Un duetto spontaneo e non autorizzato

QUAE DE ASSOLUTO

(Orodé, dicembre 2011)

Sciortio foa da o porton da so galante
o l’anava a sonà o campanello
da porta do bordello.

(gianni priano, 2012)

(VOGLIA DI ASSOLUTO – Uscito fuori dal portone della sua fidanzata /andava a suonare il campanello / della porta del bordello.)

**

In casa la quiete, e la perfetta vena,
ed una conoscenza che mai fuori
si potrebbe ritrovare,
persino cieca e data.

Fuori si va, da soli o in due,
a rimirare, a sconfinare
a mietere e a potare.

Ma quanto bello, di mondo poi
sappiamo coltivare e rimestare.

In rima, come si può per
sopravvivere e restare.

(n.g.)

PS: l’opera di Orodé è qui

Una seduta scomoda

(Photo by Vito Coppola)

Come se fossimo seduti sul
risvolto di una giacca posata
a respirare allo schienale di
una sedia di legno che guarda
la finestra nel suo oltre in qualche
modo disperante. Come se avessimo
vent’anni, il sesso che ci incalza, la
sfrontatezza di aspirare immuni
dalla bocca la quiete salva di una
sigaretta. E come non ci passassero
davanti i luoghi del non detto rincorrendoci
in affanno. Così scontassimo il passato non
percorso senza dazio. E siamo pelle scesa
in questo nostro stare, ci tremano un po’
gli occhi se li teniamo a riposare.

Amore [in sanatorio]

Dylan Thomas with his wife Caitlin

Che uno poi guarda: le cose dentro, o una,

e le apre, e poi le rompe. E le interrompe,

come farebbe un cieco che stia cercando

la forma concava del mondo nei resti di un ruscello.

O come un quando una ragazza alza la gonna

[le americane lo facevano allo specchio

ed era un Master in storia antica con tanto

di pergamena in tinta rossa]. E poi si ricomincia,

si contesta la forma e si riversa, alla sostanza

la stanza più non basta, e avanza. Si scrivono

trattatelli di filosofia, li si maltratta, si ritratta la tratta,

su strada si incrocia la ragazza contratta, distratti dalla

vita, e si fa il gesto, il solo gesto,  minimo, minore,

insufficiente, di una carezza astratta, malsicura e

malriposta, come una mariposa che si fa strale

di odorosa rosa che non si sappia dire vite, e cosa,

senza farsi ritrosa, la ritrattata carezza che noi no, noi no,

e poi no e noi no, noi non sappiamo dire e dare e diradare.

Sempre la  stessa storia, che si istoria nel letto umido del

fiume che portiamo, inscritto nelle ossa, fiume nel quale

[noi] non sappiamo più lasciare andare, e che possiamo solo

riportare [lì alla foce], dove la voce incanta il fantolino, il geco,

il tarlo, il tacco del cavallo, il collo di giraffa, la volpe che si sveglia.

E poi si ricomincia, e si può solo rompere, tastare, frugare,

intrufolarsi con le dita, sentire al tatto, consumare. Riparare.

*

(a latere della lettura dell’articolo Life with Dylan and Caitlin Thomas, e per l’infinito amore per Amore in sanatorio, by Dylan Thomas)

Cinguettare a dirotto

(Photo by F. Jonvelle)

Mi batte forte il cuore
lo senti dire e ti rimbomba
due volte nello spazio di dieci ore

E ti ritorna dai versi e poi dai libri
e dalle cronache d’amore dei feriti.
Minuziosa tendenza agli stravizi

emotiva quietanza data in sorte.
Immotivata rimostranza che si siede
in attesa solitaria a porte attese.

Gingillo fragilissimo alle dita ragazzine
immune al fango adulto del confine,
e fibrillata carezza a quei se stessi

che si dimostran estasi di nugoli perversi.
Perversamente bello in bocca adulta
sperdutamente inquieto in mente femminile,

inquieto mondo, restituito e ritrovato
un poco rotto, come fringuello
che cinguetta, ma a dirotto.

Il cartaceo del tempo

Photo by Mr Toledano - Arctic Circle

A volte ci si stupisce di se stessi a prendersi quel lusso di impiegare un tempo cartaceo per rispondere a una mail, od a più email. Ecco, se accade questo, se le mail sono più d’una, ci si riappropria di un sentimento precedente.

Come quando si lascia stare un libro, si smette di tormentarlo con la furia di una lettura inesausta, e lo si tiene lì, a dondolare una presenza, possibilmente al comodino.

E poi ancora ci si incarta nei pensieri, alla sommità da cui guardiamo il sonno come guardiamo  i nostri piedi magri dalle dita greche, muoversi attraverso sole dita, per mezzo di esse.

Come se d’inverno il mattino non potesse che avere odore albino e denti stretti, e ci rivengono in mente i nostri ragazzi che scrivono, al margine: oggi mi sono proprio svegliato presto.

— Avevo freddo, e mi ricordo di essermi alzato per andare nel letto di F. ad abbracciarlo.

E ti sovviene l’assurdità di tutte quante le camerate maschili, e la loro essa pure assurdamente intensa bellezza.

E non ti era mai successo che qualcuno, intorno a una matrice, passeggiasse
come si va al tormento in mano ai sogni, e che dalle sue tasche si sentisse il rumore inverosimile delle due chiavi e più, che lo sapevi bene come potessero riaprire porte aperte.

E certe chiavi sono loro, le irriproducibili, invisibili, ed hanno quella qualità dei sogni, ovvero trasparenza.

E non vorresti avere alcun ricordo di fragole e ciliegie, né di improbabili picnic con mongolfiera, né letto mai il giornale sedendoti al più basso dei gradini. Le gambe lo sapevano, che non andava fatto.

E poi ancora peggio, se oggi si tratta di OGM e di carrelli che lacrimano latte da un post sul cinema che amiamo. E noi non lo vediamo, il film. Né il posto delle fragole. Noi un posto non l’abbiamo. Almeno questo e quello.

E ti fa ridere l’idea di aprire una rubrica comica, e tanto per sondare provi a ridere allo specchio. Peccato che ti ritorni indietro, al massimo, un sorriso da monello. E vuoi leccare il viso che sorride, e ritrovarti in cima al sonno, e tendergli un tranello.

Un libro di Carlotto, due di Izzo ed un volume della Pozzi. Moana in fondo al mare dell’inconscio, e nella neve tre gocce di vin cotto.

                  

L’educazione delle fanciulle

Polaroid by Nobuyoshi Araki (Lady Gaga)

Perdersi. E come ci si perde?

Cosa si sperde? Essere un piccolo rigagnolo,

una fuoriuscita, un gorgo, un gioco erotico

di pioggia d’oro che innamora.

E predeterminare, che ci sia un arrivo,

e invece no, non ristagnare nella

previsione del tratto, che sia pur breve, oppure.

[Perdere la poesia di quelle bettole, le quasi

fetide che non frequenteremo mai,

vedere l’ultimo di quel regista che

a quindici anni abbiamo detto–

è nostro. E poi saperlo che non

si può ridefinire la distanza con

la simulazione dell’incontro.]

Atemporale. E quante nubi.

Letti disfatti, morsi ai polsi,

e mi si scomoda nel dentro

quella sottile tenerezza che ho

provato quando ho pensato

che tu avessi settant’anni.

Ed io volevo fartelo rizzare,

lo dico come i maschi,

più per bruciare quell’età così

molesta, quasi temendo che l’orzo

sperperasse la minestra.

Ma pensa, se si comincia

da una carezza più che spinta,

che si è insinuata allora

come una ruvida signora

fra le gambe, e ha detto:

no, non posso. Nemmeno

l’ombra del ritaglio, titolo sul

giornale. Ma noi i giornali

nemmeno li leggiamo. Ci

incartiamo, terra e pesci.

Siamo due angeli che si masturbano

negli angiporti, e Saffo ci interessa

solo per la sua molle temperanza

da lesbica incallita. Siamo così

capaci di dissacrare e poi

beatificare quando piangiamo

l’orlo del destino, il morso al

culo della morte. Siamo due maschi,

con il sesso in mano. E’ cominciato

lì, dove era quell’albergo, di cui noi due

frequentavamo solo il bagno,

tolette per signore e ombretto viola.

Ricordati di portare il burro in tavola,

che non sia mai ri-detto che a noi

non ci emozioni la sodomia del maschio

che conturba la famiglia. Mi fai spiare tutte

le signore, ed io ci gioco, come il dottore

nel libro base di ogni inizio sadomaso.

E sottosopra infine ci restiamo,

e nemmeno ci proviamo, a dire che

a noi ci dura, il duro. Si è fatto tardi,

e mi sarai per sempre caro,

come un piccolo colle senza colla,

a noi mica ci piace, essere cosa che

s’appiccica. Piuttosto, abbiamo dato,

e diamo, e dimoriamo.

Senza una casa, la poesia si mescola

al letame. E questo è un dono,

che consapevole restituisce il bene

e lo sconcerta in alto mare

il verbo incatenare. Miele di dodici

sirene cieche, senza pretese, in protesi di

amianto a cui possiamo sempre ritornare.

Bava di lumachine a riva, e schiuma d’altomare.

*

(a dirtyinbirdland, sinceramente

Roma, dicembre 2011)

Campus stellae

 

(Photo by MrToledano)

 

La perdita di sguardo

che dirama e si fa fitta

al varco fondo della

notte di Natale. La pelle

che sfiorisce al mondo

come un latrato che scompare.

La preghiera dei corpi che

non reggono il passare,

la fitta estrema che abitiamo,

l’arto fantasma datoci

per respirare e camminare.

Il cuore morso, la boccuccia

da sfamare. Campo di stelle,

e fiato per scaldare.

(accanto a Campus stellae, per Natale)

Mercanti di rose

Sento che camminare fiato al collo
non è né erotico né bello. E’ l’orbo mondo
antico che ha due buchi nel cappuccio
ed uno squarcio giusto al posto
del muscolo più bello. E che peccato che
di rose si riempia quel mercato, rose canine
che a mia madre avrei portato se fosse stato
possibile un natale senza più culle
da bruciare e dissacrare.

Appunti

All in the Reflexes, 2010 by Richard Tallent

1) La caramella Mu. E poi ti chiedi come l’arequipe congiunga le due infanzie. La tua, incartata bianca, Elah, la sua che è quasi fatta in casa, venduta nei barattoli al supermercato. E’ come tendere un bel ponte elastico. L’elastico sei tu.

2) Quando diventa un nomignolo d’amore, muggito prima di Natale, riporta un altro segno. Mhu, mi viene da pensare. E’ come mìu, dalle parti della locride incrociate con la valle.

3) Occorre stare attenti, non fidarsi. Delle parole aperte, dichiarate. Meglio i sussurri. E forse anche i latrati. Provarsi sordi, e ciechi. Rimemorare la deprivazione sensoriale. Assaporare.

4) Non smetteremo mai di avere un 11 settembre che qualche americano ci rammenta. Noi che potremmo essere terra di confine, senza crollo. Perché di terremoto siamo il vano, l’utero, la sacca.

5) Dire a qualcuno che non vorresti il melograno. Non sa di niente. Meglio il melone che d’inverno smiela. Meglio il sapore del carbone in zucchero e le mandorle nel sale.

Eco e Narciso

From La scelta di Sophie, by Alan Pakula

Presa arresa fra i saldi che vanno

a Natale, per strana, controversa,

scontrosa irruenza del tempo

nel tempo, una vestaglia grigia.

E’ quasi un tubino, che sta alto

al ginocchio. La indosso,

felice dei larghi bottoni, e del pile.

Mio figlio mi vede arrivare, e mi

dice: mamma, stasera sei ebrea.

Io mi sento che scivola, sin dentro

le ossa, la stretta dei morso dei cani,

nei campi. Siamo niente, di fronte

alla storia, negli occhi che guardano

il mondo a colori.

After effects


Photo from Millin Dollar Hotel, by Wim Wenders

Qualcosa di intoccabile,
come un minuscolo spavento.
Un sogno diurno, in semiluce.

Una fatica che si fa estenuata,
uno scomodo cuscino di silenzio.

Santamaria nei cinema e in homevideo,
disperanti approssimati esagerati stenti.

Vannucchi, Monicelli, ed il brusio dei corpi,
le femmine la fanno cotta, come il buco in una torta.

La fanno a gas, la bruciano distratte,
nel volo al rallenty di una scomposta sigaretta.

Qualcuno la pazienta, la sua attesa,
non meno carica di scosse di tormento.

E qualcun’altra la sorride, la intraprende,
come una pianticella che sorprenda il vento.

Occupy the dreams

La piccola insistente rivolta degli omuncoli

come rivoltanti presenze che si infilano

nell’incubo notturno che dal quotidiano

svetta e irrompe. Come emissari di un

inconscio che paventi il danno

ma ricami come un tarlo, e compia.

E compia lì, dove si può, come un’ipotesi

che fa della molestia della nostra

coscienza immacolata una persecutoria

area di spavento. E abbraccio, e lampo

a cielo terso. Ferita nel preconscio,

approssimarsi nella veglia.

BergasseStress

al termine di una lunga terapia analitica
si ha l’impressione che si sia trattato,

in qualche modo,

di un lunghissimo sogno,
dimorato nella quiete burrascosa di una stanza,
strutturalmente chiamata a tenere

(quale che sia l’entropia generata
dal lavorio dei due pazienti alleati)

riconoscere il limite proprio,
e dell’altro, è la conferma
che finalmente si è pronti
ad aprire la porta.
E che dentro, in assenza nostra,
per la parte di spazio generata per noi,
non c’è nulla che rimanga

(o che rimanga intrappolato)
(e che va bene così)

Studio Vinci

Photos&NarrativeProjects

ucdr - un colpo di reni

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L'ora di Alice

Una storia disambientata

intermittenze- scritture di Anna Leone -altre voci-

"Mi manca il riposo, la dolce spensieratezza che fa della vita uno specchio dove tutti gli oggetti si dipingono un istante e sul quale tutto scivola." Alfred De Musset

mobileQuarantine

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