Ti amo troppo e lo specifico del femminicidio

Ti amo troppo e lo specifico del femminicidio: ieri leggevo un post che descriveva una deriva che la storia prende quando viene smarrito il senso di una coscienza del danno. E che citava la parola femminicidio come assimilabile a questa forma di delitto. Almeno, questo ho capito. Mi porto dietro da ieri il desiderio di tornare su questo tema, per quello che di davvero specifico il femminicidio contiene. E questo specifico mi sembra essere dato dal fatto che una donna viene uccisa, spesso dopo iterate manifestazioni di disprezzo della sua integrità, in quanto donna. In quanto oggetto di desiderio, possesso e malinteso senso di prossimità all’altro (che sia un coniuge, un fidanzato, un amante rifiutato, un vicino di casa) che vede come legittima la soppressione violenta del rifiuto a questa stessa prossimità. L’altro elemento che mi sembra lo caratterizzi, in molti casi, è l’ambivalenza della vittima nel sentimento di paura, di amore e di tensione al recupero di una verità di relazione, che è davvero tutta femminile. Il femminile contiene una prospettiva di generazione di vita, e di confidenza alla morte, che è propria di un corpo che storicamente attua l’accoglienza, la nascita, lo svezzamento, la ciclicità attraverso la perdita di potenziale di vita nelle mestruazioni, e la cura di sé e dell’altro. Solo che spesso, proprio in nome di questo potenziale di genere così forte e vitale, quella che viene meno è proprio la cura di sé. Ci si espone al rischio della soppressione, e nel caso del femminicidio se ne resta vittime. Questa è una delle ragioni di gratitudine agli amici ed amiche di Corvo Rosso, e a Gilberto Gavioli che tanto fa con loro, per la mostra Ti amo troppo che approda a Roma a fine mese, e invade un centro commerciale, occupando uno spazio che è quello dei fidanzati, delle famiglie, delle persone in cerca di cose e persone, e quindi bisognoso di richiamo all’attenzione alla cura di sé nella cura dell’altro. Benvenuti a Roma, il 31 ottobre, ad Euroma2–

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http://www.tiamotroppo.it

Frances Ha… molto da insegnarci

Frances Ha, di Noah Baumbach, è una storia che fa scivolare una delicatezza tagliata nel disordine esistenziale della giovane protagonista e nella nostra. Parente stretto di Manhattan di Woody Allen, sia per il taglio fotografico che per i toni caldi di un B/N da carta opaca, ci attraversa la strada come la sua protagonista nell’atto solidale di una raccolta di elemosine per terze parti.

L’infidanzabile Frances ha nello zaino una storia di amicizia che pretende l’infinito. Non cerca altro, la ballerina tacco basso, che una dimora che sappia essere puntello e luogo libero, descrive e ci riporta in quella sacca (letteralmente colma di prospettive, di desideri e costruzioni) che non sa essere luogo pieno alla misura del tempo. E si dilata e si svuota e si rovescia quando l’approssimarsi delle ragioni adulte dichiarano e si dichiarano in una costruzione sociale che Frances vorrebbe a misura di secchiello (di desiderio piccolo, operoso e puntuale), e si concentra invece su un festival di vanità e di esclusioni. Che fanno specchio alla condizione di molta parte dei vissuti in questo tempo.

E’ sconclusionata ed esigente, Frances, ha una bellezza che è troppo preraffaellita per stare negli standard. Ha il desiderio di una casa e il portafoglio vuoto. Sa correre e sa ridere, sa piangere senza piangere, con una autentica ingenua correttezza che quasi quasi te la sposi per quanto lei è imperdibile.

Frances non scopa, fa l’amore. Ed è per questo che lo fa ma in modo occasionale, e senza mai mentire. Frances si sente ballerina, e disconosce un universo che le nega spazio. Ed è una ballerina tacco basso, con una grazia che non risponde a canoni e modelli, ma fa scattare il bello. Viene delusa spesso, viene tradita spesso, ma infine poi si costruisce. E sa adeguare il nome, se dirsi anche nello spazio stretto.

Se il mondo non ha posto, puoi sempre metterci il tuo nome, trovando un luogo che ti ospiti, facendo il verso a un modo che ti toglie, inventandoti un modello.

Sarà che appare così vera, mi sembra che dovrebbero clonarla, e renderla possibile ovunque serva il bello–

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