Impressioni di settembre, il fantasma di Bosco de Nicola e piantare alberi

In margine alla lettura di “Questi anni”, vorrei trascrivere una piccola annotazione su due dei racconti fra i molti e tutti belli che l’Antologia appena pubblicata da Coessenza ospita e presenta (nel secondo caso sabato 23 novembre, a Cosenza, nella sala del Teatro Morelli). I due racconti, a firma rispettivamente di Paride Leporace ed Ernesto Orrico, hanno qualcosa che li rende unici nel contesto della raccolta. Hanno entrambi, oltre a una “lingua salvata”, ed un progetto di “scardinamento” del luogo natale, comune a tutti i racconti, un interno desiderio di fuga nella permanenza, quel punto di ingresso alla poesia che li rende prossimi al poemetto in prosa pur mantenendo la forma tecnica del racconto. Questo accade per una intrinseca apertura dell’esperienza biografica soggettiva a quella adolescenza ed infanzia collettiva che consente di situare nel personaggio qualcosa che, lontanissimi per spazio e tempo come lettori estranei, possiamo dire di aver provato e incontrato. Con all’interno il sentimento di quel qualcosa di sconvolgente (un sentimento inammissibile), che ci si rivela attraversa la narrazione portata dall’altro, dall’autore. Per questo, è in particolare ai due autori e amici (Paride da quegli anni, Ernesto dalla storia recente che quegli anni riecheggia), che voglio davvero fare l’augurio di far crescere libri sugli alberi, perché di questo piccolo incanto che apre abbiamo tutti davvero bisogno.

Con dedica:

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Questi anni

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Il 23 novembre viene presentata a Cosenza, nella sala del Teatro Morelli, l’Antologia “Questi anni”. Edita da Coessenza, a cura di Ernesto Orrico e Silvio Stellato.

 

Amorevolemente seguita da Elena Giorgiana Mirabelli in veste di editor, la raccolta di “Memorie, ricordi e racconti” sulla Cosenza degli anni 80’, si apre con una intensa prefazione di Giuliano Santoro.

 

Prefazione che storicizza, inquadra e chiarisce un contesto che nei racconti va a sfumare in vissuto che sa dirsi soggettivo e intersoggettivo, in quella intimità affettiva che molto dice di una città in cui le cose sono sempre arrivate con molto anticipo, e in alcuni casi con un disarmante ritardo. Ad arrivare presto son state forse le migliori, e tardare le cose che si vorrebbe non arrivassero mai.

 

Ho riletto nel tempo più volte, fra la consegna privata agli autori dei testo, ad oggi, i racconti. E ho provato a trovare un racconto mio di questo dono di ritorno e rilettura.

 

Si è trattato, ogni volta, di uno “straniante” silenzio, che “mi” risaliva sul finire di una lettura d’insieme che tiene insieme vissuti, con punte vere di nostalgia lancinante sulle pagine di alcuni racconti.

 

La nostalgia dei nomi, prima che dei luoghi. Ci sono, in alcuni racconti, quei nomi che tornano come sanno soltanto le spoglie: evidenti, insistenti, contornati da un’ara di calore e tremore che abbiamo visto far parte di vite, le nostre e le loro.

 

E poi ancora, una nostalgia differente, per la voglia che avevo, finito il liceo (era solo l’inizio degli anni in volume) di partire e non tornare mai più. Si vuole non tornare mai più solo ai luoghi che abbiamo amato per davvero. Quei luoghi che sanno le ragazze e i ragazzi che ognuno è stato, e poi sanno le donne ed i maschi che ciascuno è diventato. A volte altrove, a volte no.

 

Quando Ernesto mi ha chiesto con gentilezza grande, in una conoscenza che era allora del tutto nuova e iniziale, questa iniziatica esperienza di nostos, qualcosa dentro lo sguardo si è acceso e si è rotto.

 

Si è acceso il desiderio di riguardare, ritoccare e ritrovare,nel luogo interno della sospensione, tutto quello che avevo voluto non portare con me. Ed è stato un tornare fruttuoso, come un albero pieno di vite, che si sono riaperte, ed a volte hanno detto, hanno fatto, ancora, con me. E si è rotto l’incantesimo muto del pensare che un luogo che lasci si sia come “fermato” nello sguardo che eri, proprio mentre partivi.

 

Da lontano la pensi come hai visto che era, la città dei Natali. E ti accorgi, fra le pagine di oggi, che non è e non è stato per nulla così.

 

Ritrovi il modo e il nodo, il modo di sentire le cose in quella periferia lucente e d’avanguardia, che è andata avanti e di corsa, e che tu non hai visto. Scrivere e leggere è stato capire che ti senti di più una “tardi 70”, che le cose migliori che hanno detto che son state e vissute, ti son fuori perimetro, ti scorrono filmiche.

 

Che lei hai viste nei due anni di provato ritorno (eran gli anni ‘90), quando invece lo hai visto, che un poeta moriva, e che quindi davvero volevi andar via. Via da cosa e da dove non è proprio banale capirlo, per me dentro di me.

 

Forse, ancora una volta, lontano dalla troppa passione, dal troppo rigore, per andare dove invece si sta di capacità negativa nutriti, nei quartieri che non sono dei tuoi, dove tu non sei nata, ma stai.

 

Sono tutti davvero strabelli ed intensi, i racconti, poi ognuno attraversa le pagine alla luce delle cose che è, o che è stata, e di quello che ama, di scrittura in scrittura.

 

Leporace, Scalercio, quell’Orrico bambino, mi hanno proprio trafitta. E così Dionesalvi, Stellato, Lupia, ed M.W. Bruno. Mi colpisce, e un pochino mi inquieta, che sian tutte maschili le voci che ritrovo con dentro risonanze di luoghi, come se non avessi trovato quei tratti di donne che vedevo quando ero lì al fiume.

 

Deve essere questione di anni, le scrittrici che trovo in volume hanno tutte più o meno qualche anno di meno di me, quindi sono davvero gli ’80 che non ho conosciuto. Allora grazie, soprattutto a loro, per avermi portata in quel luogo natale non noto d’identità femminile. Mi mancano un po’ le mie donne, quelle andate e migrate nel mondo agli ’80. E spesso tornate.

 

Ringrazio Ernesto, Elena (per l’attenta lettura ed alcuni consigli) e Coessenza di questa intensa occasione di luoghi, e vi auguro di leggere tutto, perché ne vale la pena: è un murales dolente, bellissimo. Io mi sento citando dal racconto di Ernesto Orrico, un pochino un fantasma, ospitato però.

E’ ad Ernesto che rubo dicendo: “La grande filanda du Vuasckhu i Nicola adesso non c’è più, è statabuttata giù nei primi Anni Zero per far posto a un palazzo di 8 piani. Lo slargo dove ho dato migliaia di calci a supersantos supertele e tango non esiste più, o forse è un parcheggio. Non mi sono mai più avvicinato a quel luogo, è l’unica parte di Cosenza in cui so che non rimetterò mai più piede. Ho paura di incontrare il fantasma di com’ero”.

 Nerina

Roma, 15 novembre2013

http://www.coessenza.org/news663-QUESTI-ANNI-al-Morelli-663.htm

Come un fulmine di grazia è questa attesa – Filippo Davoli, I destini partecipati

Leggo lungo e d’un fiato, da due notti, “I destini partecipati” di Filippo Davoli (ed. La vita felice, Milano, 2013).

Attendevo l’uscita di questa raccolta. Ed è da un po’ che quest’attesa, dei versi di Filippo, mi accade. Da quando lessi, son cinque gli anni, i suoi “Incendi”, con quelle loro infinite risonanze e ricordanze che ritornano ora, in chiave nuova, come in quella Casa di vacanze che è in qualche modo, nella raccolta, un argine per tempo.

Nessuno ha più i vent’anni, grazie a Dio. Eppure i venti ci son tutti, dentro.

E’ una frequentazione, quella dei versi di Filippo, che si nutre, in qualche modo, all’esperienza autentica di una parola che nella sfera intima dell’esistenza è pronta ad essere [ad un tempo] univoca e assoluta. Eppure anche, misteriosamente, contenuta in duplice, persino poi molteplice, esperienza.

In vita e in morte, come mi sembra suggerire uno dei rivoli di sentimento di questo libro che è un diario, che il filo della grazia mai  non strappa. Ma anche, contenitore doloroso e periferico della malinconia e del verso che riecheggia, ombra del Marchigiano del paese lì vicino.

La raccolta è ricchissima e, quietamente e intensamente, passa e attraversa. Si va dalla piscina al pomeriggio, dove “è cosa da uomini essere cauti/e lasciar correre il mondo”, alle parole Madre e Madri. Madre che si moltiplica, riverbera, confonde e illumina, nel segno di Maria, che da Lei torna fragilissima in quella culla nominale che sono quei tre versi così intimi da stringere, che la socchiudono terrena, umana, e nominata:

Emilia,
così la chiamo con un nome non suo
perché nessuno la rubi. 

Ed è un dialogo continuo, che ci attraversa di relazioni e antichi amori, prossimità territoriali e, in qualche luogo che è altrove, persino porta lo  spavento del luogo, dove “tutta la piazza è una melma di fiori”.

Ci sono nomi e diari che narrano d’incontro, le belle Marche ed i poeti più giovani che vivon fuori. Ci sono case e presenze. E una costanza che qui si vuole antica, continua e inesausta, fatta di lingua, e di memoria.

E c’è persino, ridetta, una preghiera, che nelle pagine scorre le vene, com’io di notte ho fatto  scorrere i versi, in silenziosa lettura.

Ed una consistenza interna, nella ricerca di Filippo Davoli, poeta, che consola le assenze ma con i piedi ben in terra, perché la terra scorre bassa (e si sa).  E la lingua, che sa farsi silenzio diverso, si alza netta di sguardo.

(N.G., Roma, 8 novembre 2013)

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