Je suis Charlie?

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Quello che è accaduto negli ultimi giorni lascia attoniti e svuotati. E’ vero tutto e l’opposto di tutto. Sono veri la paura e il sentimento di invasione. E’ vera una guerra che è dichiarata ma non ha confini, è vera la convivenza difficile che si costruisce ogni giorno all’interno di democrazie che sono abilissime a dichiararsi e un po’ meno abili a manifestarsi nelle pratiche di governo. Convivenza, interculturale e di prossimità, che da qualche decennio ci chiede una ipotesi di conciliazione che sappia essere rispettosa eppure salda nella percezione della propria etica, e delle conquiste, molte delle quali ancora tutte da salvare. La regressione oscurantista che viviamo, fatta di perdita di sentimento profondo della democrazia e del diritto e del welfare, non è imputabile alla convivenza interculturale, ma tutta ascrivibile a una debolezza costituzionale del nostro sistema culturale, alla perdita del sentimento magico, allo smarrimento dell’incanto, alla disgregazione dei luoghi e dei sogni, che ci rende incapaci di proporci come soggetto capace di dare, dire, accogliere, imparare, connettere, delimitare. Le cose non iniziano ieri, e non iniziano nella redazione di Charlie Hebdo, iniziano in un’Europa vicina ai militarismi d’oltreoceano e non capace di definire una politica economica che sia diversa da quella colonialista (i colonialismi hanno tanti volti). Comincia là dove al rispetto delle convinzioni non si accompagna una certezza del valore delle proprie scelte civili e di laicità. Comincia dove non ci sentiamo più capaci di dare voce a quello che abbiamo qui e nei nostri luoghi e nelle nostre culture conquistato e perso, conquistato e perso, se non attraverso sentimenti di fobia per ciò che ci abita, volenti o nolenti. Non sappiamo arricchirci di una presenza, ma solo temerne la distanza. Non sappiamo essere né ragazzi né adolescenti, né donne. Sappiamo essere belligeranti, conservatori, denigratori. Non ho volutamente scritto nulla, in questi tre giorni, se non prendendo, dai wall di amici, alcune delle cose che mi arrivavano come dotate di senso e sentimento. Oggi però sento il bisogno di dire, di condividere senza dividermi. Ieri l’esposo mi diceva: il tuo wall sembra contraddittorio: je sui charlie, je ne sui pas charlie. Io ho sorriso, perché era vero. Erano vere entrambe le cose. La condanna ferma a ogni terrorismo, ma anche la critica verso un modo offensivo e volgare delle destre di ogni nazione di rispolverare i più forti sentimenti di esclusione e restringimento. Amo del mio quartiere l’essere un luogo che incrocia culture e mondi, soffro perché non riesco a entrare in relazione vera con molte delle comunità che ci coabitano. Mi piacerebbe prendere un tè con le persone che saluto ogni giorno, e che rendono migliore la qualità della mia vita. Considero ogni desiderio di preghiera da tutelare e rispettare, quale che sia il luogo e il culto, e mi si stringe il cuore a pensare che la moschea del mio quartiere sia quasi nascosta in un garage. Ma pure, mi sento inquieta per il mio modo di continuare a combattere per l’emancipazione femminile, in Italia e in assoluto, e nel sentire che quello che abbiamo costruito e voluto per il femminile non riesce a dirsi vincente nei fatti, e non solo nel confronto interculturale. La paura del terrorismo, però, non deve e non può sottrarmi la gioia dell’imparare dall’altro, dal capire di me a partire dalla differenza. Credo che il punto vero sia nel nostro esserci persi, persi alla democrazia reale, persi al desiderio di giustizia sociale, persi al diritto all’esistenza liberata. Siamo noi i perdenti, se dobbiamo ricorrere ai peggiori sentimenti per dire dei nostri sentimenti di eguaglianza, diritto e convivenza. Oggi Giuseppe Genna ha messo su FB un post molto interessante che vi invito a leggere, e che comincia così: “Stanno sbagliando completamente frame. Il frame è Breivik, ma non Anders Behring Breivik, bensì *tutto* quello che ha avuto il suo buco bianco nella catena di eventi a Oslo e Utøya” . Andando avanti io penso che si sia perso dentro di noi il tratto di identità, e quando dico noi non dico noi nazione, noi continente, noi cristiani, noi comunisti. Io quando dico noi, dico noi presi uno a uno, nella nostra perdita di desiderio e di immaginario e di sogno, e quindi a conti fatti, di capacità di costruzione politica pacifica e non difensiva. Mi era piaciuta la passeggiata a piedi di Hollande, peccato sia durata poco. Io in un certo senso, mi sento così, rivisitando liberamente la più bella immagine di smarrimento e dolore che ho visto circolare sul web in questi due e tre giorni.

2 commenti

  1. mi accosto con un certo pudore a questa tua riflessione, così lucida, pulita, così ben scritta.
    in questi giorni abbiamo assistito alla tenerissima, spesso commuovente, solidarietà contagiosa.
    Io non ho fatto la mia parte, sia pur simpatizzando per alcune manifestazioni che ho ritenute maggiormente rappresentative del mio stato d’animo. orrore, è quello che provo, ora, come in ogni episodio che travalica l’essere umani, orrore ma anche voglia di capire di più, e meglio. non ho più l’età delle certezze assolute, l’arroganza di chi pensa di avere le soluzioni, mi è rimasta la voglia di capire, ecco.
    e una delle cose che penso di aver capito è che questo sistema di produrre e di vivere non farà che alimentare la barbarie.

    grazie

    1. Caro Massimo, la parte di ciascuno di noi è tenere il cuore attento, la mente vigile. E l’incertezza e la domanda sempre aperti. Quindi, grazie, e grazie.

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