mi piace, o no, non so, m’invento uno spavento

(spesso mi chiedo se abbiano senso i non commenti, che sembrano commenti e non lo sono–  però davvero è un gioco d’attenzione, e a volte, a me, succede; di chiedermi, di fronte a dei “mi piace”, senza parola, senza una sottolineatura: a sì, e cosa ti piace? fai bene tu a ridirlo: allora dimmelo: cosa ti piace? — sia la scrittura, sia la forma delle cose (le rose, i versi che poi prendono le righe, la morale, la scossa un po’ immorale, l’immaginario che applichiamo quando leggiamo, o divoriamo, o frettolosamente percorriamo, come dei vicoli un po’ stretti, troppo bui, maleodoranti, dal pavimento incerto…) ecco, ti metto qui uno scritto intero, e mi riservo lo scandalo che pure infastidisce me, di metter solo un piccolo mi piace, quando il commento appesantisce, non dice, non tormenta.

Appunti di lavoro… fra adolescenza, cinema e letteratura

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Avevo intravisto ieri sera, sul wall di @Silvia Molesini, questo articolo di Veronica Vituzzi. Che Silvia riportava sul suo wall di FB, con un commento.

Ci son tornata su stamane perché l’adolescenza, con questa sua scoperta di intimità che tutto a un tratto diventa condivisa, nell’esperienza del corpo che incontra un altro corpo, mi sale spesso in mente in questi mesi.

Ci sono stati ben tre film che ho visto di recente che hanno segnato un bello spartiacque con un pensiero (come quello di chi scrive nell’articolo che Silvia riportava), che mi è arrivato, ad eccezione che per la chiusa dello stesso, un pochino inadeguato a descrivere da solo qualcosa che, fra generi e trasformazione del pensiero sul corporeo, richiede un punto di attenzione meno sessuato e forse più sentimentale e sessuale.

Vere per certo alcune delle cose dette, soprattutto quelle che stanno sulle voci di potere, di conquista, ma sembra quello, preso a solo, un universo che mutua molto da certo immaginario che il marketing della scrittura femminile ha ben ripreso e riciclato in questi anni dal mondo sottomesso della donna come punto che si apre da cui partiva il femminismo.

Credo che invece, in qualche modo, la questione, ad oggi, sia essa stessa assai più aperta, violabile e confusa.

I film che mi tornavano alla mente sono Elles, di Malgoska Szumowska,
Giovane e bella, di Ozon, e l’ultimo nel tempo “Vita di Adele”, dalla stupenda Graphic Novel “Il blu è un colore caldo”.

In tutti e tre c’è un tema, che sembra premere alla porta schiusa del corpo femminile, e questo è il tema del silenzio. Stesso silenzio su un sentimento di sé e una scoperta del corpo (nel caso di due dei film un corpo che si fa parte di un desiderio omosessuale), silenzio che si porta nel cerchio della casa (ignara di una crescita e di un modo di sentirsi), ma anche nel più ampio cerchio degli abbracci, quello amicale di chi vive intorno a noi mentre cresciamo, ovvero l’altro corpo adolescente, che ci è nemico, amico con riserva, e a tratti sconosciuto.

Aggiungo ai film di sopra altri tre film: lo splendido “Lila dice”, che Ziad Doueiri trae da Chimo (pseudonimo dell’autore che ce lo dona come libro), e i più recenti Disconect di Henry Alex Rubin e il conturbante Two mothers, di Anne Fontaine.

Ed anche qui, mi sembra, che ci si imbatta in qualcosa che pone un ponte fra crescita e silenzio ed età forte nei dialoghi mancati, o sottintesi, col mondo degli adulti. Con le metafore per essi sufficienti.

Che sono le metafore del post, prese dai luoghi del dominio e non nella più evanescente terra di nessuno del silenzio e del pre-sentimento.

Tema ricchissimo, tema intensissimo, persino luogo di memoria e di spavento (memoria di noi stati adolescenti, dei nostri figli che si scoprono e che cercano le strade, per dirsi e per capirsi, per incontrarsi, per farsi grandi).

Insomma, mi viene voglia di pensarci su, anche per via di un titolo ed articolo che campeggiavano sul fatto Quotidiano giorni fa. Mi viene voglia di capire se possa essere soltanto l’ottica di genere a dire e render meno infranto quel processo che porta all’apertura all’altro (che si sia uomo o donna non importa (penso alle prime pagine del Pallonaro di Luigi Romolo Carrino, a Un bacio di Ivan Cotroneo, al bellissimo Ivan il terribile di Alcide Pierantozzi ).

Mi piace assai il piccolo commento che Silvia ha messo nel rilancio dell’articolo: una buona direzione. Non so se proprio lì ci sia una buona direzione, certo un bel lancio per pensieri ancora. Io me lo prendo come appunto di lavoro…

La religiosa forma della rosa che da ogni nulla ci protegge

pittogramma - N.G.
pittogramma – N.G.

Si è svolta ieri, nella bella cornice di PerPiacere,  la presentazione romana del libro di Giuseppe Varchetta “Ettore Sottsass, Tornano sempre le primavere, no?, uscito nel dicembre scorso per iniziativa editoriale di Johan&Levi.

Ho avuto, in occasione di questa lecture per sguardi,  la preziosa occasione di una nuova riflessione sul percorso fotografico dell’autore e su quello narrativo e poeticamente epistemologico suo e del suo ospite Valerio Magrelli.

Occasione nata dall’esser stata coinvolta nella presentazione a introdurre il loro [e il nostro] incontro e dialogo, sul territorio analogico dello scatto fotografico come forma narrativa, gnoseologica e di epifania.

Nel preparare l’incontro ho ripercorso una serie di pensieri, annotazioni, emozioni e suggestioni esistenziali che hanno accompagnato in questi anni la scoperta del lavoro fotografico di Giuseppe Varchetta.

Lasciando all’esperienza storiografica e interpretativa di Varchetta e Magrelli la restituzione di un racconto della figura e della esperienza creativa di Ettore Sottsass, che è per Varchetta anche racconto di una lunga, profonda e solidale amicizia, mi sono lato mio rannicchiata in una lettura dell’esperienza fotografica e dell’opera in quanto ri-rtratto nel luogo del pensiero narrativo come esperienza di conoscenza che sento a me più proprio.

Quello che voglio qui restituire è quindi solo la traccia di lettura che si è depositata (accanto alla coesistenza nel paesaggio della piccola mostra e della sua corporea avventura dialogica di questa occasione romana), nel paesaggio interiore che la rilettura aveva disegnato per me nei giorni e nelle ore precedenti.

Ecco quindi così, come dovuto in forma di rosa, le annotazioni che avevo preso e sono in parte rimaste [come dovevano] dentro di me, a ridire a latere e dopo.

Da fuori verso dentro: la fotografia di Giuseppe Varchetta parte da e si appropria di istanti in esistenza. Questa esistenza è segnata dal luogo fisico dell’esperienza del mondo che è sempre fuori dalla dimora strettamente personale del soggetto (sia esso singolo o in piccolo gruppo), e sempre colta in un istante che contamina persona e mondo.

Varchetta è un corpo che ritratto si pro-tende: in questo senso femminile, rivolto a, un luogo che accudisce la sua perdita, nell’innocenza dell’istante nel suo farsi già passato. E’ come se, dall’occhio tondo della lente, portasse fino al limite del perimetro inviolabile dell’altro un furto di emozione, una carezza senza detto, il lato muto di un sussurro. Prende qualcosa che nell’altro sfugge al desiderio di esser detto, che la foto dice inesorabile e per sempre. In questo senso, rabbiosa di impotenza, la foto uccide ciò che ama: l’irripetibile ed il sempre.

Volti che si aprono e si chiudono: son quasi tutti, ad eccezione del ritratto esplicito che fa al suo Sottsass per narrarlo in territorio altro, volti protesi al dentro di ciascuno che si aprono o si chiudono, a seconda del sentimento intimo del tempo che ciascuno vive, in quell’attimo di scatto,  e che Varchetta guarda, come direbbe Sottsass dicendolo fra loro, sempre e soltanto terribilmente amoroso.

C’è proprio tanto amore, in ogni singolo suo scatto. Dove lo scatto si fa bello per andar bello da chi è bello (Platone nel Simposio), e dove in fondo nessuno è bello in un senso patinato, ma tutto ha luce di quella stretta finitezza che ci rende eterni per l’attimo che diamo, che dichiariamo, che coltiviamo in esistenza.

Immaginare anche solo una parola, accanto a questi scatti, sarebbe un sacrilegio.

Se metto accanto, nella mente, gli istanti di Varchetta, se ne vien fuori la spiaggia dove gli angeli cantavano per Wenders. La voce che fa sotto-fondo a tutta l’opera è un canto che ri-dice che le voci del mondo non possono che essere cantate. Un battito, che viene prima e viene dopo le forme del linguaggio.

Eppure esiste una seconda piccola ossessione, per le parole che compaiono d’un tratto, fra le figure, dentro i passi, come una epifania di un dio che si è perduto e scrive sulla sabbia. Senza che noi si sappia cosa. Così direbbe anche Giovanni, evangelista. E sono quelle che compongono per parte un’opera, un’insegna, la fitta di uno strazio sulla storia in galleria.

C’è una dinamica straziante che passa dal sorriso al viso al cielo, come se il cielo fosse sempre troppo basso per poterlo dire. E’ orizzontale, a volte rischia il brivido di un salto che ci sposta in prospettiva, che ci fa piccoli, che ci sottrae e insieme ci fa parte della rigidità del muro.

Qualcuno parla, ma non sappiamo cosa dice, qualcuno si protende, qualcuno si sottrae.

C’è un femminile che è come portatore di un compito nel mondo, a volte il femminile si mostra come prima di un disastro (e non per caso ieri Varchetta ci diceva di Anselm Kiefer) che lo condanna al femminile doveroso. E spuntano le ombre di bellezza quasi androgina, benché marcata da una sensualità elegante, fatta di danza, di movimento che ci sposta anche da fermo.

C’è invece un’altra forma di sensualità maschile che è fatta di presenza, di consistenza, di esperienza, di cattura e di presenza volitiva. Persino quando, come nel caso delle foto che disegnano l’estremo fra nostalgia bagnata che si allaga e dismisura nella vita,  nel bel ri-tratto del suo Sottsass, questo volere è un dis-volere, un volgersi, un sottrarsi.

Ri-tratto che si ri-trae per commozione dal poter d’essere che si fa quasi insofferenza in esistenza. Come se per davvero fosse del tutto insostenibile che queste fioriture, queste primavere, siano lì sempre per tornare, e noi, noi nonostante, invece, noi fossimo stagione lunga, che sfiora i fiori e si ritrae tremando.

L’amore salva tutto questo, io credo. L’amore per tutto quello che può essere in ciascuno degli istanti, come una mano che si è presa all’amo della silenziosa pesca del fotografare. E non si può lasciar andare.

Così, eccola qui per noi, la mano dell’istante, che tocca tutto quello che è impossibile cercare di toccare. L’inafferrabile del tempo nostro. Il dio che non sappiamo, ma non c’è niente da sapere.

Se non:  la religiosa forma della rosa che da ogni nulla ci protegge, e che ci impiglia.  In amorosa conoscenza di ciascuna cosa.

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