This is not an abandoned car

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Avevo preso, prima di Natale, la raccolta di inediti di Renzo Paris “Fumo bianco”, da cui in un reading avevo estratto un testo che nella prima lettura mi aveva particolarmente commossa. Il testo era “A questo punto”, dalla seconda sezione.

Avevo fatto allora una lettura parziale dei versi che, da una raccolta all’altra delle cinque, mantengono (mi accorgo oggi) una continuità commovente.

L’ho ripreso stamane, all’alba e in una lettura intera nella casa silenziosa, ed è stata una immersione che ha seguito il tempo, con la rara ed esatta sensazione di seguire una partitura.

L’attualità esasperante della bellezza del verso antico, che si rimescola a una Roma che ha i colori di Pasolini, del Pasolini più intimo, e del cimiterino degli Inglesi, mi è scesa addosso nella sua novecentesca approssimazione così bella alla prosa.  Ma io son una che ha sempre amato Pavese , con il suo verso lungo e intatto al vezzo metrico. Quindi,  non faccio testo, però leggo.

E’ stata una lettura intimissima, che dagli anni novanta arriva oggi con tutte le tracce che Paris ha portato fra mondo onirico, infanzia, storia e macerie con una eleganza che stordisce.

E poiché sempre a me piacciono le storie, prima ed insieme alla forma delle cose, mi son sentita in un agio di lettura lacerante fra Pietralata, il Verano, i divanetti leopardati e quello smarrimento che si intravede fra le gambe giù al binario. Così ho tremato alla terzina: “Io sono uno che quando sento/scrivo, di una voce antica/che mi detta dentro”, e così  dunque anch’io io bevuto lacrime di papavero e atteso che finisse il rogo della piccola ciocca.

Ero impressionata dal fluire filmico delle teste piccole e ricciute che fan dentro spazio per dar vita in espulsione, quella poesia che è tutta lancinante di gesto minimo e sacrale quando il bambino porta tutto il corpo a dire, ed a sperare. E’ sacra anche la notte, dove siamo soli. Mi risaliva una scossa alla Morante.

Lì, fra radici che si impigliano alle ortiche, e Renault rosse che non son macchine da rottamare, ho seguito quieta lo scorrere del tempo e il tempo in verso. Una lettura salvifica, accorante, che porta tanta vita come quando si imbeve al corpo giovane che passa l’obitorio e torna a Capodanno nei versi stretti al corpo nel freddo di gennaio (per Amelia Rosselli).

La cerimonia dei bicchieri e il grigio a San Lorenzo. Ci sono i cimiteri, e le stazioni, e le dimore soggettive e personali, le ricordanze che si fanno Elisa ed anche Alice e Cinzia, così diversamente. Poesia maschile, come deve essere, incarnata. Una lettura straordinaria, ricchissima, vivificante.

Son due tratti d’aurora che mi sveglio, presto, a leggere Poeti. Ieri era stato il Sangue amaro di Magrelli, oggi qui il Fumo bianco che ho sentito risalire come si fa nei riturali di passaggio.

Mi sembra sia un antidoto a quello smarrimento che mi coglie e coglierà fra poco, alla comparsa sul televisore del primo notiziario.

Paris, questo suo libro, questa raccolta che non nega il campo, è proprio un dono, come un inciampo che riapre .

E me ne andrò a cercare “Album di famiglia”, curiosamente uscito nei 90 a cura del Magrelli che era qui ieri mattina, a scongiurare Renzi e tanto d’altro.

(grata, n.g.)

*

I lirici greci

//

Leggevamo i lirici greci

a voce alta, nelle soste

selvagge tra la lenzuola

//

sudate. Non ci cale del tempo

uggioso, della pioggia sui vetri.

Io questi versi amo leggerli

//

di seguito, senza protezione.

Così diventiamo una grande attrazione

per la morte.

//

(Da Fumo bianco, Renzo Paris – Elliot, 2013)

*This is not an abandoned car è nei versi di “Questa non è una macchina abbandonata”, la seconda delle cinque raccolte in Fumo bianco.

Mettimi le babbucce e procedi con amore

A un anno dall’abdicazione di Benedetto XVI, ho ill desiderio di ri- condividere qui il testo scritto la sera successiva, pensando a questo atto di intelligenza e assunzione di responsabilità che mi aveva molto colpita, commentato, a un anno di distanza, da una annotazione che ho condiviso nella comunità cristiana che mi accoglie.

*

La costruzione del dialogo è un atto d’amore al servizio del Bene  

(Nerina Garofalo, 16 gennaio 2014)

Nel pensiero e nel sentimento della comunità cattolica quest’anno appena trascorso è stato segnato da due eventi inaspettatamente sorprendenti: l’abdicazione di Papa Benedetto XVI (giunta in un momento di forte turbolenza politica e sociale, che reclamava una presenza attiva della Chiesa a tutela del messaggio cristiano, e che poneva al Pontefice una domanda sulle energie necessarie alla vicinanza attiva), e l’Elezione di Papa Francesco.

La domanda che ha mosso Benedetto XVI a chiamare a raccolta le forze della chiesa ne poneva un’altra, conseguente, sui linguaggi necessari a scalfire un pregiudizio sedimentatosi nel mondo laico e agnostico. Un pre-giudizio verso una Chiesa impegnata sul versante della dottrina e della sua stessa salvaguardia, più che nella presenza fra i quesiti e le interrogazioni (nel senso religioso  e civile del termine) che la comunità cattolica di base poneva e pone con sempre più forte insistenza.

La comunità di base, e con essa tutto un mondo che si confronta con la convivenza nei cambiamenti sociali, ha aperto nell’ultimo decennio interrogativi forti su temi che fondano la sopravvivenza della comunità civile e di quella cristiana.

Un domandare che parte dal tema della dignità dell’uomo (intaccata per sempre dalla Shoah, colpevole anche di aver permesso e legittimato la negazione dell’umano non soltanto verso il popolo ebraico), e della “pace” come occasione di sviluppo e di crescita, per arrivare a confrontarsi con l’attuale declino di tutte le forme di progresso sociale fino ad oggi proposte dalla cultura occidentale e duramente messe in crisi da una internazionalizzazione senza dialogo.

Così dunque l’accesso al lavoro, la dignità nel lavoro, il rispetto della persona, la comprensione della necessità di uno stato laico e democratico, le politiche dell’accesso, la cultura dei minori come risorsa e della produttività come sinonimo dell’esistenza qualificata e non della produttività economica, sono diventati temi inaccessibili per una società che possiamo definire non in declino ma infine morente.  Una società suicida che perpetra la negazione per determinare oligarchie, e che disimpara le parole piuttosto che generare nuovi linguaggi.

In tutto questo, l’elezione di Papa Francesco, con il suo portato di creatività, umanità, capacità di ascolto e consapevolezza dei limiti del reale, ha come aperto un varco nel buio delle biblioteche, lasciando che le pagine, e le parole, e con essa “La” Parola riprendessero terreno mettendosi in gioco fra le domande a cui le comunità, sia agnostiche che di fede, non sanno più bene come e cosa rispondere.

Senza nessun atto ad oggi interpretabile nella distanza dalla interpretazione teologica del suo Predecessore, questo Papa ha costruito però la sostanziale area fertile da tutti ricercata, nella qual seminare le domande e poter far crescere le risposte, che sono, in questo tempo, innanzi tutto risposte di ascolto e con-vivenza, a partire dal recupero delle parole comuni a chi vive nella fede e a chi la fede guarda da una distanza, ma con il desiderio di non esclusione pregiudiziale.

La domanda sulla fede è una domanda sul senso delle nostre vite, e questa stessa domanda abita e cresce anche in chi la fede non incontra. Le risposte possono essere del tutto differenti, ma è la dignità della domanda che la Parola di Dio per prima accoglie con la rappresentazione di sé incarnata nella vita del Figlio.

Ed a questa domanda, Papa Francesco parla quasi rispondendo prima a una comunità “extra-parlamentare” ed esogena.

Nel pieno compito dato dal Padre, è a chi non ha incontrato che per primo rivolge l’ascolto, disseminando il suo cammino episcopale della tenerezza che ha luogo sempre in primo luogo fra chi domanda senza sperare che la risposta arrivi.

E lo fa con grande concretezza riprendendo i luoghi missionari dell’esistenza della Chiesa, che non hanno altrove. I luoghi del dialogo con chi interroga sul diritto alla vita e sul diritto alla morte, sulle forme della maternità, della paternità, del matrimonio. Sulle concretizzazioni politiche di una umana coesistenza, basata sulla sconfitta della povertà, della solitudine e del disaggio.

Lo fa nella vicinanza piena di Pietas che lo fa simile a Enea, quando accoglie il fardello di una domanda di insistenza terrena, di sradicamento delle consolidate forme di risposta verticale, e riapre il versante di un dialogo profondo, in cui non possiamo dire che la Chiesa sta trasformando il suo messaggio di fede e la sua epistemologia, ma per certo sentiamo che sta dialogando in modo fertile , fruttuoso e genitoriale, per la costruzione di un confronto e di una coesistenza.

Andando a recuperare le parole “comuni” che restituiscono all’uomo e alla donna la propria dignità sentimentale anche nella distanza dai comandamenti di fede, colmando la distanza fra comandamento e convincimento con l’uso per nulla retorico della parola amore. E della sua intrinseca e disperante tenerezza.

Perché l’amore, in terra non ci salva dal dolore, ma ci fa migliori. E perché è questo amore che restituisce nella fede il sentimento di dignitosa presenza nel mondo al servizio del bene di tutti, rispettando ciascuno.

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E loro dicono che la finestra è accesa

mentre parlano, che io non dormo.

Invece dormo, o almeno tento. Stento.

*

E mi rigiro fra le lenzuola bianche in lino,

che hanno l’odore di quelle che mia madre,

ed il colore della camicia stesa ad asciugare.

*

E mi tormenta questo nugoletto d’ossa,

questo sudore che m’imperla, nei giorni

della merla. Fa così caldo, qui, questo torpore.

*

Ma non mi sembra vero che ti vedo, che il

biondo candido della tua ciocca si fa via

per mano che si porta agli occhi. Fatti guardare.

*

Ero come un bambino, quando ho iniziato

a risalire, il fiume. E il fiume si faceva solido a ogni

passo, era un sentiero, che traversava un bosco.

*

Ero così felice quando ho lasciato a casa la

giacchetta, e mi sono messo a ricercare.

Come ci si rimette a Dio, quando ci incalza.

*

Ed era così notte, ogni mia notte, passata con

i gomiti alla tavola a studiare. A far quadrare

il cerchio, l’anello, oggi il girone dell’Inferno.

*

Ed ero già dimentico, atterrito, per tutto quel

clamore e clanghete di ossa. Per quello sterminato

campo che accoglieva il mietitore. Ma io mietevo altrove.

*

E non ho smesso mai, di mietere e cercare. Per ritornare

a te, Signore d’occhi muti alla bisogna,  forse solo se sogna

ti vede il pellegrino. Ed io ti vedo. Stanotte qui stravedo.

*

Oggi ti colgo intero, oggi ti sento, oggi tu mi conosci.

Son stanco di portare addosso gli occhi. Li metto

qui da parte. Che possano sanarsi. Un dono dell’inverno.

*

Son stato immemore e gioioso, con quel tuo rosso fuoco

tutto addosso. Un re beato nel reame a dire, guardare anche

la neve che va a prendere a carezze ogni sfinire. Oggi sfinisco

*

io, e questo no, non lo so sopportare. Ma lo so dire, lo posso

riparare. Devi insegnarmi ad esserlo e pensarlo, che mi stacco.

*

Dammi la forza della foglia antica che dall’oro muove,

mettimi le babbucce, che voglio solo un pochino riposare.

*

(n.g. 12/2/2913)

Piccole storie di censura domestica

Libri libretti  ha messo su, da un po ‘ di tempo, su FB, uno spazio, una pagina, tutto dedicato ai libri che sono stati oggetto di censura. Maurizio Puppo, intanto, in questi stessi giorni, tornava su questo tema delle parole da censurare, citando De Gregori e Dalla, e tirando su la poesia che le forbici dei censori e le loro nude etichette spesso mettono all’acme di un discorso poetico, come se fosse, la censura, un rito di infibulazione; ovvero, di impedimento al sentire. Così, a seguirli ed a leggerli, mi salgon su le immagini di Hitchcock, nel film omonimo dello scorso anno, nel quale l’ottusità della censura vien su descritta con meravigliosa ironia.

Ho voglia di inserire, a latere, perché Fabrizio lo inserisca nella pagina se gli fa piacere, una piccola nota sulle censure domestiche che colpiscono gli adolescenti, nella lettura, nella scoperta, nell’incontro con i libri, aprendo il varco a un cambiamento o a una costruzione consapevole della loro attenzione e disposizione a “pensare” il mondo.
Sono cresciuta, per mia fortuna, in una numerosa famiglia nella quale non c’erano grandi censure sui libri, né grandi discorsi sulla loro adeguatezza all’età e al momento. Ho potuto, in generale, accedere ai libri, presi in casa o da prendere fuori (con tanto di paghetta settimanale dedicata), a qualsiasi libro desiderassi leggere.
Sdoganato il periodo delle scuole medie, nel quale era vietato comprare o solo guardare fotoromanzi dal parrucchiere, e durante il quale i libri mi venivano donati (in prevalenza da mia madre e mio padre), ho scelto e aperto quasi ogni mondo di libro da sola. Devo però a quel periodo pre-adolescenziale la lettura di cose bellissime: alcuni classici per ragazzi che non credo dimenticherò mai: Tom Sawyer, regalo di zia Rosa e zio Fausto, una  meravigliosa edizione di Pinocchio illustrata da Jacovitti, la serie dei romanzi di avventura delle Edizioni Paoline (copertina rigida gialla, e in cima a tutti per me Il conte di Montecristo, con le sue evasioni e i tormenti), e Incompreso, le Piccole donne e il dolente e struggente I Ragazzi della via Pall (prodromo al mio immenso amore per C’era una volta in America di Sergio Leone) . E il primo libro più adulto ricevuto in dono da mia madre, in Oscar Mondadori, il Diario di Anne Frank.
Un solo libro, che se ne stava seminascosto all’ingresso, mi è stato tolto, con vaghe e oscure motivazioni, ed è stato oggetto di iterate letture clandestine e segrete. Il libro in questione era della giovanissima e americana Pamela Moore, e il suo titolo, del tutto innocente, recitava precisamente: Cioccolato a Colazione.
Credo ci fosse, in quel veto, oltre al tabù del discorso su omosessualità e adolescenza, il presentimento di una inclinazione, che mi ha poi accompagnata per tutta l’adolescenza, a conoscere attraverso i libri tutto in dialogo interiore su quasi ogni espressione di vita e di morte che non avrei saputo verbalizzare altrimenti a me stessa.
Non ricordo molto di quel libro, invero, lo sto cercando fra i i negozi di usato nella speranza di rileggerlo oggi. Quel che ricordo è la buffa innocenza con cui subito dopo ho avuto accesso (grazie a paghette e biblioteche parentali) a tutto Pavese, tutto Sartre narratore, e moltissimo d’altro.
Insomma, a ben pensare, fu una censura benefica, che aprì tutto un mondo di curiosità e di passione, di intromissione nelle pieghe di tutto quello che, mi appartenesse o no, ha fatto poi di me, nella vita, una persona che dialoga per cronache inverse, che guarda sempre tutto da due lati, persino quello che potrei condannare: uno stupratore, un femminicida, un pedofilo. Ma anche, una persona che sa che arriviamo a prendere la parte migliore di noi stessi se non abbiamo ostacoli fra il sentimento delle cose e le cose stesse, ostacoli posti con ottusa cattiveria attraverso l’applicazione di una censura che offende la capacità di vivere e capire.
In parallelo, c’è un altro libro, nella mia memoria, che ha formato nella Nerina femminista in erba di allora la consapevolezza dell’importanza di alcuni libri per la storia delle persone. Si tratta di una delle bibbie della mia generazione, quel Noi e il nostro corpo che proponeva alle ragazze, alle donne e alle signore di ogni età di pensare a se stesse cominciando a giocare con lo specchio. Ma non lo specchio di Biancaneve, caricaturale osanna del puro ed impuro, bensì uno specchio capace di far partire una donna da quello che vede se lo mette fra le gambe.
L’acquisto del libro fu per me atto volontario e non censurato, ma ho il ricordo di una censura feroce che colpì un’amica carissima di tempi adolescenziali che si vide togliere dalla madre un libro che riteneva scandaloso, peccaminoso, e persino capisce di contagiose scoperte.
Io e la mia amica di molte estati parlavamo molto di quel libro, e ricordo bene come mi ferì la censura materna subita dall’amichetta che coincideva con un veto sottinteso a frequentar troppo persone che leggevano quel tipo di libri. Non so se la mia amica lo abbia mai recuperato, so per certo però che è diventata una donna molto consapevole di sé, e che quindi in qualche modo quel divieto deve aver saputo rimuovere o cancellare.
Il ricordo più bello che ho, a proposito di cose ammesse o non ammesse, leggibili o “pericolose”, è lo sguardo pieno di affetto di mio zio Augusto quando mi prestò da leggere Il mestiere di vivere e le Poesie di Pavese. Mi disse piano, con grande dolcezza, qualcosa come: “eccolo, ma siamo sicuri che questo libro sia adatto al tempo che vivi?”  Non c’era dentro alcun veto, alcun no, solamente una protettiva e un po’ complice consapevolezza che alcune letture ti cambiano per sempre, di certo io penso per il meglio, ma anche a prezzo di una perdita: la perdita della confusa ma salvifica idea che al dolore si sopravviva sempre attraverso la gioia.
Ecco, caro Fabrizio, questo è il tema della censura per me, questo mi sale su se ci penso, ai libri censurati, ai sentimenti rimossi. Sopra, le copertine delle due edizioni che avevo di entrambi i libri che ho citato. Non so se siano stati oggetto di censura ufficiale, ma “unofficial” te li dono 🙂
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