#questaèlamiacittà

 

La vita e una ragazza*

Ancora una volta la mia meta è Parigi. Sono una un po’ distratta, io, e quindi a volte devo tornare. Visito i luoghi come se fossero occasioni, che prendo al volo e in qualche modo perdo.

Ci sono stata da ragazza, a vent’anni, con degli amici d’università. Ci son tornata molte volte, dopo. Per lavoro, per gioco, per amore, per fare compere, a Natale, sugli Champs-Élysées. Per visitare Versailles e La Défense, per una lunga retrospettiva su Truffaut.

Sono una testa matta, io. Per questo l’amo. Perché è scomposta e imprevedibile, certa e sfuggente insieme. Struggente, disadorna, composta, ben educata, rispettosa e severa, non troppo linda, laboriosa e potente.

Ho appena quarant’anni, e non mi sono mai sposata. Sono dieci anni che ho con un uomo, in quella che si direbbe, sui social, una relazione. Non matrimoniale ma stabile. Fatta di lunghe serate e lunghe notti, di chiarore del tramonto, ma quasi mai un mattino, spesa al mercato, a fare in due le cose spicce, le cose delle case, prendere il pane in drogheria o le ricette dal dottore.

Ed è così che a me sta bene. Sono una birichina, io. Devo sorprendermi spesso. Per poter vivere bene mi devo sempre un pochino ingarbugliare. Devo stupire e poi prendere, essere presa e lasciata, esser sedotta, incantata. Ed incantare. Sono antipatica, presuntuosa, e persino disturbante.

Parigi è questo lungo strascico di vita. E vite in ogni cosa. Per questo io l’amo. Polivalente, può stare bene indosso a un arabo, a un cinese, a un italiano. Ma poi ti incastra, ti chiede somiglianza, si rifà rigida, modella. Per questo non ci vivo. La visito, la prendo. Mi prende e mi rilascia. Andare via. Poi torno.

Ci ho fatto tutto, a Parigi. Un po’ come se vivi a Londra: puoi spaziare. C’è una eleganza discreta che attraversa persino quei quartieri periferici, fa letterario persino se io ti vendo pesce al banco. Ti puoi sentire film romanzo, tavola di fumetto, opera d’arte. Ovunque tu ti trovi, chiunque tu impersoni, sei il tuo vivere.

Quando ci arrivi, come ci arrivo io, da fuori, sai che poi lì tu lo sarai elegante. Sempre.

Come una parigina su gambe da gazzella, pure se prendi in prestito tre giorni a un’altra vita.

Sei come Jeanne Moreau, come Catherine Deneuve, come la Ardant, come due Ardant. Puoi pure avere più di 50 anni, resti per sempre bella. Suadente, morbida, distinta, incastonata. Determinata e furibonda.

Fai sesso sempre, come se fossi in un romanzo della Campo. Che lì ci è andata vivere. La vive. E t’innamori, rantoli, ti ci contorci, sei francese. Come in due film di Bertolucci, come in un film di Ozon, di Frédéric Fonteyne.

Come se avessi sempre una stanzetta dove fai tu le cose, ed esci, torni, ti ridiventi te. Perché non è Milano, o Londra, né Berlino. E’ proprio lei, Parigi. Che trasgredisce tutto e poi si sana, ci ridisegna sopra il cinema, la vita. Bande dessinée che scorre e torna in Eliseo.

Ci ho fatto tutto, io, à Paris. Studiato ai tavolini tondi dei due Café col nero, visto le messe in chiese da paura, tutte cantate, preso le bici e corso, bevuto ostriche col vino al tavolino, anche in inverno. Versato vino forte, zuppe con le cipolle, insacchi di maiale.

Persino, in un momento di innamoramento che è no-limits, l’uomo che amavo mi ha portata a prendere un corsetto, nero e liscio (no di quelli belli, rigidi e setosi, coi lacci, coi merletti) in una strada quasi a luci rosse. Quartiere Saint Denis. Me lo ha mostrato, messo indosso, e chiesto di portarlo lì, in cabina. Una delle cabine di un Peep Show. Insomma, ci ho fatto quasi l’entreneuse, persino, io a Parigi.

Ci ho camminato ferma nella pioggia. Come Campanellino ho riso nella notte e svolazzato, preso dei fiori ai chioschi, fatto l’amore in tre, ed in quattro, visto vetrine che io mai potrei, scritto in ginocchio al limitar dell’acqua, in mezzo al verde. Fatto da specchio a quei murales di MissTic che fanno sesso senza dirlo, sfiorato per un mese gli attentati. Al Bataclan e altrove. Pianto sotto la sede di Charlie.

E poi, ho sentito forte quel silenzio. Perché c’è questa cosa nuova qui, che non conosco ancora, non conoscevo prima, che mi spaventa un po’. In silenzio. E’ quel silenzio. Quello del dopo bomba, quello di quando ti entra accanto un tuo vicino, con lo zainetto pieno al supermarket. Quello che: il velo mai, dovrebbe dire.

Se ne andrà mai? Potrò, di nuovo, qui, io disconoscerlo il silenzio? Disimpararlo? Come con gomma pane cancellarlo?

Stavolta son tornata qui con un biglietto premio. Mi vesto da MissTic, stasera. Mi metto su con una maglia morbida e i capelli, perché a Parigi mica che han tutte quei caschetti neri, o quelle zazzerette bionde, corte.

Metto due tacchi sulla mia gonna in pelle, un reggiseno in pizzo ed uno scialle morbido, andaluso. Quasi mi velo, così poi mi si rivela, mi si sveste.

Io sono un po’ bizzarra, senza tetto. Faccio più Agnés Varda, Dardenne, Leconte. Voglio portarla via, appena posso, la vita che non vedo.

Fare la vita, senza vederla vivere, svanire. Sono dimenticanza, senza ripetizione, non sto ferma. Per questo sono a Parigi. Questa è la mia ragione. Voglio suonarla, io, Parigi, e tatuarmela, col fuoco, ad occhio aperto.

*INEDITO di Nerina Garofalo in  “Complice Parigi”, work in progress. In prestito allo slam #questaèlamiacittà 

 

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