Sulla soglia di un giardino d’inverno – La vita umana sul pianeta terra

Sui gradini di un giardino d’inverno

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Bisognerebbe avere molta grazia, una lucidità scevra da una rancorosa furia e un sentimento etico profondo per sentirsi autorizzati a scrivere dei delitti e delle pene. Alcuni giornalisti hanno queste capacità e il giusto grado di candore, e così alcuni autori, di poesia e letteratura. Non moltissimi, invero. Ma nemmeno così pochi. Almeno non se allarghiamo il cerchio dal confine nazionale a una dimensione globale del dire e produrre narrazione.

La capacità di stare in quella che io chiamo cronaca inversa (forse definibile come una narrazione aperta all’ascolto di un tutto tondo e degli interstizi e della ragione delle cose, senza alcun bisogno di attingere al  vocabolario dell’orroroso, al lume stretto del medioevo, al movimento cannibale a tavola imbandita), è il fondamento del romanzo. O meglio, di quel romanzo che si schiude alla poesia, perché utilizza più volte il piano sequenza per seguire e condurre, e tracciare, senza l’ambizione insoddisfacente a se stessa di una tesi da pre-supporre.

In quel luogo, dove la strettoia si fa fisica al passaggio nell’ombra delle stanze, e dove odora l’odore e ciascun volto ha i suoi tratti, e i fatti sono i fatti e i sentimenti tutti provati e dati, io credo si realizzi la scommessa di una politica del senso. Una costruzione di valore per ciascuna cosa, prima del giudizio e perché infine sia possibile sapere da che parte stare, in vita, convivendo. 

Questo accade nei narratori di razza umana, quelli che abitano il pianeta terra, pur dolendosi e alla ricerca di quell’iris che cambia le cose. Questo accade, nella mia lettura di per sé parziale in quanto soggettiva, nei romanzi di Giuseppe Genna, che contengono sì poemetti in prosa, ma che anche, in questa inversione della cronaca, sono capaci di ospitare ossimori e parti rotte del puzzle che ci contiene non senza qualche cedimento alla vertigine del nulla, lì dove finalmente vediamo. Come siamo fatti e quale odore abbiamo, e che ciascun odore è il prodotto di un corpo (sociale e individuale) che si forma, cresce, si esprime, matura, decade e infine (forse) muore.  Così dunque, io ritrovo lo stesso passo e lo stesso NorthPlace sdrucito, se prendo in mano il Dies Irae, Fine Impero e questo suo ultimo La vita umana sul pianeta terra. Diversissimi tra loro, hanno questa capacità di aprire il dolore senza alcun bisogno di passare dal macellaio, di costruire un’etica senza indicarla, di definire una politica per le città, rimembrando con Soupault fra i campi magnetici che le uniche città morte sono quelle che non abbiamo amato.

La vita umana sul pianeta terra è un libro bellissimo, così come bellissimi erano i capitoli di apertura e chiusura di Fine impero, ci sono dentro tanta vita e morte e vita e morte e vita morte da togliere il respiro. Eppure c’è la sospensione, che è proprio a tratti come un soffocamento da prossimità, un esercizio erotico di rantolo pre-morte. E una emergenza improvvisa di tutte quante le fitte di amore non trovato che consentono la sopravvivenza del pianeta terra.

Piuttosto che fermarci sui tristi accadimenti e le parole sbagliate e gli affanni sociali e le buone intenzioni che in questa settimana hanno invaso i social, i giornali, i servizi in tivù, ecco, io vi direi: leggete La vita umana sul pianeta terra, cominciate da lì, e per favore, in un discreto, accogliente silenzio. O riprendete, se volete usare la parola madre, la parola padre, la parola figlio, anche Elisabeth di Paolo Sortino. E infine, mettete Hitler sempre di Genna, sui vostri scaffali, però, vi prego, leggeteli sulla soglia di un giardino d’inverno.   

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