auguri anche agli Editori del libro, e ai colleghi o colleghe del Laboratorio che ha frequentato Mariarosa, che saranno fieri e felici della restituzione al loro lavoro che questo libro è, come felice sono stat io per tutte le cose che ho imparato, letto e visto nascere nei miei laboratori. Ricordo con particolare commozione i libri costruiti a mano da Carla, Teresa, Enrico, Marina ed altri dopo l’incontro Artistico Editoriale con un generosissimo Mauro Mazzetti, venuto a trovarci in veste di Editore

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