This Property Is Condemned

Ph Nerina Garofalo – Model Cinzia GrecoSet Stazione ferroviaria di Camigliatello Silano. Grazie a Riccardo e Cristian Vinci per il supporto e la presenza creativa e affettuosa sul set. Grazie a Cinzia Greco per aver interpretato con grazia e intensità anche questo contest.

«Perché fai sembrare tutto speciale?»
(Owen)

The little sister

The older sister

Portraits of both sisters

(Contest and photo by Nerina Garofalo, August 2022)

Il film

  • Questa ragazza è di tutti (This Property Is Condemned) è un film del 1966 diretto da Sydney Pollack. È ispirato al dramma di Tennessee Williams Questo luogo è proibito. Il titolo originale significa “Questo edificio è pericolante” e si riferisce tanto alla locanda-pensione Starr, ormai abbandonata, quanto alla protagonista Alva, nevrotica, disperata sognatrice, dal precario equilibrio psichico, divisa fra una favolosa vita immaginaria (rappresentata dal vagone abbandonato Miss Alva, decorato per lei dal padre) e una degradata realtà quotidiana (rappresentata dalla pensione), destinata alla sconfitta. L’atto unico di Tennessee Williams, This Property Is Condemned (o Forbidden), si limitava a mettere in scena l’adolescente Willie che, camminando lungo un binario morto, raccontava la tragica storia della sorella maggiore ad un coetaneo incontrato per caso. Nella trasposizione cinematografica questa diventa invece solo la cornice narrativa di un lungo, unico flashback, molto più dettagliato (in Williams, erano assenti le allusioni alla Depressione e la storia d’amore era solo tratteggiata) che diventa una sorta di “nuovo” testo williamsiano, ispirato ai suoi temi e al suo stile. […] Nel pieno della grande depressione, nella cittadina di Dodson, nei dintorni di Memphis, la locanda-pensione di Hazel Starr è il ritrovo abituale di ferrovieri e viaggiatori. Senza il sostegno del marito, andatosene anni prima, la donna, rimasta sola con le due figlie, l’adolescente Willie (narratrice della storia, in flashback) e la giovane Alva, sfrutta come richiamo per gli affari l’affascinante figlia maggiore, con l’intenzione di sistemarla con un ricco uomo di mezz’età in modo che tutte e tre possano abbandonare quella vita di miseria. I suoi piani sono sconvolti dall’arrivo di Owen Legate, che affitta una stanza presso di loro per qualche giorno, e del quale Alva si innamora, perché per lei lo straniero rappresenta quel mondo fantastico che finora ha solo potuto immaginare, il sogno della grande città, New Orleans. Lui ne respinge fermamente le attenzioni, perché non gli piacciono i modi aggressivamente seduttivi della ragazza (crede che lei non si limiti a flirtare con gli avventori della locanda, ma conceda loro anche il proprio corpo) e perché sa di non poter stringere legami con gli abitanti del luogo, a causa del suo incarico: è stato inviato dalle ferrovie per operare un massiccio piano di licenziamenti, che potrebbe significare la rovina per l’intera Dodson, che sopravvive solo grazie alla presenza di uno scalo ferroviario. La rivelazione del vero motivo della presenza di Owen in città causa la violenta reazione dei ferrovieri, un gruppo dei quali arriva a picchiarlo. Alva, dopo un’iniziale reazione negativa per solidarietà verso le persone con cui è vissuta, lascia prevalere l’attrazione per lui, il quale infine cede al suo fascino e ne ricambia i sentimenti. Owen vorrebbe portare con sé Alva a New Orleans ma, alla vigilia della partenza, si convince, a torto, che lei abbia preferito il legame con un ricco pensionante organizzatole dalla madre e l’abbandona, deluso. Alva, con il cuore spezzato, si ubriaca e per spregio nei confronti della madre che ha rovinato le sue possibilità di iniziare una nuova vita ne sposa l’amante, J.J. Nichols, che ha sempre desiderato la figlia più della madre. Ma durante la prima notte di nozze lo deruba e scappa a New Orleans, dove incontra Owen con il quale inizia una felice convivenza. Ma l’idillio è destinato ad essere di breve durata. Attraverso una lettera che Alva ha spedito a Willie per invitarla a raggiungerli e vivere con loro, Hazel riesce a trovarli e, scoperto che non sono disposti a cedere alle sue richieste, rivela ad Owen che Alva si è sposata. La ragazza, disperata, fugge sotto la pioggia. Si ammalerà fino a morirne (fonte wikipedia).

Immagini dal film “This Property Is Condemned” di Sydney Pollack, 1966

La pastorale inesausta de “L’odore dell’arrivo”

ll nuovo libro di Gianluca Veltri

A distanza di meno di due anni dalla lettura del precedente, e con alcuni giorni di atmosfere fra lacustri e montane passate a dirsi di libri con l’autore e con la sua famiglia, mi ritrovo a sentire e pensare con fra le mani un nuovo lavoro letterario di Gianluca Veltri.

Critico musicale e musicista, giornalista e scrittore, nella mia percezione arriva alla produzione di questi ultimi anni con due opere del tutto differenti, per atmosfera, respiro e impatto, pur essendo entrambe la testimonianza di una domanda ostinata sullo stare al mondo. 

Nel primo libro, cha avevo commentato in giornate di bellezza silana, quando il Covid sembrava essere qualcosa che finisce, il lessico familiare e tutto quello che intorno ad esso si costruisce (in termini di relazioni, occasioni e affetti, e persino di resistenze ed urti) era stato consegnato alla letteratura come tentativo di abitare le assenze, e la finitezza, tramandando i significanti e i significati familiari e riallocandoli. 

Sia nell’uso che li ha generati, sia nella memoria d’uso che abitiamo quando ne conserviamo la radice e lasciamo che si contamini e riaffiorare. Bellissimo lavoro di scavo, ma anche chiave di una persistenza meno dolorosa della persona nel mondo. 

L’operazione potente, ne Le parole salvate era restituire a un significato collettivo qualcosa di così intimo come un lessico familiare. E alla fine del libro ti chiedevi di chi fossero, quelle parole salvate. Se le loro familiari, quelle dell’autore sopravvissuto a una perdita, le tue che ritornavano, prossime e disarmanti, leggendo.

Veniamo adesso a L’odore dell’arrivo, uscito sul finire del ’21 in virtù dell’incontro di Gianluca Veltri con l’Editore Ferrari.

Quando ho avuto finalmente il libro fra le mani, poco dopo l’estate, la connessione fra le sonorità delle cime e i solchi in vinile si è palesata come una cerimonia d’accoglienza fin dalla grafica, persino troppo esplicita, del libro. Sarà un incontro ricco di suoni, e sussurri, mi sono detta, e con questa sonorità assegnata al silenzio della lettura e delle pagine di carta (sia pur anch’esse fruscianti), mi son addentrata nel testo.

Così come le analogie e le distanze fra suono naturale e suono riprodotto (potremmo dire fra esistenza e narrazione?) sono arrivate da sole prima d’essere cercate, così anche quel titolo introduceva in me un doppio significato possibile. Si arriva là dove sapevamo o meno di voler e poter ed essere infine andati, o si arriva per partire, posizionarsi e da lì a vivere? La duplice domanda si è insediata nella lettura (come accade per ogni buon titolo), e non mi ha abbandonata.

Il romanzo di Gianluca Veltri, non me ne voglia Gianluca, ha sullo sfondo l’altopiano silano in mondo fondante ma anche assolutamente incidentale. Per tutto il tempo di lettura riecheggiavano in me atmosfere del romanzo americano, e quelle cime assumevano i tratti delle foreste canadesi, di qualsivoglia radura nella quale si sia andati in bicicletta per la prima volta. Stand by me. Qui metto un solco mio. Un dolce domani.

Ho cancellato il nome dell’altopiano dalla mia biografia, e da quella dell’autore, ed ho letto il libro di un autore che mi ha sorpresa e ricondotta nel non luogo dei luoghi che siamo. In pelle, ossa ed emozioni.

Non ci sono che luoghi dell’anima, in questo libro, che ha un respiro molto ampio, che ti libera i polmoni come un approdo in altezza. Quando arrivi in montagna senti due cose: che respiri in un altro modo e che hai fame. Ed io, leggendo, avevo fame. Di andare avanti e capire dove fosse che arrivavo, che arrivava, il protagonista. Se saremmo arrivati insieme per rimanere, infine, in un luogo della mente, o del cuore, o se saremmo arrivati, scrittore e lettrice, per andare. 

C’è tanta musica nel libro, che si consegna accompagnato da una serie di audiocassette virtuali, come facevamo da ragazzi noi nati fra il 60 e il 70. Nel ‘900 insomma. Arriva con la sua narrazione esatta, che basta a se stessa, e che con accanto quel gesto (ascolta questo con me), diventa ancora qualcosa d’altro, si apre, si amplifica. E pur essendo così intrisa di 900, la narrazione di Gianluca è perdutamente consegnata all’oggi, al secolo della sperdutezza, della salvaguardia in incanto. 

Così ci si difende oggi dall’inconsistenza dei paradigmi, con un incanto che non finisce, come la pedalata fiduciosa in avanti dopo quella protetta e arrischiante all’indietro, con la certezza dell’incertezza sfidata, una volta per tutte.

Mi sembra si racconti come un libro di racconti, in piccola parte editi in precedenza ma io, in verità, l’ho letto come un romanzo. Come si legge il Giovane Holden, come si guarda Noi siamo infinito. Se racconti sono, e non si dicono romanzo, è perché forse al racconto ci condanna questo millennio. Ma una serie di racconti è come una serie di respiri, non puoi leggerli slegati, non in questo libro, non in questo caso.

E’ un romanzo che paradossalmente, pur essendo “situato”, è il racconto di luoghi interni, di esperienze sentimentali. I primi pensieri sull’amore, sulla passione, sulla morte, le metafore sportive, la velocità delle corse. Scoprire che esiste l’altro, pur restando in qualche modo avvinti all’ascolto dei propri brani, del proprio ritmo, della storia che siamo. 

Niente di autobiografico, molto di narrativo, di impalpabile. Come il vento mentre corri, su una bici, o mentre la vita te la toglie l’euforia di una moto che si impiglia nel cielo. 

Ci sono, dentro il libro, molti ritratti in poche righe, preziosi. Una madre che si de-termina a non esserci, una donna che porta nei dialoghi del mattino la certezza delle bellezza che ci salverà. Alce nero, che attraversa vivo e fantasmatico il libro, e fa romanzo a sé. Io non credo ci sia molto Sud, in questo libro. Credo anzi ci sia molta America. E moltissimo amore per i luoghi dell’anima, che esistono nei luoghi reali, che sono quelli dove si arriva a volte per restare, a volte per ripartire.

Mettetelo in tasca, in borsa, sul comodino. E accendete la radio. Provate a sentire, sotto la musica, ogni singolo, prezioso, battito.

(Nerina Garofalo)

Recensione in imminente Pubblicazione su #LottangoloBlog, qui oggi in anteprima

Per un Natale pandemico

La parola pandemia, dal greco antico  πανδήμιος, pandḗmios, “di tutte le persone”, si associa al diffondersi di una malattia, ad una epidemia senza confini. Se riuscissimo a immaginare un Natale pandemico, ovvero la condivisione dei sentimenti di vicinanza, calore, attenzione all’essenziale, trionfo della grotta sui castelli, trionfo del calore dei fiati su quello delle feste, avvento del bambino come presenza di vita, allora forse, dico forse, sapremmo come uscirne vivi. Con generosità vera, che superi la paura di farci male, e diventi invece convivenza e presenza, riconoscimento e affetto. Per questa ragione ho scelto, per fare a tutti voi gli auguri dal nostro studio fotografico e dal mio studio di coach, e da noi come persone e famiglia, due fiabe che rinviano a molti dei temi di oggi: i muri che separano, la conservazione della ricchezza con disprezzo della povertà, l’indifferenza al dolore. Che possa essere la rilettura di queste due fiabe un messaggio di amore ad altezza di bambino e con occhi da piccoli. Perché solo i piccoli sanno fare cose grandi. Con tutto il nostro affetto, dunque, buon Natale e buon Anno nuovo

Nerina, con Riccardo e Cristian

*

La piccola fiammiferaia

(di H. C. Andersen)

Era l’ultimo giorno dell’anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell’acqua, l’altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l’ultimo giorno dell’anno e lei non pensava ad altro! Si sedette in un angolo, fra due case. Il freddo l’assaliva sempre più. Non osava ritornarsene a casa senza un soldo, perché il padre l’avrebbe picchiata. Per riscaldarsi le dita congelate, prese un fiammifero dalla scatola e crac! Lo strofinò contro il muro. Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e la stufa scomparve. La bambina accese un secondo fiammifero: questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero. Giunse così la notte. “Ancora uno!” disse la bambina. Crac! Appena acceso, s’immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l’anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli… il fiammifero si spense… le fiammelle sembrarono salire in cielo… ma in realtà erano le stelle. Una di loro cadde, tracciando una lunga scia nella notte. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta. La vecchia nonna le aveva detto spesso: Quando cade una stella, c’ è un’anima che sale in cielo”. La bambina prese un’altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. Le sorrise con dolcezza.
– Nonna! – gridò la bambina tendendole le braccia, – portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l’oca arrostita e il bell’albero di Natale.
La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un’altra scatoletta, uno dopo l’altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. I fiammiferi diffusero una luce più intensa di quella del giorno:
“Vieni!” disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell’anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto!

Il testo della fiaba è da questo sito, che si ringrazia per la condivisione

Il gigante egoista

(di Oscar Wilde)

Ogni pomeriggio, appena uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante. Era un grazioso e vasto giardino, con erba soffice e verde. Qua e là sull’erba c’erano bellissimi fiori che sembravano stelle, e dodici alberi di pesco che in primavera fiorivano di bianco e rosa, e in estate davano frutti succosi. Gli uccelli si posavano sugli alberi e cantavano così dolcemente che i bambini interrompevano i loro giochi per ascoltarli. «Come siamo felici qui!» gridarono gli uni agli altri.

Un giorno il Gigante tornò. Era stato a visitare suo fratello, l’Orco di Cornovaglia, e si era trattenuto con lui per sette anni. Dopo sette anni aveva detto tutto quanto aveva da dire e si era deciso a ritornare nel suo castello. Quando arrivò, vide i bambini che giocavano nel giardino. «Che cosa state facendo laggiù?» gridò con voce burbera, e i bambini scapparono via. «Il mio giardino è mio!», proclamò il Gigante, «chiunque può capirlo, e non permetterò a nessun altro di giocarci». Così vi costruì un alto muro tutt’intorno, e mise un cartello: “Vietato a tutti l’ingresso”.

Era veramente egoista quel Gigante. I poveri bambini ora non avevano un posto dove giocare. Provarono a giocare sulla strada, ma la strada era veramente sporca e piena di polvere e sassi acuminati, e a loro non piaceva. Erano soliti gironzolare intorno alle mura invalicabili dopo l’orario di lezione e, parlando tra loro dello stupendo giardino all’interno, “Come eravamo felici lì!” dicevano.

Poi arrivò la Primavera, e in tutto il paese spuntarono deliziosi fiorellini sui quali svolazzavano gli uccellini novelli. Soltanto nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Gli uccelli non si preoccupavano di cantare perché non c’erano i bambini, e gli alberi si dimenticarono di fiorire. Un solo bellissimo fiore mise la sua testolina fuori dall’erba, ma quando vide il cartello fu così dispiaciuto per i bambini che si infilò nuovamente nella terra, e ritornò a dormire.

I soli contenti furono la Neve e il Gelo. «La Primavera ha dimenticato questo giardino» esclamarono, «cosicché noi potremo viverci tutto l’anno». La Neve coprì l’erba con il suo grande mantello bianco, e il Gelo dipinse d’argento tutti gli alberi. Quindi, invitarono il Vento del Nord a stare con loro, ed egli venne.

Era avvolto in una pelliccia e ruggì dal mattino alla sera nel giardino, e abbatté i comignoli. «Questo è un posto piacevolissimo», disse, «dobbiamo invitare la Grandine». E la Grandine arrivò.

Ogni giorno per tre ore la Grandine crepitò sul tetto del castello finché non ebbe rotto la maggior parte delle tegole, e allora si mise a correre senza mai fermarsi intorno al giardino, più forte che poteva. Era vestita di grigio, e il suo alito era di ghiaccio.

“Non capisco proprio come mai la Primavera tardi così tanto ad arrivare”, disse il Gigante Egoista guardando dalla finestra il suo giardino freddo e coperto di neve, “spero che il tempo possa cambiare presto”.

Ma la Primavera non arrivò, e nemmeno l’Estate. L’Autunno portò frutti dorati in tutti i giardini ma non in quello del Gigante. «È troppo egoista» disse l’Autunno.

Così, là era sempre Inverno, e il Vento del Nord, la Grandine, il Gelo e la Neve danzavano qua e là fra gli alberi.

Una mattina il Gigante stava disteso nel suo letto, sveglio, quando sentì una musica dolcissima. Gli sembrò così dolce che pensò dovessero essere i musicanti che passavano.

In realtà era soltanto un piccolo fanello che cantava davanti alla finestra, ma era da tanto tempo che non sentiva cantare un uccello nel suo giardino, che quella gli sembrò la musica più soave del mondo.

“Credo che sia veramente arrivata la Primavera” disse il Gigante e saltò giù dal letto per guardare fuori.

Che cosa vide? Vide una scena stupenda.

Da un piccolo buco nel muro i bambini si erano insinuati nel giardino, e stavano seduti sui rami degli alberi. Su ogni albero che poteva vedere c’era un bambino. E gli alberi erano così felici di avere di nuovo i bambini con loro, che si ricoprirono di germogli, e agitavano delicatamente i rami sulla testa dei bambini.

Gli uccelli stavano volando qua e là cinguettando allegramente, e i fiori occhieggiavano tra l’erba verde e ridevano. Era una scena deliziosa: solo in un angolo era ancora inverno. Era l’angolo più lontano del giardino e lì un bambino stava dritto in piedi.

Era così piccolo che non riusciva a raggiungere i rami degli alberi e vi girava tutt’intorno, piangendo amaramente. Il povero albero era ancora coperto di neve e gelo, e il Vento del Nord soffiava e ruggiva tutt’intorno.

«Sali, bambino!» disse l’albero, e piegò i rami più che poté; ma il ragazzo era troppo piccolo.

Il cuore del Gigante a quella vista immediatamente si sciolse. «Come sono stato egoista!» esclamò. «Ora so perché la Primavera tardava a venire. Metterò quel povero bambino in cima all’albero, e destinerò per sempre il mio giardino ai giochi dei bambini». Era davvero molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.

Così, scese furtivamente e aprì senza rumore il portone di fronte, uscendo dal giardino. Ma quando i bambini lo videro si spaventarono talmente che scapparono via, e nel giardino ritornò l’Inverno.

Soltanto il bambino più piccolo non fuggì perché aveva gli occhi così pieni di lacrime che non poté vedere il Gigante avvicinarsi. Il Gigante allora gli si avvicinò da dietro, lo prese gentilmente per mano e lo sollevò sull’albero.

L’albero, immediatamente, lasciò sbocciare i fiori, gli uccelli si posarono cantando sui rami e il bambino tese le braccia, le gettò al collo del Gigante e lo baciò.

E gli altri bambini, quando videro che il Gigante non era più cattivo come un tempo, tornarono di corsa e con loro tornò la Primavera.

«Bambini, il giardino è vostro ora» disse il Gigante. Prese una grande scure e abbatté il muro.

Alle dodici, quando la gente uscì per andare al mercato, vide il Gigante che giocava con i bambini nel giardino. Il giardino più bello che avessero mai visto.

Per tutto il giorno ii bambini giocarono e, fattasi sera, tornarono dal Gigante a salutarlo. «Ma dov’è il vostro piccolo compagno?» domandò il Gigante, «il bambino che ho messo sull’albero».

Il Gigante lo amava più di tutti gli altri perché era stato lui a baciarlo. «Non lo sappiamo» risposero i bambini, «forse è andato via».

«Dovete dirgli di stare tranquillo e di venire domani» disse allora il Gigante. Ma i bambini risposero che non sapevano dove abitava, e che non l’avevano mai visto prima di allora.

Il Gigante, a quel punto, si sentì molto triste

Tutti i pomeriggi, quando la scuola terminava, i bambini tornavano a giocare con il Gigante. Ma il bambino che il Gigante amava non si fece vedere mai più.

vorrei vederlo ancora!» era solito ripetere.

Passarono gli anni, e il Gigante divenne molto vecchio e debole. Non poteva più partecipare ai giochi e seduto su una grande poltrona, si limitava ad osservare i bambini giocare e ad ammirare il giardino.

«Ho tanti fiori bellissimi ma i fiori più belli di tutti sono i bambini» esclamava ogni tanto.

Una mattina d’inverno guardò fuori dalla finestra mentre si vestiva. Ora non odiava più l’Inverno, perché sapeva che era semplicemente la Primavera addormentata, e sapeva che i fiori si stavano solo riposando.

Improvvisamente, si strofinò gli occhi e guardò con meraviglia. Era certamente una visione incredibile.

Nell’angolo più nascosto del giardino c’era un albero completamente coperto di fiori bianchi. I suoi rami, dai quali pendevano frutti d’argento, erano interamente d’oro e, sotto, c’era il bambino che il Gigante aveva tanto e tanto amato.

Il Gigante corse al piano inferiore, con il cuore colmo di gioia, e uscì in giardino. Attraversò velocemente il prato e si diresse verso il bambino. Ma quando arrivò vicino al viso del bambino, si fece rosso dall’ira e chiese: «Chi ha osato ferirti?»

Gigante, «dimmelo, affinché io possa prendere la mia grande spada e ucciderlo».

«No!» rispose il bambino, «queste sono le ferite dell’Amore».

«Chi sei tu?» chiese allora il Gigante, mentre uno strano timore lo prendeva. E parlando si inginocchiò davanti al bambinetto.

Il bambino sorrise al Gigante e gli disse: «Tu una volta mi hai permesso di giocare nel tuo giardino, oggi verrai con me nel mio giardino, che un giardino di Paradiso».

Quando i bambini, quel pomeriggio, andarono a giocare, trovarono il Gigante che giaceva, come addormentato, sotto l’albero, e tutto ri coperto dai fiori bianchi dell’albero dai rami d’oro.

***

Il Gigante egoista, una fiaba di Oscar Wilde

Si ringrazia per la versione in creative common utilizzata come base di partenza per questa traduzione, il sito . Sulla stessa pagina web è disponibile una versione audio della Fiaba.

Cristina Scalabrelli vista da Nerina

3 short stories per scatti – Ph Nerina Garofalo – Model Cristina Scalabrelli – Evento InAutomatico

3 short stories per scatti – Ph Nerina Garofalo – Model Cristina Scalabrelli – Evento InAutomatico – Direzione Artistica Daniele Belli

Omaggio a Gli Spietati

Omaggio a Jennifer Beals

Vintage

Il doveroso presidio al Comune e in Municipio

Il voto di domenica e lunedì, per i ballottaggi, si impone come dovere civico per chiunque avverta la complessità di ciò che viviamo, in termini sociali e politici, a livello locale quanto a livello nazionale. La città di Roma, ospite delle Istituzioni più alte, ci chiama a tener fede ai nostri doveri di cittadini e cittadine con ancor più grande sentimento di responsabilità e rigore.

Quello che accade nelle piazze, non solo italiane, con l’assunzione di modalità di contrapposizione populista e reazionaria ai governi ed ai simboli della democrazia partecipata ma delegante, rappresentativa, è gravissimo ed è, da lungo tempo, sotto gli occhi di tutti.

Le forme di individualismo e mancata analisi solidale di situazioni e dati generali, tipiche dei movimenti che imperversano da due decenni, sono facile preda e luogo di strumentalizzazione per le destre già estreme e violente.

Una democrazia solida e maggioritaria, come è oggi la nostra, non può ridurre la nazione alla stregua di nazioni che versano in direzione dei peggiori sentimenti nazionali, come ad esempio la Polonia.

Il compito del futuro sindaco di Roma, così come quello dei Presidenti e delle Presidenti di Municipio, deve essere quello di amministrare una città al servizio delle persone che la abitano e di servizio alle Istituzioni democratiche.

Come potrebbero i candidati di destra, nelle varie sedi, occuparsi di questo, quando palese è la vicinanza, o quanto meno la non presa di distanza netta, da questi movimenti?

Abbiamo sentito la condanna della violenza, a non la presa di distanza dai gruppi e partiti che l’hanno promossa e la promuovono.

Non è sciogliendo le organizzazioni che si formano le comunità resistenti, che si consolidano basi e vissuti delle democrazie. A questo si arriva con una città e dei municipi solidali a un disegno di confronto sociale sempre caratterizzato dai valori della costituzione e di tutte le democrazie, e capaci di sviluppare in essi centri di formazione educazione sentimentale, pratica e incremento dei valori democratici. E quindi, attenti ai bisogni, alle soluzioni non populiste ma capaci di prospettiva, alla crescita del bene comune, sia esso economico come etico e civile.

Per questo, occorre andar uniti e confermare il nostro voto ai candidati delle alleanze democratico, in questo ballottaggio di fatto rappresentanti di tutte le forze che non populiste e contrapposte ai fascismi di ogni natura.

Candidati con programmi di inclusione, di costruzione di una sicurezza non “militarizzata” ma derivante da come la città e i municipi si organizzano, vicini ai bisogni di genere, alle diverse identità culturali coesistenti, ai bisogni specifici delle nostre coscienze e dei nostri ciìorpi e corpi sociali.

Al comune di Roma deve essere indiscutibile la non astensione e il sostegno a Roberto Gualtieri, così come nei Municipi, a figure come quelle di Amedeo Ciaccheri, in MUNICIPIO VIII, di Titti di Salvo, in Municipio IX, e così via.

Seguendo Wislawa Szymborska, Comportiamoci bene nel mondo… cerchiamo di essere poeti

(NG)

**

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti perfino
nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.

Su un tavolo più giovane, da una mano d’un giorno più giovane,
il pane di ieri era tagliato diversamente.


Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.


La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

(Wislawa Szymborska, Disattenzione)

“[…] qualunque cosa possiamo pensare di questo mondo – il mondo è stupefacente. Ma “stupefacente” è un aggettivo che nasconde una trappola di tipo logico. Siamo stupefatti, dopotutto da ciò che si discosta da una regola ben conosciuta e universalmente accettata da un’ovvietà alla quale ci siamo conformati, via via che crescevamo. Ora, il punto è che non esiste un mondo così ovvio. Il nostro stupore esiste per sé e non poggia sul confronto con qualcos’altro. Certo, quando parliamo, nel quotidiano, quando non la smettiamo mai di giudicare ogni parola, usiamo tutti frasi del tipo “il mondo usuale”, “la vita usuale”, “l’usuale corso degli eventi”… Ma nel linguaggio della poesia, dove ogni parola viene soppesata, non c’è niente di usuale o normale. Nessun sasso e nessuna nube al di sopra del sasso. Nessun giorno e nessuna notte che segue quel giorno. E, soprattutto, nessuna esistenza, nessuna esistenza di chiunque al mondo. Sembra che i poeti avranno sempre un loro mondo ritagliato su misura.”

(Wislawa Szymborska, Prolusione alla consegna del Nobel nel 1996)

“Famolo strano” – disoccupiamo le strade

Sono stata partecipe ieri, a Piazza del Popolo, di un momento molto coinvolgente, quello che si definirebbe senza dubbio, se ci fosse onestà nella politica, un successo di piazza, e politicamente una dimostrazione di fiducia e calore in una città assai sfiduciata. Carlo Calenda ha chiuso la sua campagna elettorale, come candidato Sindaco per la città di Roma, con entusiasmo, passione, chiarezza e realismo. Ha descritto un impegno personale e del suo team articolato in azioni nel lungo periodo che ha preceduto la campagna fatto con attenzione a parole ben precise: competenza, concretezza, incontro e ascolto. Bisogna dire con forza, che, ascoltato Calenda e lette le dichiarazioni del PD degli ultimi giorni, il vero voto utile è quello per Carlo Calenda, ed anzi fa un po’ tristezza che il PD si sia ridotto a una campagna basata non su un suo contenuto ma sulla sconfitta della destra e lo spauracchio di un ballottaggio monocolore.

Andrò quindi al voto per il comune, che sarà per Calenda e per i candidati di Italia Viva Valerio Casini e Francesca Leoncini, certa di fare la cosa migliore e più credibile nel risultato sperato, tenendo conto di un panorama di oppositori non proprio esaltante, nemmeno a sinistra.

Ci vado convinta che non sia il mio voto ideale, sebbene abbia empatizzato con l’energia e la capacità di leadership (sia pur direttiva), del candidato. Bravo, serenissimo, umanamente in gioco a pieno, umorale e capace di grandi ineleganze, il che lo rende umano e persino simpatico, per una come me che non ama la compostezza.

Eppure, il momento di maggior distanza l’ho provato, credo forse unica nella piazza, nell’omaggio che la madre ha fatto all’impegno del figlio con un blob filmico su Roma ricco, elegante, misurato, ma in qualche modo per me mancante di quella Roma che sento davvero mia: quella di Favolacce, quella di Sulla mia pelle, quella del romanzo di Nicola Lagioia, quella che vede l’idroscalo di Ostia piuttosto che la Garbatella. Quella di Non essere cattivo. Quella di Padre Nostro, quella di Buongiorno Notte. Insomma, quello che voglio dire è che, pur convinta del mio voto di domani, il mio cuore è altrove. E’ in quel riformismo di sinistra che la sinistra te la fa sentire, in Gennaro Migliore, in Teresa Bellanova. In Ivan Scalfarotto. In Matteo Renzi.

Mentre ascoltavo l’ottimo Calenda, ho visto senza audio la diretta da Milano, alla quale erano presenti molti dei nostri, e un gesto di grande fraterna abitudine alla politica bella e solidale, con Renzi che posava la testa sulla spalla di Scalfarotto.

Ecco, quasi mi veniva da piangere. Così come quando ho visto a sera le immagini della chiusura di Amedeo Ciaccheri, che riformista non è, e che voterò convintamente con Angelucci e Marini per l’VIII, ed ho sentito che io comunque non potrò mai essere vicina ad Azione, è sempre amerò le poesie di Victor Cavallo.

Siamo tutti fieri dei nostri genitori, ognuno per motivi differenti, siano essi contadini, artigiani, commercianti, artisti, disoccupati, dissociati, persino colpevoli. Tutte le esperienze fondano l’educazione sentimentale di coascun@ di noi. Calenda e Azione rimangono per me la traccia di un riformismo borghese, magari ottimamente attivo, capace di far bene, ma pur sempre con quel velo di paternalismo che non toccherà mai il cuore di chi ama Don Milani, la Montessori, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli. Il cuore di una come me che ha riaperto il dialogo con la Chiesa Cattolica dopo aver letto la biografia di Ulrike Meinhof scritta da Alois Prinz.

Mentre andavo a Piazza del Popolo, ieri, in autobus, ho scattato molte foto delle persone che erano con me e Riccardo in autobus. Ecco, quella è la Roma che mi fa battere il cuore.

Io sogno il ritorno di un riformismo di sinistra in dialogo con la sinistra. Io sogno di disoccupare le strade dei sogni e non dai sogni, senza alcuna violenza, ma sulla base di meraviglia, empatia, senso del vero, amore per tutto, non solo per il bello. Io sogno un mondo di incompetenti che diventino competenti ciascuno nel “suo” modo e spazio. E quindi liberi e felici. Un welfare attento e vigile. 1 cinema, 1 teatro, 1 biblioteca, un centro antiviolenza, 1 casa di accoglienza, 1 casa del dopo di noi, un luogo di pet therapy, 1 presidio di accoglienza gratuiti in ogni quartiere. E tanto altro.

Per questo, convintamente voterò Calenda, ce l’ha messa tutta ed è il miglior candidato, ma il mio cuore resterà sempre, convintamente altrove. E in VIII forse trova nel voto che darò un posto migliore.

A tutti e tutte, buon voto. Io non sono un’idealista, potrei essere più sovietica che clericale, so che la politica non ha l’ottimo dentro. Ma penso ancora, voglio pensare, che abbia un cuore che mi rappresenta. Sarò tattica, ma non smetterò di farlo strano. Siamo a Roma, e questo serve.

Eredità d’artista

Nei messi passati abbiamo purtroppo perso la viva e creativa presenza di un artista e di un uomo di grandissima vivacità intellettuale e umana. Leonardo Serafino, nell’ultimo periodo della sua vita, aveva molto lavorato a un progetto legato al rapporto uomo-confine, uomo contenimento, uomo superamento, uomo e sua continua espansione fino a modellare il cerchio stretto dell’esistenza.

La gioia dell’incontro con Leonardo è avvenuta per me attraverso la sua compagna Stefania, che mi ha reso possibile conoscerlo come persona, nella loro sfera privata e amicale, e come artista. Al punto da partecipare, con commozione profonda, al suo Battesimo di adulto nel giorno du una Pasqua di qualche anno fa. In mezzo a una feste delle Luci che non dimentico.

Se ho un grande rimpianto è quello di averlo deluso suo moto di creatività, che incrociava la mia pratica fotografica, che avrebbe voluto realizzare incarnando i suoi schizzi di quella serie meravigliosa che è la sua rivisitazione dolente eppure carica di energia dell’Uomo Vitruviano di Leonardo. Quanta ricchezza in quelli. Mi aveva chiesto di fotografare questa sua ulteriore sperimentazione artistica, epistemologica e umana, ed io sono stata mancante. Non ho trovato il modo e il tempo nel suo tempo giusto.

Quando abbiamo tutti salutato Leonardo, ho conservato un’immagine di un suo lavoro che davvero ho caro agli occhi, ma anche, che mi ha fatto sentire tutto il rimpianto di non aver condiviso con lui e con Stefania (che ha protetto e amato l’arte di Leonardo più di chiunque al mondo) quella esperienza.

Prendo quindi in eredità questa suggestione e offerta così generosa, e la trasformo oggi in qualcosa che vuole a Stefania rendere le mie scuse profonde, ma anche la luce della gioia di corpo e vita che aveva Leonardo, e la luce che spero arrivi sul cammino personale di Stefania, che ha altrettanta energia dentro e altrettanto amore da esprimere, che rimane nonostante la tragicità del suo, e del loro, dolore.

Ho rubato per questo, su un set nel quale la modella Giulia giocava con una cornice vuota, l’immagine che avrei voluto aver “scattato” per e con Leonardo, ringraziandolo così per il lascito di valore della ricerca artistica in ciascuno di noi.

A Giulia, che è una giovane artista, oltre che modella e fotografa, e che è oggi alla ricerca di una sua strada espressiva, il mio grazie per aver prestato senza saperlo la sua corporeità e la sua giovinezza a questo progetto non nato, ma rimasto carissimo e prezioso nel mio cuore.

A Stefania (e a Leonardo), con amore.

n.

Perché una riformista voterà Ciaccheri in VIII

A metà strada fra Pasolini e Victor Cavallo

All’inizio della storia recente, aperta a mio modo di vedere (ma forse non solo mio) dall’omicidio Pasolini, dal delitto del Circeo, dal tragico errore del rapimento e delitto Moro, io diventavo di sinistra. Proprio di sinistra. Avremmo detto comunista.

E questo sono stata per tanta parte della vita. Fino a un momento in cui, più che tener d’occhio le cose che accadevano accanto, ho cominciato a sentire le cose che accadevano dentro. Dentro le persone, fra le persone.

Ho iniziato insomma a capire che errori ed orrori ci sono un po’ dappertutto, in ogni dove si esprime un potere, e che il potere vero, spesso, se vuoi cambiare le cose, non passa per le rivoluzioni giuste (o sbagliate), e nemmeno per i movimenti giusti e sbagliati.

In esse e in essi si sedimentano modi di vedere il mondo e le sue dialettiche, parole d’ordine, fascinazioni, suggestioni, e a volte orrendi abusi. Dove si smette di parlare con le persone e si parla ai gruppi, lì si cade sempre nel baratro del tragico, o del nulla.

Così, non è che ho smesso di sentire quello che da comunista ho ritrovato in parte nel ritorno alla dimensione cristiana e cattolica sia pur eretica a tratti, sono solo diventata riformista, ovvero, ho cominciato a sentire e pensare che per avere il meglio per tutti, e non solo per qualcuno, occorreva procedere su una via di cambiamenti faticosi, pieni di mediazioni, a volte ingiusti, a volte assai soddisfacenti, che consentissero a un Paese di rispettarsi e rispettare e non di essere preda di ondate di rivoluzioni ricche ricche di utopie di felicità, e nemmeno di movimenti conservatori tesi a distruggere persino rimembranze.

Alla voce riformista il Vocabolario Treccani dice (come da foto):

Nella sua prima accezione, non spregiativa, è stato quello che ho sentito necessario adottare ogni volta che vedevo la politica precipitare in basso, e smarrire il sentimento delle persone prima che quello delle parole, ed ogni volta che ho visto procedere la destra peggiore, sia pur mascherata, o quella vitrea illusione d’eterno che ha dentro tanto modernismo economico, e tanta fede nella scienza senza traccia d’incanto.

Ora, mi si può dire che questo è un tradimento d’ideali e passioni, ma onestamente io non credo. Attiene al modo mio la stessa rete di valori di fondo che sentivo quando votavo P.C.I., poi SEL e poi PD.

E l’adesione al progetto Renziano, con stima davvero grande per la capacità politica attuativa del Matteo, è stata ed è, per quanto mi riguarda verso Renzi, ad oggi la proposta vera. Di una democrazia attuata, di una sinistra che opera mediando, e dunque crea.

Allora, che ci fa una come me (che poi scrive poesie che no, non mediano per nulla, che ha portato nelle aziende progetti spesso visionari, che applica a studio tariffe politiche e lavora pro bono per il 30% del tempo, che ha senso magico e tragico e gioia, e se la porta in chiesa come in piazza) a dar sostegno ad Amedeo, Amedeo Ciaccheri, in VIII, del Municipio Presidente uscente e che vogliamo che rimanga?

Io credo che ci faccia, senza scandalo, anzi con convinzione mia (adesso uso una metafora e mi perdonino i poeti) quello che ci farebbe Pasolini a leggere le poesie di Victòr Cavallo a Garbatella, e Victor Cavallo a vedere Pasolini (quello che dicono borghese, di destra, religioso nel suo tempo, dalla parte dei poliziotti a Valle Giulia) che passeggia a Garbatella. Lui, ci sta bene o no?

Certo è metafora azzardata, magari scrivessimo, noi riformisti e Liberare Roma, PD e Sinistra Civica ed Ecologista e SEL, come Cavallo e come Pasolini…ma, sono certa, lavoreremo tutti sempre perché qui, nel nostro Municipio, si possa diventare anche poeti, attori, artigiani, commercianti, senza smarrire dignità e passione, sempre come persone vive e libere e pensanti. Per “dare a tutt@” le parole. Per dire e per fare.

Non so cosa sarà delle mie scelte in generale se verrà fuori un polo troppo fermo al centro, nel futuro, aspetto di sentire Renzi alla Leopolda. Ma qui, ho visto già cosa succede. Così come, per ortogonali ragioni, al Comune non posso stare con chi lascia i 5S in dignità politica.

Saranno scelte inquiete, ma son scelte, ed a due settimane dal voto per noi tutti è bene ribadirle. Dirle senza che ci sia nulla di ambiguo o di non detto.

Forza #Amedeo, vai avanti, ricordati di Pasolini spesso, che fa bene. Lui era quanto di meglio ci sia stato in anni bui e di destra vera. Tu, coi tuoi candidati e candidate, lo fate bello il mondo persino se sbagliate.

Nella tua squadra, un grande in bocca al lupo a Paola Angelucci.

Una supernova colma di amore

Nella lista significativa di film recenti e meno recenti che raccontano con maggiore o minore tormentosa tenerezza il rapporto della persona e dei suoi cari con l’Alzhaimer, spicca Supernova, in uscita domani nelle sale.

Diretto da Harry Macqueen, racconta la storia di Sam (Colin Firth) e Tusker (Stanley Tucci), un pianista e uno scrittore legati da un amore che dura da vent’anni. Attraversando in camper campagne e paesaggi inglesi, hanno un questo viaggio l’occasione di progettare la convivenza a partire dalla consapevolezza delle malattia di Tusker, e di toccare la vera e intima collisione di questa con le loro vite.

L’interpretazione è magistrale, per entrambi i protagonisti. Mai sopra le righe, quasi avvolta da una nebbia invisibile da cui emerge il dolora come una costellazione di emozioni insostenibili. E’ un film che lascia turbatissimi, indifesi. E i volti dei due attori, con la loro totale consacrazione al vero, narrano la tenerezza lasciando sfiniti.

Se penso a The Father, con Anthony Hopkins, se penso a Still Alice, con Julianne Moore, se penso ad Iris, un amore vero, con Kate Winslet e Hugh Bonneville, se penso a “The Iron Lady” è un film del 2011 diretto da Phyllida Lloyd, e alla Meryl Streep che assume su di sé la vita dell’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher e il suo rapporto con la malattia, trovo in ognuno di essi la traccia di una doverosa e complessa riflessione sulla perdita della relazione che questa malattia introduce irrimediabilmente, con se stessi, con le categorie di spazio e tempo, con i legami di identità e parola con le persone amate, con annessa dipendenza insostenibile.

Non ho ancora incontrato un film che racconti questo nelle famiglie meno intellettuali e ambienti, e forse ci vorrebbe il miglior Ken Loach a dirlo. E forse sono io a non avere memoria, o a non conoscere.

Ma questo certo aiuterebbe a una consapevolezza sociale di una solitudine intoccabile, di una perdita del confine di sé che non può essere lasciata sola, e non pensata.

Con molto amore, non possiamo non farci carico di quella specifica, ad oggi irrisolvibile, solitudine stellare, di questa irreparabile e irreparabile Supernova.

La politica, oggi, richiede sentimenti stabili

Siamo oramai nel vivo delle campagne elettorali, sia per l’elezione del Primo Cittadino, che per quella dei Presidenti di Municipio. Le lista sono oramai fatto pubblico, e ciascuno di noi è chiamat@ a verificare la propria aderenza alle proposte politiche dei candidati e candidate.

Dopo un lungo periodo di presenza politica di Italia Viva come soggetto politico nato dalla scissione dal PD, e passati 3 governi, 2 lockdown e una pandemia ancora in corso, mi sento chiamata, come riformista che crede nella proposta renziana, a una riflessione operativa che accompagni le mie scelte di voto.

***

Partiamo dalle candidature a Sindaco di Roma.

Nessuno dei programmi mi entusiasma, perché nessuno rispecchia (se non nelle proposte di alcuni candidati alle assemblee) il desiderio di pensare lo sviluppo di Roma nell’ottica della creazione di benessere sociale, cultura della crescita, attenzione alle individualità, visione “progressiva” del concetto di metropoli.

In un certo senso il PD riecheggia nel proprio programma parole in questa direzione, ma abdicando ad una alleanza politica con i 5S per me intollerabile.

Sono, per me, i 5S, in tutte le loro espressioni, all’origine di danno sociale irrecuperabile: la distruzione puntuale e acritica di ogni sentimento della politica nelle fasce culturalmente già fragili e meno garantite.

Inoltre, si fa portatrice, la proposta PD, di un portato vetero-sindacale, anch’esso pericolosamente ostile al cambiamento di passo del reale nella nostra metropoli capitale.

Il programma di Carlo Calenda, di contro, si propone come attuatore di una messa a regime delle emergenze cittadine ordinarie.

Le strade, la convivenza senza attriti, il verde, la sicurezza nella mobilità, il ciclo dei rifiuti. Sono certa che Calenda sia in grado di operare su questo egregiamente, ma anche sono convinta che si stia parlando delle “commodities” che un sindaco (quale che sia) dovrebbe garantire a una città come Roma (che non le ha ed anzi le patisce assai).

Passo necessario, il riordino del minimo sindacale, ma non sufficiente. Almeno a lungo termine. 

D’altro canto, però, nessuna delle candidature parla davvero ai diversi livelli di sviluppo attesi.

La destra persegue iniziative di esclusione, di populismo e disgregazione sociale inaccettabili, il PD non si fa garante di un programma che escluda le propagandistiche iniziative 5S.

Sembra quindi che Calenda, con la sua presenza crescente nel tessuto sociale, e con la garanzia di una efficienza di base, possa ad oggi, in questo quadro, essere l’unico candidato votabile, e anzi, da sostenere.

Posto che, se si arrivasse a un ballottaggio fra destre e centro, o fra destra e sinistra, a ciascuno starebbe il dovere di sostenere Calenda o Gualtieri contro Michetti e la Raggi a prescindere da qualsiasi altra considerazione. 

Italia Viva con il suo riformismo di sinistra è stata presente nella compagna per Calenda senza poter di fatto incidere sul programma, che resta tarato sulla visione di Azione, ma trova oggi, in alcuni candidati e candidate in municipio, la scommessa per portare un vento di riflessione profonda e vera e progressiva.

Per questo, là dove si ravvisi questa capacità “ulteriore”, più definita a sinistra, meglio attenta ai bisogni di superamento del necessario minimo indispensabile, è una buona scelta votare alcuni candidati e sostenere tutto questo (ad esempio in V municipio, dove, se lì votassi, sosterrei pienamente i candidati Ettore Luttazi e Giulia Candelori).

Perché da riformisti, in VIII, sostenere Amedo Ciaccheri Presidente

Ed ora pensiamo a chi riesce a parlare non solo di cassonetti ed aree verdi ma di sviluppo, crescita, prossimità, inclusione, diritto, educazione ai sentimenti e conversione digitale. La bella scommessa del Municipio VIII e della presidenza di Amedeo Ciaccheri.

Poiché io vivo in Municipio VIII, e non solo mi interessa il modello politico proposto dalla Giunta uscente, ma anche mi preme che ci sia continuità nel buon lavoro, provo a spiegare perché nel nostro municipio, ho preso le distanza della proposta della lista Calenda e con molto dolore anche dalle candidature di IV in essa.

Io credo che in VIII ci fossero, e saldamente, le premesse per arrivare a una lista civica di centro sinistra che ereditasse la visione comune a PD, IV, Sinistra civica ecologista, Liberare Roma ed altre forze di sinistra.

Ora, a questo non si è arrivati, e IV si ritrova (per scelta?) a presentarsi in VIII in una lista che accoglie davvero solo le istanze centriste o peggio di centro destra. In un municipio dove Amedeo Ciaccheri e il PD si sono spesi non solo in una ottima esperienza di governo municipale, ma anche con chiarezza fuori dalle alleanze con i 5S.

D’altro canto, la presidente proposta da Calenda non sembra saper agire né proporre se non in ottica appiattita sulle parole Decoro, Sicurezza, recupero dei Mostri, recinzione, illuminazione a giorno, alberi e piante, snellimento burocratico.

Per chi come me, e come molti altri, viene da un pensiero di sinistra, e ad un centro sinistra aspira, aperto, riformista, dialogante e forte di una attenzione concreta agli ultimi perché siano i primi, occorre pensare…. alle scuole primarie, ai centri sociali, alle biblioteche, alle occasioni di crescita (cinema, teatri, librerie), ai giardini come luoghi di sviluppo e convivenza, alla salute, ai consultori, al supporto psicologico, ai luoghi del dopo di noi, ai defibrillatori diffusi sul territorio, al rispetto dei generi, alla integrazione culturale, alla solitudine degli anziani, alla bellezza dei luoghi, allo sviluppo del turismo e dello studio, alla mobilità reale, all’arte dei luoghi come a quella “urban”, alla formazione degli adulti, ai servizi al cittadino.

Pensare a un municipio aperto e inclusivo, e non a un plastico con regole carcerarie. Alla solidarietà sociale e non alla serenità borghese. Per tutte queste ragioni, sostengo, da riformista, per nulla pentita del suo riformismo, la Presidenza di Amedeo Ciaccheri. 

E invito i riformisti a una riflessione profonda, e vera. Non possiamo sostenere una lista nella quale nessuno dei valori che sono alla base dei programmi politici del riformismo di sinistra viene di fatto rappresentato. 

Nella condizione attuale, è probabile che  “passino”, se e forse, la candidata presidente e uno, forse due consiglieri, quelli col maggior numero di voti. 

Io, da riformista di centro sinistra non voglio correre il rischio che passino candidati che son per me rappresentativi di un modello di centro destra di amministrazione locale. 

Con rispetto per tutti, considero una battaglia che deve essere combattuta quella di portare anche il contributo riformista alla elezione di Amedeo Ciaccheri Presidente in VIII. Votando i candidati e le candidate nella stesse liste che lo sostengono.

Quella di Calenda è una lista civica nella quel i simboli sono stati oscurati.

Occorre rimettere sul piatto della politica la bellezza democratica dei finanziamenti pubblici ai partiti, che soli garantiscono a tutti di correre con opportunità almeno in parte indipendenti dalle risorse investite. 

In questo clima politica, le campagne le fa, e ottiene sostegno, chi se le paga, o chi le merita. Il secondo caso è quello di Amedeo. Forza 🙂 diciamolo senza timore.

N.G.

2 ritratti estremi per Cristina

Ci sono due miei scatti con @Cristina Zuzak sul set che amo molto, estremi dal punto di vista emozionale. Evocano alcuni vissuti “fuori limite” del mondo bdsm, ma anche in qualche modo l’inquietudine esistenziale che viviamo tutti quando ci sentiamo “stretti”. Ringrazio Cristina per la sensibilità e intelligenza con cui abbiamo realizzato le foto di quel set, durante un evento di InAutomatico.

Preti operai

Ph Nerina Garofalo

Le foto, nel filmato, sono da iPhone, non sviluppate, ma l’emozione per il Dono di oggi è così grande che sento di volerlo condividere in due forme— Spero non spiaccia a nessun@. Era solo una grande ricchezza essere lì— grazie di cuore alla Parrocchia Santi Martiri dell’Uganda e a Luigi D’Errico— “Don Mario” a Roma, il 12 luglio 2021

Mother

Credo che la solitudine, e al tempo stesso il tentativo di arginarla, di reindirizzarla verso, siano i due tratti di questo tempo. Non a caso la ricerca senza timore della folla per la vittoria agli europei. Ed anche, nelle piccole case. Dove si può la vicinanza. Ci penso ogni volta che vado, andiamo da mia madre. Per questo, l’ho fotografata nel suo momento di grande gioia, nella settimana, insieme a quelli che vive quando vede i nipoti– Fotorgafarla le fa rivedere se stessa. Non sempre si riconosce, da brava vanitosa a volte dice: chi è quella? Io? No, non sono io… ma io la vedo bellissima, e struggente.#nessunoSiaLasciatoSolo #doveCiSonoDueCèUnaComunità #mother

Ph Nerina Garofalo

#unofficial portraits of #caterina by Nerina

Quando si scatta con qualcuno inevitabilmente ci sono foto che rispondono pienamente a quello che la persona che posa desidera ritrovare nello scatto, e ci sono ricerche che chi scatta e sviluppa fa intorno a un volto, a un corpo, a delle emozioni. Questo secondo caso fa sì che ci siano ritratti che la persona che si “presta” alla macchina fotografica e al fotografo, può amare moltissimo o anche detestare. In un magnifico set con Caterina, fatto con Riccardo e Cristian, ho sperimentato l’uso del grandangolo in ritratti tradizionali, ottenendo una serie che metto qui, in #unOfficial mode e che molto, moltissimo, amo.

Ph Nerina Garofalo (c)
Model Caterina Misasi
MUA Claudia Passacantilli

ucdr - un colpo di reni

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Una storia disambientata

intermittenze- scritture di Anna Leone -altre voci-

"Mi manca il riposo, la dolce spensieratezza che fa della vita uno specchio dove tutti gli oggetti si dipingono un istante e sul quale tutto scivola." Alfred De Musset

mobileQuarantine

by Nerina Garofalo

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