L’immagine di una protezione e di una parola che ci segue

Si apre domenica, nell’ambito della Settimana della Santità calabrese, una mostra curata dall’Editore e amico Demetrio Guzzardi dal titolo Santi, santità e santini di Calabria nel Cgiostro della Basilica di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma.

Come ho avuto modo di annotare poco tempo fa, la raccolta di questo ricchissimo repertorio di immagini che testimoniano l’intimità della preghiera per i credenti, ha per me un fascino del tutto speciale.

Quando ne ho visti alcuni a casa di Demetrio, alcuni anni fa, mi ha molto colpito il sentimento che nascondono e la ricchezza di sfumature culturali che esprimono. Nella scelta di associazione fra immagine e preghiera o pensiero votivo, si annida (come in una culla di vicinanza) il portare con sé e il portare nel mondo di modi e sentimenti di religiosità che contengono modi e mondi di legger il sacro e la sua vicinanza protettiva al nostro mondo.

Nella dimensione di fede, a volte, la creazione delle piccole opere di preghiera che ci accompagna è la creazione di un messaggio che ci rassicura e ci racconta a un tempo, nei luoghi delle case, nella preghiera fra le pagine, nel farne dono e luogo di condivisione.

E’ per questo che il lavoro di recupero, archiviazione, conservazione e racconto fatto da Demetrio ha un particolare significato, e consente una riflessione su percorsi e modi, intimi e non, di sentire la fede tanto lontani a volte da essere imperscrutabili.

E’ uno dei lavori biografici più belli che abbia mai visto. Varrebbe la pena di accostarsi ad esso in ottica di lettura dei linguaggi nel mondo, e con intima domanda su come l’immagine e la parola possa essere portarci a stare in un sentimento del mondo che non ci lasci soli. Auguri a Demetrio, che spero di incontrare domani.

settimana calabrese

Ho letto d’un fiato, in due momenti di primavera in terrazzo, “Vallanzasca”

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Ho letto d’un fiato, in due momenti di primavera in terrazzo, “Vallanzasca”.

La graphic novel, appena uscita per la Round Robin, è sceneggiata, con densa e sapiente finezza, dal cosentino Luca Scornaienchi, e disegnata, magistralmente, dall’artista sardo Jonathan Fara.
Presenti entrambi nel panorama creativo di questi anni, con questo loro lavoro hanno donato, a noi e alla storia di questi ultimi anni (e di altri antichi e smarriti nel tempo) un ritratto chiaro di dolcezza sfinita, del tutto priva di retorica e tranelli, di uno dei più noti e favoleggiati protagonisti del noir della mala-vita reale. Il bel Renato, per certo colpevole, così difficile da definire e circoscrivere stretto. E infatti loro non circoscrivono, lasciano tutto andare lento, in mare aperto.

La lettura in terrazza, al tavolino di marmo e ferro che mi ha ospitata, rievoca la sosta in un Café. Mi è sembrato, confesso, istintivamente inevitabile mimare leggendo la scena di innesco che Luca Scornaienchi mette in nota iniziale, per ridarmi il senso di quel respiro forte [interno esterno, interno esterno] che presentivo che questa storia avrebbe potuto evocare. Ed così che è stato.
Un testo limpido, definito, elegante, mai sopra le righe, eppure a tratti come vicinissimo al verso. Tutta una serie di tavole e parole che ti portano dentro, in un dolore pulitissimo, privo di sfondi e leggibile, fino a saturare in lettura, con inquadrature che sapientemente “tolgono” (la Storia), e sapientemente mettono (dialogo e persona) in primo piano.
Tavole depurate dal colore. Come dev’essere ed è, perché il colore di questa storia è un nero, che si accompagna al bianco e tiene il rosso dentro, come custodito lì, non rimosso e celato, nel luogo invisibile che non si rimargina mai.
Ed è dal bianco, infatti, dell’infanzia intoccabile, che prende il passo e chiude questa narrazione che non ha fine, con una storia di bambini e di tigri che sanno essere esca, e al tempo stesso automobile in corsa. Per trasportarci altrove, prima di ogni evento, nel luogo esatto dove l’infanzia finisce, e non  si sa, né si vuole, che l’infanzia stessa ci finisca mai.
Luca Scornaienchi ce la presenta da subito a partire da una perdita, come una historia negra che ci si narra comunque; mentre si perde per “caso” l’occasione vera– di sentirla narrare. Da voce viva e al caldo dello sguardo.
E ce la conferma portandoci, come in veste privata, nel luogo vero di incontro, a cui la sorte fa inciampo. Che sottrae e ha sottratto, almeno stando ad oggi spero io, al narratore la sua voce narrata. La perfezione spezzata fra biografo e graffio. Forse è per quello che ho scelto, dopo appena due pagine, di andare a leggerlo lì, a un tavolino sul terrazzo.
Come se fosse un recupero, di scarto dal reale, di quella convergenza. Che si scopre negata dall’ultimo arresto, poco dopo l’incontro col disegnatore biografo, e che torna, nell’azzurro degli occhi a parlarci impudica e lucente, nel lavoro bello di Scornaienchi e Fara, di Vallanzasca— Renato.

la qualità della vita comincia solo dove le cose possono cambiare

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E’ in corso lo sciopero che i sindacati degli insegnanti hanno indetto contro la riforma proposta dal Governo. Ieri, con nostro figlio, su sua richiesta, abbiamo parlato un po’ di questa riforma, e del significato e valore della scuola pubblica. E’ stato commovente, per noi, che lui abbia voluto capire e discuterne a pranzo e a cena. E che, come noi, abbia visto come positive alcune delle proposte che la riforma contiene, pur condividendo l’idea che si debba tutelare la qualità della scuola pubblica prima di ogni altra cosa. Anzi, se devo dire, la mia personale idea è che per la formazione primaria e secondaria, la scuola privata non dovrebbe neanche aver modo di esistere. In una visione quasi sovietica, penso che la scuola debba essere il luogo di massimo investimento dello stato. Accanto a quello della cura e della tutela dell’età terza e della disabilità. Accanto a questo, però, credo che debbano essere chiari e ricorrenti i criteri e i luoghi e i momenti di valutazione del lavoro degli insegnanti. Come genitore mi sono trovata a volte di fronte all’impossibilità di un dialogo e di un ascolto reciproco, in particolare nella scuola elementare e media inferiore che mio figlio ha frequentato, dove quella che, nella mia percezione, è una non conoscenza di metodi e strumenti (e spesso persino delle direttive MIUR accompagnata a una lsotanziale negazione del valore dei decreti delegati), mi hanno portata a considerare quasi sempre l’incontro con gli insegnanti come un luogo di scontro, spesso inutile. Ci sono ottimi insegnanti, preparatissimi e capaci di dialogo e sviluppo, in moltissime scuole, e questo deve essere riconosciuto e premiato. Così come, ci sono luoghi di inefficienza, parassitismo e incompetenza, che devono essere rimossi proprio per la delicatezza estrema del ruolo insegnante. Ci sono opportunità che la scuola deve saper creare, e devono essere valutati e premiati quei Presidi che nello specifico dei vincoli territoriali sanno offrire a ragazzi e ragazze, insegnanti e genitori, il meglio. Non sono gli anni a contare, ma i giorni: come vengono spesi per l’altro e non per sé stessi. Ci sono insegnanti che amano valutare, a volte sadicamente avvinti a criteri matematici, ma non tollerano che si voglia provare a capire come auto-valutarsi e farsi valutare. Questo perché la scuola è intrisa di retrive logiche di punizione e classificazione. Non posso sostenere una scuola che valuta i ragazzi e non vuol essere valutata; il raggiungimento di uno status professionale non è per sempre, si fonda su una relazione: con se stessi, coi colleghi, con i ragazzi e con i genitori. E con il territorio, la realtà e il mondo del lavoro. Se mai, mi piacerebbe si dedicassero energie a capire “come” valutarsi in ottica di formazione continua, e di adeguamento al mondo che cambia. Mi piacerebbe che si parlasse di burn out per gli insegnanti e che sapessero chiedere aiuto quando ne sono oggetto dolente, e che gli insegnanti sapessero dire, come alcuni egregiamente sanno fare, quello che ogni ragazzo o ragazza conosce e sa fare e può sviluppare, e non quello in che i ragazzi non sanno fare. In tre anni di consigli di classe, nella scuola media inferiore che ha frequentato mio figlio, non ho assistito, come rappresentante dei genitori, a un solo colloquio di gruppo costruttivo e attento al valore portato dai singoli studenti. E nessuno mai, fra quegli insegnanti, si è vergognato di dire ogni volta che, con poche eccezioni (un paio), su oltre 25 ragazzi quasi tutti erano svogliati, incapaci di completare i compiti e disattenti. Mi chiedo se questa percentuale discrediti i ragazzi o il lavoro fatto in classe… Ho visto comportamenti da me sentiti come al limite del sadismo nelle modalità di restituzione orale veloce alla fine degli esami di terza media date ai ragazzi che avevano appena completato il loro primo importante colloquio; ho visto ragazzi e ragazzi educati, ordinati, composti, accolti in commissione con le patacche sulle camice e il prendisole trasparente. Non si tratta di essere moralisti, si tratta di esigere il rispetto per i luoghi di formazione non solo ai contenuti ma ai rapporti, ai modi, alle forme di convivenza. Ho visto insegnanti presentarsi ai colloqui con logopedisti e neuropsichiatri, fissati per la pianificazione didattica individuale e previsti da mesi, esordendo per tre volte in tre anni con la frase: “mi scuso ma ho solo qualche minuto, mio figlio oggi non sta bene…”, e gli stessi insegnati disattendere tutte le indicazioni date dagli specialisti per rendere possibile una didattica a misura di persona. Oggi mio figlio frequenta un ottimo liceo pubblico, che è decisamente, nella nostra percezione, un luogo migliore di quelli che abbiamo incontrato prima. Ha ottimi insegnanti, che nella scuola pubblica si fanno carico di sopperire alla confusione e alla mancanza di risorse. Che cercano di capire e di ragionare con i ragazzi. Sarei felice se questa scuola pubblica, come le altre, potesse avere più fondi, più sponsor, e il nostro 5xmille, già da adesso. Se potesse far fare ai ragazzi più stage ed esperienze. Se fosse premiata per la qualità che esprime. E sono felice, e molto, di aver visto mio figlio farsi domande, e sentirsi libero di dire: io domani voglio entrare, perché secondo me è una buona riforma, anche se non condivido tutte tutte le cose che si propongono. Ma anche sarei contenta se fosse messa in discussione, con criteri oggettivi, quella vecchia scuola in cui mi sono sentita dire, come rappresentante di classe: siamo qui per darvi delle comunicazioni e non abbiamo tempo di ascoltare i genitori. Certo, è il mio personale vissuto e la mia percezione di esso, non pretendo che sia la ragione di una valutazione. Pretenderei però che ci fosse una scuola che permetta di fare domande sulla qualità degli insegnanti, e dei rapporti, e che valuti i presidi per come sanno valorizzarla o meno. Per quanto impopolare possa sembravi, io oggi penso questo ed ho voglia di condividerlo. Perché ci sia una scuola pubblica, e finalmente solo una scuola pubblica (questo chiederei a Renzi e al Governo, piuttosto che la salvaguardia di un status quo a volte avvilente), perché non si facciano concessioni alla scuola privata ma si prendano risorse a quella, e le risorse vengano destinate a rendere più viva e ricca la scuola di tutti, che è la radice di una democrazia, di un diritto e di una vera eguaglianza: capace di esprimere le differenze. Il mio augurio ai molti insegnanti in sciopero oggi è che la loro voce venga ascoltata quando chiede risorse, ritmi di lavoro umani, condizioni infrastrutturali sicure e moderne, reti telematiche potenti, spazi di vita vera, un investimento sulla scuola pubblica. Ma anche, che sappiano guardare alla qualità della vita, che comincia solo dove le cose possono cambiare, a partire dalle nostre.

Tusk e task

ieri sera ho visto Tusk, di Kevin Smith— Io Kevin Smith lo amo proprio, da Clerks in poi è stato amore senza fine. Devo dire però che ieri sera è stata dura la riconferma. Era da Boxing Helena che non mi sentivo così male a vedere un film. Perché non ero sui canali Crime, ero lì. nella testa del buon Kevin e cercavo l’amore di sempre. C’era, ma era un amore malato, una cosa senza gioia. E dai primi 20 minuti sai che non ci sarà lieto fine. Sarà questo tempo di nostro scontento, ma davvero avrei voluto potere cambiare tutto, soggetto, sceneggiatura, finale. Ed è che, forse, è così che vorrei per tutto il resto…

kevin-smith-hopes-unveil-tusk-next-years-sundance-film-festival-reuters

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Una storia disambientata

intermittenze- scritture di Anna Leone -altre voci-

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Il blog romano che dall'VIII Municipio parla al mondo

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