Uscito da pochissimo, “La cattedrale del silenzio” di Tommaso Scicchitano è un romanzo breve, una indagine letteraria ed esistenziale, che merita la massima attenzione. Situato nella Varsavia del 2022, e affidata a un io narrante terzo ma a una voce tutta femminile che racconta la protagonista dell’indagine. Con dedica intensa, in apertura, a Federica Tourn, senza il cui coraggio, dice Tommaso, il suo romanzo d’oggi non esisterebbe.
Perché questo short novel merita lettura ed attenzione? Perché affronta, nelle eleganti 50 pagine, una pratica religiosa, e aggiungerei sociale, di riduzione al silenzio delle identità, di frantumazione delle specificità femminili nella vestizione monacale. Quindi del dramma della solitudine, della perdita di ragione e a volte del suicidio quando si incrociano il piano della fede e quello dell’esercizio del potere, invece che verso la luce di una fede sana, verso la nube tossica della sottomissione e della regola stravolta.
L’indagine rimanda alla memoria una storia di cronaca reale, e quello che nel romanzo è costruttore di totemici luoghi di segregazione dell’io, nel fatto di cronaca che gli si accosta (non so se per caso o per libera associazione creativa) aveva al centro un artista del mosaico.
Quanta infinita pena all’idea che il mosaico rappresenti non l’unione e la composizione di una figura compiuta, quanto piuttosto i frantumi a cui nelle due storie viene ridotta la persona, per di più nel suo essere femminile. Se al voto monastico non basta la regola dell’ordine, ma a questa si aggiunge un noviziato di dispersione, di annullamento, e di negazione, siamo davvero lontanissimi dall’idea che dovrebbe portare in sé il servizio alla parola di Dio.
Solo attraverso una caratterizzazione della fede nella propria inclinazione al bene è possibile, io credo, lodare il Signore. E a questo, aggiungo che persino la regola del silenzio cara ad alcuni Ordini, nulla ha a che vedere con la letteraria cronaca polacca di mondo post comunista, troppo vicino agli ideali della destra più estrema, come quella che ci rinvia Scicchitano.
Non ho, pur essendo profondamente cristiana, molta simpatia per come la figura di servizio femminile viene intesa nella Chiesa Cattolica. Già l’assunzione di un nome nuovo, mi pare che contrasti con l’idea di un dio che si fa uomo e passa per il corpo di Maria, a cui viene richiesto, dei movimenti di fede, il più alto degli atti di fede. Donare il proprio corpo al bambino annunciato dall’angelo.
Sono Giuseppe e Maria, nella loro umanità profonda, guidati l’uno da un sogno e l’altra dall’angelo, a darci la misura del sacerdozio e dei voti per le suore. La misura dell’essere per la cristianità, per un vangelo vivo, che sempre riconosca il valore della persona singola, individuata, con le sue fragilità e la forza della sua fede.
La vicenda di cui leggiamo è nella narrazione che scorre precisa, tersa e dolorosa, come scorre la nostra ansia di scoprire e sollevare davvero il velo di quella specifica e muraria cattedrale, senza luce né speranza.
Dare voce alle ultime a cui è stato impedire parlare, di parlarsi e di guardarsi come persone è il compito di questa storia, il compito di Federica Tourn e il compito di Tommaso. Tommaso Scicchitano, il cui tratto di narratore è vicino alla battaglia dei vinti, perché possano non esserlo più.
E’ una lettura che fa bene al cuore, pur ferendolo con il dolore insanabile per quel 97% di sorelle che in quel Monastero hanno lasciato il percorso così lontano da quello di Dio, e così vicino a una strage di anime. Fra Varsavia e Cracovia, fra il 1995 e il 2015.
Ho visto ieri sera il film di Virzì, 5 secondi.Virzì mi piace quasi sempre, non quanto Moretti, non quanto Sorrentino, non quanto altri italiani che mi emozionano più nel profondo. Ma ieri sera (e intorno a questo ho pensato mentre vedevo e ascoltavo e cantavo in assonanza con le scene) ho provato qualcosa che ha a che fare con quel bisogno del bene, della sfinita tenerezza, del calore, della profezia, che questo tempo brutto, bruttissimo e feroce che viviamo ha reso indispensabile. Non parlo di buoni sentimenti, perché questo di Virzì è un film sulla sopravvivenza al trauma, e quindi, qualcosa di diverso. Di ben diverso dai buoni sentimenti. Quel Mastandrea segnato, credibile al punto che ti immedesimi in quel suo varcar la soglia di una malcerta solitudine che tanto ti ricorda quel vuoto e quel silenzio che spesso in questi mesi si mostra indispensabile al dolore quotidiano che attraversa il mondo, Il nostro pubblico e comune, il nostro intimo e intoccabile. E’ un film su un mondo che non riconosce né i sogni né i bisogni, né il lavoro sui limiti, su tutte quante le nostre prefigurazioni di senso e salvaguardia. Ed è un film di resistenza. Resistenza ostinata alle semplificazioni, alle interpretazioni, Insomma, l’ho proprio amato, ieri sera, questo Virzì che torna indietro e porta avanti, dove si nasce, dove si muore, dove si lascia che si muoia per amore. Ma non dicendolo, piuttosto sentendolo, e traumatizzandosi. E infine, dopo il film, avevo dentro un sentimento di speranza, un aggrapparmi al sogno di un azzardo, quando Bruni Tedeschi dice al fratello: “forse quei figli dovevi farli con me”.E c’è un abbraccio tenerissimo fra due figure che vorrebbero salvare la vita ad ogni costo, entrambe piene di pudore e di bisogno: di bene, di sentimento del rimosso, di resistenza, di calore e amore. Io, fossi in voi, non me lo lascerei scappare. 5 secondi di stupore buono valgono, davvero tanto.
Le cose non devono mai esser lette in sé ma sempre nel contesto in cui accadono. Nel programma complessivo d’una azione di governo teso a creare una egemonia del pensiero conservatore e oppressivo, la riforma della giustizia proposta non può essere letta senza considerarla nel contesto in cui nasce.
Oltre ad essere una cattiva riforma, che moltiplica i costi di gestione delle giustizia, che delegittima il ruolo di controllo del CSM e ne depotenzia la capacità dividendolo in tre e squalificandole i profili di competenza, che trasforma le procure in agenti di governo (a cui associare, parrebbe, una polizia giudiziaria dipendente da uno dei ministeri e non dalla procura stessa richiamando, a mio modo di vedere, il preludio a una polizia politica modello STASI), la riforma non tocca i veri nodi del malfunzionamento della giustizia.
Ovvero: tempi dei processi, rapporto fra causa penale e ricadute civili, costi della giustizia per i cittadini, lentezza per assenza di risorse infrastrutturali e persone in esercizio, avvisi di garanzia, intercettazioni, carcerazione preventiva, rapporto fra le procure e la stampa (con la riforma addirittura tempo possano persino peggiorare in funzione politica), revisione delle pene nel caso di piccoli reati, prevenzione dei rati attraverso politiche sociali e culturali, depenalizzazione di alcuni comportamenti oggettivamente non punibili, e tanto d’altro.
Inoltre, in un contesto in cui in Italia da 4 anni si assiste all’introduzione di reati e a scelte operative non dialogate con le opposizioni (in particolare sulle politiche economiche, fiscali, di confronto con l’immigrazione, di genere e di giustizia nel suo complesso), anche solo l’espressione di una disapprovazione totale del metodo basterebbe a legittimare un NO fermo e deciso a questa riforma della Giustizia, perché nessuna fiducia nella tutela della democrazia e del diritto si può supporre di dare chiavi in mano questo Governo.
Aggiungerei a tutto questo l’uso strumentale di sentenze e percorsi di indagine legati alla tutela dei minori e all’esercizio della funzione pubblica come per gli eventi accaduti a Bibbiano e più di recente a Garlasco, e nella Casa del bosco. Per non dire delle ultime affermazioni in merito al controllo giustamente esercitato dalla magistratura sul centro in Albania e sui comportamenti verso le ONG e verso le azioni di protezione degli immigrati in ambito sanitario.
Il ruolo delle procure, del giudici, degli assistenti sociali, dei medici, deve riflettere l’applicazione delle leggi, il controllo sulla loro applicazione corretta, il rispetto del diritto. Una politica di governo che tenda a delegittimare tutto questo con azioni di comunicazione e di disprezzo, con affermazioni che da persona che si batte da anni per i diritti onestamente mi fanno ribrezzo e destano in me le preoccupazioni più cupe.
Questa riforma non può essere letta solo nel merito, che ripeto è a mio parere comunque sbagliato. Deve essere l’occasione per tornare a imporre una dimensione democratica e rispettosa nelle pressi parlamentari e legislative.
E sì, è decisamente una scelta politica.
Ed ai miei compagni di partito in Italia viva, faccio notare che se Matteo Renzi, la sua famiglia e i suoi amici sono stati assolti dalle accuse legate al caso Open, si deve proprio a un sistema giuridico forte e democratico.
A questo, contrapponete un governo che per ostacolare l’azione politica di Matteo Renzi ha persino fatto una legge ad personam. Meditate…
E dal senatore #MatteoRenzi, onestamente, non mi aspetto che un NO come scelta di voto al referendum. Il contrario negherebbe la frase che lo ha sempre distinto: “il tempo è gentiluomo”.
Uscito non da molto per le Edizioni Déclic, Cledon, di Paola Silvia Dolci, è un libro che richiama chi legge a una scelta. Ed io ho fatto la mia.
Si può immaginare il testo come letto a teatro (la stessa nota finale ne suggerisce i modi, e stringenti, si può leggere il testo cercando di rispettarne la declinazione delle voci che lo abita per volontà dell’autrice, ci si può immergere, ed è la scelta che ho fatto io, dimentichi dei ruoli e come immersi in una folla, a volte fitta a volte rada, nella quale ci arrivino, aforismi catturati alla vita, e persino alla morte, in questo perdersi e andare.
Ho amato molto la mia scelta, che forse tradisce in parte la raffinatezza di costruzione (che pure è lì e vi si offre), perché quest’ultima immersione di Paola ha dato forma a un accadere della vita, della scrittura e della vertigine che ti porta a fissare in aforisma, in verso, in appunto, in canto. Questa vertigine è quella ho sempre avvertito come un dirsi per me, per me ciascun* di noi mentre andiamo e viviamo.
Ogni pagina e dialogo e accadimento di pensiero e di voce apre un varco, una chiave che non sappiamo bene come portare a serratura, e non sappiamo se sia di cera, rame, ferro e infine d’oro, ma pronti, resi pronti dalla scrittura così elegantemente antiretorica e potente di Paola Silvia Dolci, a provare ad infilare, in qualche modo, a conservare nel fondo di una tasca o di una tasca di terreno sui si allungano cespugli e arbusti o anche, tenerelle, le margherite di una sepoltura.
Sono grata a Paola per il tanto che porta ad essere per chi ha la gioia di una ricerca non semplificata, non ortodossa eppure spesso limpidissima.
Perché “alla fine [Saturno ci sussurra] qualcuno ti guarderà morire, o qualcuno troverà il tuo cadavere, o il tuo corpo non sarà mai ritrovato.”
Ma, intanto, [Lachesi ce lo dice a un orecchio] “Il corpo non è più un posto sicuro un porto sicuro, arriva un uragano e sfonda una parte della nostra casa”.
[Ed io, con] “piccole spinte verso un determinato approdo, mentre ci lasciavamo galleggiare nella corrente, pensando ad altro, […] leggevo mentre mangiavo, mentre giravo per la città in solitudine, perfino, a volte, mentre fingevo di dormire.”
Ho avuto spesso negli anni, e di questo sono grata alla lettura diCledon, che la rivela, “la sensazione che qualcosa [mi e] ci chiamasse a percorrere una certa strada.”
La tassa etica, rispolverata con l’attribuzione anche ai regimi forfettari della stessa, genera due aspetti assai discutibili se si pensa a un suo mantenimento.
Viene definita come tassa che non condanna i contenuti, ma i contenuti “inutili”. Ma mantiene il carattere “etico” definendo inutile la pornografia, pur essendo oggetto di consumo legale e diffusissimo.
Ora, il fatto che uno stato di diritto e laico sia inconciliabile con una tassazione eticamente connotata, va da sé.
Vediamo allora a chi serve la pornografia, peraltro spesso assai di confine con i contenuti erotici.
Il dizionario Treccani così definisce un contenuto se pornografico:
“pornogràfico agg. [dal fr. pornographique, der. di pornographie«pornografia»] (pl. m. –ci). – Che ha rapporto con la pornografia, che ha carattere di pornografia: letteratura p.; disegno p.; film p.; una rivista p.; stampa p.; uno scrittore p.; vendita di materiale pornografico; fotografie p. di quelle che si vendono nei porti di mare e nei sobborghi equivoci delle grandi città (Moravia). ◆ Avv. pornograficaménte, in modo pornografico: il film ha travisato pornograficamente il sottile erotismo del libro.”
Passiamo allora al sostantivo pornografia: “Trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, video ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni [?], fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o […] da una sofisticata elaborazione immaginativa. Per la sua perfezione tecnica, l’erotismo multimediale, che può facilmente sfociare nel pornografico, diventa sempre più un voyeurismo trasgressivo, a uso del singolo, ma anche di coppia e di gruppo (…)”
Tutto questo ci consente di ragionare su chi utilizza i contenuti pornografici, senza riserve e segretazione, e su chi li utilizza senza rimuovere (a volte nemmeno interiormente) lo stigma che li connota.
Onestamente credo che possa trattarsi del 90% della popolazione adulta, almeno per un consumo una tantum o rarefatto; ovviamente è idea, un parere personale privo di valore statistico, ma fondato su conversazioni private e/o di lavoro.
Preciso di non lavorare nel mondo del porno, piuttosto stanzialmente nel mondo della comunicazione interpersonale ed interpersonale e pubblica, per il benEssere delle persone nel lavoro nella vita.
Una volta, un amico di grande intelligenza che purtroppo oggi non è più con noi, ascoltandomi dire questo disse, quasi trent’anni fa: “è come dire che potresti essere una suora o una prostituta allo stesso modo”. Io risi, e dissi che ero una formatrice e una consulente di organizzazione. Questo però non sottintende che io critichi l’una o l’altra declinazione professionale o esistenziale.
Tornando a chi utilizza contenuti pornografici, e perché, provo a fare una sintesi delle mie convinzioni: la pornografia esaspera e semplifica a un tempo quello che l’erotismo suggerisce, se l’erotismo è un sussurro, la pornografia è un trillo, un guaito, un affanno, un urlato e talvolta decisamente un urlo.
Chi la utilizza in modo consensuale e consapevole?
Probabilmente chi, privato di una dimensione erotica e sensuale reale, fatta di relazioni e corpi, trova nella pornografia un sostitutivo dell’altro quando solitariamente vive il proprio desiderio. Ovvero tutti quelli ai quali e alle quali la società nega una dimensione erotico/sensuale per ferocia o per moralismo. o per ignoranza o fraintendimento dei bisogni. Rientrano in questi i e le detenut*, le persone portatrici di disabilità fisica e/o mentale, i e le lungo degenti per motivi di salute fisica o mentale, e infine chi si dedica a una esistenza casta con poca convinzione e/o con la consapevolezza che trasgredirne la regola è umano e non nuoce a nessuno. Infine, chi ha un immaginario che potremmo definire per/verso, e che quindi nella pornografia trova la rappresentazione delle proprie inconfessabili preferenze, e le sublima mantenendole nell’area del fantasticato e autogestito.
Se questo non porta (e non è provato che lo faccia, anzi credo sia solo un’idea bacchettona) a comportamenti violenti e di lesione e abuso su minori o su soggetti non consenzienti e consapevoli, nulla di male mi pare esserci sotto il cielo. Le azioni criminali esistono a prescindere.
Il mondo erotico, così come quello pornografico, hanno anche una dimensione condivisa: coppie che hanno voglia di “dirsi” fantasie, di imparare pratiche e linguaggi, di sperimentare emozioni solo “immaginate e desiderate” che però non vivrebbero nel reale se non avendole prima, forse, comprese vedendole agite nella pornografia. E’ in fondo un modo per “raccontarsi e raccontare”. Immaginate quello che usando un titolo della Atwood, “Fantasie di stupro”, succede nell’immaginario femminile assai diffuso che fantastica una sottomissione anche violenta, pur condannandola, giustamente e fermamente nella realtà.
Ora, ci muoviamo su un terreno molto scivoloso. La pornografia abita i luoghi degli incontri nascosti fra adulti che hanno esperienza di scambio di partner, single o coppie etero ed omosessuali che gravitano nell’universo iper-eccitante di saune, club e locali notturni, nei peep show come quello in Paris Texas ma con meno estetica e grazia, e dolore e amore. Solo sesso, ma non per questo da disdegnare a priori o vietare.O definire inutile.
Parliamo sempre di adulti consenzienti e di assenza di qualsiasi forma di violenza imposta fosse pure in visione. Persino l’universo pornografico di area BDSM parte da presupposti in qualche modo violenti e umilianti, ma quello è il cuore di quella esperienza, e anche lì, sempre deve esserci consenso, consapevolezza, limite esplicito, preferenza e adultità e libera scelta.
E, mi chiedo, quando si visita una mostra di maestri dell’illustrazione e del fumetto, decisamente intensi nella connotazione erotica, siamo sicuri che i linguaggi del maestro Milo Manara ne “Il gioco 2”, non siano mutuati da una vena di ispirazione “anche” suggestivamente pornografica? Cosa ecciterà di più un pubblico? Manara, Eleuteri Serpieri, Magnus delle 110 pillole, o un film di Brass, un filmato porno, o un video su internet? O i piedi fotografati per il pubblico di OnlyFans?
Credo che alla fine si tratti di una sentimento estetico quello che fa scegliere, ma anche fortemente la accettabilità sociale dei contenuti.
Nessun adult* si vergognerà a cercare in Feltrinelli le opere di Crepax, Milo Manara o Magnus, ma difficilmente la gran parte di loro prenderà un film porno per una delle ragioni sopra elencate, ricorrendo alla protezione dello streaming, e prima dei DVD e dei VHS (ma parliamo del ‘900).
E non pensiate che tutto questo sia territorio maschile. E’ territorio di ciscun* che viva, scopra o cerchi di sopperire a una mancanza o a scoprire un versante immaginario, sul versante della sensualità e sessualità.
La tassa etica non incide sulla protezione dei minori, non lavora per il sostegno a chi per una mancanza di equilibrio preesistente potrebbe portare le emozioni della pornografia sul terreno non consenziente di una realtà generalizzata.
Entra nel mancato consenso, ovviamente, la pressione psicologica con la quali fra adulti si potrebbe dare per scontata la condivisione, invece che derivata da un esplicito consenso (cosa vi ricorda?).
Ma, è questo è il tema della raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che intende abrogare la tassa etica, che questo esecutivo rispolvera e rende più attiva, colpendo le piattaforme come OnlyFans e i lavoratori del porno e limitrofi in regime forfettario, ignorando tutti i temi che un consumo non adulto e non consapevole della pornografia potrebbe generare.
Allora, amici e amiche, leggete Amsterdam di McEwan e fatevi un’idea di come ciascuno abbia un immaginario, le 110 Pillole di Magnus, persino le opere di De Sade o il più soft Histoire D’O, di Pauline Réage (da cui un bel film anni 70 che non definirei pornografico, al limite da inserire nella categoria dell’erotismo e del porno soft).
Si saranno eccitati gli spettatori di Ultimo Tango a Parigi, almeno un po’, per l’erotismo bruciante e disperante e immenso di Brando e Schenider, o avrà prevalso il giudizio storico, la ragione politica, la valutazione etica? Di certo prevalse la valutazione etica di quelli che misero la pellicola al rogo, come misero a censura lunghissima L’impero dei Sensi di Nagisa Oshima, film del 1976 accusato di pornografia e ritirato dalla sala poche ore dopo la prima proiezione e processato per oscenità. In realtà era un film feroce sull’amore.
Ecco, io non pretendo di aver descritto verità assolute su questi temi, sono i miei personali e adulti punti di vista. Ma, spero possano far pensare un pochino alla necessità di dire no alla tassa etica, a qualsiasi tassa etica, tanto quanto è necessario esprimersi su altri temi ad oggi agli occhi dei media.
I partiti più coraggiosi e liberali si sono espressi, a favore dell’abolizione e a sostegno dell’iniziativa: radicali, +Europa, Azione e i socialisti. Questo a quel che risulta a me. Ho l’impressione che molti partiti contrari allo Stato Etico non prendano posizione avendo elettorati divisi, e poco coraggio nella difesa dei diritti di tutti, anche al consumo consapevole di pornografia. Cosa fanno il PD, AVS, Italia Viva?Nemmeno ne parlano, ad oggi, che mi risulti. Ma magari mi sbaglio, e qualcuno me lo faccia sapere.
Qui il link per firmare per la raccolta di firma proposta e in corso dalla fine di gennaio:
Ho firmato oggi la raccolta di firme per l’#abrogazionedellaTassaetica
Ecco perché–
Stop Tassa Etica
“La presente proposta di legge mira ad abolire la “tassa etica, un’addizionale IRPEF e IRES del 25% applicata ai redditi derivanti da attività pienamente lecite nel settore pornografico. Introdotta nel 2006, si tratta di una tassa aggiuntiva che, per chi lavora in questo ambito, si somma alle altre imposte ordinarie già dovute. Determina un trattamento fiscale discriminatorio fondato non sulla capacità contributiva, ma su una valutazione morale del contenuto dell’attività lavorativa svolta. Questa impostazione contrasta con principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale: la laicità dello Stato, che impone neutralità rispetto alle scelte morali individuali; l’uguaglianza fiscale, che vieta discriminazioni arbitrarie tra contribuenti; la libertà di espressione; e il principio di capacità contributiva, secondo cui ciascuno deve contribuire alle spese pubbliche in proporzione al proprio reddito. La tassa etica colpisce infatti lavoratrici e lavoratori che svolgono un’attività legale non per quanto guadagnano, ma per ciò che producono, trasformando il fisco in uno strumento di giudizio etico e di stigmatizzazione sociale. La proposta intende dunque ripristinare un sistema tributario equo, neutrale e coerente con i principi costituzionali, eliminando una misura punitiva che non tutela alcun interesse pubblico e che rappresenta un precedente pericoloso nell’uso della leva fiscale come strumento di controllo morale.”
Ora, la pornografia prodotta e fruita da adulti non è a mio parere differente dalla produzione di tabacco, alcol armi, automobili. E nemmeno differisce dalla produzione di bibite, zuccheri lavorati, alimenti di qualsiasi natura. Sta a noi adulti utilizzare, consumare o meno, proporre, produrli.
La tassa etica non tutela i minori, il cui accesso ai contenuti pornografici è onere delle figure genitoriali e scolastiche inibire. Così come sta a loro controllare l’accesso ad essi, nei modi e luoghi opportuni. La tassa etica non vede applicazione su altri produttori di beni, e risulta di fatto una operazione moralistica e censoria non solo inutile quanto grave. Introdotto ai tempi del Cavaliere, torna oggi in auge persino sui regimi forfettari. I più colpiti i piccoli operatori del settore, non certo le produzioni ricche spesso a regime fiscale extraterritoriale.
Infine: la pornografia ha un suo mercato, online e non, poiché risponde a bisogni di adulti consenzienti e consapevoli insindacabile, per quanto possa sembraci volgare, inadeguata e forviante. Come per i sentimenti, la sessualità e la sua visione è frutto di una cura continua del come ci percepiamo, percepiamo gli altri e utilizziamo il principio di “consenso” esplicito. Anche qui.
Moralismi e falsi controlli sono inutile atto di mancata coerenza libertaria e democratica.
Nei giorni appena trascorsi ho avuto la piacevole sorpresa di incontrare in ascolto un audio racconto di Massimiliano Santoro, sul suo canale podcast “Raccontimetropolitani”.
“Un mansarda a Milano” è infatti la prima uscita, recentissima, del suo podcast, peraltro assai curato sia nella veste, sia nella sostanza.
Il canale è congruente fra enunciati del testo di introduzione e toni e atmosfere del primo dei racconti. Bella la voce che dà corpo al testo, elegante e delicata la scrittura che si posa sul testo rendendolo immersivo. Milanese e borghese l’appartenenza del gruppo protagonista dei luoghi, ma senza essere di disturbo alle atmosfere di neoadultità dei venticinque anni che il racconto restituisce.
Ma è la storia d’amore (nei confini impalpabili dei luoghi d’amore, e disamore) quella che pian piano ci sommerge nel racconto. Come un’onda che sale alta e definisce acquatica l’alchimia di emozioni che passa in chi ascolta.
Auguri a Massimiliano Santoro per questa sua nuova realtà editoriale e creativa, e grazie del dono dell’ascolto consegnatomi come dono. Su #Spotifay attendo, spero presto, l’ascolto di un secondo racconto.
Nel nostro essere preda dei social, cosa possiamo fare, oggi, per emanciparci da una complicità inevitabile con la circolazione di fake, infobulimia crescente, paura di restare tagliati fuori (FOMO), che prosperano sulla solitudine o sulla fragilità? Il compito è che nulla ci sia indifferente, nemmeno la nostra fragilità così profondamente umana. Solo l’uscita vera dalla solitudine può darci risposta.
Da molto tempo provo poco il desiderio di scrivere su Facebook. Molto più facilmente Instagram diviene il luogo che abito, soprattutto come fotografa. Sono stata fra i primissimi, credo, a utilizzare FB intensamente, spesso con taglio autobiografico e biografico, e sempre condividendo dai wall altrui pensieri e proposte dei loro autori e autrici.
Essendomi nutrita all’origine di quella cultura “open” e centrata sull’economia del dono, era una scelta naturale che partiva da esperienze di Community che erano state davvero luogo di incontro ed espressione e di scoperta. In una dimensione che di economico aveva molto poco.
Oggi (quando i social sono da anni oramai preda delle nuove economie marketing oriented, delle manipolazioni mediatiche, delle logiche di mercificazione del lavoro svolto dalle piattaforme), assistiamo a un decadimento malinconico dei contenuti, imperversano post che rilanciano ricordi passati, confondono anni, testimoniano più le perdite che le nascita, il dolore e lo smarrimento più che il desiderio e le relazioni vive, in divenire occorre riflettere.
Una delle prime ragioni per le quali non si abbandonano i social, è che hanno davvero costruito reti virtuali e riattivato energie. Peccato che oggi non siano più nelle nostre mani.
Non vediamo più i contatti che amiamo ma quelli che gli algoritmi distribuiscono, siamo subissati da azioni promozionali e di vendita, capaci di adeguare i linguaggi all’impoverimento di economie e dialoghi, tessendo una rete illusoria di accesso e un abbassamento delle attese (che corrisponde al sonno sociale del desiderio che vive nel lavoro, nella sua contrattazione, nella standardizzazione dei mondi consulenziali, che nel secolo scorso hanno fondato il progresso in ottica anti-capitalistica molto più dei partiti).
Lo dico da un mondo che è stato il mio nella mia formazione e nella mia vita professionale. Le parole benessere, persona, metafora, clima, contrattazione, sviluppo, utile, crescita, libertà dal lavoro come lavoro alienato, sono sparite. E quando permangono sono scatole vuote nel 98% dei casi. E non per mancanza di riflessione, ma per un sostanziale asservimento feudale del lavoro di tutt*.
Per questo i giovani fuggono, nella speranza che ancora, in qualche modo, il lavoro appartenga loro e costituisca “progetto”, se non comune almeno condiviso. L’Italia è più povera, il Centro-Sinistra lo denuncia con chiarezza. Ma non viene avanzata alcuna proposta di revisione dei modelli economici, di formazione, di accompagnamento nella vita personale e sociale.
Welfare, società delle opportunità, sviluppo e crescita, come migliori del concetto di “merito”, lasciano il posto a conformismo, adeguamento alla soglia minima e predeterminata dei saperi, solitudine.
La chiusura dei centri sociali ha una sua logica perversa, che persino il PD in parte cavalca, che è quelle di delegittimare il pensiero divergente e le comunità apprenditive trasversali. Coincide con la burocratizzazione destrorsa della scuola, e la punizione come metodo di distruzione in massa dei luoghi della dialettica, nelle scuole prima che altrove. La società dovrebbe invece finanziare e sostenere questi luoghi, assumendosi il carico della loro esistenza.
La chiesa non è coesa ma come in passato schierata in parte fra i preti operai, ma in parte con i burocrati di regime, non ultimo il caso dei rintocchi di Sanremo.
Le parole sono: cancellare i diritti alle identità, cancellare il pensiero divergente, smentire la diffidenza, rendere le donne al confine domestico e di maternage e caregiving, clinicizzare il disagio, emettere diagnosi, abbattere la sanità pubblica, e persino criminalizzare la resistenza sociale.
Ma, per tornare ai social, cosa possiamo fare per emanciparci da una complicità inevitabile con la circolazione di fake, l’infobulimia, il FOMO, la superficialità intrinseca alla quantità, la sofferenza di chi paga per le azioni di gosting di moltissimi costruttori di relazione fittizie, narcisistiche, che prosperano sulla solitudine o sulla fragilità?
Non condivido la scelta di uscita dai social, è solo un lasciar campo a qualcosa che in ogni caso pervade e inquina. Non servono i social di nicchia, occorre frantumare i muri del virtuale ed anche occupare le feritoie in modo consapevole.
Leggere meno, scrivere meno, tornare a una selezione dell’essenziale, imparare i linguaggi, controbattere quello che ha senso controbattere.
Esserci per quello che ha senso, non per avere senso.
Sapere che in fondo possiamo dire una cosa al giorno ma sensata, che sia uno sguardo fuori e non una certificazione di noi stess*.
Mi rendo conto di quanto sia affasciante poter dire, poter costruire reti, ma nei fatti, queste, oggi, non sono le nostre.
Dobbiamo rieducarci al poco e al meglio, al sapore che ci portano le labbra e all’odore che ci danno i corpi nello spazio.
Sapere che non dobbiamo rincorrere l’ultimo film, l’ultimo libro, l’ultima dichiarazione e comunicato stampa.
Invitare qualcuno a vedere un tramonto con noi, invece di mostralo a centomila. Tutti errori comuni, ovviamente anche miei. Le reti di oggi prosperano sul darsi in pasto, non nutrono.
Occupiamo le strade dei sogni, invece di essere tutti “un sogno non sognato”, come direbbe Ogden.
E per pietà, non svendiamo la parola “sogno” in politica come abbiamo fatto con la parola “narrazione”. Restiamo umani, agiamo in dormiveglia.
In questo anno ringrazio il bene che ho avuto, quello che ho provato a vivere, il cibo che non è mancato, le tante immeritatamente numerose parole di affetto e vicinanza che ho sentito.
La gratuità assoluta di tanti rapporti, anche faticosi ma insostituibili. Le febbri rivelatrici, il mio andare piano per via delle gambe, ma la speranza che il Buen Camino non finisca mai.
Gli amici e le amiche ritrovati, e quelli perduti. La possibilità di provare a evitare ciò che ci rende aspri, settari, ciechi. Il vivere in un mondo di piccoli con occhi grandi. La dimensione del quartiere e il desiderio del mondo.
Ringrazio ogni persona che ha saputo dire no, quando si doveva. Le persone che ho letto ogni giorno, e che sono la ragione per cui ancora c’è un senso a restare attivi sui social.
Ringrazio il Dio di Francesco, e Papa Francesco, per la loro amabile e solitaria anarchia. Ornella Vanoni per la testimonianza di come invecchiare sia un’arte donata. E tutti quelli che ho letto con amore, a volte non senza dolore. In cima a tutti, nel 2025, le “foreste con quel che resta” e gli “sbilichi”, le parole sbarrate, la bellezza di alcuni giovani nel fare politica, la tenerezza dei compagni anziani, la serietà rigorosa di molti colleghi e maestri e senza mio merito carissimi amici.
Ringrazio anche la volgarità di un mondo del lavoro distrutto, che mi ricorda sempre di poter non essere una schiava.
Ringrazio i miei amici e amiche che non stanno bene, e che combattono battaglie davvero difficili con la forza e la malinconia che nasce dal profondo amore per la vita.
A tutti noi un 2026 di militanza nella autentica ricerca di quello che ci sembra poter essere il bene, ma senza retorica e ricordando sempre l’infinita bellezza della bellezza e delle sfumature.
Che nulla ci sia indifferente, nemmeno la nostra fragilità così profondamente umana.
Con amore
Nerina
In foto: Cinzia Greco, attrice – Ph Nerina Garofalo