“Le sue foto non è che vengono molto bene. Sono spesso mosse o un po’ storte. Ma lui non si scoraggia” (Maria Fida Moro, “Un uomo così” – Rizzoli, 2003)
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Non so se la memoria sia un fatto più pubblico che privato. Credo di no, credo che sia esattamente in mezzo, come ben descriveva Paride stamane sul suo blog. Credo che ognuno sia, nella sua vita, la sommatoria sentimentale delle tracce, come se un disco contenesse i punti di passaggio, e dentro i solchi dicesse le narrazioni personali di ciò che accade nel mondo, fatto nostro. Se la dovessi scrivere, la mia, di lista dei passaggi, ci troverei quelli che sento oggi come ben più d’uno di 11 settembre italiani. Ci sono dentro a pieno titolo l’omicidio Pasolini, il delitto del Circeo, la Lagostena Bassi che difende da quel delitto d’ascolto che è il processo per strupro, ancora oggi. E poi c’è dentro Vermicino, e poi il delitto Moro, e poi quelle due inteviste di Zavoli a Moretti e a Bonisoli (nel mio personale ricordo una struggente vicinanza di cuore, nonostante la condanna razionale, a una disperante sconfitta, passata pure per il delitto e poi riconosciuta come colpa necessaria). E poi ancora il delitto che ha ucciso Valerio Verbano, la morte saputa molto dopo di Giuseppe Impastato, le morti di Guido Rossa e del fratello di Patrizio Peci. Ho costruito nel tempo, io che vivevo allora a Sud di Nessun Nord, venendo a Roma, un memoriale personale, che ho attraversato per non dimenticare, e per non smettere di pensare. E che a volte, tuttora, riattraverso. Ci sono dentro anche luoghi di gioia, che però oggi non trovano posto qui. Ne dico uno per tutti, quell’apertura bellissima del Nuovo Sacher di Moretti. Era dal quando ero piccola che attendevo di vedere una cosa bella così. Mi capita di ripassare per i luoghi, e ripensare, per questo è bello che ci siano segni nelle strade. Su via Caetani, nei giardini dell’VIII municipio dove incontro quei nomi (Leonardi, Rosaria Lopez) e all’Idroscalo. E ci sono quei luoghi della memoria collettiva che non metto di ricordare che mi rammentano: quel Moretti Nanni su Jarret, Bellocchio che titola Dickinson, Giuseppe Genna che scivola nel buco dai giorni dell’ira. E ci sono giorni che non passano muti, come quel 12 dicembre, quel 2 di agosto, e questo 16 di marzo. Ha ragione Paride, i nostri figli non sanno. e quando vogliamo che sappiano, aggiungo, dobbiamo fare come quando i nostri, di padri e di madri, ci dicevano le guerra: come mio padre quando mi diceva: portavamo tutti i vestiti rigirati, o mia madre mi diceva: ci costruivamo da sole la scarpe coi lacci, ed oppure: ero lì, me lo ricordo quel rastrellamento a via Rasella. Ecco, è così che ho raccontato a Cristian chi fosse Aldo Moro, attraverso zio maurizio, e me bambina che a casa di nonna, nei giorni del rapimento vedevo tanto silenzio e tantissime cose che passavano per gli occhi. Da una distanza familiare alle cose che accadevano dove i piccoli occhi non erano ma andavano e andavano. Così, di Moro, ho detto a Cristian, perché capisse bene il dolore e la tenerezza: era un amico del papà di Zio Maurizio, che è stato rapito e poi ucciso durante un periodo molto difficile e duro della vita Italia, un uomo di grande intelligenza, di grande tenerezza. Ti ricordi che te l’ho raccontato quando abbiamo visto quel film dove poi passeggiava per l’EUR, qui vicino, un mattino?
Ecco, io oggi me la vivo così questa memoria. Avevo 12 anni, facevo la terza media, e vedo sempre quella mano di nonna che prendeva il telefono grigio, in cucina, in una specie di grande silenzio, in quei giorni. O mio padre e noi, in soggiorno, mentre c’era una specie di diretta dal Lago della Duchessa. Perché un po’, a casa mia, ai veggenti ci crediamo. E quindi, dicevamo, chissà…

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