• in una piccola fine del mondo non da soli

    Ho letto con molta emozione l’ultimo lavoro di @PaoloMilone. Con la delicattezza disincanta e complice che lo caratterizza (per questo ho molto amato il suo L’arte di legare) lo psichiatra genovese ci inoltra in quello stato della mente, e del corpo, che viene ascritto alla categoria dei crolli psicotici. Ne descrive con affettuoso pudore e lucida cognizione di rischio l’insorgenza e i possibili percorsi evolutivi o involutivi, che segnano il ritrovarsi su una strada non condivisa o infine in una sorta di “fortezza vuota” (usando qui con azzardo una metafora di Bettelheim che si applica ad altro, in fattispecie alle forme di pensiero autistico).

    Ci accompagna su un sentiero di comprensione che allerta, che deve in un certo senso istruirci anche su come non sia distante da nessuno un “sentirsi” sì fatto, e di cosa serva per proteggerci e proteggere.

    A questa lettura si è accompagnata la sensazione che il post covid e l’immersione nel pensiero della guerra, e dunque della finitudine e della morte, possano aver generato, in molti di noi una sensazione di straniamento, trasferendoci dalla dimensione sana fatta di passato, presente e futuro, a quella indeterminata di un non riconoscere, muovendoci, spazio, tempo, relazioni. Un luogo che scopriamo carico di insidie, di disconoscimento e di afona esternazione del dolore che proviamo.

    Se utilizzo il libro di Milone come metafora d’una condizione epocale, sovra-personale pur essendo stretta nel confine del corpo delle nostre individualità, ecco allora che intravedo due andamenti stinti dell’essere e del fare (anche infine nel welfare).

    La prima ci co-stringe nella ricerca individuale di un sostegno, di un luogo di ascolto possibile che dipani la matassa dei nostri silenzi, e dia voce al grido, la seconda capace di riconoscere questa forma di disagio e di accostare ad esso luoghi e tempi di prossimità accudente, non tanto di cura quanto di accoglienza non giudicante eppure capace di ridare fiato e respiro. Un ritmo vitale che possa riabitare il pensiero del presente, del passato e del futuro.

    Siamo generazioni di uomini e di donne che avevano sperato la pace e subiscono la guerra, che avevano pensato le comunità e si trovano nella gregaria solitudine del capitalismo peggiore, che progettavano welfare ed oggi si trovano fuori dalle porte di una assistenza sanitaria sempre meno pubblica e gratuita.

    Siamo aggrediti da pensieri reazionari che aggrediscono il pensiero laterale, la creatività, e persino la bellezza del non ordinario, del non “normale”.

    Siamo aggrediti dalla norma e osteggiati nell’identità. Non solo non siamo “uguali” di fronte al mondo, non siamo nemmeno prossimi ad uguali diritti. Nel malessere ancora meno che nel benessere apparente.

    Scrive Milone:

    “[il crollo psicotico] Improvvisamente, rende una persona estranea, sconosciuta. La rende sconosciuta a chi le vuole bene. La rende estranea anche a sé stessa. E contagia, sia pure in modo infinitamente minore, chi la avvicina, in un’aura di apprensione e paura. Perché parlarne?” E ancora: “Da questa esperienza in cui si diventa stranieri a sé stessi e agli altri residua un lungo strascico di dolore e paura. Se la psicosi si prolunga per mesi, o anni, si entra in un altro campo, quello della psicosi cronica, dove cambiano le regole, perché è una cicatrizzazione della mente, con modalità deliranti e allucinatorie che è difficile risolvere. Nella cultura generale, e specie in Italia, è un evento poco considerato, quasi non esiste. […] Parlarne e saperne di piú è tendere una rete di salvataggio a chi precipita in questo vuoto. Per farlo vanno affrontate, o almeno avvicinate, questioni primarie: come funziona la mente? come avvengono le sue catastrofi? come si cura una piccola fine del mondo?”

    “La vita funziona bene quando è automatica: appena ci accorgiamo di lei ce ne allontaniamo. Piú ci pensi, piú cerchi di afferrarla, piú ti sfugge.
    Ma è anche vero che molte persone vivono una vita intera con scarsissima consapevolezza di esistere, non perché stiano bene, ma perché sono lontanissime da questo sentire. […] Dunque il problema attuale vero che dovremmo affrontare non è se l’intelligenza artificiale riuscirà mai a raggiungere l’autoconsapevolezza, ma se noi riusciamo davvero a raggiungerla – e a sopportarla – nel breve tempo che è la nostra vita.”

    “Ritenere che la coscienza, il pensiero, e tutta l’attività mentale non si ammalino mai è come dire che dipendono da qualcosa di incorruttibile, non biologico, puro, spirituale, eterno. Come l’anima. O qualcosa di simile. C’è chi si sente di sostenere tale ipotesi?
    Qual è il luogo dell’anima? […] Il tema dell’anima, e della spiritualità, può sembrare fuori luogo in un contesto scientifico, seppure con un’impronta narrativa, ma non è cosí: […] un clinico non può eludere la questione dell’anima con un sorriso di sufficienza. Moltissimi pazienti si interrogano su tale questione, per anni. Cercano nello spirituale un aiuto che talvolta trovano, talvolta no. Cercano qualcosa in loro che persista, qualcosa di superiore, anche divino, che resti puro, incontaminato, e sopravviva al dolore. Qualcosa che sia oltre. Se non abbiamo rispetto per questo, per cosa l’abbiamo?

    Ora, dunque, se il tempo che viviamo mina l’umore, che come scrive Milone è il motore di un possibile benessere, se non riconosciamo l’idea di presente e di futuro in cui avevamo sperato, se ci chiudiamo in tanti isolamenti e prossimità parziali, cosa potrà farci riconquistare il senso di noi stessi, l’equilibro del nostro esistere?

    Cosa ci salverà da questa piccola fine del mondo che ha bisogno di essere detta, riconosciuta e accompagnata?

    In questi giorni leggo moltissime recensioni piene di entusiasmo per “Sbilico”, l’ultimo lavoro letterario di @AlcidePierantozzi, e sono meritate, libro intensissimo scritto magistralmente. Accanto all’apprezzamento per il libro metto anche questo: non siamo forse alla ricerca di chi la nostra piccola fine del mondo riesce a dire, a narrare, ad elaborare in qualcosa d’altro che non la nostra paura, spesso afona e implosa?

    Pierantozzi scrive: “Piano d’attacco. Il medico mi mette sempre in guardia dall’euforia acuta, devo imparare ad aspettare, accettare la gattabuia del tempo. Ma io consisto al presente, caro dottore, io vivo in absurdum, per me è una violenza sopportare l’insopportabile Qui e l’insopportabile Adesso.”

    e ancora:

    “La scrittura, per me, non è un progetto di salvezza. Tutt’altro.
    Io un progetto di salvezza non ce l’ho. Io vivo un passetto alla volta, una riga alla volta, resisto un’ora alla volta, vado da A a B.
    I giorni non mi garantiscono piú niente e io stesso non mi autogarantisco che piccolissimi obiettivi per andare avanti. La scrittura a mano riesce ad arginare i pensieri per il tempo della frase. Lascio al futuro la libertà di fare progetti su di me.”

    Se così è siamo un passo avanti, perché possiamo almeno desiderare, amando un libro, di venirne fuori con l’aiuto di una voce più onestamente consapevole e arsa della nostra.

    Leggiamoli entrambi con cura, rispetto e affetto, sia il libro di Milone che il romanzo di Pierantozzi. Non può che farci del bene. Nei limiti del possibile di questo tempo. Nonostante l’adesso.

    (ng, 8 luglio 2025)

  • Custodi che ci interrogano

    Da un po’ di tempo, quando leggo in seconda o in quarta di copertina che si narra fra le pagine del rapporto con la madre, vengo presa da un fremito di ripulsa. Forse perché ho perso mia madre da soli 3 anni, e questo tempo non risolve la complessità di un rapporto che è stato difficile e intensissimo per 57 anni.

    Forse perché mi accorgo che delle madri non sai mai, al massimo declini il tuo vissuto, nella relazione con il loro, e immagini un loro passato (e nel caso della madre biologica di mio figlio, anche un loro presente), che puoi solo fantasticare, e che biologicamente ti esclude dal loro essere state, prima e dopo. Hai di fronte solo un durante che onestamente ad oggi mi satura.

    Ma veniamo ai due libri di cui voglio annotare la preziosa importanza di lettura. A due libri e un articolo, scampati alla ripulsa forse perché scritti da due giovani uomini, e dunque in differenza di genere da me.

    I due autori che ho qui sul desk, sono Alessandro Chidichimo e Paolo Sortino, entrambi intorno ai quaranta, entrambi autori complessi che in questo anno hanno offerto tre scritti che pongono l’unico quesito possibile in questo tempo che fa tabula rasa delle ipotesi epistemologiche e gnoseologiche care al 900. A loro andrebbe in realtà accostato Giuseppe Genna, la cui opera narrativa e poetica ha in questo tema un cardine fondante.

    La domanda che Alessandro Chidichimo e Paolo Sortino declinano in nuove forme di abitazione del vivere è posta, con forza e con delicatezza, ossimoro di uno strappo gentile, a partire da una domanda centrale: come si sta fra la vita e la morte? Come possiamo pensare noi stessi se non pacificati nel compito di ospitare i sentimenti più diversi provati alla nascita e alle separazioni?

    Cosa diciamo se diciamo, con Paolo Sortino: “Mia madre è morta e non provo nulla. Nessuna croce da portare. Una crocifissione, a confronto, sarebbe una terapia per le ossa, un toccasana per la schiena. Il vuoto di sentimenti in cui mi sono trovato fa di me un attrattore strano. […] Solo non mi riesce di porla in fondo alla vita. La morte arriva e dispone. Fatti, persone, sensazioni trovano un nuovo ordine. Si accumulano sul mio dorso prendendo la forma delle ali della farfalla ma non volo e non dispero. Non reagisco, non proietto, non reprimo, non rimuovo, non regredisco. I meccanismi difensivi dell’io si attivano quando si crede che la vita sia come appare, e io non lo credo già da tempo, forse non l’ho mai creduto. [… ] Del resto, ogni autobiografia è immaginaria. I fatti dell’infanzia non furono mai. Sono immagini proiettate su uno schermo deformato. L’alcolizzato che osserva attraverso il bicchiere non vede in modo più confuso. Il passato, il futuro sono distorti, tirati da una curvatura di sabbia fusa.”? (Paolo Sortino, Demone custode – Interzona)

    Anche “Della morte non puoi parlare, e della gioia”, di Alessandro Chidichimo, uscito circa un anno fa per le éditions dasein, parte da una separazione e si pone accanto ad essa come se la condizione esistenziale unica possibile sia questo interrogarsi fra presenza assenza, fra la gioia e lo stupore, fra la presenza e l’assenza, con l’unica salvaguardia dell’”essere gettati”, qualificato ai nostri occhi dalla intensità di alcuni sentimenti essenziali.

    La nascita e la morte, desiderate, temute, introiettate, allontanate, celebrate. Il silenzio assordante delle prime pagine di Demone Custode di Sortino, la cinestesica perseverante inclusione dei fiori e della pioggia nei testi di Alessandro Chidichimo,

    Come ne La Strada di Cormac McCarty la connessione, disumana e umanissima, a un “tema”, connessione che proviamo se pensiamo e allochiamo la morte nella nostra vita, nelle vite, checi radica e forse ci sradica nella possibile salvaguardia (non mentita né santificata, piuttosto avvertita a pelle e ragionata in un diluvio sentimentale) di un’àncora amorosa, di un ancóra che ci fa essere padri (non a caso il materno è un’altra storia).

    Alessandro Chidichimo scrive:

     46. «Non sono freddo, quello che tu senti è il mio lutto che mette della distanza da tutto. Così quello che senti è questa distanza. Non i miei sentimenti, ma solo la distanza.»]

    49. Non vedo perché la morte non dovrebbe essere un problema socialista.

    59. Adesso,
    il mio corpo è vuoto.
    La mia mente è vuota.
    Le mie gambe sono vuote.
    I miei pensieri sono vuoti.
    I miei piedi, le mie mani sono vuote.
    I miei desideri sono vuoti: non desidero niente, non conosco il
    desiderio.
    Le mie braccia sono vuote.
    La mia volontà è vuota: non voglio niente, la volontà non esiste.
    Le mie spalle e il mio petto sono vuoti.
    Il mio ventre è vuoto: non sento niente, il niente non esiste.
    I miei polmoni, il mio cuore sono vuoti: non c’è aria, non c’è
    sangue che scorre dentro me.

    Io sono vuoto, non c’è niente e niente sono.
    E sono pronto, adesso sono pronto.
    Adesso che non sono niente, non voglio, non sento, non penso a niente,
    che sono vuoto,
    che non esisto, che le mie mani, le braccia, le gambe sono vuote,
    adesso e solo adesso sono pronto.

    Come stare di fronte a tutto questo, mentre persino il mondo esprime il suo lutto collettivo, la cancellazione della madre terra come ipotesi salvifica, lo svuotamento della misura della morte nelle soggettività per restituirla all’anonimato delle parole guerra, sterminio, distruzione di massa?

    Ed ecco che Alessandro Chidichimo ritorna a dire, nel suo articolo uscito da poche settimane su Formazione e Cambiamento, Noi e l’intelligenza artificiale, o dei prompts per gli esseri umani:

    Gli esseri umani sono fatti in modo tale che a un certo punto muoiono:
    l’intelligenza artificiale può salvarci dalla morte e che la morte non esista più?

    Che cos’è la morte?
    L’intelligenza artificiale può sostituirsi alla morte?
    Tutti abbiamo un passato, e a volte nel passato ci sono tragedie, tristezze, dolore: l’intelligenza artificiale può riparare il nostro passato?
    Come dimenticare e come capire il passato?

    E il presente?
    L’intelligenza artificiale può aiutarci a perdonare gli altri e noi stessi?
    Come si fa a perdonare?

    Che cos’è il perdono?
    Abbiamo dei sentimenti che possono travolgerci e non sappiamo cosa fare:
    l’intelligenza artificiale può aiutarci a capire i nostri sentimenti?
    Cosa vuol dire sentire?

    E cosa può fare per chi non riesce più a sentire niente? […]
    Cosa sappiamo della nostra vita, di tutte le informazioni che abbiamo visto, letto, le parole ascoltate, le braccia che ci hanno abbracciato, i baci, le risate, le passeggiate, i tramonti e le albe, la pioggia: potrebbe l’intelligenza artificiale tenere tutto insieme perché sia sempre presente per noi e la disperazione non ci prenda mai più?

    Perché possiamo essere disperati?
    C’è un problema di gioia negli esseri umani: può l’intelligenza artificiale trovare una soluzione per la gioia di tutti?

    Che cos’è la gioia?
    Che cos’è il coraggio, come facciamo ad averne

    e l’intelligenza artificiale ci può aiutare quando ne abbiamo bisogno?
    Perché serve del coraggio?

    Ecco, tornando al tema, cosa ci muove ad annotare, a leggere, a condividere? Nel delirio autobiografico della letteratura di questo tempo, provare a dire qualcosa che non descrive se stessi, ma quello che “accade”, come “si accade” in questo tempo.

    La bellezza della ricerca di Paolo Sortino, di Alessandro Chidichimo e, torno a dire, di Giuseppe Genna, è che non ha alcuna importanza se davvero Fiammetta sia nata, se davvero siano morti i genitori di Alessandro, come siano queste madri e padri. Sono stati dati alla pagina come qualcosa di offerto perché possiamo capire che non c’è possibile pensiero sulla vita che prescinda dal rispetto del vuoto dell’amore, e delle occorrenze che procrastina nel bisogno che abbiamo di amare, consolidare anse nella quali ci si possa posare, persone sapendole aggreditili nella condizione umana.

    Sono tre letture che sono felice di ave fatto, in attesa che dopo l’estate Einaudi ci regali un nuovo lavoro di Paolo Sortino, e che Alessandro continui a dire nella specifica forma della poesia, e del poemetto, in prosa, che così gli è congeniale.

    E Giuseppe Genna, come ci accompagnerà nel dolore trafitto di questo tempo che viene?

    Spero che siano per molti di noi letture scomode ed accudenti, a un tempo. La bella estate ci reclama attenti, e non da soli.

    (ng. 11 giugno 2025)

  • quale

    Ma quale bambino
    è più bambino del bambino?
    il bambino bambino? la bambina?
    la magliettina rossa,
    quel corpicino in fiamme?
    Quale bambino
    è più bambino del bambino?
    Quando il bambino era bambino
    più non cresceva.
    Resto, ossicino, tirato fuori,
    ridotto moncherino.
    Come un cerino acceso
    a stento, che a cieca mendicante,
    su sorda e fredda strada,
    fioco renda la gruccia
    a un fuocherello.

    (foto e testo NG)

  • Mangia… che ti passa

    Un delizioso, ironico, potente esordio alla regia

    Si è svolta ieri sera, al cinema Farnese, la prima romana del film d’esordio di Anna Piscopo come regista.

    Ambientato in una Catania marginale ma non retorica, montato con sapienza e anima da frequenti primissimi piani intensi e modernissimi, ricco di battute che non suonano retoriche, anzi sottolineano una libertà di confronto con stereotipi del vivere e viversi sia femminile sia di genere, “Mangia” è un film che ha una grazia sorprendente.

    Pochi attori di professione e molti attori di strada, che si integrano con eleganza, musiche non invasive ma capaci di sottolineature potenti, il film mi ha regalato una sera di incanto, nel centro di Roma, con la felicità di rincontrare un’amica, la bravissima Roberta Amirante, e di vedere la brava regista circondata da moltissimo affetto presenze importanti, nel sociale quanto nella produzione e realizzazione cinematografica.

    Mi soffermo su Roberta (Amirante), che ho ritrovato splendida, e capace con la regista di un pezzo di cinema che a me ha evocato il paradosso così caro al cinema di Sorrentino e una bellezza partenopea di cui salvo tutto il giorno di parole. Che bello che dalla dimensione delle carriere aziendali la mia amica si sia portata in una dimensione artistica che le è così naturale e congeniale.

    Anna Piscopo è così divertente da chiederti quando si metterà a piangere, come nel film, di cui è anche protagonista. Una potenza tutta meridionale nel cogliere le complessità di genere e i vissuti a meridione.

    Le auguro un futuro pieno di opere, sue, così autentiche.

    Da fotografa, ho colto qualche momento che umanamente e intellettualmente mi ha spinta allo scatto: sopra tutte due.

    Il sorriso che #AchilleOcchetto e sua moglie #AurelianaAlberici mi hanno rivolto mentre avevo ringraziato Occhetto per la ricchezza e il coraggio della sua politica. Un sorriso accompagnato da una dolcezza struggente, così caldo e immerso accanto a quello di Aureliana Alberici, aperto e accogliente, e mai distratto.

    E poi, poco dopo, la gentilezza educatissima e quasi commossa con cui #Angelo Bonelli si avvicinato sorridendo all’anziano leader e Presidente, presentandosi (Buonasera, sono Bonelli), e scambiando con i due coniugi parole e sorrisi che ho scelto per discrezione di non ascoltare nonostante la breve distanza.

    Che bello vedere educazione, grazia e gentilezza fra le persone che fanno e hanno fatto la sinistra. Molti giovani politici avrebbero tanto da imparare. Bravo #Bonelli, così si esiste e si fanno i partiti.

    Metto qui i ritratti che ho portato con me dalla serata, e un grazie a Roberta per averci invitati a condividere questa loro gioia. Brava Anna, è così che si fa cinema. Con poche risorse, un produttore illuminato e purtroppo volato via prima che il film vedesse luce (Juso Galliano), le musiche di Tony Esposito, in collaborazione con il cantautore catanese Fabio Abate. In presa diretta, con un montaggio bellissimo, privo di sbavature.

    Così si vive, fra complessità, sentimenti, amori e disamori. Fra supplì e bon bon supportivi e verdure aggressive come serpenti, in bilico fra la bellezza e l’autentico e i cliché, in una piazza deserta, a sud di tutti i nord.

    Qui l’altro link è al mio reel sui instagram, con gli scatti presi al volo nel corso del tempo di attesa e del film.

  • Il volo nuovo dell’Angelo

    4 no, un sì e nessuna astensione

    La confusione che regna fra le possibili alleanze capaci di rinviare a casa le forze di destra e centro destra ad oggi attive nel Governo, credo che testimoni, senza scampo, la sconfitta che abita le forze democratiche nell’appellarsi al pensiero nuovo per ricostituire un orizzonte democratico e libertario e progressivo per l’umanità, tanto in Italia e in Europa, quanto nel resto del mondo. Non si ode in alcun luogo un canto democratico capace di unire, o quantomeno di perseguire un orizzonte comune.

    Il volto dell’Angelo è rivolto sì all’indietro, ma si inverte la visione di Klee risuonata da Benjamin. L’Angelus vede la bellezza del recente passato e le macerie del presente e temo del futuro. Occorre un volo, un precipizio, un salto. E questo salto non si compie.

    Il nuovo Pontefice assume il compito di una ritrovata cristianità che parli ai popoli, ma se questo può operare per la pace, non sono certa possa operare per un mondo anche laico radicalmente nuovo, che è quello che ci occorre. 

    Non ci sono economie esistenti da risanare, modelli di contrattazione da ricostituire, diritti pensati su una economia oramai al collasso sotto la propria inadeguatezza a un welfare reale, alla democrazia e all’auto-realizzazione. 

    Le trappole che vengono seminate a destra (il merito, l’eccellenza, il riconoscimento di primato individuale), non possono assorbire il bisogno che abbiamo di prospettive non solo individuali. 

    Il modello economico attuale (per quanto il sindacato, e la CGIL in particolare, si ostinino a modellare il lavoro sul pubblico impiego, maldestramente esportato nel privato) non garantisce che una schiavitù rinnovata nel lavoro feudale, che a stento siamo riusciti a superare per parte degli “impieghi”. 

    Occorre invece, fatte fuori le deprivanti ipotesi di decrescita felice, accedere a una economia nuova, pensata per il benessere civile e sociale, nel quale il riconoscimento sia nel fare ciò che occorre al meglio delle proprie possibilità, e ottenere di contro un sistema di sviluppo delle persone e della loro sicurezza, ai diversi livelli della piramide di Maslow (modello insuperato di una società a gradini). Distribuito a tutt* indistintamente attraverso la costruzione pubblica di una convivenza. 

    Non c’è in questo nessun vetero leninismo, piuttosto un pensiero che deve farsi nuovo in un mondo che emancipa la persona dal lavoro rendendola capace di approfondimento, indagine, poesia e scoperta. A questo deve servire l’AI, a lasciar che la produzione umana sia sul versante che l’AI non copre, quello ontologico, lasciando che la conoscenza empirica acceda alle potenzialità razionali e computazionali e combinatorie dell’AI. 

    Occorre sottrarre le persone al dominio del consumo e renderlo possibile per tutt* al progredire delle risorse sociali.  A tutt* deve esser data  (compresi fragili e diversamente utili) la necessaria area di cura e supporto allo sviluppo. 

    Un nuovo umanesimo, nel quale non saremo realizzati dalle prigionie del merito, della visibilità sociale, dell’inclusione e della ricchezza, ma saremo guidati da una incessante ricerca di possibilità di benessere per la specie umana. 

    La creatura di Dio, pensata per essere comunità umana e non perimetro di potere.

    E’ questa la ragione per la quale, in modo concreto, mi interessa molto mantenere lo strumento referendario nella sua caratteristica primaria di espressione democratica, e per questo penso sia terribile l’invito all’astensione. 

    Allo stesso modo, credo si debba fare il massimo possibile per aver un mondo nel quale il problema migratorio non sia letto in termini di distanze, rimpatri, muri, esami. 

    La sfida che l’immigrazione pone è quella di individuare i valori su cui fondare la convivenza di più popoli, e difendere quelli imprescindibili nella visione democratica e paritaria nell’accesso alle risorse per tutti e tutte. 

    Le opportunità devono essere generate per tutt* e offerte alla possibilità personale di farle fiorire, non solo per il bene proprio ma per il bene comune. 

    Non ha un gran significato rivedere il Jobs Act. Sia esso in essere o meno, il sistema lavoro è asfissiante e morente. O siamo capaci di vedere oltre, di vedere altro, oppure siamo finit*.  Sfiniti dalla nostra attrazione per una socialità che fingendo di affermarci ci rende asserviti alla competizione, alla lotta degli uni contro gli altri, al sistema premiante del consenso sociale. In questo senso, ritengo inopportuno votare solo per la Cittadinanza, e astenersi dal prendere le schede per gli altresì. La battaglia delle democrazie non deve nascondersi dietro l’astensionismo.

    FOMO (ovvero spaventati dalla invisibilità sociale) siamo tutti, da quando abbiamo abdicato ai social network e ai modelli di mercato che uccidono la riservatezza delle intuizioni, e delle vite. La loro preziosa intimità.

    In questo senso l’innovazione vertiginosa che si accompagna all’AI ha una sua prospettiva di emancipazione luminosa che solo necessita di “buon governo” e di evoluzione sentimentale.

    Or dunque, sì allo strumento referendario, no ai 4 referendum sul lavoro: sono illusoriamente votati a sostenere un modello di lavoro che resta insicuro e non tutelato. 

    Sì alla cittadinanza a cinque anni dall’Ingresso nel Paese, che certo non è la migliore soluzione ma è l’indicazione al governo ed ai partiti che non abbiamo problemi di sicurezza ma di costruzione di mondi e modi nuovi.

    Non possiamo farlo escludendo, per quanto lontani possano essere i valori in una società ad oggi multiculturale. Scommettiamo sulla costruzione di valori nuovi, per tutti, da interiorizzare e far vivere. 

    Diamo all’Angelo il salto che merita, per rimettersi in volo. Costruiamo una politica nuova.

    (Nerina Garofalo, Roma maggio 2025)

  • Nella terra del disamore

    Il più forte insegnamento degli ultimi mesi è stato per me cominciare a pensare la guerra a prescindere dalle sue ragioni. Provo a spiegarmi meglio. Mentre sulla questione Ucraina, la mia posizione è chiara a me stessa e non ha subito alcuna mutazione di senso (un insensato attacco a uno stato indipendente), quella che era sembrata inizialmente una reazione possibile in Israele mi rendo conto che non solo non doveva trasformarsi nella carneficina di dimensioni intollerabili che ha assunto, ma a conti fatti non doveva nemmeno iniziare con le caratteristiche di reazione che ci sono state.

    Il dolore dell’attentato terrificante del 7 ottobre non doveva avere alcuna risposta bellica, invece solo e fortemente la costruzione di una risposta diplomatica a sostegno della espropriazione del potere di Hamas in Palestina. Non c’era modo di andare avanti sul versante deciso da Nethaniau, perché non si risponde al terrorismo con un’altra forma di terrorismo indifferenziato come quello che esprime una guerra che ha cancellato il diritto delle persone. E per sopprimere chi si fa scudo con persone e vite innocenti, non si annientano persone e vite innocenti.

    Credo oggi, fortemente, pur comprendendo il desiderio del popolo ebraico di avere la terra di Israele, e la paura conscia e inconscia di un antisemitismo mai sconfitto (come oggi si temono tutte le persecuzioni basate su etnia e cittadinanza in ogni popolo), che si debba guardare a un mondo conservatore e reazionario, di fatto asservito a un potere economico in una economia morente, che in ogni punto del pianeta attecchisce su ed intorno a una economia malata, a un indebolimento dei valori di convivenza e incontro, a una spietata cecità che deriva dalla deprivazione di ogni sentimento di futuro progressivo.

    Leggi, indirizzi, politiche economiche, attaccano la libertà e le democrazie in molti luoghi, nei luoghi cruciali. Tutto quello in cui credono i democratici di ogni luogo che hanno combattuto dal 1800 in avanti sembra oggi perdersi nella concretizzazione di panorami surreali, dispotici, inquietanti.

    La cronaca gronda sangue e dolore, non solo nei territori di conflitto, ma anche e sopratutto nelle città, nei luoghi del cosiddetto benessere, nelle comunità meno aduse all’odio. Per questo la questione Ucraina è cruciale, ottenere oggi il cessate il fuoco a Gaza è indispensabile, e in entrambi i casi non può essere la messa in discussione di confini e territori a dettare le mosse. In Ucraina non può esserci resa.

    Se non torniamo alla logica interna del diritto, e del diritto del nemico, a morire a una vita possibile siamo tutti noi. Non si tratta di essere pessimisti, si tratta di avere quel doloroso realismo che ha la capacità di generare il desiderio vero di ritrovare giustizia.

    Come accadde nel confino di Ventotene, come accade quando l’anima emotiva e sentimentale delle persone ha la meglio. Come quando a sfidare i regimi che offendono la libertà e identità femminile sono finalmente non solo le donne.

    Ogni diritto acquisito è oggi a rischio, ogni forma di complessità del pensiero è cancellata sotto la scure di bianchi e neri senza alcuna possibile progressiva sfumatura di grigi.

    Sarà la speranza a salvarci? Sarà la poesia a pensare il non pensato? Saranno le parole dei profeti e di Gesù a dirsi a noi? Il mondo che avevamo sognato ci è stato tolto da sotto i piedi, e la mia generazione è quella che forse, insieme alle precedenti nel 900, sente con più dolore la perdita.

    Speriamo nelle nuovissime generazioni che, se un futuro non lo vedono più, sapranno forse inventare le parole nuove che servono alla vita per tornare ad essere il bene di tutti. La vita in tutte le sue magnifiche e libere espressioni, quella che ci è stata data nel libero arbitrio ma anche e sopratutto nell’amore per l’altro e per se stessi.

    Nella terra del disamore non c’è vita per nessuno. Riprendiamoci parole d’amore. E quando guardiamo l’immagine del bambino palestinese, non ci affanniamo a sottolineare lo strazio di Gaza (non ha senso dirlo peggiore di altri). Pensiamo allo strazio di tutte le vite amputate, deprivate, costrette ad essere come non si è.

    Affanniamoci a vedere negli occhi del quel bambino tutto l’orrore che stiamo generando, e la perdita di senso che ci porta a dire solo contrapposizione e graduatorie del lutto.

    E sopratutto, non dimentichiamo lo strazio delle perdite, immaginando la fierezza di un bisogno di andare avanti. Non vogliamo il merito della sopravvivenza, guardiamo la luce straniata e sperduta per sempre che la fotografa palestinese ha colto.

    Quando ho visto per la prima volta la foto, ho avuto una associazione fortissima con la visione della Venere di Milo. La bellezza amputata per sempre, resa impotente alla cosa più bella che si conosca nel regno umano e animale: l’abbraccio.

    Non quello che riceviamo, ci sarò sempre qualcuno che, per fortuna, vorrà abbracciare il nostro dolore. No, la mutilazione vera è privare la persona della possibilità di abbracciare, e di esercitare amore.

    La vera libertà è solo quella. Poter vivere un esercizio d’amore.

    NG, 20 aprile 2025

  • Madre che resta

    Madre che resta, di Patrizia Baglione è forse il più bel libro di poesia che abbia letto in questi mesi.

    Pur attingendo a ritmi sacri e ad umori terrestri, ha una intimità struggente, che lascia come storditi e sospesi, quasi a navigare, corporei, i fiati in un dialogo fra la madre che resta e il bambino “perduto”. 

    Non potrei dire nulla di più, del testo, di quello che scrive, nel giugno 2024 nella splendida postfazione, Francesca del Moro. Rimando a quella per una comprensione anche tecnica dello spessore di questo testo.

    Quello che invece voglio restituire a Patrizia è l’impronta visiva lasciata in me da questo suo canto dello smarrimento. Canto nel quale la madre che resta ha visto e ci rende – sottratto, dissolto, sepolto invisibile – il bambino. Il suo bambino.

    Ho sentito risuonare due cose, leggendo, le voci del Cantico (di Re Salomone), le voci di Dante( nel V dell’inferno). Canti nei quali solo le voci sono.

    Come se madre che resta e bambino, a cui la vita è mancata, si dicessero a noi, a me, aerei e dolenti, eppure pieni d’amore e visioni e profumi di mirra ed henné.

    L’ho letto d’un fiato, tre volte, a distanza di giorni, il librino tutto fatto d’amore, tutto rotto d’amore.  Senza alcuna curiosità biografica, senza nulla voler comprendere di quanto narrato. Soltanto superare il pudore provato al tema, e potermi perdere nell’ascolto.

    Non è facile cantare l’assenza, lo strappo, ed insieme la preziosa e  segreta persistenza del sentimento del domani che non c’è, non c’è stato, né rimane.

    Brava Patrizia. Oltre ogni ragionevole aspettativa di lettura, mi hai portata dove non si sa né trovarsi né sostare.

    Dove spira il canto come spira il vento.

    Dov’è spirato il bambino.

    (ng, aprile 2025)

    (Foto in copertina di Valentina Picco)

  • Segui l’Ombra

    La storia di Ombra,  che potremmo veder vivere nel filone romantico ed erotico del romanzo breve, e a tratti immerso nel realismo magico, è stato pubblicato per le Edizioni PAV dalla scrittrice romana  Emanuela Fidati

    Quando Emanuela ci ha proposto di immaginare una serie di scatti che accompagnassero quello che Ombra vive proprio a partire da scambi e ritrovamenti immagini di fotografiche, con Riccardo per prima cosa ci siamo chiesti chi potesse dare un volto, e un corpo, che raccontasse in una immersione visiva la narrazione fotografica di Ombra.

    E’ stato Riccardo che già l’aveva ritratta a proporre il nome di Clotilde Meloro che, a posteriori, anch’io ritrovo perfetta nel mix di sensualità, libertà e bellezza, miste ad inquietudine, che la caratterizza e che ha guidato la nostra ricerca fotografica, sia personale che di coppia. 

    La storia di Ombra, la protagonista del romanzo che ne porta il nome, ha la capacità di introdurre, con la scrittura aggraziata e coinvolgente di Emanuela Fidati, una serie di temi dell’universale e dell’oggi di questo tempo, con naturalezza non scevra di stupori: il vivere del lavoro, il tempo scandito dalle regole sociali, il tempo e il luogo individuali definiti da ciascun* sulla base dei propri traumi, risorse, bisogni e desideri consci. La casualità che determina uno spostamento del desiderio e riemersione di linguaggi per “dirsi” e trovarsi e perdersi.

    La fotografia e il gioco come vettori di desiderio ed emersione dalle ombre dei ripari, con i quali ci ripariamo e ripariamo, il filo d’oro dell’Eros, la magia del soprannaturale che a volte ci disancora da solitudini ed abitudini. Un bel romanzo, che si fa leggere senza dossi e tornanti, e che cattura, come Ombra cattura se stessa nelle esperienze e negli scatti, per tornare a vivere.

    Le foto esposte nella mostra sono state realizzate seguendo le indicazioni del racconto, e facendo delle scelte di scatto, di luce, di sviluppo, che hanno aggiunto,  alla materializzazione di Ombra offerta al progetto da Clotilde, la nostra personale emotiva percezione incontrando le Ombre dell’autrice del libro, della modella e nostre di lettori e fotografi. 12 scatti di Riccardo Vinci seguono l’ordine dell’evoluzione narrativa, e la interpretano, e altri 8 scatti di Nerina Garofalo (it’s me) , con alcuni scatti fatti in backstage (uno solo dei quali esposti in Mostra), insieme ad altri scatti non ancora esposti, che reinterpretano Ombra nella nostra visione delle scene non narrate.

    Speriamo possiate essere anche voi rapiti e ci seguiate vedendo le orme di Ombra. La mostra che racconta, partecipata da tutti noi, è venerdì 4 aprile p.v., in una delle gallerie Medina, a Roma, in via Poliziano 36 – con possibilità di visita dalle 12:00 alle 20:45 e appuntamento con gli autori e con Clotilde alle 18,00.

    (Nerina Garofalo – Aprile 2025)

  • A proposito di “Adolescence”

    La serie Adolescence, assai recensita e in onda adesso su Netflix, ha molti elementi capaci di renderla preziosa, e merita di non essere interpretata alla luce della solitudine adolescenziale e della distrazione adulta. In realtà, i temi e i personaggi in gioco dicono molto più di questo. La trama, essenziale, propone un episodio di violenza estrema (un delitto compiuto da un adolescente 13enne) derivato diretto di tante forme di ordinaria violenza non contenuta e mal riconosciuta nella scuola, nella famiglia, nella comunità dei pari. Quale sia il delitto e chi ne sia responsabile emerge subito, e l’apparente dramma “crime” diventa ben presto secondario a un dramma psicologico a più voci, sebbene sia il tema della relazione padre figlio a tener tesa la trama e a vivere il maggior respiro. Intorno però, le forme istituzionali (la scuola, i commissariati, l’assistenza pubblica legale e sociale, il carcere minorile) sono delineati con grandissima cura nella loro complessa rete di anaffettività e violenza, di appiattimento nei ruoli e di incertezza esistenziale nei ruoli stessi che vediamo in ciascun attore sulla scena del dramma. Nessun personaggio è privo di “domande” fatte a se stessi prima che all’altro. Anzi, forse, nel silenzio verso l’altro. I due poliziotti, uno dei quali mette in gioco la relazione con il figlio, non delinea forme più risolte di comunicazione da quelle espresse nel rapporto fra il giovanissimo protagonista e suo padre. La psicologa che entra in connessione per prima con la rabbia (oltre alla vittima), definisce molto chiaramente il perimetro invalicabile delle relazioni, l’ecosistema individuale, nel quale ognuno in grande solitudine e disperata ricerca di contatto si sente immerso nel proprio vivere, e che rimane, a conti fatti, né condiviso né comunicato. Le reti amicali dei ragazzi appaiono monche e dolenti, così come la coppia genitoriale, e il nucleo familiare, oscillano fra un disperante bisogno di affermazione di affetto e cura e le ferite, non risolte davvero, di ciascuno e ciascuna. Raramente una serie televisiva raggiunge questo apice di complessità rappresentato e “restituito” con l’ausilio di una trama dicharata già tutta nella prima ora di riprese. E il finale, che qui non cito, è la conferma di come ogni percorso alla fine venga fatto da soli, la via di pace trovata da soli, ma splendidamente consegnata al dialogo dalle scene finali in cui ricompare, nella quarta puntata, la voce del protagonista. E’ una serie da non perdere, e da non sottovalutare per l’impatto emotivo che sa avere su ognun* di noi. L’alternanza fra solitudine e legame, e nascondimento e disvelamento, fra affetto e frattura e fra desiderio e paura è tutta lì, consegnata e riflessa nella giornata in furgone trascorsa dalla famiglia del ragazzo ad un mese dal processo. Avere cura, non poter curare e voler sopravvivere, ed anche vivere, sono tutti lì. Come sentimenti definitivi di un oggi deprivato da una gioia vera e profonda di vivere. E far vivere. Eppure, tutto questo, con una nostalgia struggente che la relazione padre figlio porta dentro e ci consegna.