Diario intimo “no post” covid

Da un po’ di tempo (orientativamente dal Covid, che ha reso le Videochiamate una salvifica abitudine, una possibilità di vedersi oltre la “maschera”, magri senza) rilevo una incrementale confidenza e contaminazione di pubblico e privato. Altro che anni 60 e 70. Tutti noi che rispondiamo spesso, salvo che con clienti conclamati, nelle condizioni più diverse e private. In pigiama, coi capelli del risveglio, dal letto, mentre pranziamo, prendendo un caffè. Il Covid 19 ci ha reso più umani. Non solo fra parenti e amici, anche nelle comunità professionali, nei gruppi di militanza.

Una confessione cinematografica che avrebbe amato Truffaut, del nostro io profondo, quello che mentre lavora e comunica “è”. Un po’ comodo nelle proprie fragilità, o magari immerso in una sperimentazione identitaria. Nuovi look, scelte estreme.

Perché, in fondo, parliamo da casa. Si verifica quello che Maturana e Varela rilevavano negli anni 90, al diffondersi delle email, notavano: un abbassamento delle gerarchie, una sorta di aggressività del sé che si affermavano schermati nelle relazioni dalla distanza e dalla scrittura.

Il paradosso che noto con curiosità è il passaggio di molti alla dimensione espulsiva, in genere liquida, durante alcune le videochiamate. Il chiamante e la chiamante, garantiti dal fatto che insomma, comunque siete andati voi a casa sua, a un certo punto della conversazione oscura e il video dice: “scusa, passo un attimo dal bagno”. O anche, più disinvoltamente, si reca in bagno e in piedi o assis@, mette il “mute” e riprendendo dice: “scusa, senti rumore perché tiro l’acqua”. ”Altri non dicono nulla e occultano, ma lo capisci dai silenzi e dal cambiamento di passo che,passo passo, ti descrive un percorso. Credo lo si sia fatto tutt@, in questi due anni, prima o poi. Ognuno a modo proprio. Quando lo fa una femmina, penso sia una sorta di intimità amicale impagabile. Quando lo fa un uomo un po’ mi fa sorridere, essendo cosa cinematografica immaginare che parli con l’oggetto del benessere espulsivo in mano. Credo che la realtà pandemica ci abbia reso più onesti e oneste, confidenti, al sicuro nella dualità di whatsup, nella gruppalità di zoom. Ci mostriamo anche stanchi, non performanti, esistenzialisti e un po’ verdoniani, ci esponiamo alla visione di noi, e cerchiamo di riconoscere nell’altro quell’aria da vicini di casa, da ragazzini di Sergio Leone. Prima o poi mangeremo una charlotte mentre qualcuno ci propone un seminario, magari dicendo che in fondo va bene così. Ed è vero. Ci rende autentici, anche se potremmo essere forse più attenti al confine dell’altro. Ho amici, colleghi, maestri, inappuntabili. Donne e uomini. Raramente apparsi in video call se non assolutamente a proprio agio nella loro perfezione di capelli e barbe a posto, giacche da camera eleganti, seducenti sottovesti mattutine o accappatoi che sono morbidi fin qui. Io li adoro, perché attraversano la tragedia epocale di guerra, pandemia, medicalizzazioni, sterilizzazioni, irruzioni atomiche con una salvaguardia che come uno scafandro dolcissimo eleggono a protezione visiva dalla loro paura, incertezza, assenza di senso che sono a volte anche le mie. Sono l’altra parte di una luna che ha solo un luogo madre vuoto dentro, e che ognuno di noi nutre di placenta come può. Ecco, a tarda sera, questo piccolo diario. Volevo forse, solamente, per non pensare buio, “dormirmi addosso”. #nottebuonadaquestacasa

Cristina Scalabrelli vista da Nerina

3 short stories per scatti – Ph Nerina Garofalo – Model Cristina Scalabrelli – Evento InAutomatico

3 short stories per scatti – Ph Nerina Garofalo – Model Cristina Scalabrelli – Evento InAutomatico – Direzione Artistica Daniele Belli

Omaggio a Gli Spietati

Omaggio a Jennifer Beals

Vintage

“Famolo strano” – disoccupiamo le strade

Sono stata partecipe ieri, a Piazza del Popolo, di un momento molto coinvolgente, quello che si definirebbe senza dubbio, se ci fosse onestà nella politica, un successo di piazza, e politicamente una dimostrazione di fiducia e calore in una città assai sfiduciata. Carlo Calenda ha chiuso la sua campagna elettorale, come candidato Sindaco per la città di Roma, con entusiasmo, passione, chiarezza e realismo. Ha descritto un impegno personale e del suo team articolato in azioni nel lungo periodo che ha preceduto la campagna fatto con attenzione a parole ben precise: competenza, concretezza, incontro e ascolto. Bisogna dire con forza, che, ascoltato Calenda e lette le dichiarazioni del PD degli ultimi giorni, il vero voto utile è quello per Carlo Calenda, ed anzi fa un po’ tristezza che il PD si sia ridotto a una campagna basata non su un suo contenuto ma sulla sconfitta della destra e lo spauracchio di un ballottaggio monocolore.

Andrò quindi al voto per il comune, che sarà per Calenda e per i candidati di Italia Viva Valerio Casini e Francesca Leoncini, certa di fare la cosa migliore e più credibile nel risultato sperato, tenendo conto di un panorama di oppositori non proprio esaltante, nemmeno a sinistra.

Ci vado convinta che non sia il mio voto ideale, sebbene abbia empatizzato con l’energia e la capacità di leadership (sia pur direttiva), del candidato. Bravo, serenissimo, umanamente in gioco a pieno, umorale e capace di grandi ineleganze, il che lo rende umano e persino simpatico, per una come me che non ama la compostezza.

Eppure, il momento di maggior distanza l’ho provato, credo forse unica nella piazza, nell’omaggio che la madre ha fatto all’impegno del figlio con un blob filmico su Roma ricco, elegante, misurato, ma in qualche modo per me mancante di quella Roma che sento davvero mia: quella di Favolacce, quella di Sulla mia pelle, quella del romanzo di Nicola Lagioia, quella che vede l’idroscalo di Ostia piuttosto che la Garbatella. Quella di Non essere cattivo. Quella di Padre Nostro, quella di Buongiorno Notte. Insomma, quello che voglio dire è che, pur convinta del mio voto di domani, il mio cuore è altrove. E’ in quel riformismo di sinistra che la sinistra te la fa sentire, in Gennaro Migliore, in Teresa Bellanova. In Ivan Scalfarotto. In Matteo Renzi.

Mentre ascoltavo l’ottimo Calenda, ho visto senza audio la diretta da Milano, alla quale erano presenti molti dei nostri, e un gesto di grande fraterna abitudine alla politica bella e solidale, con Renzi che posava la testa sulla spalla di Scalfarotto.

Ecco, quasi mi veniva da piangere. Così come quando ho visto a sera le immagini della chiusura di Amedeo Ciaccheri, che riformista non è, e che voterò convintamente con Angelucci e Marini per l’VIII, ed ho sentito che io comunque non potrò mai essere vicina ad Azione, è sempre amerò le poesie di Victor Cavallo.

Siamo tutti fieri dei nostri genitori, ognuno per motivi differenti, siano essi contadini, artigiani, commercianti, artisti, disoccupati, dissociati, persino colpevoli. Tutte le esperienze fondano l’educazione sentimentale di coascun@ di noi. Calenda e Azione rimangono per me la traccia di un riformismo borghese, magari ottimamente attivo, capace di far bene, ma pur sempre con quel velo di paternalismo che non toccherà mai il cuore di chi ama Don Milani, la Montessori, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli. Il cuore di una come me che ha riaperto il dialogo con la Chiesa Cattolica dopo aver letto la biografia di Ulrike Meinhof scritta da Alois Prinz.

Mentre andavo a Piazza del Popolo, ieri, in autobus, ho scattato molte foto delle persone che erano con me e Riccardo in autobus. Ecco, quella è la Roma che mi fa battere il cuore.

Io sogno il ritorno di un riformismo di sinistra in dialogo con la sinistra. Io sogno di disoccupare le strade dei sogni e non dai sogni, senza alcuna violenza, ma sulla base di meraviglia, empatia, senso del vero, amore per tutto, non solo per il bello. Io sogno un mondo di incompetenti che diventino competenti ciascuno nel “suo” modo e spazio. E quindi liberi e felici. Un welfare attento e vigile. 1 cinema, 1 teatro, 1 biblioteca, un centro antiviolenza, 1 casa di accoglienza, 1 casa del dopo di noi, un luogo di pet therapy, 1 presidio di accoglienza gratuiti in ogni quartiere. E tanto altro.

Per questo, convintamente voterò Calenda, ce l’ha messa tutta ed è il miglior candidato, ma il mio cuore resterà sempre, convintamente altrove. E in VIII forse trova nel voto che darò un posto migliore.

A tutti e tutte, buon voto. Io non sono un’idealista, potrei essere più sovietica che clericale, so che la politica non ha l’ottimo dentro. Ma penso ancora, voglio pensare, che abbia un cuore che mi rappresenta. Sarò tattica, ma non smetterò di farlo strano. Siamo a Roma, e questo serve.

Preti operai

Ph Nerina Garofalo

Le foto, nel filmato, sono da iPhone, non sviluppate, ma l’emozione per il Dono di oggi è così grande che sento di volerlo condividere in due forme— Spero non spiaccia a nessun@. Era solo una grande ricchezza essere lì— grazie di cuore alla Parrocchia Santi Martiri dell’Uganda e a Luigi D’Errico— “Don Mario” a Roma, il 12 luglio 2021

Mother

Credo che la solitudine, e al tempo stesso il tentativo di arginarla, di reindirizzarla verso, siano i due tratti di questo tempo. Non a caso la ricerca senza timore della folla per la vittoria agli europei. Ed anche, nelle piccole case. Dove si può la vicinanza. Ci penso ogni volta che vado, andiamo da mia madre. Per questo, l’ho fotografata nel suo momento di grande gioia, nella settimana, insieme a quelli che vive quando vede i nipoti– Fotorgafarla le fa rivedere se stessa. Non sempre si riconosce, da brava vanitosa a volte dice: chi è quella? Io? No, non sono io… ma io la vedo bellissima, e struggente.#nessunoSiaLasciatoSolo #doveCiSonoDueCèUnaComunità #mother

Ph Nerina Garofalo

Ebbìa, ché in fondo ogni perdita è acqua d’adduru

Questa strana estate A.D.Covid19 (o più mestamente questo agosto 2020) ha riservato per me, e forse ancora riserva, alcune esperienze davvero ricche di vita. Di vita vissuta, di vita narrata, di vita ritratta.

Nel ritiro silano di un mese (periodo di southworking e ferie che da tempo non era stato così lungo), nella cornice magica dei pini, nella affettuosa accoglienza della dimora italo-brasiliana di Balla coi lupi, ci sono stati momenti di intensa esperienza, che credo valga la pena conservare nelle pieghe del blog, un po’ come un argine benefico in questi mesi di paure non finite.

La prima di queste esperienze, a cui dedico le piccole riflessioni di oggi, è stata la presentazione a Camigliatello il 14 ultimo scorso, con l’organizzazione di alcuni incontri di piazza di Egidio Bevilacqua, del libro di Gianluca Veltri “Le parole salvate”, uscito nel 2018 per le edizioni The Writer.

La presentazione, affettuosa, numerosa per partecipazione di pubblico, e gradevolissima per il setting esterno comodo e distanziato, è stata per me l’occasione dell’incontro con il libro di Gianluca (che è un amico dai tempi del liceo) nella situazione migliore, con l’amore a parlare della sua esperienza di scrittura, di desiderio di ricerca e racconto, e di esperienza biografica.

La bellezza del libro, che è davvero un piccolo gioiello di ricerca etnografica a posteriori, ma elaborata nel tempo di una vita e tante vite di contorno, ha una connotazione biografica che sa essere intima e allo stesso tempo oggettiva, immersa nel calore della memoria personale dell’autore (che pure non viene mai citata né nella sezione Glossida né nella sezione Glossart come tale) eppure attenta nell’osservazione di due vite che si sono intrecciate, sostenute, amplificate, corrette, accarezzate, accudite e condotte, addentrandosi nella vita acme in una piccola battaglia etica personale e di coppia. E che dalla coppia nasca una numerosa famiglia resta quasi taciuto nel libro. Nel quale pure si avverte che gran parte del lessico familiare costruito ed ereditato dalla coppia dei due innamorati (Ida ed Arturo), è in qualche modo una eredità di modi, di sentimenti, di condotte e di emozioni consegnate amorevolmente ai loro cuccioli e cucciola.

Gianluca ha consegnato alle parole di apertura la ferita da cui nasce questa esperienza di memoria e scrittura, indicando nel desiderio di non disperdere, non dimenticare, non lasciar svanire quando la fine ci sottrae la presenza viva di chi amiamo, attraverso un carico di significanti e significati che la parola “parola” ci consegna, invece, nei tratti di qualcosa che non distrugge, non si consuma, non svanisce, non ci “perde”.

E’ stato quello un momento di grande emozione, per me, che fra scrittura e fotografia non faccio che contendere l’esistente alla sua scomparsa. E da questa ferita, dalla cicatrice del tempo nel tempio familiare, fiorisce un glossario commovente e inclusivo, ascoltando il quale quasi inevitabile sovviene la memoria dei propri, di lessici familiari.

Ma anche, soprattutto, il libro racconta di Ida e di Arturo, che sono un uomo e una donna con caratteristiche, limiti e ricchezza peculiari, che li determinano nel loro incessante dialogo col mondo, più severo e diretto per Arturo (potremmo dire maschile?), più ironico, incline a mediare o comunque a ricondurre, ed anche mimico, cinestesico e amicale quello di Ida.

Ne escono, per me che di loro due ho sentito molto parlare i miei suoceri ed il mio sposo Riccardo, ma che non li ho mai conosciuti, con una identità così fortemente delineata da essere filmica, colmando quella nostalgia di movimento e voce, non conservati, di cui Gianluca ci ha fatto dono con la delicatezza, la misura e la commozione evidente della sua introduzione “parlata” in questa feria d’agosto.

[L’Ebbìa così pudicamente riportato nel testo è la cosa che mi porto nel cuore.]

Auguri a Gianluca per questo suo splendido lavoro. Per questo suo Cahier intime da lui donato ad Ida e ad Arturo. E sì, caro Gianluca… “le parole sono importanti” 🙂

E un grazie a Ermanno Cribari per la delicatezza e puntualità particolari con cui ha presentato, insieme a gli altri relatori, il libro.

Sotto e sopra alcune foto che ho preso al volo da mobile durante la presentazione.

Interiors

Dalla Performance teatrale “Sangue Inedito” di Rosamaria Caputi e Ninfa Delicato, Interiors (testo di Nerina Garofalo, voce di Rosamaria Caputi).

Con dedica a Rosamaria Caputi, Silvia Molesini, Marco Naccarella e Piermaria Galli.

Grazie a Ninfa e Rosamaria, e allo Spazio Psicanalitico di Roma.

 

 

Visita al Piccolo Atelier

Ha aperto ieri la sua porta semitrasparente, per la prima volta, “Le Petit Atelier”, dimora artistica e creativa del fotografo Massimo Scognamiglio. 

E’ stato bello visitare la dimora, e andare per passi fra scatti, disegni, taccuini e oggetti. Vivo di molte affettuose ed attente presenze, era ieri sera davvero un luogo magico, proprio in mezzo al Pigneto.

L’atelier ospita, in questi giorni, oltre ai lavori fotografici del padrone di casa, i disegni e i taccuini per schizzi e non solo del Maestro Massimo Buccilli, in arte MABÙ.

Grazie di cuore ad Antonio e Laura, che sono stati, per me e Riccardo,  al cuore di questo incontro.

Il piccolo atelier è in Via fanfulla da Lodi, 89 a Roma.

Io, ieri sera, questo luogo di ingressi, l’ho visto e vissuto così:

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Le ragioni del sì

L’inverno scorso, così come l’autunno che lo aveva preceduo, e poi la primavera, finanche il sole dell’estate, sono stati un torrente che ha negato, sottratto, ferito, cancellato. E non penso soltanto agli spari, al cadere dal cielo delle orme dei tuoni, ai corpi che si sono dissolti in mare, come i sogni al mattino che ci lasciano soli da tanto sperare. Penso anche all’acredine stretta che ha gridato le strade, le piazze, le urne, i giornali. Penso a come si sia fatta passare, raggelante e nefasta, la potenza di qualcosa che sa dire soprattutto di no. Noi non siamo, checché se ne dica, la nazione che muore di fame. La fame è ben altro. Non siamo la nazione che lascia morire per strada le donne e i bambni, ed i vecchi. Per certo, stiamo andando, con passo veloce, nel centro di quel sentimento dell’odio che rende possibile questo. Sentimento dell’odio per tutto quello che si sente vibrare, rianimato persino nell’occhio di una grande tempesta. Per questo, sto leggendo con grande passione, lo scritto di Nadia Fusini. Per cercare di dire a me stessa cosa sia la tempesta. Lo leggo e ripenso a quei tanti, da Gordon (Lawrence) a Freud, che l’hanno citata, la Temepesta, e il suo stare. Ho bisogno di dire di sì, di vedere che sì, ce ne son di cose che fanno passato, che cancellano, mortificano, illudono e ci portano danno. Ma anche che sì, ce ne son di cose che si possono fare, far stare lì erette a ridire di quello che abbiamo pensato, costruito, sentito ed amato, per secoli, a danno del peggio. Io non credo che si debba rottamare, cancellare, scacciare né nessuno né nulla. Io credo che si tratti ogni volta di com-prendere e rimettere avanti. Di creare connessioni e contaminazioni, di dar forma alle cose per quello che sono, senza niente negare, ma piuttosto dicendo di quello che possiamo vedere, osservare, cambiare e ri-valorizzare. Dire sì al sentimento del buono, dar fiducia a qualcsa che sentiamo esser parte di noi. Lo spazio per guardare la Legge, Antigone, Isacco. Lo spazio per pensare la parola dell’uomo, la parola di donna, la parola di Dio, come grande riserva di senso. Anche quando ha ceduto, anche quando si è persa. Per cambiare bisogna sentire che sì, noi possiamo. Ma possiamo davvero. A costo di un onesto guardare le cose nella loro interezza finita e sfinita, nel loro poter essere nuove. Nuovo è il mondo che ci vede dialogare con qualcosa che non sempre possiamo condividire e far sì che sia nostro. Ma possiamo e dobbiamo cmprendere nel nostro orizzonte. Per poterlo portare a vedere ciò che abbiamo costruito nel tempo per l’uomo e la donna, per ciascuno che porti il sapore e l’odore di chi in terra ha il compito vero di fare per l’altr@, con l’altr@, senza in essi smarrirsi. Non dobbiamo spazzare via nulla, non dobbiamo far crollare né il vecchio né la traccia di Storia che siamo. Dobbiamo lavorare perché sia, tutto il nostro sentire, portato lì dove abbiamo sempre sperato. Dove il fuoco sa essere il simbolo bello della vita che tiene, del tempo che ci rende migliori, dello stare vicini e non sotto, non contro. Farsi nuovi non vuol dire snaturarsi né perdersi. Farsi nuovi vuol dire imparare, ancora ed ancora, una parola nuova, una coscienza nuova. Una nuova visione che ci faccia sentire davvero qui, adesso, “a casa”. ovunque noi siamo. Fare casa nelle cose dei giorni.
*L’immagine è da qui

Tusk e task

ieri sera ho visto Tusk, di Kevin Smith— Io Kevin Smith lo amo proprio, da Clerks in poi è stato amore senza fine. Devo dire però che ieri sera è stata dura la riconferma. Era da Boxing Helena che non mi sentivo così male a vedere un film. Perché non ero sui canali Crime, ero lì. nella testa del buon Kevin e cercavo l’amore di sempre. C’era, ma era un amore malato, una cosa senza gioia. E dai primi 20 minuti sai che non ci sarà lieto fine. Sarà questo tempo di nostro scontento, ma davvero avrei voluto potere cambiare tutto, soggetto, sceneggiatura, finale. Ed è che, forse, è così che vorrei per tutto il resto…

kevin-smith-hopes-unveil-tusk-next-years-sundance-film-festival-reuters

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Parlerò di me della mia follia I miei pensieri e sogni irrealizzabili vi sfido a seguirmi

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