Il canto della notte in piena luce
Uscito non da molto per le Edizioni Déclic, Cledon, di Paola Silvia Dolci, è un libro che richiama chi legge a una scelta. Ed io ho fatto la mia.
Si può immaginare il testo come letto a teatro (la stessa nota finale ne suggerisce i modi, e stringenti, si può leggere il testo cercando di rispettarne la declinazione delle voci che lo abita per volontà dell’autrice, ci si può immergere, ed è la scelta che ho fatto io, dimentichi dei ruoli e come immersi in una folla, a volte fitta a volte rada, nella quale ci arrivino, aforismi catturati alla vita, e persino alla morte, in questo perdersi e andare.
Ho amato molto la mia scelta, che forse tradisce in parte la raffinatezza di costruzione (che pure è lì e vi si offre), perché quest’ultima immersione di Paola ha dato forma a un accadere della vita, della scrittura e della vertigine che ti porta a fissare in aforisma, in verso, in appunto, in canto. Questa vertigine è quella ho sempre avvertito come un dirsi per me, per me ciascun* di noi mentre andiamo e viviamo.
Ogni pagina e dialogo e accadimento di pensiero e di voce apre un varco, una chiave che non sappiamo bene come portare a serratura, e non sappiamo se sia di cera, rame, ferro e infine d’oro, ma pronti, resi pronti dalla scrittura così elegantemente antiretorica e potente di Paola Silvia Dolci, a provare ad infilare, in qualche modo, a conservare nel fondo di una tasca o di una tasca di terreno sui si allungano cespugli e arbusti o anche, tenerelle, le margherite di una sepoltura.
Sono grata a Paola per il tanto che porta ad essere per chi ha la gioia di una ricerca non semplificata, non ortodossa eppure spesso limpidissima.
Perché “alla fine [Saturno ci sussurra] qualcuno ti guarderà morire, o qualcuno troverà il tuo cadavere, o il tuo corpo non sarà mai ritrovato.”
Ma, intanto, [Lachesi ce lo dice a un orecchio] “Il corpo non è più un posto sicuro un porto sicuro, arriva un uragano e sfonda una parte della nostra casa”.
[Ed io, con] “piccole spinte verso un determinato approdo, mentre ci lasciavamo galleggiare nella corrente, pensando ad altro, […] leggevo mentre mangiavo, mentre giravo per la città in solitudine, perfino, a volte, mentre fingevo di dormire.”
Ho avuto spesso negli anni, e di questo sono grata alla lettura di Cledon, che la rivela, “la sensazione che qualcosa [mi e] ci chiamasse a percorrere una certa strada.”



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