Immersi nell’insistenza dell’amore – Due, di Filippo Meneghetti

Credo di aver visto raramente un film così bello, misurato, avvolgente e straziante come Due, esordio al lungometraggio di Filippo Meneghetti. Nei giorni che precedono il Pride 2021, credo che sia questo il film che si dovrebbe vedere. Prodotto nel 2017 ed in uscita adesso in Italia, è capace, in 90 minuti di proiezione, e col supporto di due meravigliose attrici, Barbara Bovulova e Martina Chevalier, di introdurci in una serie di temi legati all’amore di acutezza lancinante.

L’amore, spesso non detto, non comunicabile, relegato alla forma dell’amicalità forte fuori dal perimetro riservato e della relazione amorosa, fra due donne. Ancor oggi così poco riconosciuto e libero, persino meno libero di quello fra due uomini, soprattuto per le over 50.

Le due protagoniste sono donne a pieno diritto del tempo nella fragilità (fisica, economica, di dipendenza dall’amore per i figli, di rischiosa assegnazione ad essi di “scelte per”,  passate e presenti), che molto si avvicina ai vissuti di chi l’amore non dice, non può o non sa rendere “legalizzato”, e assegna quindi al confine ordinario dei sentimenti e dei vissuti di tutti e tutte. 

Nina (Barbara Bovulova) e Madeleine (Martina Chevalier) si innamorano non più giovani, in una Roma messaggera di intimità e passione nell’isola temporale di un viaggio in Italia, e portano per 20 anni la difficoltà a dirsi e a darsi, se non furiosamente, meravigliosamente e con una capacità di cura reciproca straordinaria, che si nutre dellla loro complicItà delicatissima, corporea, sedimentata nelle abitudini del quotidiano e riflessa nei particolari, negli oggetti, e nei suoni delle due case.

Una di fronte all’altra, le due donne come i due appartementi, insieme fuse e irrimediabilmente demarcate al presentarsi del dolore, che interrompe nella consuetudine segreta dell’essere, appunto, due, e innamorate e insieme.

Una colonna sonora di grandissima dolcezza, che culmina nella danza lievissima e taumaturgica sulle note di Chariot, nella versione incantata del 1966.

Segnato dal tratto della verità di Haneke, e persino a tratti più bello del pur commovente e struggente Father – Nulla è Come Sembra (del 2021), credo sia oggi una delle bellissime esperienze di ritorno al cinema. E di riflessione sull’affettività, sulla necessità, e sul prendersi cura, ri-sanando i debiti sociali contratti con tutt@ noi delle convenzioni e dalla tirannia del diritto negato.

Metto qui, in commento, il link a Chariot, del 66, cantato da Betty Curtis.

“Il problema delle catene è pensare di non averne”

Le catene stanno al corpo come la fitta rete di dipendenze, consegne, imprigionamenti, legami ambivalenti, fantasie erotiche, vissuti di sottomissione, vissuti di liberazione stanno alla nostra vita.

Per questo amo fotografarne la vita sulla vita che si espone allo scatto. Ringrazio Cinzia, come prima Polly e Michael, per aver giocato con intelligenza, senza pregiudizio, con delicatezza e complicità a questo mio progetto di sguardo. La loro libertà è impagabile.

qui, Ph Nerina Garofalo – Model Cinzia Greco

(set con la MUA Caterina Gizzi, un po’ contaminando l’indirizzo del set in un Evento di inAutomatico Fotografia)

Risveglio Americano

Oggi è un grande giorno, un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità– fuori Trump dalla Casa Bianca, in carica Biden. L’interpretazione fotografia e di Nerina Garofalo e Riccardo Vinci, la modella che ha collaborato all’installazione e posato è Barbara Terrinoni. Lo studio di posa è di InAutomatico Fotografia.

Fra dentro e fuori – in vista della fine dell’anno

Questo anno covid-19 sta per finire e nulla di tutto quello che abbiamo visto passare, fermarsi e permanere sembra essere, ancora, ai nostri occhi leggibile. Accade che, fotografando, mentre sei fuori a fumare e altri fotografano all’interno di una stanza, tu col cellulare catturi delle cose, e le tieni lì, le rivedi ai a distanza di un giorno, e scopri che raccontano molto di quello che senti.

Una nostalgia di vita, di abbracci, di corpi e di sentimenti e sensi. Esser fuori e dentro allo stesso tempo, essere stanza, palazzo, città ì, confine e impressioni, sovrimpressioni, riflessi.

Ecco gli scatti che tutto questo raccontano.

Il set era un model sharing di InAutomatico Fotografia, il giorno 12 dicembre, e le foto che ho scattato sono state fatte, e sviluppate in chiaro, su iPhone.

La modella è Emanuela Cirialo.

Laura vista da nerina

Ci sono donne che scoprono qualcosa di se stesse posando e proponendosi di “dire” attraverso la loro immagine data e restituita su un sito fotografico. Fra coaching e fotografia, una bella esperienza condivisa con Laura Vernini. E con Daniela Argiolas.

Model Laura Vernini – Ph Nerina Garofalo – MUA Daniela Argiolas
Luci Riccardo Vinci, con l’amichevole contributo di Gino Pandolfi

Barbara Giuliani, Tu

BARBARA GIULiANI “Tu” – Videopoesia

Video Montaggio di Nerina Garofalo – Testo e voce di Barbara Giuliani – Immagini da: You and me and everyon you know , di Miranda July- La bestia nel cuore, di Cristina Comencini – Shame, di Steve McQueen, Antiscrists di Larsa Von Triers, Crash di David Cronemberg

Shibari – Prima Sessione – Nerina guarda Thomas e Valentina

“L’occhio umano è l’invenzione più solitaria di dio” (Ocean Vuong)

Ph Nerina Garofalo – Performance di Thomas Rigger Noise – Model Bay Babalon –
Organizzazione InAutomatico

Di lei, ma anche di me — Alessandra vista da Nerina

Sempre sul versante dei legami, che sono spesso la culla certa della possibilità di “dirsi” (dire a se stessi, dire di sé, dire ad un altro, dire dell’altro) una seconda esperienza bellissima è nata da un mattino nel bosco di Balla coi Lupi con Alessandra.

Con Alessandra (che è parte della mia vita nei legami familiari ma anche, e forse soprattutto, in tanto dialogare negli anni), c’è qualcosa di molto bello che passa quando ci ritroviamo a parlare di me e di lei come donne.

Come donne che sentono e cercano l’autentico nella relazione con se stesse, spesso sfidando le occorrenze incidentali. Che a volte sono profonde, mutano in noi la percezione di noi stesse, e ci rendono più forti, più consapevoli, più aperte al gioco con le esperienze.

Così, un mattino di questo agosto, abbiamo deciso di giocare con la mia Canon e col suo viso, che avevo visto bellissimo in questi ultimi giorni, ornato da foulard e turbanti, e che le avevo proposto di fotografare nei chiari del bosco. Diventando lei modella, ma anche credo chiedendosi come si sarebbe vista vista da un’altra, e rivedendosi. Ed io chiedendomi cosa avrei trovato nello scatto, di lei, ma anche di me.

Alessandra porta foulard e turbanti perché sono belli, ma anche sta vivendo la fase di prevenzione dopo un intervento. Sta facendo dei cicli di chemioterapia perché nulla possa sfuggire a un intervento andato bene. Quindi potremmo dire che si prende cura di sé, prevenendo i rischi del dopo intervento.

La chemioterapia, nell’esperienza di tante persone che la vivono o l’hanno vissuta, è un’esperienza tutt’altro che semplice. Per quanto una persona possa essere forte e positiva, è pesante sull’organismo e porta con sé un rapporto con il proprio corpo condizionato dai sintomi che la accompagnano.

Come possiamo guardare a tutto questo facendo un reportage fotografico che magari avremmo voluto fare prima o dopo, diversamente? Cosa poteva far sì che io ed Ale ci raccontassimo di noi, di due donne, in questa luce di sguardo che è la fotografia sulla luce naturale del viso di una donna, di una persona?

Eravamo partite dandoci appuntamento per un piccolo défilé con turbante, un po’ per giocare, un po’ per sdrammatizzare, un po’ perché lei e i suoi turbanti erano davvero belli insieme.

Ci siamo ritrovate, in modo molto naturale, a fare dei ritratti anche senza, a dirci delle cose, a scoprire delle luci, con il viso bellissimo di Ale e con i suoi occhi, senza bisogni, in quel momento, senza dimenticare la delicatezza dell’essere lì, ma anche scoprendo un volto perfetto per il ritratto con l’ornamento impagabile delle sue emozioni, e della sua gioia nel giocare con me a fotografa e modella.

Devo ringraziare molto Ale di tante cose. Della fiducia nello sguardo, nella spontaneità accogliente per le domande mie a lei, e sue a me, per la gioia di questo mattino. Per aver con reciproca libertà scelto insieme quali foto pubblicare oggi, e alcuni tratti di sviluppo che abbiamo prediletto, per aver vissuto la presenza di Riccardo che ci aiutava con il pannello riflettente, con le scelte di settaggio della macchina, e nella scelta dei punti dove scattare. Insomma, per aver lavorato con noi due e non solo con me.

Ma soprattuto per avermi lasciato vivere alcune parole con una naturalezza e fiducia mai provate prima.

Ecco, sotto troverete i ritratti, che spero possiate guardare con la nostra stessa gioia. Perché diciamolo, Ale è figa, è bella, ed è vera.

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