di Nerina Garofalo

Un anno nuovo – restare umani in dormiveglia

Da molto tempo provo poco il desiderio di scrivere su Facebook. Molto più facilmente Instagram diviene il luogo che abito, soprattutto come fotografa. Sono stata fra i primissimi, credo, a utilizzare FB intensamente, spesso con taglio autobiografico e biografico, e sempre condividendo dai wall altrui pensieri e proposte dei loro autori e autrici. 

Essendomi nutrita all’origine di quella cultura “open” e centrata sull’economia del dono, era una scelta naturale che partiva da esperienze di Community che erano state davvero luogo di incontro ed espressione e di scoperta. In una dimensione che di economico aveva molto poco. 

Oggi (quando i social sono da anni oramai preda delle nuove economie marketing oriented, delle manipolazioni mediatiche, delle logiche di mercificazione del lavoro svolto dalle piattaforme), assistiamo a un decadimento malinconico dei contenuti, imperversano post che rilanciano ricordi passati, confondono anni, testimoniano più le perdite che le nascita, il dolore e lo smarrimento più che il desiderio e le relazioni vive, in divenire occorre riflettere. 

Una delle prime ragioni per le quali non si abbandonano i social, è che hanno davvero costruito reti virtuali e riattivato energie. Peccato che oggi non siano più nelle nostre mani. 

Non vediamo più i contatti che amiamo ma quelli che gli algoritmi distribuiscono, siamo subissati da azioni promozionali e di vendita, capaci di adeguare i linguaggi all’impoverimento di economie e dialoghi, tessendo una rete illusoria di accesso e un abbassamento delle attese (che corrisponde al sonno sociale del desiderio che vive nel lavoro, nella sua contrattazione, nella standardizzazione dei mondi consulenziali, che nel secolo scorso hanno fondato il progresso in ottica anti-capitalistica molto più dei partiti). 

Lo dico da un mondo che è stato il mio nella mia formazione e nella mia vita professionale. Le parole benessere, persona, metafora, clima, contrattazione, sviluppo, utile, crescita, libertà dal lavoro come lavoro alienato, sono sparite. E quando permangono sono scatole vuote nel 98% dei casi. E non per mancanza di riflessione, ma per un sostanziale asservimento feudale del lavoro di tutt*. 

Per questo i giovani fuggono, nella speranza che ancora, in qualche modo, il lavoro appartenga loro e costituisca “progetto”, se non comune almeno condiviso. L’Italia è più povera, il Centro-Sinistra lo denuncia con chiarezza. Ma non viene avanzata alcuna proposta di revisione dei modelli economici, di formazione, di accompagnamento nella vita personale e sociale. 

Welfare, società delle opportunità, sviluppo e crescita, come migliori del concetto di “merito”, lasciano il posto a conformismo, adeguamento alla soglia minima e predeterminata dei saperi, solitudine. 

La chiusura dei centri sociali ha una sua logica perversa, che persino il PD in parte cavalca, che è quelle di delegittimare il pensiero divergente e le comunità apprenditive trasversali. Coincide con la burocratizzazione destrorsa della scuola, e la punizione come metodo di distruzione in massa dei luoghi della dialettica, nelle scuole prima che altrove. La società dovrebbe invece finanziare e sostenere questi luoghi, assumendosi il carico della loro esistenza.

La chiesa non è coesa ma come in passato schierata in parte fra i preti operai, ma in parte con i burocrati di regime, non ultimo il caso dei rintocchi di Sanremo. 

Le parole sono: cancellare i diritti alle identità, cancellare il pensiero divergente, smentire la diffidenza, rendere le donne al confine domestico e di maternage e caregiving, clinicizzare il disagio, emettere diagnosi, abbattere la sanità pubblica, e persino criminalizzare la resistenza sociale. 

Ma, per tornare ai social, cosa possiamo fare  per emanciparci da una complicità inevitabile con la circolazione di fake, l’infobulimia, il FOMO, la superficialità intrinseca alla quantità, la sofferenza di chi paga per le azioni di gosting di moltissimi costruttori di relazione fittizie, narcisistiche, che prosperano sulla solitudine o sulla fragilità? 

Non condivido la scelta di uscita dai social, è solo un lasciar campo a qualcosa che in ogni caso pervade e inquina. Non servono i social di nicchia, occorre frantumare i muri del virtuale ed anche occupare le feritoie in modo consapevole. 

Leggere meno, scrivere meno, tornare a una selezione dell’essenziale, imparare i linguaggi, controbattere quello che ha senso controbattere. 

Esserci per quello che ha senso, non per avere senso. 

Sapere che in fondo possiamo dire una cosa al giorno ma sensata, che sia uno sguardo fuori e non una certificazione di noi stess*. 

Mi rendo conto di quanto sia affasciante poter dire, poter costruire reti, ma nei fatti, queste, oggi, non sono le nostre. 

Dobbiamo rieducarci al poco e al meglio, al sapore che ci portano le labbra e all’odore che ci danno i corpi nello spazio. 

Sapere che non dobbiamo rincorrere l’ultimo film, l’ultimo libro, l’ultima dichiarazione e comunicato stampa. 

Invitare qualcuno a vedere un tramonto con noi, invece di mostralo a centomila. Tutti errori comuni,  ovviamente anche miei. Le reti di oggi prosperano sul darsi in pasto, non nutrono. 

Occupiamo le strade dei sogni, invece di essere tutti “un sogno non sognato”, come direbbe Ogden. 

E per pietà, non svendiamo la parola “sogno” in politica come abbiamo fatto con la parola “narrazione”. Restiamo umani, agiamo in dormiveglia. 

In questo anno ringrazio il bene che ho avuto, quello che ho provato a vivere, il cibo che non è mancato, le tante immeritatamente numerose parole di affetto e vicinanza che ho sentito. 

La gratuità assoluta di tanti rapporti, anche faticosi ma insostituibili. Le febbri rivelatrici, il mio andare piano per via delle gambe, ma la speranza che il Buen Camino non finisca mai. 

Gli amici e le amiche ritrovati, e quelli perduti. La possibilità di provare a evitare ciò che ci rende aspri, settari, ciechi. Il vivere in un mondo di piccoli con occhi grandi. La dimensione del quartiere e il desiderio del mondo. 

Ringrazio ogni persona che ha saputo dire no, quando si doveva. Le persone che ho letto ogni giorno, e che sono la ragione per cui ancora c’è un senso a restare attivi sui social. 

Ringrazio il Dio di Francesco, e Papa Francesco, per la loro amabile e solitaria anarchia. Ornella Vanoni per la testimonianza di come invecchiare sia un’arte donata. E tutti quelli che ho letto con amore, a volte non senza dolore. In cima a tutti, nel 2025, le “foreste con quel che resta” e gli “sbilichi”, le parole sbarrate, la bellezza di alcuni giovani nel fare politica, la tenerezza dei compagni anziani, la serietà rigorosa di molti colleghi e maestri e senza mio merito carissimi amici. 

Ringrazio anche la volgarità di un mondo del lavoro distrutto, che mi ricorda sempre di poter non essere una schiava. 

Ringrazio i miei amici e amiche che non stanno bene, e che combattono battaglie davvero difficili con la forza e la malinconia che nasce dal profondo amore per la vita. 

A tutti noi un 2026 di militanza nella autentica ricerca di quello che ci sembra poter essere il bene, ma senza retorica e ricordando sempre l’infinita bellezza della bellezza e delle sfumature. 

Che nulla ci sia indifferente, nemmeno la nostra fragilità così profondamente umana. 

Con amore

Nerina

In foto: Cinzia Greco, attrice – Ph Nerina Garofalo

2 risposte a “Un anno nuovo – restare umani in dormiveglia”

  1. Avatar Dario D'Incerti
    Dario D’Incerti

    Non ho mai scritto su un blog in vita mia e non so se quello che sto per scrivere arriverà mai ad essere letto da qualcuno ma tant’è. Le riflessioni di Nerina mi hanno “abitato” per molte ore e quello che ne è emerso è quanto sto per scrivere. Il mio punto di partenza è che non dimentico mai di essere comunque vissuto in quello che è con ogni probabilità il momento migliore della storia del genere umano. So bene che ci sono guerre, fame, disuguaglianze, e altre catastrofi in arrivo ma resta il fatto che nel passato, recente o lontano, le cose andavano peggio, anche se non ci pensiamo quasi mai. Cento anni fa, sarei morto a 45 anni di un’infezione incurabile, tanto per dirne una. E anche solo un mal di denti mi avrebbe reso la vita molto difficile. Non sarei probabilmente mai uscito dal mio paese se non per emigrare in cerca di una vita migliore. E gli esempi potrebbero continuare. Si può certo pensare che la nostra (ma quale?) civiltà sia in declino, che si sia invertita, ad esempio, ala trasmissione del sapere e che manchino le teorie per provare ad invertire le cose e volgerle al meglio (quale meglio? e per chi?) Potrebbe però anche essere che queste teorie siano presenti ma non le vediamo perché le categorie che utilizziamo non sono quelle giuste. Ad esempio, perché ostinarsi ad adoperare le distinzioni spaziali, destra vs sinistra, anziché quelle temporali, conservatori vs progressisti? Resto convinto che indagini sociologiche rigorose le possano fare solo sociologi di orientamento progressista e che esse portino necessariamente ad adottare politiche progressiste, anche se questo fa di me un “povero comunista” (cit.). Detto questo, il problema principale oggi, a parte quello climatico (che chi non lo riconosce lo derubrica ad “ideologia climatica” per svilirne la portata) è quello dell’aumento delle disuguaglianze, economiche e culturali, un aumento che pare inarrestabile. L’uguaglianza si realizza nel riconoscimento delle differenze, altrimenti è omologazione. Infine, una parola va spesa sulle nostre pratiche linguistiche e sulle attuali forme prevalenti di comunicazione. Altri ne hanno parlato meglio di me, mi limito ad osservare un fenomeno generale che crea i maggiori problemi, anche qui senza che se ne riconosca la gravità, e cioè che la comunicazione si è spostata dal significato al significante. Le conseguenze di questo slittamento sono che i linguaggi non solo si sono impoveriti ma hanno perso ogni aggancio con la realtà. Buon anno a tutti e se qualcuno mi legge me lo faccia sapere.

    1. Dario carissimo, perdona, solo oggi approvo i commenti di gennaio, rari invero sui blog. Grazie della intensa e ricca risposta, che oggi conferma il me il valore che alcuni ancora danno al dialogo. ❤

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