38 testimoni del nostro mancare a noi stessi

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Il tristissimo delitto di genere, che ha visto vittima la giovanissima Sara, ripropone anche oggi, come ieri e come ogni giorno, la terribile realtà di un mondo in cui alle donne, con violenza viene sottratto il diritto a essere se stesse, nella piena determinazione di sé, in quanto donne, ovvero in quanto soggetto funzionale a una organizzazione maschile del mondo che relega il femminile a un ruolo subalterno. Questo nel lavoro, nella vita, e persino nel “pensiero” e nell’arte. La nostra cultura, anche quella più illuminata, decide per le donne e “incide” il corpo della donna. Ma, accanto a questo, l’insistenza sociale sulla paura che ha impedito che chi ha visto agisse o intervenisse quanto meno chiamando soccorso, rinvia a un secondo problema, di portata altrettanto atroce. In questo universo abitativo che sono le città, ogni vittima è sola. Ogni persona è sola con la propria paura. Nessuno è al sicuro. E quel che è peggio, è che la soluzione sembra essere la costruzione di un presidio armato, di una emergenza di forza pubblica invocata. Non siamo capaci di lavorare su un pensiero e un sentimento solidale, sappiamo solo invocare maggiore forza, maggiore sorveglianza. Ho una commozione profonda per la ragazza uccisa, in modo atroce, ma anche rispetto per la paura. Non è facile trovarsi per strada di fronte a qualcosa, che si sente essere orribile, e fermarsi. Certo, occorre che la paura si trasformi in azione (la richiesta di un soccorso che si vuole e deve essere immediato), ma fa parte di una logica del capro espiatorio accanirsi su chi non si è fermato, ed ha smarrito il sentimento del soccorso. Credo si debba e si possa agire per dare senso a una comunità di soggetti che devono percepire la strada come luogo comune, abitato dal desiderio di prossimità e non derubato da ogni convivenza. E’ sulla cultura della persona che esprimiamo che dobbiamo riflettere, ed è su questo che possiamo agire. Non è una società di polizia che garantisce la libertà e la pace, ma una società capace di agire e sentire il bene. Che non diventi, questo ennesimo femminicidio, il pretesto per chiedere di costruire prigioni persino per i sentimenti. Le donne, e gli uomini hanno diritto ad essere comunità.

A bikers breakfast to “Berta Filava”

Un piccolo dono di IndigosProject, e mio e di Riccardo Vinci, a “Berta Filava”, Knit Café  appena nato a Via di Poggio Ameno, a Roma.

Territorialmente vicino allo studio che ha visto nascere IndigosProject, non può che farci allegria che venga ad essere una nuova realtà positiva e fiduciosa nel quartiere ed in questa città. Nel video la storia di Roberta Tavani e del suo Berta Filava, una piccola impresa familiare pensata da donne e vissuta da uomini e donne. Grazie anche a Sergio Falco ed ai Bykers che ci hanno invitati al curioso e bellissimo Breakfast da Berta Filava 🙂

Guarda su YouTube il video con l’intervista a Roberta Tavani e le foto di Riccardo Vinci, realizzati il mattino del Bikers Breakfast to Berta Filava

(Photo by Riccardo Vinci)

L’arte di incidere

(Photo by Riccardo Vinci)

Il quartiere in cui vivo è a misura di persone che amano fare. E la strada in cui passo le ore al mattino è piena di storie che resistono al tempo di crisi che siamo, e di storie che sfidano la stanchezza di un oggi che fatica a trovarsi.

Proprio oggi siamo stati a vedere, con Riccardo, condividere e stringere nell’impronta dell’occhio che fotografa e ascolta, una nuova realtà che si è schiusa da poco, dietro il vetro di colori che passano di Berta Filava. Di lei voglio dire fra un po’, qualche giorno. Ma lo sguardo ha potuto posarsi e giocare grazie a Sergio, un artista che da sempre lavora e propone nel mio stesso quartiere, nei metri di strada che si stanno di nuovo animando, dopo i segni pesanti di crisi degli ultimi mesi.

Sergio Falco lavora col cuoio, ne incide perimetro e spazio di pelle, e realizza lavori preziosi, molto amati da chi porta con sé la bellezza del cuoio, e più spesso capaci di ornare con grazia elegante, e con forza di tratto, chi si porta in due ruote con passione e una storia.

Con Sergio c’è un sorriso che passa quasi ogni mattino, ci incrociamo nell’ora più presta nel caffè qui di fronte. Ha la cosa bellissima di sorridere sempre, di non essere mai sovrastato dagli umori che possono farsi più grigi se pensiamo a tutto quello che abbiamo da tenere e vedere in questa Roma che è sorda al voler stare bene per tutti.

Ci siamo conosciuti negli anni, e stamane ci ha chiamati, con Riccardo, a passare da Berta Filava, per viver con loro un momento un po’ magico di vita che cresce in quel nuovo negozio (lo vedremo fra un po’ anche qui).

C’era stato però un bellissimo incontro recente con Sergio, quando siamo passati a “sentire”, “rubare” e scoprire, con Riccardo, i più di 300 tatuatori (e i moltissimi e intensi tatuati) che si sono riuniti da poco al Palazzo dei Congressi di Roma.

Lì ho scoperto che il progetto di Sergio di aprire una Scuola, di portare quel che passa nei giorni, da tanto, dal suo studio d’artista a un gruppo più ampio, è nato e si è fatto più grande. Metto in foto le info per chi li volesse scoprire, questi corsi un po’ magici, per avere fra le mani quell’arte così delicata che fa essere cosa preziosa la pezza di cuoio, la pelle che ciascuno riporta su pelle e su corpo. Le borse, le selle, gli ornamenti che sono ogni volta la traccia che è unica e sola di un sentire, di un progetto d’artista, o persona, che apprende e fa proprio.

Ma la cosa più bella è stata vedere che Riccardo, con lo scatto che ha chiesto di poter riportare, conosceva, svelava, ritraeva l’artista che segnava lì in mezzo, fra le pelli tatuate e i colori dei corpi.

Ecco quindi, condivido qui quello che ho visto ed amato, anche nella speranza che qualcuno, qui in rete, possa dare una mano a far sì che quest’arte così delicata e legata al sapere delle dita e degli occhi possa un giorno magari trovare il suo posto anche lì dove i corsi si fanno più ampi con l’aiuto e lo spazio di Accademie e Atelier.

Auguri alla mano fatata di Falco 🙂 e grazie di fare questo pezzo di strada, a dispetto dell’Ama che la invade con i suoi cassonetti, un po’ meno silenziosa e dolente per il tempo di crisi che siamo.

Si sta rianimando, ci sono attività che resistono, le nuove che sorgono, lo studio che è mio e di Riccardo,  lì in mezzo. E di questo, sono molto felice.

 

 

 

Il corpo scarta. La femmina nuda di Elena Stancanelli

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La femmina nuda di Elena Stancanelli è decisamente un bel libro. Senza essere “il libro” sulla gelosia, sulla frattura, sul danno, è un libro onesto, sincero, ben scritto e disturbante.

Ti tiene ferma lì, attenta al mutamento nel tempo, ed è contemporaneo e quotidiano nel senso migliore. Ci sono tutte le abitudini tristi di questo tempo, c’è Facebook, l’iPhone, il mercatino dell’usato rivisitato in chiave snob, la grazia e la volgarità dei tempi.

Ci son amore e disamore, l’armamentario alimentare, il mondo dei toy boys, le incrinature sadomaso. Eppure, tutto è ben dosato. Non sbava, macchia appena, non si incarta. C’è un femminile che ti resta dentro ben disegnato e fermo, una coerenza stretta, un certo prevedibile e un po’ tenero segnale narcisista. Qualche cliché sulla bellezza e sul volgare, ma nulla che non possa essere amato.

E quella lucida coscienza del corpo femminile, che passa per la timidezza che non è pudore, ma proprio un po’ di senso delicato di quel sé che non si vuole far colludere con mode e selfies.

E’ un libro che potresti regalare ad un’amica senza pensare di essere invadente, quand’anche avesse aperto, in quel momento, lo stesso tema che attraversa le pagine e i capitoli.

Tema durissimo, dell’abbandono. Parola che va usata in più di una accezione. Tu mi abbandoni, mi abbandono, non abbandono mai abbastanza.

Tema del dirsi, del tradirsi, del ri-trovarsi e del tagliarsi. Nessuna finta resistenza ad ogni mezzo che si usi quando si rantola per senso di impotenza. Piccola gara di fantasmi, di moloc femminili, di fragili coerenze.

Mi sono proprio divertita a stare male, potrei dire, a leggerlo d’un fiato. Brava la Stancanelli, qui. Molto più brava, se vogliamo, della Ragazza del treno che tante, di copie, ne ha vendute.

E’ più pulita da arzigogoli, la voce, meno cruciale, più attinente.  Quasi senza una trama tesse una trama che è delicata e snella, piena di buchi tutti donna.

Password rubate all’intimo del tempo, sesso fotografato, e un po’ di smarrimento.

Come se altrove fosse un bel po’ di mondo, che si distanzia. E che conversa.

 

 

 

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