Uscito non da molto per le Edizioni Déclic, Cledon, di Paola Silvia Dolci, è un libro che richiama chi legge a una scelta. Ed io ho fatto la mia.
Si può immaginare il testo come letto a teatro (la stessa nota finale ne suggerisce i modi, e stringenti, si può leggere il testo cercando di rispettarne la declinazione delle voci che lo abita per volontà dell’autrice, ci si può immergere, ed è la scelta che ho fatto io, dimentichi dei ruoli e come immersi in una folla, a volte fitta a volte rada, nella quale ci arrivino, aforismi catturati alla vita, e persino alla morte, in questo perdersi e andare.
Ho amato molto la mia scelta, che forse tradisce in parte la raffinatezza di costruzione (che pure è lì e vi si offre), perché quest’ultima immersione di Paola ha dato forma a un accadere della vita, della scrittura e della vertigine che ti porta a fissare in aforisma, in verso, in appunto, in canto. Questa vertigine è quella ho sempre avvertito come un dirsi per me, per me ciascun* di noi mentre andiamo e viviamo.
Ogni pagina e dialogo e accadimento di pensiero e di voce apre un varco, una chiave che non sappiamo bene come portare a serratura, e non sappiamo se sia di cera, rame, ferro e infine d’oro, ma pronti, resi pronti dalla scrittura così elegantemente antiretorica e potente di Paola Silvia Dolci, a provare ad infilare, in qualche modo, a conservare nel fondo di una tasca o di una tasca di terreno sui si allungano cespugli e arbusti o anche, tenerelle, le margherite di una sepoltura.
Sono grata a Paola per il tanto che porta ad essere per chi ha la gioia di una ricerca non semplificata, non ortodossa eppure spesso limpidissima.
Perché “alla fine [Saturno ci sussurra] qualcuno ti guarderà morire, o qualcuno troverà il tuo cadavere, o il tuo corpo non sarà mai ritrovato.”
Ma, intanto, [Lachesi ce lo dice a un orecchio] “Il corpo non è più un posto sicuro un porto sicuro, arriva un uragano e sfonda una parte della nostra casa”.
[Ed io, con] “piccole spinte verso un determinato approdo, mentre ci lasciavamo galleggiare nella corrente, pensando ad altro, […] leggevo mentre mangiavo, mentre giravo per la città in solitudine, perfino, a volte, mentre fingevo di dormire.”
Ho avuto spesso negli anni, e di questo sono grata alla lettura diCledon, che la rivela, “la sensazione che qualcosa [mi e] ci chiamasse a percorrere una certa strada.”
La tassa etica, rispolverata con l’attribuzione anche ai regimi forfettari della stessa, genera due aspetti assai discutibili se si pensa a un suo mantenimento.
Viene definita come tassa che non condanna i contenuti, ma i contenuti “inutili”. Ma mantiene il carattere “etico” definendo inutile la pornografia, pur essendo oggetto di consumo legale e diffusissimo.
Ora, il fatto che uno stato di diritto e laico sia inconciliabile con una tassazione eticamente connotata, va da sé.
Vediamo allora a chi serve la pornografia, peraltro spesso assai di confine con i contenuti erotici.
Il dizionario Treccani così definisce un contenuto se pornografico:
“pornogràfico agg. [dal fr. pornographique, der. di pornographie«pornografia»] (pl. m. –ci). – Che ha rapporto con la pornografia, che ha carattere di pornografia: letteratura p.; disegno p.; film p.; una rivista p.; stampa p.; uno scrittore p.; vendita di materiale pornografico; fotografie p. di quelle che si vendono nei porti di mare e nei sobborghi equivoci delle grandi città (Moravia). ◆ Avv. pornograficaménte, in modo pornografico: il film ha travisato pornograficamente il sottile erotismo del libro.”
Passiamo allora al sostantivo pornografia: “Trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, video ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni [?], fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o […] da una sofisticata elaborazione immaginativa. Per la sua perfezione tecnica, l’erotismo multimediale, che può facilmente sfociare nel pornografico, diventa sempre più un voyeurismo trasgressivo, a uso del singolo, ma anche di coppia e di gruppo (…)”
Tutto questo ci consente di ragionare su chi utilizza i contenuti pornografici, senza riserve e segretazione, e su chi li utilizza senza rimuovere (a volte nemmeno interiormente) lo stigma che li connota.
Onestamente credo che possa trattarsi del 90% della popolazione adulta, almeno per un consumo una tantum o rarefatto; ovviamente è idea, un parere personale privo di valore statistico, ma fondato su conversazioni private e/o di lavoro.
Preciso di non lavorare nel mondo del porno, piuttosto stanzialmente nel mondo della comunicazione interpersonale ed interpersonale e pubblica, per il benEssere delle persone nel lavoro nella vita.
Una volta, un amico di grande intelligenza che purtroppo oggi non è più con noi, ascoltandomi dire questo disse, quasi trent’anni fa: “è come dire che potresti essere una suora o una prostituta allo stesso modo”. Io risi, e dissi che ero una formatrice e una consulente di organizzazione. Questo però non sottintende che io critichi l’una o l’altra declinazione professionale o esistenziale.
Tornando a chi utilizza contenuti pornografici, e perché, provo a fare una sintesi delle mie convinzioni: la pornografia esaspera e semplifica a un tempo quello che l’erotismo suggerisce, se l’erotismo è un sussurro, la pornografia è un trillo, un guaito, un affanno, un urlato e talvolta decisamente un urlo.
Chi la utilizza in modo consensuale e consapevole?
Probabilmente chi, privato di una dimensione erotica e sensuale reale, fatta di relazioni e corpi, trova nella pornografia un sostitutivo dell’altro quando solitariamente vive il proprio desiderio. Ovvero tutti quelli ai quali e alle quali la società nega una dimensione erotico/sensuale per ferocia o per moralismo. o per ignoranza o fraintendimento dei bisogni. Rientrano in questi i e le detenut*, le persone portatrici di disabilità fisica e/o mentale, i e le lungo degenti per motivi di salute fisica o mentale, e infine chi si dedica a una esistenza casta con poca convinzione e/o con la consapevolezza che trasgredirne la regola è umano e non nuoce a nessuno. Infine, chi ha un immaginario che potremmo definire per/verso, e che quindi nella pornografia trova la rappresentazione delle proprie inconfessabili preferenze, e le sublima mantenendole nell’area del fantasticato e autogestito.
Se questo non porta (e non è provato che lo faccia, anzi credo sia solo un’idea bacchettona) a comportamenti violenti e di lesione e abuso su minori o su soggetti non consenzienti e consapevoli, nulla di male mi pare esserci sotto il cielo. Le azioni criminali esistono a prescindere.
Il mondo erotico, così come quello pornografico, hanno anche una dimensione condivisa: coppie che hanno voglia di “dirsi” fantasie, di imparare pratiche e linguaggi, di sperimentare emozioni solo “immaginate e desiderate” che però non vivrebbero nel reale se non avendole prima, forse, comprese vedendole agite nella pornografia. E’ in fondo un modo per “raccontarsi e raccontare”. Immaginate quello che usando un titolo della Atwood, “Fantasie di stupro”, succede nell’immaginario femminile assai diffuso che fantastica una sottomissione anche violenta, pur condannandola, giustamente e fermamente nella realtà.
Ora, ci muoviamo su un terreno molto scivoloso. La pornografia abita i luoghi degli incontri nascosti fra adulti che hanno esperienza di scambio di partner, single o coppie etero ed omosessuali che gravitano nell’universo iper-eccitante di saune, club e locali notturni, nei peep show come quello in Paris Texas ma con meno estetica e grazia, e dolore e amore. Solo sesso, ma non per questo da disdegnare a priori o vietare.O definire inutile.
Parliamo sempre di adulti consenzienti e di assenza di qualsiasi forma di violenza imposta fosse pure in visione. Persino l’universo pornografico di area BDSM parte da presupposti in qualche modo violenti e umilianti, ma quello è il cuore di quella esperienza, e anche lì, sempre deve esserci consenso, consapevolezza, limite esplicito, preferenza e adultità e libera scelta.
E, mi chiedo, quando si visita una mostra di maestri dell’illustrazione e del fumetto, decisamente intensi nella connotazione erotica, siamo sicuri che i linguaggi del maestro Milo Manara ne “Il gioco 2”, non siano mutuati da una vena di ispirazione “anche” suggestivamente pornografica? Cosa ecciterà di più un pubblico? Manara, Eleuteri Serpieri, Magnus delle 110 pillole, o un film di Brass, un filmato porno, o un video su internet? O i piedi fotografati per il pubblico di OnlyFans?
Credo che alla fine si tratti di una sentimento estetico quello che fa scegliere, ma anche fortemente la accettabilità sociale dei contenuti.
Nessun adult* si vergognerà a cercare in Feltrinelli le opere di Crepax, Milo Manara o Magnus, ma difficilmente la gran parte di loro prenderà un film porno per una delle ragioni sopra elencate, ricorrendo alla protezione dello streaming, e prima dei DVD e dei VHS (ma parliamo del ‘900).
E non pensiate che tutto questo sia territorio maschile. E’ territorio di ciscun* che viva, scopra o cerchi di sopperire a una mancanza o a scoprire un versante immaginario, sul versante della sensualità e sessualità.
La tassa etica non incide sulla protezione dei minori, non lavora per il sostegno a chi per una mancanza di equilibrio preesistente potrebbe portare le emozioni della pornografia sul terreno non consenziente di una realtà generalizzata.
Entra nel mancato consenso, ovviamente, la pressione psicologica con la quali fra adulti si potrebbe dare per scontata la condivisione, invece che derivata da un esplicito consenso (cosa vi ricorda?).
Ma, è questo è il tema della raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che intende abrogare la tassa etica, che questo esecutivo rispolvera e rende più attiva, colpendo le piattaforme come OnlyFans e i lavoratori del porno e limitrofi in regime forfettario, ignorando tutti i temi che un consumo non adulto e non consapevole della pornografia potrebbe generare.
Allora, amici e amiche, leggete Amsterdam di McEwan e fatevi un’idea di come ciascuno abbia un immaginario, le 110 Pillole di Magnus, persino le opere di De Sade o il più soft Histoire D’O, di Pauline Réage (da cui un bel film anni 70 che non definirei pornografico, al limite da inserire nella categoria dell’erotismo e del porno soft).
Si saranno eccitati gli spettatori di Ultimo Tango a Parigi, almeno un po’, per l’erotismo bruciante e disperante e immenso di Brando e Schenider, o avrà prevalso il giudizio storico, la ragione politica, la valutazione etica? Di certo prevalse la valutazione etica di quelli che misero la pellicola al rogo, come misero a censura lunghissima L’impero dei Sensi di Nagisa Oshima, film del 1976 accusato di pornografia e ritirato dalla sala poche ore dopo la prima proiezione e processato per oscenità. In realtà era un film feroce sull’amore.
Ecco, io non pretendo di aver descritto verità assolute su questi temi, sono i miei personali e adulti punti di vista. Ma, spero possano far pensare un pochino alla necessità di dire no alla tassa etica, a qualsiasi tassa etica, tanto quanto è necessario esprimersi su altri temi ad oggi agli occhi dei media.
I partiti più coraggiosi e liberali si sono espressi, a favore dell’abolizione e a sostegno dell’iniziativa: radicali, +Europa, Azione e i socialisti. Questo a quel che risulta a me. Ho l’impressione che molti partiti contrari allo Stato Etico non prendano posizione avendo elettorati divisi, e poco coraggio nella difesa dei diritti di tutti, anche al consumo consapevole di pornografia. Cosa fanno il PD, AVS, Italia Viva?Nemmeno ne parlano, ad oggi, che mi risulti. Ma magari mi sbaglio, e qualcuno me lo faccia sapere.
Qui il link per firmare per la raccolta di firma proposta e in corso dalla fine di gennaio:
Ho firmato oggi la raccolta di firme per l’#abrogazionedellaTassaetica
Ecco perché–
Stop Tassa Etica
“La presente proposta di legge mira ad abolire la “tassa etica, un’addizionale IRPEF e IRES del 25% applicata ai redditi derivanti da attività pienamente lecite nel settore pornografico. Introdotta nel 2006, si tratta di una tassa aggiuntiva che, per chi lavora in questo ambito, si somma alle altre imposte ordinarie già dovute. Determina un trattamento fiscale discriminatorio fondato non sulla capacità contributiva, ma su una valutazione morale del contenuto dell’attività lavorativa svolta. Questa impostazione contrasta con principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale: la laicità dello Stato, che impone neutralità rispetto alle scelte morali individuali; l’uguaglianza fiscale, che vieta discriminazioni arbitrarie tra contribuenti; la libertà di espressione; e il principio di capacità contributiva, secondo cui ciascuno deve contribuire alle spese pubbliche in proporzione al proprio reddito. La tassa etica colpisce infatti lavoratrici e lavoratori che svolgono un’attività legale non per quanto guadagnano, ma per ciò che producono, trasformando il fisco in uno strumento di giudizio etico e di stigmatizzazione sociale. La proposta intende dunque ripristinare un sistema tributario equo, neutrale e coerente con i principi costituzionali, eliminando una misura punitiva che non tutela alcun interesse pubblico e che rappresenta un precedente pericoloso nell’uso della leva fiscale come strumento di controllo morale.”
Ora, la pornografia prodotta e fruita da adulti non è a mio parere differente dalla produzione di tabacco, alcol armi, automobili. E nemmeno differisce dalla produzione di bibite, zuccheri lavorati, alimenti di qualsiasi natura. Sta a noi adulti utilizzare, consumare o meno, proporre, produrli.
La tassa etica non tutela i minori, il cui accesso ai contenuti pornografici è onere delle figure genitoriali e scolastiche inibire. Così come sta a loro controllare l’accesso ad essi, nei modi e luoghi opportuni. La tassa etica non vede applicazione su altri produttori di beni, e risulta di fatto una operazione moralistica e censoria non solo inutile quanto grave. Introdotto ai tempi del Cavaliere, torna oggi in auge persino sui regimi forfettari. I più colpiti i piccoli operatori del settore, non certo le produzioni ricche spesso a regime fiscale extraterritoriale.
Infine: la pornografia ha un suo mercato, online e non, poiché risponde a bisogni di adulti consenzienti e consapevoli insindacabile, per quanto possa sembraci volgare, inadeguata e forviante. Come per i sentimenti, la sessualità e la sua visione è frutto di una cura continua del come ci percepiamo, percepiamo gli altri e utilizziamo il principio di “consenso” esplicito. Anche qui.
Moralismi e falsi controlli sono inutile atto di mancata coerenza libertaria e democratica.
Nei giorni appena trascorsi ho avuto la piacevole sorpresa di incontrare in ascolto un audio racconto di Massimiliano Santoro, sul suo canale podcast “Raccontimetropolitani”.
“Un mansarda a Milano” è infatti la prima uscita, recentissima, del suo podcast, peraltro assai curato sia nella veste, sia nella sostanza.
Il canale è congruente fra enunciati del testo di introduzione e toni e atmosfere del primo dei racconti. Bella la voce che dà corpo al testo, elegante e delicata la scrittura che si posa sul testo rendendolo immersivo. Milanese e borghese l’appartenenza del gruppo protagonista dei luoghi, ma senza essere di disturbo alle atmosfere di neoadultità dei venticinque anni che il racconto restituisce.
Ma è la storia d’amore (nei confini impalpabili dei luoghi d’amore, e disamore) quella che pian piano ci sommerge nel racconto. Come un’onda che sale alta e definisce acquatica l’alchimia di emozioni che passa in chi ascolta.
Auguri a Massimiliano Santoro per questa sua nuova realtà editoriale e creativa, e grazie del dono dell’ascolto consegnatomi come dono. Su #Spotifay attendo, spero presto, l’ascolto di un secondo racconto.
Nel nostro essere preda dei social, cosa possiamo fare, oggi, per emanciparci da una complicità inevitabile con la circolazione di fake, infobulimia crescente, paura di restare tagliati fuori (FOMO), che prosperano sulla solitudine o sulla fragilità? Il compito è che nulla ci sia indifferente, nemmeno la nostra fragilità così profondamente umana. Solo l’uscita vera dalla solitudine può darci risposta.
Da molto tempo provo poco il desiderio di scrivere su Facebook. Molto più facilmente Instagram diviene il luogo che abito, soprattutto come fotografa. Sono stata fra i primissimi, credo, a utilizzare FB intensamente, spesso con taglio autobiografico e biografico, e sempre condividendo dai wall altrui pensieri e proposte dei loro autori e autrici.
Essendomi nutrita all’origine di quella cultura “open” e centrata sull’economia del dono, era una scelta naturale che partiva da esperienze di Community che erano state davvero luogo di incontro ed espressione e di scoperta. In una dimensione che di economico aveva molto poco.
Oggi (quando i social sono da anni oramai preda delle nuove economie marketing oriented, delle manipolazioni mediatiche, delle logiche di mercificazione del lavoro svolto dalle piattaforme), assistiamo a un decadimento malinconico dei contenuti, imperversano post che rilanciano ricordi passati, confondono anni, testimoniano più le perdite che le nascita, il dolore e lo smarrimento più che il desiderio e le relazioni vive, in divenire occorre riflettere.
Una delle prime ragioni per le quali non si abbandonano i social, è che hanno davvero costruito reti virtuali e riattivato energie. Peccato che oggi non siano più nelle nostre mani.
Non vediamo più i contatti che amiamo ma quelli che gli algoritmi distribuiscono, siamo subissati da azioni promozionali e di vendita, capaci di adeguare i linguaggi all’impoverimento di economie e dialoghi, tessendo una rete illusoria di accesso e un abbassamento delle attese (che corrisponde al sonno sociale del desiderio che vive nel lavoro, nella sua contrattazione, nella standardizzazione dei mondi consulenziali, che nel secolo scorso hanno fondato il progresso in ottica anti-capitalistica molto più dei partiti).
Lo dico da un mondo che è stato il mio nella mia formazione e nella mia vita professionale. Le parole benessere, persona, metafora, clima, contrattazione, sviluppo, utile, crescita, libertà dal lavoro come lavoro alienato, sono sparite. E quando permangono sono scatole vuote nel 98% dei casi. E non per mancanza di riflessione, ma per un sostanziale asservimento feudale del lavoro di tutt*.
Per questo i giovani fuggono, nella speranza che ancora, in qualche modo, il lavoro appartenga loro e costituisca “progetto”, se non comune almeno condiviso. L’Italia è più povera, il Centro-Sinistra lo denuncia con chiarezza. Ma non viene avanzata alcuna proposta di revisione dei modelli economici, di formazione, di accompagnamento nella vita personale e sociale.
Welfare, società delle opportunità, sviluppo e crescita, come migliori del concetto di “merito”, lasciano il posto a conformismo, adeguamento alla soglia minima e predeterminata dei saperi, solitudine.
La chiusura dei centri sociali ha una sua logica perversa, che persino il PD in parte cavalca, che è quelle di delegittimare il pensiero divergente e le comunità apprenditive trasversali. Coincide con la burocratizzazione destrorsa della scuola, e la punizione come metodo di distruzione in massa dei luoghi della dialettica, nelle scuole prima che altrove. La società dovrebbe invece finanziare e sostenere questi luoghi, assumendosi il carico della loro esistenza.
La chiesa non è coesa ma come in passato schierata in parte fra i preti operai, ma in parte con i burocrati di regime, non ultimo il caso dei rintocchi di Sanremo.
Le parole sono: cancellare i diritti alle identità, cancellare il pensiero divergente, smentire la diffidenza, rendere le donne al confine domestico e di maternage e caregiving, clinicizzare il disagio, emettere diagnosi, abbattere la sanità pubblica, e persino criminalizzare la resistenza sociale.
Ma, per tornare ai social, cosa possiamo fare per emanciparci da una complicità inevitabile con la circolazione di fake, l’infobulimia, il FOMO, la superficialità intrinseca alla quantità, la sofferenza di chi paga per le azioni di gosting di moltissimi costruttori di relazione fittizie, narcisistiche, che prosperano sulla solitudine o sulla fragilità?
Non condivido la scelta di uscita dai social, è solo un lasciar campo a qualcosa che in ogni caso pervade e inquina. Non servono i social di nicchia, occorre frantumare i muri del virtuale ed anche occupare le feritoie in modo consapevole.
Leggere meno, scrivere meno, tornare a una selezione dell’essenziale, imparare i linguaggi, controbattere quello che ha senso controbattere.
Esserci per quello che ha senso, non per avere senso.
Sapere che in fondo possiamo dire una cosa al giorno ma sensata, che sia uno sguardo fuori e non una certificazione di noi stess*.
Mi rendo conto di quanto sia affasciante poter dire, poter costruire reti, ma nei fatti, queste, oggi, non sono le nostre.
Dobbiamo rieducarci al poco e al meglio, al sapore che ci portano le labbra e all’odore che ci danno i corpi nello spazio.
Sapere che non dobbiamo rincorrere l’ultimo film, l’ultimo libro, l’ultima dichiarazione e comunicato stampa.
Invitare qualcuno a vedere un tramonto con noi, invece di mostralo a centomila. Tutti errori comuni, ovviamente anche miei. Le reti di oggi prosperano sul darsi in pasto, non nutrono.
Occupiamo le strade dei sogni, invece di essere tutti “un sogno non sognato”, come direbbe Ogden.
E per pietà, non svendiamo la parola “sogno” in politica come abbiamo fatto con la parola “narrazione”. Restiamo umani, agiamo in dormiveglia.
In questo anno ringrazio il bene che ho avuto, quello che ho provato a vivere, il cibo che non è mancato, le tante immeritatamente numerose parole di affetto e vicinanza che ho sentito.
La gratuità assoluta di tanti rapporti, anche faticosi ma insostituibili. Le febbri rivelatrici, il mio andare piano per via delle gambe, ma la speranza che il Buen Camino non finisca mai.
Gli amici e le amiche ritrovati, e quelli perduti. La possibilità di provare a evitare ciò che ci rende aspri, settari, ciechi. Il vivere in un mondo di piccoli con occhi grandi. La dimensione del quartiere e il desiderio del mondo.
Ringrazio ogni persona che ha saputo dire no, quando si doveva. Le persone che ho letto ogni giorno, e che sono la ragione per cui ancora c’è un senso a restare attivi sui social.
Ringrazio il Dio di Francesco, e Papa Francesco, per la loro amabile e solitaria anarchia. Ornella Vanoni per la testimonianza di come invecchiare sia un’arte donata. E tutti quelli che ho letto con amore, a volte non senza dolore. In cima a tutti, nel 2025, le “foreste con quel che resta” e gli “sbilichi”, le parole sbarrate, la bellezza di alcuni giovani nel fare politica, la tenerezza dei compagni anziani, la serietà rigorosa di molti colleghi e maestri e senza mio merito carissimi amici.
Ringrazio anche la volgarità di un mondo del lavoro distrutto, che mi ricorda sempre di poter non essere una schiava.
Ringrazio i miei amici e amiche che non stanno bene, e che combattono battaglie davvero difficili con la forza e la malinconia che nasce dal profondo amore per la vita.
A tutti noi un 2026 di militanza nella autentica ricerca di quello che ci sembra poter essere il bene, ma senza retorica e ricordando sempre l’infinita bellezza della bellezza e delle sfumature.
Che nulla ci sia indifferente, nemmeno la nostra fragilità così profondamente umana.
Con amore
Nerina
In foto: Cinzia Greco, attrice – Ph Nerina Garofalo
“L’Interprete del silenzio” è l’adattamento in serie televisiva, nel 2023, dell’omonimo romanzo del 2018 scritto da Annette Hess.
Il dramma storico co-prodotto da Germania e Polonia è la storia della giovane Eva Bruhns, traduttrice dal tedesco al polacco e viceversa nella Francoforte del 1963. Ed è in quell’anno che Eva, prossima al matrimonio con un giovane imprenditore, viene coinvolta, a Francoforte, in un processo nei confronti di alcuni membri delle SS.
Mi meraviglia il silenzio che circonda questa serie, che approda ora su Disney, considerati il clima e le tensioni che abitano il nostro tempo. Come quello su un’altra serie appena apparsa sulla stessa piattaforma, “Breslau” – Gli omicidi di Breslavia.
La prima emozione profonda provata vedendo la prima serie, e iniziando a vedere ieri la seconda, è una consapevolezza precisa della necessità, a-temporale, dell’antifascismo.
L’immersione in un clima reduce dal nazional socialismo tedesco hitleriano e la memoria di una alleanza inaccettabile del Fascismo italiano a quelle logiche (che solo amplificavano molte delle caratteristiche autoctone), conferma sempre la necessità di difendere le democrazie da quelle ideologie e da quel modo di intendere i concetti di Patria e di Alleanza.
Non credo possa esistere, né debba esistere, l’idea che i fascismi di ogni natura non siano negazione di libertà e democrazia. Né che possa esistere una destra che se non rinneghi esplicitamente e senza ombre ogni connivenza ideale o programmatica con quei principii possa essere parte di un organismi parlamentari.
Inoltre credo, abbastanza continuamente, che nonostante possa esserci una destra liberale, questa comunque possa facilitare volente o nolente quel tipo di violenza e intolleranza verso le diversità tutte, dando alveo a quelle forme di nazionalismo liberticida che in alcuni albergano nonostante la Costituzione e la Democrazia, e nonostante la possibile destra liberale. Questo per l’esaltazione di alcuni, anche a dispetto dei Partiti.
Ora, ciò detto, interpretare l’antifascismo non ammette deroghe alla difesa della libertà, anche a costo di un dialogo sociale che è una grande responsabilità portare avanti. Richiede rigore, sentimento non ambiguo del diritto, forza non numerica ma culturale.
Cos’è allora quello a cui assistiamo, in un tempo che sgretola ogni paradigma? Provo ad usare l’accetta e tracciare pochi punti imprescindibili nel mio modesto punto di vista:
un riepilogo straziante di cosa sia avvenuto nei campi di sterminio nazisti, ottimamente riepilogato nella serie di cui parliamo (senza indulgere su denti, ossa e fotografie di corpi straziati, ma rappresentando il vuoto del Campo di Auschwitz, la sola struttura, e le regole di approvvigionamento logistico (quantità di Gas) e criteri di selezione dei prigionieri, basta a capire quanto diverso da ogni altro orrore bellico si sia visto nel 900. O che si veda oggi. Una programmatica, industriale, feroce cancellazione di intere identità (ebraica, nomade, ma anche comunista, cristiana non reticente,, omosessuale, di inabilità).
Ogni guerra è atroce, e in guerra non ci sono innocenti fra Stato combattenti. Vengono compiute violenze, abusi, stupri, distruzioni e negazioni. Pagano di più le donne, i bambini, gli anziani. Chi rimane vivo dopo una guerra, o un attentato, o una strage, porta i segni di qualcosa che non si supera, non si rimuove, non si cancella.
Ma: una cosa è una guerra, per quanto sbagliata, ideologica, feroce: una cosa sono le stragi e gli attentati; una cosa profondamente diversa è la programmatica cancellazione, il genocidio con le proprie infinite anime innocenti dentro.
Questo distinguo è la ragione di ogni antifascismo e di ogni assimilabile ideologia. Tutto il resto, nella sua ferocia, vede in campo tutte le fedi, le convinzioni politiche, le visioni confine. Porta all’orrore verso il governo russo quanto verso i conservatori israeliani. Ma questo né coinvolge, né deve, né gli israeliani, né gli ebrei, né i russi, né gli ucraini. Se non nelle figure dei governi, degli eserciti che non disertino, dei finanziatori di guerre.
Accanto a questo però (che per me significa non aderire a nessuna azione ProPal, ma solo ad azioni di pacifismo esplicito e inequivocabilmente universale, condannando tutte le forme di limitazione delle libertà di autodeterminazione delle persone e dei popoli, per me in ogni caso pari nei diritti ma non uguali) il quadro politico e culturale che si vive, e in Italia con contraddizioni ai confini del delirio epistemologico, ha una complessità sconosciuta dal dopoguerra ad oggi. In Italia, ma direi anche in Europa. Limito il campo, perché l’Europa è comunque il nostro punto di origine culturale.
Allora oggi, io non difendo la cultura dei palestinesi islamisti, ma il diritto dei palestinesi al loro territorio, alla loro fede e cultura, alla loro vita. Siano essi persino islamisti radicalizzati. Ma, considero l’islamismo radicale in totale distanza dai mie valori di donna, di democratica, di Europea. Io non difendo, anzi condanno senza ma, le azioni di Netanyahu, ma com-patisco il vissuto storico di chi ha subito un genocidio, e paga in ogni dove una intollerante diminuito sociale, attutita solo dal capitalismo americano negli anni della guerra e dopo. E considero la Shoha non paragonabile a nessuno atto di guerra o sterminio perpetrato in nome del conservatorismo o del comunismo radicale.
Considero la sinistra italiana, oggi, ambigua in alcuni casi, e cieca in altri. Noto una aberrante forma di silenzio sui morti ucraini, in Congo, in Yemen e in moltissimi luoghi, e l’ostentazione di una predominanza della questione palestinese, quando invece è la questione ucraina ad essere al centro della minaccia ai nostri valori.
Le persone apertamente ProPal sono anche apertamente indifferenti, nella maggior parte dei casi, alla questione europea e ucraina, e lasciano il fianco ad agitatori e provocatori come quelli che hanno riempito di letame la redazione de La Stampa.
Forse la memoria di Charlie Hebdo non è più patrimonio comune.
Essere ProPal non significa essere proHamas, ovviamente, ma allora mi chiedo perché le manifestazioni non siano davvero contro tutte le guerre. Ma altrettanto, credo che ProPal condanni alla solitudine l’Europa Unita e l’Ucraina. Per non parlare della pericolosamente a rischio terra di Polonia.
Le destre avanzano, sinora, ma le sinistre barcollano giocando a mosca cieca. E in questo naufragar, noi ci giochiamo lotte di decenni, diritti conquistati mai per sempre.
Infine, i luoghi di pericolo: fare sit-n e scioperi bianchi contro la libertà di pensiero e parole come accaduto in nome dell’antifascismo )a mio avviso malinteso) a Più libri Più Liberi (ma allora liberi di cosa?). La verità terribile è che viviamo, a sinistra, con la coscienza di una cultura libertaria che si è smarrita, confondendo il dire col fare. La libertà di pensare e nominare, con ill fare o convincere a fare. Se degli assassini sono convincenti, forse dobbiamo preoccuparci perché non siamo più capaci di esserlo noi, avendo bisogno di cadere nella trappola della censura preventiva, della cultura WOKE, che per certo tutto è meno che di sinistra e libertaria.
La sinistra vive oggi di icone e confusione, non contesta la Russia pensando che sia ancora (se pure anche quello non avrebbe senso), l’Unione delle Repubbliche Sovietiche. Che svista, madama la marchesa. Questo fa sì che a capo del PD ci sia una persona che non viene dalla sinistra di grande tradizione, che pur di esistere espone il primo Partito Democratico in Italia alle Sirene di Conte, e dimentica che la cosa politicamente peggiore nella storia del PD fu l’occupazione al Nazareno fatta dalle Sardine.
Il mio cuore batte a Sinistra, ma amo la concretezza e la capacit àdi lettura delle sfumature, quelle che Del Rio vede e Boccia ha smarrito o mai avuto. Allo stato attuale: credo che i Riformisti del PD non ce la faranno a prendere lo spazio negoziale che dovrebbero vere, che Matteo Renzi non sia compreso dal centro sinistra come si dovrebbe, che le menti migliori di AVS non abbiano il coraggio di lasciare le icone e siano troppo affascinate da Greta Thumberg, che Conte sia quanto di più lontano da un pensiero democratico e di sinistra si possa immaginare.
Sento che i leader capaci di pensiero siano anziani, in alcuni casi morenti, e che la nostra speranza sia nei giovani, ai quali restituire una scuola capace di formare leggendo le pagine di Hitler come quelle di Sartre e Camus, che si debba comprendere Marx oggi più che mai.
Che si debba mettere di osannare icone radical chic, per quanto magnifiche. Occorre riaver poeti, santi e navigatori, innamorati del nuovo e carichi di saudade.
Credo si debbano avere programmi a misura delle persone tutte, sopratutto quelle fragili. Che si debbano studiare la letteratura latina e quella greca, e la filosofia, in tutte le secondarie, anche tecniche. Che l’educazione sentimentale non abbia a che fare nulla con il WOKE, ma che forse aiuterebbe leggere Truman Capote. Che sia un errore dei Sindacati isolare Landini, benché anche lui non sia lungimirante. Credo che si debba #direNO al Referendum di marzo sulla giustizia, anche se si fosse favorevoli alla separazione delle carriere.
Che le persone siano complesse, e che non ci siano eroi ma sopratutto antieroi, che le canzoni di oggi non ci debbano bastare, che debba esserci una Italia in cui i ragazzi d’Europa volgiamo venire a vivere e studiare, come i nostri figli amano pensarsi in Australia, in Canada, in Spagna. Che devo rispettare tutt*, ma che dove vivo a nessuna donna possa essere imposta una infibulazione, un velo, un processo di verginità. Che accogliere non sia e non debba essere abdicare ai propri valori di democrazia e diritto paritario.
Insomma, c’è davvero tantissimo da fare, e di leader che sappiano guidare il cambiamento non se ne vede l’ombra, e se qualche ombra c’è viene subito oscurata dai Boccia di turno.
Chi pensa a sinistra, in molti casi, la sinistra non la riconosce più. Vi prego, ditela una cosa davvero di sinistra, con coerenza e con coraggio. Non fai le primarie di coalizione, fatele nel PD, e che votino solamente gli iscritti, come dovrebbe essere e non è.
I partiti, tutti, non sono una bella cosa, non sono luoghi di democrazia reale, eppure, se perdiamo la fiducia in essi, davvero allora ritorniamo a un feudalesimo che già oggi fa tremare. Ma davvero vogliamo dire che i 9 euro/h sono l’orizzonte? Ma davvero?
Io voglio il raggio verde, a definire l’orizzonte.
Il canto silenzioso degli amici come romanzo di formazione
Leggo da alcuni anni, non pochi, gli scritti di @Andrea di Consoli sui social, su Il Mattino, in volume. Il primo incontro fu con La commorienza, uno dei pochi libri che narrano un fatto di cronaca nera con garbo e a tratti con poesia.
Di Consoli è molto amato in rete, e nella comunità letteraria dei coraggiosi che gravitano lontano da quelle che genialmente in “Caterina va in città” (il film di Paolo Virzì ) un delizioso Castellitto chiama “le conventicole”. Giornalista e testimone culturale in tivù, autore e commentatore, Andrea ha una voce che, potente, risuona “in chi lo sa” (come lui sa che si dice a Sud).
Ho finalmente letto, dopo averlo preso e spulciato appena uscito, questo suo “Canto silenzioso degli amici”, che mi arriva, nonostante la voragine di cui parla senza inutile pudore, arrivandoti addosso come un ruvido abbraccio, ammorbidito nel dolore da quello diffuso e struggente in “Dimenticami dopodomani”, che lo precede di appena un anno, se la memoria non mi inganna.
E’ un libro bellissimo, scritto con cura (nonostante le dichiarazioni dell’autore), quella cura che esce tutta nell’emergenza della annotazione che così profondamente radica il sentimento da non necessitare né volere revisione alcuna.
L’ho letto con la sensazione netta, sopratutto nella prima parte, di leggere quella prosa poetica di molti versi di Pavese, ma sopratutto di ritrovare la vena intimamente corporea e mista alla terra, al sangue, dei Racconti. Quella prosa che è stata per me quattordicenne, nella metrica interiore che rivelava, una via di educazione sentimentale potentissima e rimasta indelebile.
Sebbene Andrea Di Consoli manifesti una virilità risolta, e non abbia alcun tratto di una certa misoginia del “Cesare perduto nella pioggia aspettando da due ore il suo amore ballerina”, c’è un tratto, l’ineluttabilità della perdita, del cambiamento, del sangue, che nel mio cuore li accomuna. Con la capacità, però, in questo Canto, di un recupero amicale, territoriale, originario, che fa sentire, nel Canto della neve, il calore dell’abbraccio.
Dovrebbe essere, questo romanzo in versi, o poema in prosa, adottato nelle scuole ginnasiali del Sud, perché racconta il sentimento del viaggio, dell’altro luogo, del ritorno, e di una sua lacerante impossibilità a cose fatte, a strappo compiuto. E il sentimento dei luoghi poveri, dei luoghi che non intravedono riscatto, ma infine fanno Aliano, e La luna e i Calanchi persino in pieno inverno, e persino trovando il sole a scaldare.
Ed anche nelle scuole del Nord, dove dall’orrore dilaniante delle cronache comprendiamo come l’isolamento abbia bisogno di presa in carico amicale, di senso del tempo nel luogo e di sentimento di comunità da mostrare come possibile. Una restituzione da Sud a Nord, nonostante la voce narrnate abbia fatto e faccia casa a Roma, città che non somiglia a nessun’altra. Forse, perché abitata da migliaia di emigrati come noi.
C’è una storia nella storia, nel libro, ed è la storia di una paternità presente e salda, ricca risolta, seguita da quella di una ricerca d’amore che sembra costellare la mappa dei luoghi, ma che racconta di stanze e mattini, di alberghi e ripari, di corpi odori e sudori e strappi, di una nietzschana capacità di non abbandonare i vissuti nel dentro, di conservare un memoriale d’amore nel proprio esserci. E pure, inesauribilmente, una scommessa sempre aperta con la scoperta e la meraviglia. Commoventi le parole finali sulla madre, che rimane come in rilievo sulle pagine, come una settimana stanza.
Grazie ad Andrea di Consoli per questo suo. Per essere un autore di rilievo certo, in mezzo a tanta e tanta scrittura minore nelle collane di editori maggiori.
Una sola cautela: mettete all’amigdala lo scafandro: alla fine della lettura io non stavo troppo bene. Ma questo forse perché, venendo a Roma da Cosenza, non ho lasciato una terra, ma sopratutto persone. Lungo Corso Mazzini, e non solo. E troppe non ci sono più.
Ho letto con molta emozione l’ultimo lavoro di @PaoloMilone. Con la delicattezza disincanta e complice che lo caratterizza (per questo ho molto amato il suo L’arte di legare) lo psichiatra genovese ci inoltra in quello stato della mente, e del corpo, che viene ascritto alla categoria dei crolli psicotici. Ne descrive con affettuoso pudore e lucida cognizione di rischio l’insorgenza e i possibili percorsi evolutivi o involutivi, che segnano il ritrovarsi su una strada non condivisa o infine in una sorta di “fortezza vuota” (usando qui con azzardo una metafora di Bettelheim che si applica ad altro, in fattispecie alle forme di pensiero autistico).
Ci accompagna su un sentiero di comprensione che allerta, che deve in un certo senso istruirci anche su come non sia distante da nessuno un “sentirsi” sì fatto, e di cosa serva per proteggerci e proteggere.
A questa lettura si è accompagnata la sensazione che il post covid e l’immersione nel pensiero della guerra, e dunque della finitudine e della morte, possano aver generato, in molti di noi una sensazione di straniamento, trasferendoci dalla dimensione sana fatta di passato, presente e futuro, a quella indeterminata di un non riconoscere, muovendoci, spazio, tempo, relazioni. Un luogo che scopriamo carico di insidie, di disconoscimento e di afona esternazione del dolore che proviamo.
Se utilizzo il libro di Milone come metafora d’una condizione epocale, sovra-personale pur essendo stretta nel confine del corpo delle nostre individualità, ecco allora che intravedo due andamenti stinti dell’essere e del fare (anche infine nel welfare).
La prima ci co-stringe nella ricerca individuale di un sostegno, di un luogo di ascolto possibile che dipani la matassa dei nostri silenzi, e dia voce al grido, la seconda capace di riconoscere questa forma di disagio e di accostare ad esso luoghi e tempi di prossimità accudente, non tanto di cura quanto di accoglienza non giudicante eppure capace di ridare fiato e respiro. Un ritmo vitale che possa riabitare il pensiero del presente, del passato e del futuro.
Siamo generazioni di uomini e di donne che avevano sperato la pace e subiscono la guerra, che avevano pensato le comunità e si trovano nella gregaria solitudine del capitalismo peggiore, che progettavano welfare ed oggi si trovano fuori dalle porte di una assistenza sanitaria sempre meno pubblica e gratuita.
Siamo aggrediti da pensieri reazionari che aggrediscono il pensiero laterale, la creatività, e persino la bellezza del non ordinario, del non “normale”.
Siamo aggrediti dalla norma e osteggiati nell’identità. Non solo non siamo “uguali” di fronte al mondo, non siamo nemmeno prossimi ad uguali diritti. Nel malessere ancora meno che nel benessere apparente.
Scrive Milone:
“[il crollo psicotico] Improvvisamente, rende una persona estranea, sconosciuta. La rende sconosciuta a chi le vuole bene. La rende estranea anche a sé stessa. E contagia, sia pure in modo infinitamente minore, chi la avvicina, in un’aura di apprensione e paura. Perché parlarne?” E ancora: “Da questa esperienza in cui si diventa stranieri a sé stessi e agli altri residua un lungo strascico di dolore e paura. Se la psicosi si prolunga per mesi, o anni, si entra in un altro campo, quello della psicosi cronica, dove cambiano le regole, perché è una cicatrizzazione della mente, con modalità deliranti e allucinatorie che è difficile risolvere. Nella cultura generale, e specie in Italia, è un evento poco considerato, quasi non esiste. […] Parlarne e saperne di piú è tendere una rete di salvataggio a chi precipita in questo vuoto. Per farlo vanno affrontate, o almeno avvicinate, questioni primarie: come funziona la mente? come avvengono le sue catastrofi? come si cura una piccola fine del mondo?”
“La vita funziona bene quando è automatica: appena ci accorgiamo di lei ce ne allontaniamo. Piú ci pensi, piú cerchi di afferrarla, piú ti sfugge. Ma è anche vero che molte persone vivono una vita intera con scarsissima consapevolezza di esistere, non perché stiano bene, ma perché sono lontanissime da questo sentire. […] Dunque il problema attuale vero che dovremmo affrontare non è se l’intelligenza artificiale riuscirà mai a raggiungere l’autoconsapevolezza, ma se noi riusciamo davvero a raggiungerla – e a sopportarla – nel breve tempo che è la nostra vita.”
“Ritenere che la coscienza, il pensiero, e tutta l’attività mentale non si ammalino mai è come dire che dipendono da qualcosa di incorruttibile, non biologico, puro, spirituale, eterno. Come l’anima. O qualcosa di simile. C’è chi si sente di sostenere tale ipotesi? Qual è il luogo dell’anima? […] Il tema dell’anima, e della spiritualità, può sembrare fuori luogo in un contesto scientifico, seppure con un’impronta narrativa, ma non è cosí: […] un clinico non può eludere la questione dell’anima con un sorriso di sufficienza. Moltissimi pazienti si interrogano su tale questione, per anni. Cercano nello spirituale un aiuto che talvolta trovano, talvolta no. Cercano qualcosa in loro che persista, qualcosa di superiore, anche divino, che resti puro, incontaminato, e sopravviva al dolore. Qualcosa che sia oltre. Se non abbiamo rispetto per questo, per cosa l’abbiamo?“
Ora, dunque, se il tempo che viviamo mina l’umore, che come scrive Milone è il motore di un possibile benessere, se non riconosciamo l’idea di presente e di futuro in cui avevamo sperato, se ci chiudiamo in tanti isolamenti e prossimità parziali, cosa potrà farci riconquistare il senso di noi stessi, l’equilibro del nostro esistere?
Cosa ci salverà da questa piccola fine del mondo che ha bisogno di essere detta, riconosciuta e accompagnata?
In questi giorni leggo moltissime recensioni piene di entusiasmo per “Sbilico”, l’ultimo lavoro letterario di @AlcidePierantozzi, e sono meritate, libro intensissimo scritto magistralmente. Accanto all’apprezzamento per il libro metto anche questo: non siamo forse alla ricerca di chi la nostra piccola fine del mondo riesce a dire, a narrare, ad elaborare in qualcosa d’altro che non la nostra paura, spesso afona e implosa?
Pierantozzi scrive: “Piano d’attacco. Il medico mi mette sempre in guardia dall’euforia acuta, devo imparare ad aspettare, accettare la gattabuia del tempo. Ma io consisto al presente, caro dottore, io vivo in absurdum, per me è una violenza sopportare l’insopportabile Qui e l’insopportabile Adesso.”
e ancora:
“La scrittura, per me, non è un progetto di salvezza. Tutt’altro. Io un progetto di salvezza non ce l’ho. Io vivo un passetto alla volta, una riga alla volta, resisto un’ora alla volta, vado da A a B. I giorni non mi garantiscono piú niente e io stesso non mi autogarantisco che piccolissimi obiettivi per andare avanti. La scrittura a mano riesce ad arginare i pensieri per il tempo della frase. Lascio al futuro la libertà di fare progetti su di me.”
Se così è siamo un passo avanti, perché possiamo almeno desiderare, amando un libro, di venirne fuori con l’aiuto di una voce più onestamente consapevole e arsa della nostra.
Leggiamoli entrambi con cura, rispetto e affetto, sia il libro di Milone che il romanzo di Pierantozzi.Non può che farci del bene. Nei limiti del possibile di questo tempo. Nonostante l’adesso.