Un 11 settembre dove il prima mai più ci accade
Seguo le evoluzioni di parola di Rossella Maiore Tamponi da tantissimi anni. Da quel 2011 che è a dieci anni dall’11 settembre da cui parte la sceneggiatura interiore di questo suo ultimo lavoro, e nel quale usciva, per le Edizioni del Foglio Clandestino il suo “Le camere attigue”.
Ho impiegato il giusto tempo a leggerlo, questo suo “Doppio Fuoco” (vincitore del Premio Pagliarani 2025) e del tempo a rispondere alle domande che mi portava dentro. Parto da libere associazioni che si sono formate nel leggere, per provare a dire dove le domande e la lettura mi. hanno portata.
Dodici scene, e una introduzione. Come stazioni di una via Crucis senza resurrezioni che si formano intorno al mattino dopo “il” crollo, fra due punti di osservazione del finito: a NY, intorno a Ground Zero, dal Belvedere Righi, a Genova.
Potremmo leggere questa silloge come una sceneggiatura, con le sue indicazioni di campo e tempo. Eppure, ho preferito leggerla nella sua dimensione di flusso di coscienza, in un certo senso appropriandomi di un mio personale angolo visuale. Ho ascoltato le parole attraversare il silenzio, e qui la seconda associazione, come nella Berlino wendersiana.
Credo che l’11 settembre segni un punto di non ritorno nella storia del nostro tempo, qualcosa che ha a che fare coi detriti del crollo, coi detriti del quotidiano, con la sensazione che proviamo quando possiamo parlare, sentirne e forse dirne “dopo”.
Questo dopo avvolge la lettura, si posa come la cenere di Manhattan bianca come gesso. Polvere di vite, polvere di futuro, polvere senza stelle.
E’ potente Rossella quando ne traccia l’impronta, quando fra il Belvedere e la grande voragine si va a situare il nostro non solo non trovare risposte, ma persino fermarci un passo prima della domanda di senso.
Siamo un avvertimento, un presentimento, un terrore della ripetizione, un sollievo marcato nel dopo da una strana, imperscrutabile, solitudine.
Qualcosa come lo sfinimento che si prova dopo aver letto le prime trenta o quaranta pagine de “L’amore fatale” di McEwan, un evento che copre tutto il resto, una prospettiva che disvela il sentimento. Ma come siamo nella ferita aperta nel sentimento?
Ecco sono queste le domande, le sollecitazioni che cadevano proprio sulla pelle, come se le parole fossero tatuaggio. Un lettura in controcampo, e persino il rovesciamento della quarta parete. Sei tu che entri, sei tu che “avverti”.
Grazie a Rossella per questa nuove emozione, che casca venticinque anni dal crollo delle Torri, l’evento che dispiegato l’insufficienza delle nostre categorie interpretative, e ci ha “gettati” dove siamo, dove possiamo solo l’esserci. E che ci invita a ritrovare un Belvedere.
(NG, aprile 2026)





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