Alla luce del sole col favore delle nebbie

Il 21 marzo scorso anche Sermide ha festeggiato la primavera in arrivo, e lo ha fatto con un atto di presenza politica nel cuore di un Comune speciale, con Le stanze della poesia (in seconda edizione). L’evento è stato organizzato col sostegno del Gruppo “Alla luce del sole” (gruppo politico che nasce a Sermide, da una fioritura esterna del PD,  nella primavera del 2011, con il comune convincimento che “Il contributo di ognuno sia ricchezza per tutti”)  e con l’impegno pieno dell’Amministrazione comunale e delle Associazioni sermidesi.

Arrivare a Sermide per Le stanze della poesia (che Zena Roncada ha curato in ogni dettaglio con l’aiuto e la partecipazione attiva di tutte le realtà che hanno sostenuto l’iniziativa) è stata un’esperienza di gioia e sorpresa. La casa di Zena e Lino, aperta a un’ospitalità autenticamente accogliente, la cura di ogni momento e di ogni più piccolo sentimento, la gentilezza concreta e fattiva di ciascuno, sono stati un’immersione in qualcosa che il grido di scontento porta a dimenticare: esiste un’etica del fare che viene prima dell’estetica del pensare. E quando questa ha luogo, è perché dietro le emozioni e i bisogni, le parole e le risposte sanno darsi alla luce di un lavoro continuo. Attento, puntiglioso e inesausto, compiuto ogni giorno per capire, com-prendere e sostenere le cose. Con la doverosa pienezza di contenuti e di modi che solo una vita intera dedicata al pensare e fare per il bene sociale, con impegno all’onestà, può costruire.
La casa di Zena e Lino, che fa fulcro all’arrivo di chi come noi arrivava da fuori, ha dentro, per tutti, valori e colori. Il terrazzo, così pieno di piante e di fiori, e nascite e vite, ogni stanza un convivio che ogni oggetto dichiara.
La cura del cibo, l’attenzione alle età, tutte e insieme, ne fanno quel luogo nel quale chiunque potrebbe “trovarsi”. I libri, gli oggetti, il far eco alle mani, il tenere per sé ma non chiuso il pensare e portare. La scrittura trabocca da tutte le cose, e davvero le parole e le cose non corrono mai né disgiunte né monche.
Dalla casa di Zena, e da tutte le altre di Sermide, si dirama un sentiero di voci e azioni che ci porta alle Stanze, che in una piccola scuola, destinata a ospitarle, danno luogo a un pomeriggio lungo di versi ed incontri. Persone e parole si riversano e fanno luogo, con una inaspettata, antistorica e vitalissima inclinazione a riconoscere e dire la potenza attiva della scrittura e le metriche esatte, eleganti e potenti del luogo.
Col favore delle nebbie si racconta una storia che è tutta umida e bianca alla luce del Po, e che però si apre a un attraversamento, che si vuole portare di regione in regione, di mente in mente.
Essere ospitati lì è stata una conquista di modi e luoghi altri, una apertura di senso, una piccola violazione del codice stanco (e solipsistico e autoreferenziale) che si accompagna spesso alle letture ed ai luoghi un po’ asfittici del dire poesia.
In una terra fiorita di narcisi, nessun narcisismo.
Invece, piena e invasiva (come piena del Po), la vicinanza concreta, e politica e bella, del dire e del fare, come sa solo il fiume.

quando affrettati usiamo, per nominare una cosa, una parola sola

IMG_1944
(E. Jabès, Il libro delle interrogazioni)

Ho conosciuto le tue mani al passaggio alle mie, buio anni ’70.
Un Oscar Mondadori con foto di Anna Frank.

E le tue mani entrando in una piccola Agenzia, a Cosenza,
con seicentomila lire a rate tutte insieme e per me.

E le tue mani nascoste che prendevano Sartre (a Parigi),
e tra le foglie del vento la forza di Shelley.

Che leggevano Mann di recupero alato,
proprio un attimo prima di arrivare a Venezia.

E le piccole mani che vergavano strette
eleganti e chiare, nome, giorno e le ore,

perché noi eravamo la piena dei nomi,
e non sapevamo dire rossore e tremore.

E le tue mani nuove per dare gli occhi agli occhi,
ora che vedono male, e hanno allargato i mondi,

dando un senso spento a montature ed occhiali.
E le mie mani aperte, su ogni libro e verso,

che ho pubblicato da sola, o che qualcuno ha messo
dove era bello (è stato bello– ) pubblicare con te.

E le tue mani spillatrice, su quella pagina in cartoncino,
che ha detto libro chiaramente sopra le cataste da bureau,

a culo dunque tutti: studi di settore, tasse, e fighette start up

E le tue mani che ci hanno messo le dita, nei buchi neri in rete,
come se fosse un collant o un preliminare d’amore.

E le tue mani che hanno preso in prestito, senza garanzia di sorta,
come qualcuno rubava i libri , e molto dopo li restituiva.

Tutto questo per dire che aveva amato [oh, quanto–]
l’edificio del verbo. E le tue mani aperte, se viene letta

una parabola, e le parole vanno, come se non fossero parola–

Le tue mani veggenti, perché hai scritto, infine, soltanto
sulla sabbia, e non sappiamo cosa. Ed è così che immaginiamo.

E le tue mani ogni volta, quando ho sentito dire
di non averne, di soldi, per prender libri e quaderni.

Ed ogni volta, ogni volta, ho desiderato che fosse. E desidero ancora.
Che ogni singola pagina, di ogni perduta parola, diventi qui, immateriale,

e davvero qualcosa. Impalpabile resa non erosa dal tempo.
In qualche modo sottratta alla piccola morte.

Che noi tutti siamo,
quando affrettati usiamo,
per nominare una cosa,
una parola sola.

#stopbookwar

*

*Raccogliendo l’invito che è nell’articolo di oggi di Massimo Celani.

Parigi è sempre Parigi. Riconoscimenti per foto e narrazione

di Paride Leporace*

cover-stampata-copiaNell’epoca ipertestuale e del trionfo della riproducibilità tecnica è difficile affidarsi ai buoni libri. Soprattutto quelli piccoli, che non vanno in tv, e risultano particolarmente preziosi per quel tempo che rubano alla noia e offrono al riconoscimento delle idee e dei sentimenti. Inutile nascondersi, questa buona caccia è favorita dalla conoscenza diretta e spesso personale con l’autore. Non parlo di quell’amicalismo amorale che tante storture provoca nell’industria culturale italiana, ma di rapporti intellettuali sani che ci permettono ancora di saperci muovere nella foresta dei segni e nella consapevolezza del consumo di parole e visioni.
Nerina Garofalo, con definizione a la page, è una “narrative thinker”. Narra benissimo e pensa ancora meglio. Viene dalla mia Itaca cosentina, stesso liceo e stesse piazze. Le abbiamo condivise un quarto di secolo dopo sui social e in antologie di racconti, riprendendo i fili di una militanza politico-culturale che non smette di…

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