Giuseppe Varchetta e PoliRadio – Parigi val bene uno sguardo

Ed oggi, anche, la trasmissione bella che POLI.RADIO ha dedicato alla vita, e alla Parigi nello sguardo, nella quale Giuseppe Varchetta ha parlato del nostro Taccino, nato grazie alle edizioni del Foglio Clandestino e a Gilberto Gavioliquasi un anno fa– La trasmissione è tutta bella, e Pino Varchetta interviene alla fine della trasmissione.

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Quando la formazione attiva fotografa la gioia

 

Mi è capitato di recente di ritrovarmi, quasi per caso, in un luogo romano che riconcilia, chi come me fa anche formazione per gli adulti, con il proprio lavoro e con le pratiche di incontro e attivazione per l’apprendimento. Questo è accaduto alcune sere fa, per 4 settimane, quando l’esposo e un gruppo di amici di sempre, si sono iscritti a un corso di approfondimento (sui setting fotografici, il ritratto in studio, l’uso delle luci in interno) proposto dall’Associazione inAutomatico, e condotto, nella loro sede del Pigneto, da Gica, con il supporto del collega Gino. Poiché la sera del primo seminario avevamo in programma con l’esposo di cenar fuori, da Betto e Mary che è lì vicino, i formatori ed ospiti mi hanno accolta in via amichevole come uditore al seminario.

Bellissima e devo dire inaspettata ottima esperienza. Di ascolto, di condivisione, di cura del significato delle cose per quelli che eran lì, di attivazione di pensieri ed energie. Così ci sono tornata, e penso di associarmi presto, pur non essendo una fotografa, per il piacer di imparare lì con loro in modo così bello, fuori dai canoni accademici e dentro invece a un fulcro di passione.

Per la fotografia, senz’altro, ma soprattuto per chi impara, sperimenta, si confronta, apprende e dona il proprio contributo a un gruppo.

Cos’è che ha reso tutto un po’ speciale?

L’autentica e decisa inclinazione a vedere che le persone che sono lì si sentano capaci e libere di esprimersi, la cura per le cose da scambiare fra un seminario e l’altro, il bel carattere gioioso e ricco di Gica e Gino, la sede funzionale pur nel suo essere spartana.

La libertà di essere con gli altri, di stare ad imparare senza che chi ci insegna passi per santone. Con le risposte che sanno essere liberatorie e, prima ancora che qualcuno faccia una domanda, l’intuito nel vedere cosa serve a chi migliora, si fa più esperto, ma non conosce il mondo che ruota intorno a tecnica e passione.

Io devo proprio ringraziarli: per quello che ho imparato (e spero di imparare), per l’accoglienza di ciascuno@, per la puntuale indicazione dei tranelli e per le dritte da utilizzare quando si fotografa, per aver fatto vivere dei set senza nessuna rigida espressione di aprioristica eccellenza, usando il set e gli strumenti e le persone come si fa quando si mettono le mani in pasta per tirar fuori da ciascuno la sua forma. In questo caso la sua foto–

E poi per essere nel centro di un quartiere dalla parte meno snob, quella coi gruppi di immigrati e gli studenti alle fermate. Dandoti la certezza che ci vivi per davvero, a Roma, e Roma è una fotografia scattatile dovunque, anche senza nemmeno un monumento in giro.

Ecco, io vorrei che questo fosse sempre, quando ci si ritrova a far formazione. Senza gli slogan ad effetto, senza le rigide scalette. Con l’esperienza di chi porta e la passione di chi aspetta e poi fa insieme. Fare con.

Allego sotto la loro storia associativa, che è storia di passione che si fa ricerca. Se avete tempo, provate ad incrociarli, vale il tempo. E porta gioia. E dopo, il desiderio di far meglio, di essere scatto bello.

Grazie anche qui a Gino, a Gica, ed tutta quanta la passione che hanno dentro.

Peraltro, meriterebbero davvero che qualcuno finanziasse tanto impegno.

In rete, li trovate: Giancarlo Gica, Gino Pandolfi, InAutomatico. Enella loro Page o in gruppo chiuso, dedicato gli Associati.

Qui, nelle foto, momenti di backstage presi da me in iPhone, da dilettante, mentre il bel gruppo lavorava.

La modella nella foto è la deliziosa e simpaticissima Patrizia Mariotti.

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Ecco la storia narrata da loro:

“L’associazione fotografica In Automatico nasce sui banchi di un corso di fotografia,

dallo studio della tecnica fotografica si è creato un gruppo di amici che, con tanta voglia di stare insieme, di imparare e soprattutto di fotografare, ha iniziato ad organizzare uscite fotografiche in gruppo, crescendo in maniera esponenziale giorno dopo giorno.

Nel corso degli anni grazie all’impegno e la voglia di fare,siamo sempre saliti di livello, iniziando ad organizzare workshop tematici, corsi generali e a tema di tutti i livelli e collaborando con professionisti affermati.

Oggi “Inautomatico” è una associazione culturale con una sede propria e una organizzazione interna, il gruppo di fotografi sulla rete conta migliaia di iscritti, è diventata tra le prime associazioni nel panorama della fotografia amatoriale romana, ed è ormai conosciuta in tutta Italia.

Lo spirito dell’associazione nonostante la grande crescita è rimasto invariato, ovvero il poter offrire il meglio a livello qualitativo con spese minime per i partecipanti. Infatti l’associazione, non a scopo di lucro, è sempre riuscita ad organizzare eventi di grande livello qualitativo, con fee di ingresso limitate per gli associati, sufficienti però a rientrare delle spese sostenute.

Abbiamo avuto importanti partner (quali Nikon School tanto per citarne uno) ma oggi stiamo lavorando oltre a consolidare gli importanti rapporti si lavora puntando sempre più in alto per averne di nuovi.

Anche con importanti collaborazioni, il nostro spirito resta il medesimo, parlare di fotografia per approfondirla e diffonderla, con un solo obiettivo finale, il più difficile: diffondere la cultura fotografica per poter utilizzare la macchina fotografica con sempre maggior consapevolezza.”

On c’est reconnus, Paris – Una recensione di Giulio Gasperini

Grazie di cuore a Giulio Gasperini per la sua bella e acuta recensione al Taccuino

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http://www.chronicalibri.it/2015/11/una-parigi-riconosciuta-con-altri-sguardi/

La distribuzione del Taccuino è a cura dell’Editore, che può essere contattato all’indirizzo della Redazione.
Per le altre Pubblicazioni che Gilberto Gavioli ha scelto per il catalogo della sua casa editrice,  val la pena di far un giro attento nel sito delle Edizioni del foglio clandestino.

La legge del Mercato può essere infranta – Ai colleghi formatori in vista del Convegno Nazionale

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La legge del mercato è credo il più bel film che abbia visto di recente sulla relazione fra persona e lavoro. Per la regia di Stéphane Brizé, esce nelle sale nel 2015. La storia, del tutto ordinaria, è quella di Laurent che a 51 anni si ritrova a cercare lavoro. Come tanti di noi. Uno straordinario Vincent Lindon (premiato a Cannes come  miglior attore) ci restituisce per un’ora e tre quarti, sempre presente a se stesso, la somma delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri di Laurent senza che sia nemmeno necessario palesarli nei dialoghi.

Ogni più piccola e articolata valutazione di cosa sia diventato il lavoro è lì, senza pietà svelato, nel corso degli eventi minuscoli della vita di Laurent, che ci avvolgono nella spessa materia del bisogno quotidiano accostato alla non appartenenza a un progetto di mondo che passi sopra le persone e le trasformi in procedure. Casi di studio, role playing e società di placement asserviti alla logica delle formazione continua come risposta parassitaria a una società che non riesce a pensare il lavoro né in modo antico né tantomeno in modo nuovo.

Sono davvero molti i film che hanno portato nell’ultimo decennio un contributo ben preciso al disvelamento alla solitudine grande che stiamo disegnando intorno alle persone, penso solo a titolo di esempio agli italiani Il posto dell’anima e Giorni e Nuvole, ai francesi La vita sognata degli angeli e al più recente Due giorni, una notte. E penso anche a quella piccola meraviglia che è L’età barbarica di Denys Arcand.

Se però questo film di Brizé mi colpisce in modo del tutto particolare, quanti insostenibilmente, è per quel riferimento forte, non eludibile, alla distanza oramai incolmabile delle agenzie di placement e di formazione continua dalla verità del dolore personale di chi perde il lavoro e non può ritrovarlo se non al prezzo di una dimora spinosa (in un mercato del lavoro che da un lato esprime regole di contrattazione e vissuto inaccettabili, e dall’altro fa sopravvivere parassitarie esperienze di formazione e consulenza che non sono capaci di aiutare davvero, all più capaci di generare un mercato per se stesse).

Ora, avendo per oltre 5 lustri dedicato la mia vita a capire come pensare il lavoro e le organizzazioni e la formazione degli adulti in termini di possibile intervento per il benessere e il miglioramento delle opportunità, un film che così puntualmente, senza troppe parole (ma senza che sia possibile confondersi in ambiguità), palesa la sconfitta sociale e politica di questa missione, non può che arrivare come la rappresentazione (chiara, solidale al dolore e all’inquietudine, e ineluttabilmente vera) a molti pensieri che da qualche anno sento premere sul mio io professionale.

Fra pochi giorni si svolge a Milano il Convegno nazionale dell’AIF, l’Associazione che in Italia da sempre raggruppa la comunità scientifica e professionale dei Formatori, e che ha svolto nel tempo una attività di osservatorio e di riflessione impagabile. Moltissimi e più anziani colleghi hanno contribuito a portare in Italia e fuori un contributo ricchissimo alla individuazione di un perimetro etico di partenza per chi si confronta con i vissuti dei lavoratori, delle lavoratrici, e delle imprese, nel privato e nel pubblico, che consenta di agire la formazione come opportunità di rispetto del lavoro e delle persone, possibilmente tenendo conto della priorità umana sempre indiscutibile.

Il titolo del convegno annuale è Liberare la formazione per generare possibilità. Non mi sarà possibile ascoltare i colleghi a Milano, ma penso e spero che si tratterà di una occasione concreta di riflessione non solo sul mercato della formazione, ma soprattutto e prima di ogni altra cosa sull’identità del formatore in un mondo in cui vien meno, sempre più velocemente, l’identità di chi lavora. E, temo, l’identità del lavoro.

Rivolgo qui l’invito, a quanti saranno relatori o partecipanti a Milano, a non sottovalutare il rischio della distanza della nostra professione dai vissuti e dalle trasformazioni traumatiche che mai come oggi toccano chi lavora e non lavora. Vi esprimo qui un invito ad un pensiero autentico, epistemologico e politico per la costruzione e ri-costruzione di una prospettiva professionale centrata sulla persona e sulla dignità del lavoro e non alienabile a un formatore.

Bello sarebbe che qualcuno portasse la prima mezzora del film in visione, al posto di qualsiasi discorso. Raramente ci è stata offerta, come in questa pellicola, una testimonianza di valore e disvalore di molti modi di essere formatori consulenti e fare consulenza e formazione.

Personalmente credo, da un po’ di tempo, che questa forma autentica di riassetto della figura professionale vada cercata davvero con un atto forte di presa di distanza, presa di distanza da progetti e modelli d’intervento che sono asserviti alla Legge del mercato e hanno dimenticato il valore dell’uomo e della donna. E il valore del lavoro.

Con l’augurio migliore di buon lavoro a voi colleghi e colleghe tutti, in rete e fuori confine, mi permetto di ribadire l’invito: andiamo a vedere tutti questo film, e togliamoci con Laurent la tenuta da lavoro, uscendo fuori.

Anche riprendere la propria auto in un parcheggio può essere bellissimo, se si percorre lo spazio il più possibile liberi da una formazione che si vuole asservita alla Legge del mercato.

CONVEGNO-AIF-2015-800

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