Resistere è un atto di memoria – Lui è tornato

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Un buon modo per celebrare il 25 aprile potrebbe essere andare a vedere domani in sala “Lui è tornato”, il bel film di David Wendt (film tratto dall’omonimo libro di Timur Vermes, pubblicato in Italia da Bompiani).

Il libro, come riporta la Nexo Digital,  “è stato primo nella classifica della rivista SPIEGEL per 20 settimane, ha venduto oltre 2 milioni di copie solo in Germania e vede traduzioni in corso in oltre 40 paesi, tra cui Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia, Giappone e Cina”.

Il film ipotizza che Hitler, per un varco che si apre nel tempo sotto terra nello spazio berlinese occupato dal bunker (nel quale Hitler si uccise o fu ucciso il 30 aprile del 45), ricompaia a Berlino nel 2014. portando con sé reazioni ed azioni purtroppo del tutto credibili.

Intorno a questo apparire, che viene ripreso e “girato” non solo nella stretta cornice del film, ma anche fra la gente e le piazze, si snoda una catena di eventi che partono da una Germania che vede in questa icona la sola possibile voce di un comico, e risalgono fino a un’altra nazione che lo lascia vibrare come voce che ammicca, che porta in rilevo, che svetta. Fra clamori mediatici e pulsioni primarie di sopruso, razzismo e di morte che si fanno sentire, si svelano, intorno a un evento improbabile, ma a pensarci, a partire dalle immagini finali del film, tristemente possibile.

E così che il fantasma incarnato si fa spazio fra palinsesti e gruppetti reali, si annida nel tempo che viene senza alcuna paura di dire il passato, svelato, denudato, denunciato e scacciato soltanto da una mente che vive al presente senza troppa energia, e che invece recupera, e grida, e si fa ferma e netta, di fronte al sopruso di un tempo che rischia, e propone di stare con lo sguardo al passato senza troppa vergogna. La voce di che è sopravvissuto ai campi, a quel tempo che vorremmo mai più declinato.

Allora, la domanda che faccio, mi faccio, è che cosa sia davvero il fascismo oggigiorno, cosa sia diventato quel bel quotidiano che avevamo costruito e affermato che diceva: nessun fascismo mai. Perché invece di fascismi se ne vedono risalire ogni giorno, pesanti, e purtroppo persino collusi, nei giorni, con quel malcontento che ha radice nel nulla (del lavoro, del senso politico dello stare nel mondo).

Sarebbe interessante capire quel legame (che il film evidenzia) di questo rigurgito nero con i Verdi tedeschi, soltanto accennato ma oscuro e inquietante.

Da domani questo film sarà nelle sale, per tre giorni, a ridire qualcosa che ha senso pensare, conservare, tenere negli occhi. Lui è tornato, purtroppo, non sembra potere restare soltanto uno scherzo del tempo.

 

Fra desideri e desiderio, amarsi è ciò che conta

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Ho visto solo da pochi giorni “Diario di una teenager”, il delizioso film del 2015 per la regia di Mariella Heller, premiato sempre nel 2015 al Sundance Film festival per la miglior fotografia.

Tratto da “Diario di una ragazzina”, di Phoebe Gloeckner, il film ripropone uno spaccato anni 70 imperdibile, in una San Francisco ricostruita e sfumata con incredibile abilità.

Ma il film non è soltanto questo. Non è solo fotografia superba e colonna sonora da brivido. E’ un film delicatissimo, femminista e meravigliosamente complice del farsi dell’adolescenza.

Senza sconti e omissioni verso modelli familiari centrati sull’individualismo genitoriale, mascherato da progetto politico e sociale, il film ci restituisce gli occhi, il corpo, la voce e l’immaginario adorabilmente proposti nella storia di “Minnie”, che nel farsi strada alla scoperta di sé attraverso il corpo e le forme non mediate del desiderio che preme (di scoprire, di innamorarsi, di sentirsi amata e di “essere vista”) apre tutto un mondo di connotazioni sottili e vibranti.

La cecità della madre nel non vederne la crescita e neppure l’azzardo, la libertà della piccola Minnie di riprendersi un corpo che non ha ancora una forma, il precedente dell’arte nel registrare la vita (su cassetta, come dev’essere, nei 15 anni degli anni ’70), la caparbia visione di vocazione e passione che si fanno strada fra una scuola che non ascolta e un mondo intorno che stenta proprio a coesistere con la libertà e le passioni, sono il centro del film.

Ci sono luoghi della sceneggiatura davvero bellissimi, da riascoltare da dentro dopo aver visto le immagini, e la potenza straordinaria e lucente del tratto a fumetti, che riecheggia, dilata e riempie di senso ulteriore una storia che già nelle immagini video, è toccante e vibrata.

E’ un film piccolino destinato a restare, una volta che lo si sia visto e ascoltato. Come gli occhi ed il corpo imperfetto di Minnie, nella parte più a fondo della nostra innocenza. E’ così che scegliamo di essere liberi, con quel passo: un po’ goffo, straniato, s-fumato, e perfetto.

L’importante non è inseguire il momento in cui siamo ri-amati. L’importante è ri-amarsi, vedersi, sentirsi con sé.

Una bella lezione, dagli anni 70, e da quei 15 anni.

 

 

 

 

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