Cristina Scalabrelli vista da Nerina

3 short stories per scatti – Ph Nerina Garofalo – Model Cristina Scalabrelli – Evento InAutomatico

3 short stories per scatti – Ph Nerina Garofalo – Model Cristina Scalabrelli – Evento InAutomatico – Direzione Artistica Daniele Belli

Omaggio a Gli Spietati

Omaggio a Jennifer Beals

Vintage

Eredità d’artista

Nei messi passati abbiamo purtroppo perso la viva e creativa presenza di un artista e di un uomo di grandissima vivacità intellettuale e umana. Leonardo Serafino, nell’ultimo periodo della sua vita, aveva molto lavorato a un progetto legato al rapporto uomo-confine, uomo contenimento, uomo superamento, uomo e sua continua espansione fino a modellare il cerchio stretto dell’esistenza.

La gioia dell’incontro con Leonardo è avvenuta per me attraverso la sua compagna Stefania, che mi ha reso possibile conoscerlo come persona, nella loro sfera privata e amicale, e come artista. Al punto da partecipare, con commozione profonda, al suo Battesimo di adulto nel giorno du una Pasqua di qualche anno fa. In mezzo a una feste delle Luci che non dimentico.

Se ho un grande rimpianto è quello di averlo deluso suo moto di creatività, che incrociava la mia pratica fotografica, che avrebbe voluto realizzare incarnando i suoi schizzi di quella serie meravigliosa che è la sua rivisitazione dolente eppure carica di energia dell’Uomo Vitruviano di Leonardo. Quanta ricchezza in quelli. Mi aveva chiesto di fotografare questa sua ulteriore sperimentazione artistica, epistemologica e umana, ed io sono stata mancante. Non ho trovato il modo e il tempo nel suo tempo giusto.

Quando abbiamo tutti salutato Leonardo, ho conservato un’immagine di un suo lavoro che davvero ho caro agli occhi, ma anche, che mi ha fatto sentire tutto il rimpianto di non aver condiviso con lui e con Stefania (che ha protetto e amato l’arte di Leonardo più di chiunque al mondo) quella esperienza.

Prendo quindi in eredità questa suggestione e offerta così generosa, e la trasformo oggi in qualcosa che vuole a Stefania rendere le mie scuse profonde, ma anche la luce della gioia di corpo e vita che aveva Leonardo, e la luce che spero arrivi sul cammino personale di Stefania, che ha altrettanta energia dentro e altrettanto amore da esprimere, che rimane nonostante la tragicità del suo, e del loro, dolore.

Ho rubato per questo, su un set nel quale la modella Giulia giocava con una cornice vuota, l’immagine che avrei voluto aver “scattato” per e con Leonardo, ringraziandolo così per il lascito di valore della ricerca artistica in ciascuno di noi.

A Giulia, che è una giovane artista, oltre che modella e fotografa, e che è oggi alla ricerca di una sua strada espressiva, il mio grazie per aver prestato senza saperlo la sua corporeità e la sua giovinezza a questo progetto non nato, ma rimasto carissimo e prezioso nel mio cuore.

A Stefania (e a Leonardo), con amore.

n.

Mother

Credo che la solitudine, e al tempo stesso il tentativo di arginarla, di reindirizzarla verso, siano i due tratti di questo tempo. Non a caso la ricerca senza timore della folla per la vittoria agli europei. Ed anche, nelle piccole case. Dove si può la vicinanza. Ci penso ogni volta che vado, andiamo da mia madre. Per questo, l’ho fotografata nel suo momento di grande gioia, nella settimana, insieme a quelli che vive quando vede i nipoti– Fotorgafarla le fa rivedere se stessa. Non sempre si riconosce, da brava vanitosa a volte dice: chi è quella? Io? No, non sono io… ma io la vedo bellissima, e struggente.#nessunoSiaLasciatoSolo #doveCiSonoDueCèUnaComunità #mother

Ph Nerina Garofalo

La religiosa forma della rosa che da ogni nulla ci protegge

pittogramma - N.G.
pittogramma – N.G.

Si è svolta ieri, nella bella cornice di PerPiacere,  la presentazione romana del libro di Giuseppe Varchetta “Ettore Sottsass, Tornano sempre le primavere, no?, uscito nel dicembre scorso per iniziativa editoriale di Johan&Levi.

Ho avuto, in occasione di questa lecture per sguardi,  la preziosa occasione di una nuova riflessione sul percorso fotografico dell’autore e su quello narrativo e poeticamente epistemologico suo e del suo ospite Valerio Magrelli.

Occasione nata dall’esser stata coinvolta nella presentazione a introdurre il loro [e il nostro] incontro e dialogo, sul territorio analogico dello scatto fotografico come forma narrativa, gnoseologica e di epifania.

Nel preparare l’incontro ho ripercorso una serie di pensieri, annotazioni, emozioni e suggestioni esistenziali che hanno accompagnato in questi anni la scoperta del lavoro fotografico di Giuseppe Varchetta.

Lasciando all’esperienza storiografica e interpretativa di Varchetta e Magrelli la restituzione di un racconto della figura e della esperienza creativa di Ettore Sottsass, che è per Varchetta anche racconto di una lunga, profonda e solidale amicizia, mi sono lato mio rannicchiata in una lettura dell’esperienza fotografica e dell’opera in quanto ri-rtratto nel luogo del pensiero narrativo come esperienza di conoscenza che sento a me più proprio.

Quello che voglio qui restituire è quindi solo la traccia di lettura che si è depositata (accanto alla coesistenza nel paesaggio della piccola mostra e della sua corporea avventura dialogica di questa occasione romana), nel paesaggio interiore che la rilettura aveva disegnato per me nei giorni e nelle ore precedenti.

Ecco quindi così, come dovuto in forma di rosa, le annotazioni che avevo preso e sono in parte rimaste [come dovevano] dentro di me, a ridire a latere e dopo.

Da fuori verso dentro: la fotografia di Giuseppe Varchetta parte da e si appropria di istanti in esistenza. Questa esistenza è segnata dal luogo fisico dell’esperienza del mondo che è sempre fuori dalla dimora strettamente personale del soggetto (sia esso singolo o in piccolo gruppo), e sempre colta in un istante che contamina persona e mondo.

Varchetta è un corpo che ritratto si pro-tende: in questo senso femminile, rivolto a, un luogo che accudisce la sua perdita, nell’innocenza dell’istante nel suo farsi già passato. E’ come se, dall’occhio tondo della lente, portasse fino al limite del perimetro inviolabile dell’altro un furto di emozione, una carezza senza detto, il lato muto di un sussurro. Prende qualcosa che nell’altro sfugge al desiderio di esser detto, che la foto dice inesorabile e per sempre. In questo senso, rabbiosa di impotenza, la foto uccide ciò che ama: l’irripetibile ed il sempre.

Volti che si aprono e si chiudono: son quasi tutti, ad eccezione del ritratto esplicito che fa al suo Sottsass per narrarlo in territorio altro, volti protesi al dentro di ciascuno che si aprono o si chiudono, a seconda del sentimento intimo del tempo che ciascuno vive, in quell’attimo di scatto,  e che Varchetta guarda, come direbbe Sottsass dicendolo fra loro, sempre e soltanto terribilmente amoroso.

C’è proprio tanto amore, in ogni singolo suo scatto. Dove lo scatto si fa bello per andar bello da chi è bello (Platone nel Simposio), e dove in fondo nessuno è bello in un senso patinato, ma tutto ha luce di quella stretta finitezza che ci rende eterni per l’attimo che diamo, che dichiariamo, che coltiviamo in esistenza.

Immaginare anche solo una parola, accanto a questi scatti, sarebbe un sacrilegio.

Se metto accanto, nella mente, gli istanti di Varchetta, se ne vien fuori la spiaggia dove gli angeli cantavano per Wenders. La voce che fa sotto-fondo a tutta l’opera è un canto che ri-dice che le voci del mondo non possono che essere cantate. Un battito, che viene prima e viene dopo le forme del linguaggio.

Eppure esiste una seconda piccola ossessione, per le parole che compaiono d’un tratto, fra le figure, dentro i passi, come una epifania di un dio che si è perduto e scrive sulla sabbia. Senza che noi si sappia cosa. Così direbbe anche Giovanni, evangelista. E sono quelle che compongono per parte un’opera, un’insegna, la fitta di uno strazio sulla storia in galleria.

C’è una dinamica straziante che passa dal sorriso al viso al cielo, come se il cielo fosse sempre troppo basso per poterlo dire. E’ orizzontale, a volte rischia il brivido di un salto che ci sposta in prospettiva, che ci fa piccoli, che ci sottrae e insieme ci fa parte della rigidità del muro.

Qualcuno parla, ma non sappiamo cosa dice, qualcuno si protende, qualcuno si sottrae.

C’è un femminile che è come portatore di un compito nel mondo, a volte il femminile si mostra come prima di un disastro (e non per caso ieri Varchetta ci diceva di Anselm Kiefer) che lo condanna al femminile doveroso. E spuntano le ombre di bellezza quasi androgina, benché marcata da una sensualità elegante, fatta di danza, di movimento che ci sposta anche da fermo.

C’è invece un’altra forma di sensualità maschile che è fatta di presenza, di consistenza, di esperienza, di cattura e di presenza volitiva. Persino quando, come nel caso delle foto che disegnano l’estremo fra nostalgia bagnata che si allaga e dismisura nella vita,  nel bel ri-tratto del suo Sottsass, questo volere è un dis-volere, un volgersi, un sottrarsi.

Ri-tratto che si ri-trae per commozione dal poter d’essere che si fa quasi insofferenza in esistenza. Come se per davvero fosse del tutto insostenibile che queste fioriture, queste primavere, siano lì sempre per tornare, e noi, noi nonostante, invece, noi fossimo stagione lunga, che sfiora i fiori e si ritrae tremando.

L’amore salva tutto questo, io credo. L’amore per tutto quello che può essere in ciascuno degli istanti, come una mano che si è presa all’amo della silenziosa pesca del fotografare. E non si può lasciar andare.

Così, eccola qui per noi, la mano dell’istante, che tocca tutto quello che è impossibile cercare di toccare. L’inafferrabile del tempo nostro. Il dio che non sappiamo, ma non c’è niente da sapere.

Se non:  la religiosa forma della rosa che da ogni nulla ci protegge, e che ci impiglia.  In amorosa conoscenza di ciascuna cosa.

Franca, andiamo?

Questa estate ho portato con me una ventina di libri che speravo, pensavo, di voler leggere nelle due settimane di vacanza. Una ventina perché io appartengo a quel gruppo di formiche matte che i libri li prendono, li lasciano, li riprendono, li tengono vicino per mesi come un tarlo d’urgenza, e poi d’un tratto li divorano o li ripongono per un sempre nello scaffale alfabetico di casa, senza un eccesso di senso di colpa sebbene nessuna casa interiore sia al riparo da un autodafé.

La Sila però, quest’anno, era davvero troppo bella, ed ho avuto la fortuna di avere amici, compleanni, cuccioli di cane e cani in prossimità affamata da nutrire, dialoghi da lasciar scorrere, laghetti da visitare, e persino un po’ di libri e dischi che si sono aggiunti all’andare, e così è stato che della ventina di volumetti hanno trovato spazio nel tempo delle due settimane troppo brevi, solo tre o quatro letture vere (e riletture o ascolti).

Fra queste, il primo libro di Franca Paganetto, che aveva (già da Roma) creato in me il suo spazio in una prima e commossa lettura, e che in Sila ho riletto, riamato e compreso anche in un’ottica differente.

Dove andiamo, papà, con questo suo titolo che già da solo è un antro di tenerezza che ospita e precipita (ha lo stesso titolo un altro libro, francese e bello pure quello, ospite di una vicenda di paternità dolente e intelligente fino allo strazio), è il primo libro che Franca Paganetto scrive nel 2009. Esce in quell’ottobre per le Edizioni Libero di Scrivere, con una bella prefazione di Gianni Priano.

In sottotitolo, il libro recita: “Genova, Gallerie delle Grazie, 23 ottobre 1942: trecentocinquantaquattro morti nella ressa, dopo la sirena d’allarme, per cominciare a dirci della vita durante e dopo la guerra”. In copertina, in una foto del 42, il padre della piccola Franca, con lei e la sorellina Bruna a cavallo di uno steccato.

Il libro, che è commovente, femminile nel senso più pieno, intelligente e dolente in ogni pagina, nasce nella vita di Franca da un’occasione di intervista. Ed io che ho fatto delle interviste biografiche uno dei punti di ricerca della mia vita, fremo non poco nel vedere come da una domanda ancora non posta nasca e si dipani, come una matassa a tratti calda a tratti serica, un racconto autobiografico che si snoda e si rigenera da sé.

Comincia, questa storia, da una perdita familiare dolorosissima, da una morte collettiva, e da un gesto che salva. Da una gamba ferita, che resterà per anni a testimoniare quel trauma, da una bambina che si affida e affida, e da un tremore diffuso.

La bellezza del racconto di Franca Paganetto, che non so come ringraziare per il dono diretto di questo prezioso racconto (è stata lei a portarlo fino a me con suo figlio Maurizio), è nel saper essere non solo una storia di donna, familiare e di luoghi (toccante, sincera, priva di retorica e densa di sentimenti interni), ma anche uno spaccato preciso e annotato (con grazia e puntualità) di sentimenti degli anni. Quegli anni, che han visto essere la guerra, la fame, il lavorio delle donne e degli uomini, le canzoni d’amore e la televisione.

Si intrecciano qui i vissuti di questa bimba che: perde e ritrova e riprova. Le sorellanze, gli innamoramenti, le gonne e il cinematografo. Il matrimonio, i matrimoni, le vedovanze e le famiglie allargate. Tutto il disaggio di far parte, di colpo, di nuove famiglie, il non saper ancora ed il sapere già.

Per paradosso, benché racconti di un’Italia che è altrove nel tempo, mi è parso, il racconto di Franca, di una bruciante attualità, sia storica sia sentimentale. Un po’ come accade quando si legge nel libro di Elsa Morante che racconta La storia, lo stupro da cui poi nasce Useppe. E’ tutto, terribilmente, ancora vero: la guerra, i distacchi, le nuove famiglie, le canzoni d’amore.

Credo che sarebbe un bel libro da far leggere ai ragazzi delle terze liceo, un bel libro per raccontare il confine fra personale e sociale.  E per certo un bellissimo modo per evidenziare, sottolineare e vedere come la scrittura ( e la scrittura di sé) entri a passo lieve nella vite delle persone: per cambiarle, per aprirle come si fa con un libro che si inizia a leggere: per la prima, la seconda, la terza volta.

Franca mi ha donato anche il suo secondo libro, io però adesso me ne sto qui con questo, che ho davvero molto amato e sentito. Con un invito, ai miei amici che fanno scuola ai ragazzi, a pensarlo fra le possibili scelte per i libri da leggere a scuola, perché non solo nella letteratura ufficiale abita il battito profondo e sincero e accurato, elegante e discreto, della vita e della storia.

Grazie mille, Franca, per avermi portata con te dentro e fuori da quel grido perduto in silenzio (di tua sorella e tua madre), e poi ancora fuori da lì, fino a quando la madre sai diventata tu.

franca paganetto

(Roma, 30 agosto 2013)

Agosti, PPP, la dignità e il lavoro

Giorni fa ho postato su FB alcuni video di Silvano Agosti. Dalla sua bella voce provocatoria sono scaturite una serie di annotazioni, mie e di altri. Rendo conto qui di questo scambio che mi rimane ricco e denso, e ancora aperto su fb

Il video postato

Il commento di Maurizio Puppo:

Silvano Agosti è una persona, almeno così pare a me, di grandissima intelligenza, e purtroppo di pari arroganza. Un’arroganza travestita da umiltà. Un’umiltà consacrata all’altare del disprezzo per chi si dedica ad un’attività “produttiva” (orrore!), o per chi si impegna nel suo lavoro anche se non è un lavoro “giusto” (insegnante, artista di strada, intellettuale). Non fa differenza tra chi è onesto e disonesto, tra chi è umano e dis-umano: il disprezzo per il lavoro è totale, non può perdersi in dettaglio. In una delle sue tirate, oggi diffuse su youtube, pronuncia a un certo momento il termine “attiività impiegatizia” e nel dire quest’ultima parola, la voce ha una lieve increspatura, come accade a certi professori universitari un po’ baroni, quando devono pronunciare un termine un po’ volgare, che semplifica, che banalizza, che volgarizza un concetto ben altrimenti complesso. “Impiegatizia”, detto come una signora dell’alta società, un tempo, avrebbe pronunciato “culo”, se costretta a farlo. L’aspirazione che anima Agosti, a me pare, è non dissimile da quella che animava ppp: un mondo di bambini, adulti-bambini o bambini-bambini poco importa, su cui regnare coin la sua voce calma e i suoi modi affabulanti. Un totalitarismo umanitario e paternalista (la peggiore delle dittature).
http://www.youtube.com/watch?v=FquW3VnlmxE

 

Il commento di Matilde Cesaro:

Avevo minuti disponibil ed ho visto il filmato di Nerina Garofalo e quello di Maurizio Puppo…nel primo ho visto ed ascoltato un anziano signore che parla di cose a me care usando il linguaggio della metafora e concludendo con un video che ha dello strabiliante (sia per come è girato, sia per i tempi e le espressioni, sia per l’età del protagonista). Ho visto il secondo filmato per spiegarmi i toni accesi del commento… Ho visto un signore anziano che fa particolare attenzione al linguaggio e all’uso o disuso che se ne fa, ma che nei toni e nelle modalità è molto uguale a se stesso. Ho ritrovato similitudini come nota MP con PPP nelle inquadrature e nei tempi… è affabulante, è calmo e manieristico forse ma mi sembra che sia più soggiogato che soggiogante, più stupito che manipolatore… Nessuna polemica, per carità! Solo un altro punto di vista. Grazie a tutti e due.

 

La mia nota:

(al margine di una reazione alla condivisione di alcuni video di Silvano Agosti)

Ho avuto la fortuna di nascere in una città piccola ma sempre molto vitale del meridione. Di nascere donna e di nascere in una famiglia borghese, da genitori che pur avendo anche conosciuto i disagi della guerra e persino la fame dei bambini, hanno sempre potuto studiare e hanno amato far studiare le proprie figlie.

Da mia madre e mio padre ho imparato la dignità del lavoro da sempre, e così da mia nonna, e dalle persone che nella mia famiglia hanno sempre tutte costruito e lavorato.

Ma allo stesso tempo, dalla mia famiglia ho imparato che le persone vengono prima del lavoro, e le persone vengono prima dello studio. Ridevo molto quando mio padre mi diceva, se mi scontravo con un insuccesso a scuola, “meglio un asino vivo che un dottore morto”. Credo onestamente di aver onorato, nella mia vita, il debito che avevo verso la mia famiglia in senso esteso per essere cresciuta potendo imparare, capire, contestare ma anche, persino, disimparare e rifiutare.

Mio padre lavorava in un Istituto di Credito, e così mia madre, ma tutti e due (ai quali mai ho sentito esprimere in nessuna forma poca considerazione per qualsiasi lavoro in qualsiasi condizione) trovavano il modo e il tempo di pranzare con noi, di essere con noi, anche quando gli orari di lavoro erano tutt’altro che benevoli verso il desiderio di conciliazione.

Ho avuto la fortuna di poter studiare nell’Ateneo che ho scelto, iscrivendomi alla Facoltà che amavo.  Ho lavorato prestissimo, e ho sempre considerato il lavoro  essenziale per la felicità delle persone, nella misura in cui la persona può appropriarsi del lavoro o per significati o per scopi.

Da 22 anni lavoro perché le persone possano trovare nel lavoro lo spazio di espressione e sostenibilità loro adatto anche quando tutto nega questo presupposto. L’ho fatto come formatrice, come consulente e lo faccio ora come coach e come narrative thinker.

Sono stata per due volte interna in un’azienda e per due volte libera professionista (un collega mi disse, quando scelsi di uscire dall’azienda che un Grande Gruppo aveva venduto e deprivato di senso, sarai la prima precaria per scelta). Ma io, in questa libertà non mi sono mai sentita precaria, perché nella mia dimensione soggettiva volevo un lavoro che mi appartenesse, con un grado di libertà molto alto dentro, accettando tutti i rischi che questo comporta.

Ho un rispetto profondo per chi lavora, anche e soprattutto nelle condizioni di lavoro alienato ed alienante che sono molto più frequenti di quanto non si voglia ammettere nei settori Risorse Umane. Ma ho un rispetto profondo anche per chi non lavora, per chi non può farlo, per chi sceglie di non farlo, per chi un lavoro non lo trova. Ho rispetto per i Rom che vivono l’elemosina, perché la loro cultura è differente dalla mia ma non per questo (nel limite del reciproco rispetto) meno dignitosa. Il film che più mi torna in mente da anni è Umberto D (che ho visto da piccolissima la prima volta), sotto cui risuona la voce di mio padre che dice: non offendere mai un mendicante, non c’è cosa peggiore che dover chiedere.

Eppure, cara Matilde e caro Maurizio, credo profondamente che ognuno di noi, in questo sistema di economie e diseconomie, viva di elemosine.

Elemosiniamo il tempo per i nostri figli, il tempo per i padri, il tempo per noi stessi. Il tempo per far l’amore. Elemosiniamo il tempo necessario a far bene un lavoro, il posto in cui fare un lavoro, la dignità di essere pagati per quello che produciamo. La dignità di pagare quelli che facciamo lavorare. Siamo condizionati da orari standard (e sempre meno a misura di persona), da un sistema di welfare che sempre più somiglia a un ministero per la Guerra, da un sistema formativo che ha sprecato milioni, da una buona formazione scolastica che non si fa perché nessuno investe nella scuola, e nessuno crede a una scuola per tutti.

Il lavoro e lo studio sono funzionali al benessere, al poter essere, della persona. Le donne, i bambini e gli anziani pagano il prezzo più alto. Ma un prezzo paghiamo tutti. Un costo sociale di infelicità, come diceva in un bellissimo libro del 2000 di una ricercatrice francese.

L’infanzia di Ivan è la nostra tutti i giorni. E crediamo pure di doverla costruire questa devastazione, insieme alla prigione che la mantiene in vita.

Quella di Agosti è una riflessione continua sulla libertà, e sul suo prezzo. E credo che la testimoni in prima persona. Giuseppe Varchetta, poco tempo fa, mi rammentava che, secondo Freud, i verbi sono due, liebe e arbeit, e che, malgrado gli oggetti differenti, amore e lavoro,  le leggi profonde che li governano siano le stesse.

Il lavoro, come la conoscenza, devono essere uno strumento, un vettore, per costruire quell’ecosistema del tutto soggettivo che ogni persona desidera per la propria vita. Non esistono lavori utili e inutili, non esistono lavoratori più qualificati e meno qualificati (questa qualifica e qualificazione burocratica è di marca novecentesca), ed è il tranello della realizzazione sociale.

Siamo e possiamo essere molto di più. Perché nati. E se ci si lascia avere il tempo e le risorse, e la giusta consapevolezza per realizzare quello che già siamo.

Ho amato poche cose come il mio lavoro, ma sottoscrivo l’invito ad accorgersi che quello che occorre è un atto di libertà dal proprio amore per averne uno più grande.

Poco tempo fa Gianmario Lucini mi ha gentilmente proposto di curare con lui una Antologia di scritti di natura varia sul Lavoro che uscirà a gennaio (dita incrociate). Fra me e lui il dibattito è stato vivo sui temi che son venuti fuori e addirittura sulle reciproche visioni. Ma, ecco, mi pare che sia cosa preziosa che del lavoro si dica, su di esso si pensi, che lo si faccia, ma sapendo che non è il fine né la qualificazione di nessuno.

Se davvero potessimo lavorare tutti, per 3 ore al giorno, e per il resto essere nel sociale il frutto realizzato e libero di una interdipendenza fra produzione e accesso a risorse, ecco, allora forse, il mondo sarebbe davvero altro e un altro.

(n.g., dicembre 2012)

 

Il nuovo, ricco commento di Maurizio Puppo

Maurizio Puppo anche io ho avuto la fortuna di poter frequentare l’università, e ancor prima di poter frequentare il corso di studi che tradizionalmente era riservato ai figli della borghesia – il liceo. Il che nel mio caso è significativo: sono il primo di tutta la mia famiglia ad avere questo privilegio. Cos’ come sono stato il primo della mia famiglia, insieme a mio fratello, a poter avere accesso a tutta una categoria di beni e di servizi, materiali e immateriali, che, per chi mi ha preceduto nella catena che dal passato porta al presente, erano semplicemente irraggiungibili. Viaggiare. Poter imparare delle lingue straniere. Potersi permettere di “mangiar fuori” anche in occasioni diverse dalle feste comandate o dalle cerimonie. Taluni conforti materiali. Potersi dedicare ad attività di svago. Molte persone che conosco e che frequento, e che potrei attribuire genericamente all’area culturale di sinistra (area a cui anche io appartengo) considerano tutto ciò con malcelato (o non celato affatto) disprezzo. I beni materiali? Che orrore. I servizi? Che brutta parola. L’orrendo consumismo che rende gli esseri umani vuoti, brutali. E’ quella sinistra che si riconosce facilmente nelle parole di Agosti o che si riconosce in quelle di Pasolini. Io credo che, al fondo di questa attitudine, vi sia una pulsione di ordine più religioso che politico. Per molti fedeli, nel senso della fede religiosa, esiste un ideale “ascetico”, distaccato dai beni materiali, che rappresenta un modello di perfezione a cui tendere. E che dovrebbe concretizzarsi in un qualche paradiso ultraterreno. Per molti “fedeli” laici, esiste un ideale altrettanto sublime, quello dell’essere umano che finalmente coglie l’orrore delle gioie materiali e che aderisce invece a un modello “superiore”, anch’esso tendenzialmente piuttosto ascetico. Il paradiso, questa volta, è mondano: ed è la società ideale, in cui non esiste più l’aspirazione al consumo, ma “ben altri” valori. E’, appunto, il caso di Agosti. Il quale poi utilizza, a supporto di tale tesi, un argomento ben noto: la tecnologia che permette di rendere più efficace il lavoro, di rendere “automatiche” molte attività, dovrebbe liberare il tempo dalla “schiavitù” del lavoro. Lui dice: basterebbe lavorare 3 ore al giorno. 
In realtà questa tesi non ha alcun fondamento. L’aumento della famosa “produttività” (altra parola “proibita” da certe religioni fondamentaliste laiche) è in stretto rapporto a quello che vi dicevo all’inizio. Mio padre è andato a lavorare in fabbrica a 14 anni, io ho potuto studiare. E l’accesso assai più diffuso al detestato “benessere” (detestato perché modesto, perché materiale, e quindi terreno, non celeste) è stato reso possibile dalla produzione a minor costo dei beni e dei servizi. L’ideale di Agosti mi pare quello di un mondo che rinuncia a tutti questi piaceri materiali, considerati immorali e falsi, e aderisce a un ideale e un modello di verità. In realtà, molte persone preferiscono lavorare, perché il lavoro non è solo e non sempre alienazione, ma spesso è anche il giardino voltariano di cui occuparsi; e poter “consumare” (orrore!), perché godono di quel consumo. E’ brutto? E’ materialista? Forse. Perché no. Io credo che Agosti (come già Pasolini e come molti militanti sedicenti di sinistra) appartenga a un filone di pensiero aristocratico, che disprezza gli usi e i desideri volgari (di solito, riservandoli a sé). E che sogna un mondo di popolani ingenui, pronti a danzare attorno al fuoco ascoltano le sue favole. Molto ben raccontare, peraltro. Pasolini pensava che studiare (all’orrida scuola borghese, quella che lui e i suoi familiari frequentavano con profitto da nmerose generazioni) corrompesse i suoi amati sotto-proletari. I quali altro non dovevano fare che restare cosi’ come erano: puri, non corrotti, semplici, sensuali. Una visione populista, in senso stretto. Mi viene in mente, nello scrivere, una poesia di Brecht, contro la “seduzione”, contro coloro che invitano a disprezzare e rifiutare agi, comodità, piaceri, in nome di ideali superiori e in nome dell’adesione a modelli di purezza. “Non vi fate sedurre”, dice Brecht, “non esiste ritorno. Il giorno sta alle porte, già è qui vento di notte. Altro mattino non verrà. Non vi lasciate illudere.
Non vi fate sedurre;
non esiste ritorno.
Il giorno sta alle porte,
già è qui vento di notte.
Altro mattino non verrà.

Non vi lasciate illudere
che è poco, la vita.
Bevetela a grandi sorsi,
non vi sarà bastata
quando dovrete perderla.

Non vi date conforto;
vi resta poco tempo.
Chi è disfatto, marcisca.
La vita è la più grande:
nulla sarà più vostro.

Non vi fate sedurre
da schiavitù e da piaghe.
Che cosa vi può ancora spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non c’è niente, dopo.
(Bertolt Brecht, 1918)

 

Il mio ulteriore commento

A me viene in mente “Vogliamo anche le rose”, e sinceramente, se avessi soldi da spendere oltre le cose che considero essenziali (il pane, le rose, e i giochi per la play di mio figlio), credo che volentieri comprerei preziosi Sari e Kimono, originali di Andrea Pazienza, mantiglie di ogni seta e colore, e non mi sentirei colpevole. Solo che preferisco cercarmeli nei mercati, e poter non timbrare cartellini o lasciare che qualcun altro decida per me di moltissime cose. Sai quanti amori spezzati da aziende che non concedono trasferimenti, quanti ragazzini con lgi incubi la notte perché a 12 anni hanno da tenere le chiavi di casa? quanta tristezza d’occhi, all’ombra delle piante per dirigenti che Telecom Italia attribuiva ai quadri in struttura nel millennio andato? Nulla di quello che scrivi mi trova in disaccordo, solo che non credo che né Agosti né Pasolini pensino a una felicità ultraterrena. Semmai, con una profonda fede nel valore dell’uomo, abbiano entrambi una parola per dire, come nel pentolone escremementizio di Salò: Dio mio, perché ci hai abbandonati, ecco, io penso questo, e con una fede profonda in Dio, credo che la terra sia dell’uomo che da solo può far “impazzire di luce i girasoli”. E grazie, perché questo scambio ocn te e con Matilde mi arriva ricchissimo, come un regalo until the end of the world–

**

Non so se il dialogo andrà ancora avanti, sarebbe bello, magari con il contributo di altri… per intanto, io lo appunto qui, per salvarlo dalla volatilità di FB

2. vivement dimanche – work in progress

Maurizio Puppo
Una biografia apocrifa

Raccolta su vinile e carta fotografica
da
Nerina Garofalo

(vivement dimanche)


oggi scrivo interviste che sorridono

da sotto. mi viene questa memoria di Truffaut.

la cosa viva dentro la cosa stanca spenta a forza.

e mi è impossibile pensarla kubrikiana, forse

un pochino Train de Vie, al limite Toscani.

scrivilo tu, lo stato delle cose. Wenders

perdonerà le associazioni un po’ scontrose,

c’è in gioco questo ascolto senza note.

(Nerina Garofalo, 2012)

E tu, cos’hai da raccontare? C’è un film del regista francese François Truffaut, il cui titolo originale («Vivement dimanche») è stato tradotto in italiano con «Finalmente domenica». Però questa traduzione non è mica tanto giusta. In realtà, in francese, per dire «finalmente domenica» si direbbe «enfin dimanche». Invece «Vivement dimanche» vuol dire una cosa diversa, che peraltro non è nemmeno così facile da tradurre in italiano con l’identica stringatezza. Significa qualcosa come «non vedo l’ora che sia domenica», «ma quand’è che arriva la domenica?». Ne ho parlato un giorno a lungo con mia figlia Lola che è francese (e pure italiana. Ma vabbé, nessuno è perfetto) e adesso (nel 2012, lo specifico perché poi gli anni passano) ha nove anni. Anzi nove e mezzo.

Lei mi ha detto: papà, «vivement dimanche» non vuol mica dire «finalmente domenica». Io c’ho riflettuto un po’ e mi sono reso conto di quanto avesse ragione. Poi, già che c’eravamo, le ho raccontato pure una storiella, su questo film, su “finalmente domenica”, anzi, su «Vivement dimanche». Il film è del 1983. Qualche tempo dopo la sua uscita, (sarà stato il 1985 o giù di lì, con l’incoscienza dentro il basso ventre), il film fu diffuso dalla televisione italiana.

Era proprio una domenica. I programmatori della RAI si devono essere detti : questo film bisogna darlo la domenica perché il titolo è «finalmente domenica». Invece no, se il criterio era quello di essere coerenti con il titolo, allora bisognava darlo un altro giorno. Perché uno puo’ dire «non vedo l’ora che sia domenica» tutti i giorni della settimana tranne domenica. Non ha senso dire «non vedo l’ora che sia domenica», di domenica. Ma vabbé, c’era stata questa storia della traduzione; e quindi loro hanno ragionato sul titolo in italiano. Comunque sia ormai è una cosa vecchia, è andata, e se vogliamo non è nemmeno tanto grave. A casa c’erano i miei zii. La televisione era accesa, come sempre. Io lì tirai fuori una frase del tipo: c’è un film che mi piacerebbe vedere. E’ bello dire queste frasi qua, perché permettono subito di capire che chi le dice ha un gusto, cioè, non è uno che subisce passivamente, è uno che seleziona, che sa cosa vuole, che è consapevole. Ecco, consapevole è la parola giusta. E io mi sono sentito consapevole.

Ma mio zio, a modo suo, era consapevole pure lui. Un furbone, un guascone. Un po’ sul tipo del personaggio interpretato da Vittorio Gassman nel «Sorpasso»: pure simpatico, se vogliamo, e soprattutto con un gran fiuto per identificare con assoluta certezza i suoi nemici. E lì, mio zio mi sgamò subito, e comprese immediatamente che quel film stava dalla parte del mondo diametralmente opposta alla sua. Quella identificata come «intellettuale», o “radical-chic”. Rispetto alla quale, mio zio stava proprio dall’altra parte, quella del personaggio del “sorpasso”. Non vi crederete mica che quell’Italia l’abbia inventata Berlusconi o le sue televisioni? Non crederete mica alle favolette che raccontava la buonanima del Pier Paolo (Pasolini), su un’Italia che prima era diversa, rustica, popolana, autentica, gioiosa, intenta a rimirarsi le lucciole e poi, zacchette: arriva il progresso, le lucciole tirano le cuoia e viene fuori un’Italia avida, materialista, omologata, odiosa? Macché. Pier Paolo se la raccontava così perché a tutti piace pensare che sia esistita un’età dell’oro; è come quando mia mamma dice “ah quand’ero giovane…”. Io me la ricordo mia mamma quand’era giovane: si lamentava esattamente come adesso. Insomma, quell’Italia feroce nemica di ogni intellettualismo, anche solo presunto o accennato, c’è sempre stata e secondo me ci sarà sempre.  Berlusconi, negli ultimi trent’anni, le ha solo dato una più visibile rappresentanza mediatica e politica, e l’ha soprattutto aiutata a sbarazzarsi di ogni residuo complesso di inferiorità. Fatto sta. Fatto sta che io selezionai il canale, e zac, parte il film. Bianco e nero. Già. E allora mio zio dice: ma che cazzo di film, ma cos’è, un film antico? Che poi mio zio era (è) uno che a ogni momento ti dice: accipicchia come si stava bene ai nostri tempi, adesso le cose moderne fanno schifo. Però, davanti al bianco e nero di Truffaut, d’improvviso aveva scoperto di essere un sostenitore della modernità.

E io allora, pedagogico : ma no, è una scelta del regista. Scelta del regista? Dev’essere proprio uno scemo, quel regista, come si fa a scegliere di fare un film in bianco e nero, è molto meglio a colori, no ? Io pago per vedere un film e voglio il top (no. Non ha detto esattamente così. Perché allora si diceva : voglio il massimo. Voglio il top è una frase che è venuta dopo). E io allora : ma no, è più complicata la cosa, un regista può anche preferire il bianco e nero perché…  Complicata ? – dice lui – Ah io le cose complicate non le posso sopportare. Uno che fa le cose complicate è uno che ha qualcosa che non va bene nella testa. Quel regista lì dev’essere proprio uno scemo. E io allora: ma guarda che Truffaut… (Chi? – dice lui – Fuffò? Con l’accento sulla o)… Ma guarda che Truffaut (continuo io) è uno dei più grandi registi… E chi l’ha detto (dice lui) che è uno dei più grandi? Tu ti bevi tutto quello che ti dicono? Io ragiono con la mia testa, non è che sto a sentire quello che dicono gli altri.

E avanti così. A un certo punto nel film si vede un cadavere, e lì mio zio: ah il cadavere si è mosso! L’ho visto! L’ho visto! Si è mosso! Ma che razza di film! Manco buoni a far star fermo l’attore! Si è mosso ti dico. Ma che film è questo qua? Lì mi sono arreso. Mio zio ha cambiato canale e ha messo su lo sport o forse un film con Bud Spencer. Era domenica sera: “vivement lundi”, mi sono detto io. In realtà non è vero, ma probabilmente me lo sarei detto, se a quell’epoca avessi saputo il francese.


(Maurizio Puppo, giugno 2012)

1. Invisibile – work in progress

Maurizio Puppo

Una biografia apocrifa
Raccolta su vinile e carta fotografica da Nerina Garofalo

1.

(la domanda è invisibile)

così, fra Sanguineti e il sangue delle donne,

tocchiamo con i piedi il manto della strada

per fiumi a fiumi, incerti se lasciar cadere

la giacca giù dal ponte per vedere come cade,

fino allo spasimo curiosi e protettivi, quasi sfiniti

dalla salvaguardia. Rimestiamo nel nudo,

alla ricerca dell’inganno. 

(Nerina Garofalo, 2012)

E tu, cos’hai da raccontare? Per dire, direi così. A me  piaceva molto Rossana Casale. Ma è forse meglio se mi spiego. Ecco. Nella mia ricerca affannata di un modello superegoico (insomma un modello sociale, culturale, in cui identificarmi, a cui tendere, quella cosa lì) mi ero imbattuto un conduttore di una trasmissione radiofonica del tardo pomeriggio, su una di quelle famose radio private. Erano gli anni Ottanta e tra noi si scherzava a raccogliere ortiche. La trasmissione era particolare, raffinata, un pochettinodandy, con cospicue tracce di cultura omosessuale cifrata (insomma, mai esplicita). Io di cultura omosessuale non ne sapevo nulla, ma proprio un emerito tubo. Ero cresciuto nell’Italia mammona, quella dell’orizzonte «macchina-moglie-mestiere ». Ricordo che un mio amichetto mi diceva: è bello il matrimonio, io appena sono grande mi voglio sposare. Perché, chiedo io. E lui : perché quando sei sposato puoi  scopare tutte le volte che vuoi. Con il senno di poi, direi che il mio amichetto aveva torto. Insomma, noi eravamo alla periferia di ogni cosa, in uno di quei ceti medio-bassissimi, totalmente invisibili, noiosi, grigi, inutili e così poco interessanti.

Cosi’ poco interessanti da non poter attirare nemmeno le attenzioni dei cantautori impegnati, dei teatranti di opposizione, degli intellettuali fuori dal coro, dei militanti delle direzioni ostinate e contrarie. Padri operai, madri casalinghe, tinelli, tovaglie di plastica, facili da pulire, mobili di fòrmica con colore finto-legno, piante di plastica con le giunture tra i vari pezzi molto visibili , case brutte e piccole ma sempre perfettamente linde e senza una cosa fuori posto ; a tratti (non sempre. Dipende dall’intensità dell’isteria della madre), persino le odiatissime pattine, per non lasciare impronte sul pavimento. E in ogni caso, pattine o no, la televisione sempre accesa. Nel caso della famiglia mia, sul secondo. Sarebbe il secondo canale (che allora si chiamava cosi’, non «Rai 2»). Tutti però dicevamo solo «il secondo» : metti il secondo, cosa danno sul secondo ?

La scelta del «secondo» era già indice di una certa laicità progressista. Quelli che votavano la dicci’ (e che in casa mia venivano indicati con la dizione : « son gente di chiesa ») guardavano il primo (stesso ragionamento che per il secondo : sta per primo canale). Il terzo non c’era ancora e Bianca Berlinguer era una bella bimbetta. Ma a parte questa scelta del secondo, ecco, non c’era nient’altro da dire. Ora, con tutta la buona volontà del caso, ma me lo spiegate, anche se avesse voluto, come avrebbe fatto De André a scrivere una canzone su di noi? Cosa scriveva, De André, « metti il secondo che comincia il telegiornale? ». ma figuriamoci. Per meritare una canzone di De André, o sei ricco (com’era lui, ricchissimo di famiglia), e allora la canzone trasuderà disprezzo, pena o schifo o rabbia e malinconia, « fascisti, borghesi, ancora pochi mesi » (il concetto di pochi è soggettivo). Oppure sei sempre ricco, ma almeno sei malinconico e torturato, sul modello della Micòl dei Finzi Contini, o ancor meglio del fratello Alberto. E allora ci potrà uscire una canzone plumbea, decadente, viscontiniana, anche un po’ nichilista. Insomma, se sei ricco ci sono due versioni di canzone, quella che definiremmo per il « porco soddisfatto » oppure quella per il « ricco riflessivo ». Se non sei ricco, per meritare una canzone hai un’alternativa: devi essere interessante. Tipo un assassino, un travestito, un carcerato, una prostituta. E allora nella canzone ci sarà un’intelligente raffinatezza e complicità, ci saranno tocchi di poesia, momenti altissimi di riflessione, severi moniti sulla necessità di non giudicare gli altri, richiami anche all’iconografia cattolica, insomma, cose belle, cose grosse, importanti. Ecco.

Se non sei ricco e neppure interessante, allora hai un’ultima chance, ma è proprio l’ultima. Devi essere un disgraziato totale. Ma totale, non mezzo e mezzo : devi morir di fame ed essere sporchissimo. In  quest’ultimo caso allora sei uno dei cosiddetti « ultimi », e li’ in un certo senso è veramente il massimo. Li’ le canzoni fioccano, e si riempiono di frasi memorabili, e i dischi si vendono. E i titoli di giornale non mancheranno mai, perché il giornalista ci va facile facile : il prete che difende gli ultimi, il cantante che ha cantato gli ultimi, il poeta degli ultimi, il calciatore che si interessa agli ultimi.

Perché difendere gli ultimi significa essere forti, essere come Gesù Cristo o quasi, essere pazzeschi, veramente in gamba. Significa essere « contro », non rassegnarsi al conformismo imperante, tenere la barra dritta, non cedere, non tentennare, essere « oltre », poter guardare tutti gli altri dall’alto in basso, con una smorfia di schifo, ed essere invitati alle migliori feste.

Ma un operaio che si compra una Seicento non è un ultimo; c’ha la Seicento. E non è ricco perché ve lo fosse, mica si comprerebbe la Seicento, non vi sembra ? E non è interessante : come fai a essere interessante con una Seicento magari pure lucidata perbenino? E di solito non è un nemmeno un assassino, perché statisticamente gli assassini sono una minoranza. Sarà per via dell’effetto deterrente della legge, o dell’innata bontà dell’essere umano, vai a sapere ; secondo me è la prima che ho detto, ma non importa. Tornando al nostro non ricco, non interessante e non ultimo : chi si compra la Seicento non muore nemmeno di fame anzi, mangia cibi semplici ma con robusto appetito. E allora una canzone viene malissimo, si capisce. A meno di non essere un poeta un po’ matto, magari uno alla Jannacci. Ma questi sono casi fortunati, particolari.

Noi, figli di questo ceto sociale incapace di ispirare opere d’arte veramente sovversive, noi attestati verso il terz’ultimo posto il pomeriggio lo passavamo a giocare a pallone, con i blu-jeans, le scarpe « clark »  o le Rontani. Che erano come le Superga ma costavano (e duravano) molto ma molto meno. Si rientrava tutti sudati. Avevamo inventato un neologismo (quando si dice): dis-sudare. Fermo che prima di tornare a casa devo dis-sudare, dicevamo. Dis-sudare consisteva nel calmarsi, lasciare che il sudore si asciugasse. In modo da rientrare a casa in uno stato di apparente calma, e quindi non sentire le litanie « sei tutto sudato, te l’avevo detto ». Ecco, io venivo da una cosa così: cosa volete da me, che me ne intendessi di cultura omosessuale ? Ma figuriamoci. Epperò nonostante tutto un po’ sì. Ma così, ad occhio a naso quelle cose lì mi piacevano ; perché io a scuola imparavo delle cose, e leggevo, e vedevo i film tardi la sera, quelli dopo le dieci, i film un po’ particolari, non quelli proprio scemi o edificanti delle venti e trenta, e riflettevo e pensavo. Anche perché di tempo ne avevo abbastanza : a scuola si andava mezza giornata e basta, attività extra-scolastiche io non ne facevo, le ragazze mi consideravano, credo, meno di un batterio, e insomma tempo ne rimaneva. E quindi un po’ di idee sul mondo me le ero fatte e fatto sta che quella trasmissione li’ mi piaceva e mi affascinava molto. In quegli anni c’era Rossana Casale, che è una cantante. Per chi non lo sapesse. Avrei dovuto dirlo subito, non appena ne ho citato il nome. Perché la definizione o la spiegazione la si dà subito, alla prima volta che si usa un termine. Non è che la dà dopo un po’. Rossana Casale (una cantante) era andata al Festival di Sanremo. E il conduttore della trasmissione radiofonica che a me tanto piaceva disse : a me (disse lui. Quindi va letto come se fosse « a lui ». Ma insomma, avete capito), a me (disse lui) piace molto Rossana Casale. E qui pausetta. Lieve, perché in radio una pausetta anche appena un po’ più lunga, fa subito una sensazione di vuoto pazzesco. E dopo la pausetta disse: come donna e come cantante.

Quanto mi piacque questa frase qua ! E allora io a dire a tutti, non appena l’argomento si presentava : a me Rossana Casale piace molto. Pausetta. Come donna e come cantante. E i miei amici che erano sostanzialmente degli abbruttiti, insomma dei ragazzi veramente semplici, mi dicevano: come donna ? Ma che cazzo dici? Ma tu devi proprio essere finocchio (anche loro se ne intendevano di cultura omosessuale, come si vede. A modo loro, s’intende). Madonna – dicevano – è racchia forte. «Racchia» va interpretato. Se in quel preciso momento Rossana Casale si fosse presentata dal mio amico e gli avesse fatto biribiri sul naso, quello avrebbe avuto un’esplosione ormonale, e poi si sarebbe fatto delle seghe per un bel po’ pensando a quel momento lì.

Ma bisogna considerare che quando sei seduto sul divano davanti alla tivvù, sei un padreterno e giudichi tutti : eh quella lì (e quella lì magari è una figa che ti incenerirebbe con lo sguardo a un chilometro di distanza, una femmina di cui mai hai sentito l’odore in vita tua), quella lì ha le gambe storte. Esseri orrendi, con le pance, le gambe bianche e pelose, vestiti malissimo, con l’alito cattivo e problemi digestivi, che passano la vita stravaccati a vedere le repliche delle partite, poi pontificano su stupende creature. Perché davanti alla tivvù essi sono come il Signore Iddio secondo la buon’anima di Alessandro Manzoni: coloro che giudicano senza essere giudicati. Esempio. Nastassja Kinski (che in realtà si chiama Nastassja Aglaia Nakszyński, non so perché ve lo dico) era (ed è) una donna bella, colta, intelligente, con una vita ricca di esperienze, cosmopolita, brava attrice, con un fascino perverso incredibile. Ecco chi è Nastassja Kinski. Un mio amico, secchione a scuola, che passava tutte le estati con la mamma (dicendo : mia mamma di qua e mia mamma di là) ; con i capelli biondini che parevano tagliati con la tazza (avete presente) ; ecco, questo mio amico qua diceva di lei (di Nastassja Kinski): mamma mia che schifo, non ce n’ha proprio di tette.

Ecco,  noi eravamo così. Anzi, no: loro, loro erano così.  Perché io no. Io ero diverso. Io ero più sensibile e non le dicevo quelle cose e pensavo a Nastassja con cupidigia e alle sue labbra e alle pieghe delle braccia e cercavo anche di immaginare il suo odore (di Nastassja Kinski). E cerco di immaginarlo anche adesso. E insomma, questo per dire che Rossana Casale, secondo me, era ed è una donna carina. Anche se (su questo siamo d’accordo) non è mai stata una maggiorata da esibizione nella gabbia delle stranezze, né una pollastrella da televisione ; e quindi non poteva suscitare l’entusiasmo dei miei amici. Ma io ero diverso. Io ero giù un po’ più raffinato, io ero uno un po’ più su: a me piaceva molto Rossana Casale, come donna e come cantante. E se non sbaglio quella canzone di Rossana Casale, in quel festival lì, diceva: piangere è già sentirsi invisibili. Secondo me è proprio vero.

(Maurizio Puppo, giugno 2012)

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