• all’indirizzo di

    Aldo Moro e Berlinguer, e Andrea Segre.

    Ieri sera, all’Eurcine (sala piena, età media 60), La proiezione di Berlinguer la grande ambizione” è stata una immersione profonda nel 900. Non tanto e non solo nello spessore della politica, ma più di tutto in una dimensione sociale e di militanza ad oggi scomparsa.

    I materiali d’archivio sono più che toccanti. I volti, i modi, gli sguardi fra persone, la città e le piazze gremite, i comizi e i funerali, le generazioni mischiate, le aule parlamentari, le fabbriche, ti riportano indietro quasi vedessi “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri.

    E’ un film che ha lo sguardo del PCI, nella sua forma migliore. Intelligente, interpretativa, empatica e proletario/borghese, forse un po’ moralista, ma tutto (come sappiamo) non si poteva avere.

    Elio Germano è un Berlinguer impressionante, nelle movenze fisiche e facciali assimilate al corpo dell’interprete, nello sguardo, nello smarrimento sfumato del sé. La certezza della scelta morale di ogni comunista negli occhi, resistente nel pubblico (e forse anche nel privato) alla fragilità che ci ha divorato dal tardo 800 nei mondi dell’arte.

    La colonna sonora di Iosonouncane non poteva essere più rispettosa del tempo e del suo sentimento. Il dialogo per il cambiamento con Moro, il confronto con l’omicidio politico attuato o tentato sui due, le correnti interne ai due grandi partiti (DC e PC), il dominio internazionale di Giulio Andreotti, la strategia della fermezza mai messa in discussione, gli oggetti di scena e le ambientazioni perfette, ti immergono, stordiscono e in un certo senso ti palesano il vuoto di oggi nella qualità della politica.

    Vengo al punto più complesso da mettere in campo, senza il rischio di essere fraintesa. Le scelte narrative e di regia del finale, giocato dalla teoria della fermezza in avanti sul doppio binario della vita di Berlinguer e della Morte di Aldo Moro, fino a quella di Berlinguer 6 anni dopo, si concretizzano nel viaggio che porta dal dialogo di Berlinguer coi 4 figli, nel quale chiede di essere smentito se in caso di rapimento dovesse scrivere una lettera come le tante di Aldo Moro, insofferente e combattente nella sua dimensione di prigioniero politico.

    Lettere tutte, quelle di Moro, intrise di umanità e forza del desiderio di vivere e operare per la democrazia e di non essere l’inutile martire della Conservazione e del Rigore, il cadavere da altri voluto che sconfigge di fatto, solo morendo, il terrorismo e le prime BR.

    Lettera intima, quella di Berlinguer alla moglie (impossibile non pensare alla Norina per l’infinita tenerezza di entrambe le epistole) votata invece a un intimismo così frenato nella politica e così forte nel rapporto coi figli e con la moglie.

    Ma una lettera, questa di Enrico Berlinguer, che parla di tempo perduto, di cose non vissute, e di rammarico per questo, là dove invece “la” lettera di Aldo Moro ha nostalgia del presente, del futuro e struggimento profondo per l’impossibile inversione di gesto che Moro sa sta per compiersi, togliendogli la vita.

    La sintesi associativa che vivo è fra la solitudine del Mare, nel ritiro per rafforzare la scelta pubblica al ritorno, in Berlinguer, e il corpo salvo che ci ha donato Bellocchio nella sequenza di una Roma albina e freddissima nel suo film “Buongiorno notte.” per Aldo Moro.

    E torna in mente, sia pure atrocemente in diminutio politica e sentimentale, la dialettica odierna interna al PD verso l’accoglienza vera della sua anima riformista, al suo interno e in campo largo, con Renzi.

    Come se la capacissima Elly combattesse oggi le forze di apparato come ieri Berlinguer non veniva fino in fondo compreso nel suo dialogo con la DC di Aldo Moro, passando per la fronte alta e severa e conservativa di Andreotti.

    Certo la statura culturale e politica non è paragonabile in questo tempo, sebbene sia Schlein che Renzi siano punte di diamante su terreno bagnato, ma a conti fatti se si segue questa libera associazione di idee, viene da dire che speriamo che la guerra mediatica a Renzi non somigli, in un centro che non lo ha voluto a suo capo, e in un centro sinistra che mette veti, al logorante e inutile e poco lucido “rigore morale” dei tempi del PCI di Berlinguer.

    Andatelo a vedere, e forse ritroverete quella parte di voi che al mondo andava in corteo, a mani unite ed alzate con sentimenti d’amore, per la libertà e la vita. E fatelo vedere ai vostri figli, una parte di loro è pronta, per tornare e sopratutto andare avanti.

    (ng, 3 novembre 2024)

  • fra vita e non

    La malattia dell’Ostrica di Claudio Morici

    Il 20 di ottobre, in una Roma calda che pare dire di giugno, siamo andati con l’esposo a vedere Morici, con il suo La malattia dell’ostrica al Parco della Musica. Sala piena, età compresa fra i 30 e gli 80, calore umano superiore alle aspettative così come per il calore del venticello serale. Che bello spettacolo, che incontro pieno di vita, sebbene incroci di continuo, a ogni passo, la domanda su cosa fatti i conti ci aiuti a vivere. Vivere, non tirare avanti. Il pubblico è pieno di nostalgici liceali e ginnasiali di tardo 900, come me e l’esposo, ma anche tanti 30enni e quarantenni, nati quando noi tremavamo per il Rapimento Moro. Lo spettacolo Morici dovrebbe portarlo in Auditorium nelle scuole e nelle facoltà: di lettere, filosofia, matematica. Farebbe bene da morire ai ragazzi e ragazze, e agli insegnanti. Gremito il testo e il vissuto di Morici di ascolto attento di una contemporaneità che grida il suo disagio adolescenziale con autotune , pieno di amore genitoriale per il momento terribile in cui parliamo coi nostri figli dal telefonino e da whatsup dietro porte spesse accuratamente ben chiuse, che ci svela qualcosa che a noi è sconosciuto: loro crescono con pari struggente bellezza a metà fra i pari, a metà in un segreto solitario smarrimento. Più di noi soli, più di noi profondamente isolati. E’ il racconto di un rapporto padre-figlio, è il racconto della potenza dell’atto creativo, è il racconto della letteratura che cura. Tratti deliziosamente ironico-grati sulla presenza novecentesca della psicoanalisi nelle nostre vite, dell’approccio junghiano così s-piazzante. E’ la storia del lavoro creativo fra novecento e millennio nuovo, con le sue trappole incastri, sconvenienze e turbolenze. Ironia intelligente e acutissima su piccoli e grandi editori, sui dati statistici sul disagio mentale, rivisti rivisitati, accarezzati sul corpo testuale e fisico delle grandi figure quasi tutte del 900. Ogni nome un brivido, una visione, un riso amaro e intenerito, una carezza sulla domenica delle salme composta il 30 da Claudio Morici a teatro. Bravo, bravissimo, presenza scenica altissima. Disillusione cauta, un guaito che anche noi, oggi, lasciamo uscire fluire amplificato, echeggiato, reso basso e lungo dall’autotune dell’essere in una fortezza vuota. Sperando di essere rac-colti. Come Bruno Bettelheim, non a caso rivisto mentre scrivo, con la sua busta dolorosa sul capo che reclina piano. Grazie Morici, grazie di cuore.

    (ng 2 novembre 2024)

  • Della morte non puoi parlare, e della gioia”

    di Alessandro Chidichimo, Dasein edizioni

    Viene presentato oggi a Terni e l’11 a Cosenza, alla presenza dell’autore e degli editori, il poemetto sul silenzio di Alessandro Chidichimo dal titolo “Della morte non puoi parlare, e della gioia”, uscito pochi mesi fa per le éditions dasein.

    Gia autore di un cahier intime un forma di romanzo, potente nella scrittura e nell’ipotesi metalinguistica dell’”essere gettati”, Tu, toi, éditions dasein, 2021, Alessandro arriva qui con uguale candida bellezza a parlare della morte, e della vita, di fronte ad esse in silenzio.

    Non sappiamo dell’uomo che muore, della donna che lo amato, dei figli. Non hanno una storia, né un volto, se non essere i suoi, i nostri. Eppure, materici, potentissimi, sono lì.

    Consistono. [L’odorato è la memoria più lunga che abbiamo]. Così ci accomuna, come in una antica veglia, quel non riuscire (mai più) a dire [fiore] dopo essere stati, almeno una volta, lì dove al freddo si aspetta. Eppure, infine, il canto si scioglie in infinita tenerezza. E loro ci sono: la vita, i nomi, il diradare, il gesto struggente del padre che disegna, del figlio che disegna. E’ così , io credo, che ci si riconosce.
    È questo che ci sottrae al respiro, che sembra svanire, in noi che con fatica [re-spiriamo].

    Mentre scrivo, da poco un’amica carissima ha lasciato andare il suo papà. Ed io so, perché ci sono passata (come per i fiori, e i colori) che non devo chiamarla, cercarla, scriverle o dirmi, né sopratutto chiederle di dirmi.

    Penso però che le manderò una copia del poemetto di Alessandro.
    Come Marina ne ha detto a me, come Alessandro ha fatto, come forse anche la mia amica con un altr* farà.

    E’ vero,  se della morte non puoi parlare, o della gioia, infine, però [stavamo (tutt*) facendo un disegno]. E questa cos’è, se non la gioia? 

    Grazie Alessandro, sono stati una lettura e una rilettura e un canto di silenzio di cui ti sono davvero grata. Guardo oggi alla potenza dei disegni tuoi con occhi nuovi, anche per me.

    (Roma, 9 ottobre 2024)

    Le foto qui nel testo son dal Wall di Alessandro Chidichimo su FB

  • Triste tigre, Neige Sinno

    Neri Pozza 2024 Letto per Emons su Audible da Valentina Bellè

    Nata nel 1997, da padre libanese, e poi cresciuta fra le alpi francesi in una condizione di povertà e convivendo con la madre e il patrigno (entrambi giovanissimi), Neige Sinno ha scritto uno dei libri più umanamente veri, intelligenti, doloranti, sfidanti e feriti che io abbia letto. Devo al mio amico Osvaldo Chimenti l’avermelo segnalato, condiviso, era forse il libro che in questi mesi estivi, a chiusura di un agosto intimo e solitario, fra i pini centenari, avevo bisogno di leggere. Donna straordinaria, la quarantenne Neige. Capace di tutto quello che la nostra epoca recente ha distrutto.

    Lucidità nel riconoscimento di emozioni, sensazioni, esperienze, traumi, soggettività, sfumature, dubbi, evidenze, complicità sottintese. Nell’esperienza atroce dell’abuso ,che inizia nella sua età infantile, è una bambina di meno 9 anni quando il patrigno abusa di lei la prima volta, percorre tutte le strade che sono in parte condivise quando si è vittima di abuso (sia esso fisico, psicologico ed entrambi). Senso di sottomissione, dolore, smarrimento, solitudine.

    Domande su se stessa e sull’altro, su cosa siano la vicinanza e la distanza nel luogo familiare, come si possa separare l’orrore della violazione, continua nel tempo fino ai suoi 16 anni, dal vissuto che ogni adolescente che subisca un trauma prova faticosamente e catarticamente a tenere in vita.

    Neige che spezza il silenzio complice del torturatore (per paura, paradossale affidamento, straniamento) incontrando all’università le persona a cui chiedere e dire, e poi dopo,  decidendo per la denuncia, riuscendo a far convergere sulla denuncia del suo stupratore la madre, infine chiamata a fare i conti con la verità dell’abuso. Neige che sostiene un processo estenuante, nel quale sono tutti chiamati a ridire e ridire le parole, i fatti, gli abusi, i particolari. Confermando che non ci fosse consenso benché sembra impossibile a cuore umano immaginare il contrario in una bambina che ha fra 7 e 9 anni.

    La potenza del racconto di Neige è nella ricerca estenuata e mai completa di esperienze e testimonia e trasfigurazioni e racconto in arte. Chiedendosi e cercando di vedere l’altro, l’antagonista, il sé che si è perduto nel trauma, con una sincerità impagabile e una onestà così profonda da arrivare a noi come un taglio, un dolore, ma anche pienamente come insegnamento di umiltà sentimentale.

    Non c’è un territorio che si determini nella vittima e nel provocatore del danno che Neige Sinno non vada a indagare, non per sé, nn solo per sé, ma per capire come proteggere, come non fare accadere mai più. Si sente non riparabile, rotta in un punto che non può essere rinsaldato da nessun filo d’oro.

    Segnata e cambiata ed entrata in quella terra delle ombre in cui si passa nello spazio e nel tempo in un parziale isolamento, riconoscendo mentre si attraversa la vita ogni “altro” che abbia dentro quello stesso sfinimento, di cui forse non si può sapere che però si riconosce, si “sente” nel vento che ti passa accanto nell’incrocio.

    Nessuna retorica sulla scrittura come salvezza, sulla capacito di vedere davvero il trauma in chi non l’ha vissuto. Una discesa negli inferi quando all’inizio del libro prova partire con l’io narrante dell’aggressore. Per poi capire e condividere quanto chi ha subito un danno non possa essere confuso con chi lo nutre nella reiterazione del trauma di giorno in giorno, di anno in anno. C’è così tanto in questo libro che non è possibile toccare tutti i punti che sfiora, che porta. La Lolita di Nabokov, Annie Ernoux, Virginia Woolf, Foster Wallace, Christine Angot, Tomi Morrison, Margaux Fragoso, Blake, Michel Foucault, delineano percorsi che non molt* avrebbero la forza di sondare e di percorrere.

    E che lei instancabilmente percorre.

    Due cose però rimangono, come un dono prezioso, fra le nostra dita grate: capire che non sempre ci si può curare fino guarire da una ferita, ma che di questa ci deve prendere cura anche per gli altri; e che quello che accade nell’abuso infantile non può mai essere confuso con una libertà dei sentimenti, con una visione delle cose morbida, ambigua. La parola stupro, la parola bambina, Neige Sinno le ripete così tante volte e così chiaramente, da aprire davvero la porta su un inferno, che vuole essere invaso, smantellato, svelato.

    Una ultima annotazione: pur avendo preso il libro in elettronico, ho preferito ascoltarlo in audiolibro. Letto magistralmente con umanità profondissima, prossimità e calore, e uguale netta consapevolezza del dovere della complessità, da Valentina Bellè. A lei la gratitudine sincera per aver vissuto l’ascolto come un monologo che parlava a me, in una stanza vuota. Nel silenzio, con amore.

    Non perdete l’occasione di incontrare questa Triste Tigre. E, se potete, la voce che la legge in italiano.

  • tre libri intorno al cor mi son venuti

    a dire del presente… del futuro (non me ne vogliano gli autori)

    E’ da giorni che penso a come, in questa campagna così poco educata, seria e rasserenante, al di là delle posizioni di ciascuno, sia possibile condividere una preferenza di voto senza che arrivi vuota, inutile fra convinzioni radicate di alcuni e in mezzo allo sconforto interrogativo di altri. 

    Come sempre, convintamente decisa ad esprimere preferenza, ho fatto una scelta che renderà valido il voto, sulla quale magari tornerò nella prossima settimana, e che comunque condivido nei momenti fisici di incontro fra le persone. 

    Eppure, da altrettanti giorni, ho dentro una scelta di ascolto, una preferenza di riflessione, che è andata a cercare proposte fra le parole “intese”, incontrate, cercate, in questi mesi e giorni. 

    Perché quando si dispera di trovare un indirizzo che si voglia seguire o raggiungere, quell* come me comprano libri. Leggono fumetti. Vanno al cinema. E sperano di trovare, se non senso, almeno conforto. Così, vengo al punto. 

    In vista di queste elezioni, non trovo di meglio, oltre ad esprimere una preferenza che ci rappresenti per il possibile, e proprio per arrivare a questa, che invitare alla lettura di tre libri, planati a casa mia fra qualche mese fa e pochi giorni, nei quali ho trovato, provato, con brivido di spaesamento accompagnato da calore di prossimità sentimentale, il nucleo delle cose che non voglio dimenticare l’8 e il 9 giugno andando a votare. 

    Dei tre libri mi piacerebbe dire con calma dopo i giorni furiosi delle elezioni. Se me ne sentirò capace. Intanto però voglio condividere il dovere all’attenzione che mi hanno generato dentro leggendo, e in un caso “guardando”. 

    Non so come voteranno i tre autori, ma è non essenziale questo. L’essenziale è la loro dimensione sentimentale e politica del mondo, e della persona. 

    Anzi, vorrei dire, il loro profondo rispetto per “la” persona. Non buonista, non retorico, invece profondo, inalienabile al loro modo di essere letteratura.

    I tre libri, in foto sotto, sono Yara, il true crime, di #GiuseppeGenna; In bilico – di segni allarmati, di #AldoPrestaDimenticami dopodomani, di #AndreaDiConsoli

    Ho letto molti bei libri quest’anno, e molti avrei voluto leggere e sono rimasti all’inizio o a metà. Ma questi tre, inesorabilmente, hanno scavato un solco d’attenzione per me ineludibile, oggi, alle soglie del voto. 

    Parto da Genna, dalla sua poetica dell’insostenibile, dello strazio del corpo dell’altro, della crocifissione laica. Della perdita struggente del desiderio di una dignità umana. Della caduta nel “secondo me.” Pochi come Giuseppe Genna descrivono i luoghi, e la reazione del corpo interno e della pelle ai luoghi. Le periferie, le funzioni funebri, le aule dei tribunali, la trama della cronaca. Quello che siamo. Quello che viviamo. Ecco, io di quel libro, Yara, andando a votare, non devo dimenticare nulla. La mia scelta deve ricordare cosa è andato perduto, quale strada non siamo più abilitati a percorrere, nemmeno dentro. E “quale rivoluzione non avremo mai più“. 

    Passo ad Aldo Presta, con un po’ di fatica perché la vicinanza natale, in qualche modo, se da un lato non entra in gioco, dall’altra mi ha sorpresa, a tratti, come se quell’”in bilico” si fosse fatto materia del mio, in un nostro, un po’ nostro passo sospeso. È un libro per immagini. Schizzi, sintesi grafiche di poetiche e poetiche, piccole prose che fanno parte del libro senza che se ne sposti la forma. Ed è la cosa più politicamente schierata che abbia letto, come intelligentemente annota la coautrice per la parte testi Silvia Vizzardelli, quando dice: “È importante acutizzare il senso del segreto che accompagna le nostre parole, le nostre azioni, i nostri gesti. Non coincidere coi nostri atti, avvertire un disordine, una cicatrice, una inadeguatezza: questo significa offrire una chance all’origine”. Le più belle pagine sul femminicidio le ho lette qui. Così come è magistrale quel tratto che passa a volte fino a de-scrivere senza lasciare il foglio, che si compone su una pagina che scompone la scena, che va da pieni a vuoti che non sono vuoti mai, che piuttosto “tengono” quel qualcosa che non sappiamo se sia passato giù, inghiottito, o forse ancora sia lì a ridirsi bisognoso di argine. Verdi verticali che liberano gli alberi, ed una tavola che si dichiara sempre come atto d’amore, nonostante il dolore, nonostante le domande e il rischio di quello sbilanciamento che non avviene. Che tiene. 

    E infine, qui la terza preferenza: vota a partire da Di Consoli. Cosa mi porto in cabina da questo suo libro letto d’un fiato, e poi tremato d’un fiato, e poi riletto nella forma che si deve al poemetto in prosa, al canto notturno, alla lettera breve di un lungo addio che non si dice, ma si vive e senza sosta? Il sentimento di non essere soli pur sentendosi soli irrimediabilmente; mai sufficientemente soli o spesso insostenibilmente soli, e nonostante la più determinata consapevolezza del pericolo che la terra frani, che il corpo ceda, che l’altro ci dimentichi, che noi potremmo non vedere più: la terra, la pelle, il dolore e il disamore, e nemmeno l’amore, e la bellezza, e la gioia selvaggia, nonostante tutto questo vivere. Con la paura, persino nel terrore.  Questo “essere gettati” che Andrea Di Consoli mi sembra non accettare mai e rincorrere sempre, come un duello di versi fra la morte e la morte, fra la vita e la vita. Un libro dove non c’è trascendenza ma corporeità innegabile, che ci sostanzia e ci definisce. Che ci apre e ci dice. Vita che siamo, e sappiamo. Quel sapere che la Restanza, così amata come ipotesi salvifica, non saremo mai noi. Peccato, forse, ma è così. Ecco dunque che da questo libro porto in cabina, il sentimento profondo del tempo, delle parole che descrivono i silenzi, di un orizzonte che non ha infinito ma vede infiniti: sfinimenti, sudori, tremori. E la parola maschia, così diversa dalla scrittura femmina. Perfettamente, esattamente. Perché se in cabina ci dimentichiamo di questo, non so bene quale sia il senso nella scelta che facciamo quando andiamo a votare. 

    Insomma, invece di leggere programmi, intossicarci con dibattiti televisivi che le forze oggi di maggioranza rendono avvilenti, infarciti di arroganza, ineleganza, presunzione e disprezzo dell’altro, vi prego, tiratevi fuori.

    Nel vostro cuore sapete già se scegliere una libertà o una costrizione, una speranza o una rinuncia, una convinzione di poter ancora fare o una partita chiusa. Sapete già se va bene accontentarsi o volere anche le rose.  Date il vostro tempo all’ascolto. Ma all’ascolto vero.

    Io l’ho fatto, in questi mesi e giorni, con questi tre libri nel cuore, e ai loro autori sono, da lettrice comune, assai grata. Perché la politica è questo. Quello che ho trovato leggendo. Da questo soltanto possono nascere desideri, scelte, occasioni che non siano perdute.

    Di questo non devo perdere memoria in cabina: che la politica è una domanda, non una affermazione. Che la vita si con-versa.

    (Roma, 31 maggio 2024)

    Da Giuseppe Genna, Yara Il ture Crime. Bompiani 2023

    Aldo Presta, In bilico – Di Segni Allarmati. LetteraVentidue, 2024

    (ibidem, Silvia Vizzardelli)

    Andrea Di Consoli, Dimenticami dopodomani. Rubettino, 2024

    Nota sul titolo:
    rinvio a

  • Estranei, a noi stessi

    Ho visto l’altra sera “Estranei” (All of Us Strangers), il film del regista inglese Andrew Haigh uscito nel dicembre 2023, ora in streaming su Disney..

    Molti amici me ne avevano parlato come di un film densissimo, e conturbante, e nei fatti lo è. 

    Al centro di una Londra magnificata da una fotografia inappuntabile, oscilla fra un presente solitario e ferroso e un’atmosfera, del tutto differente, sottolineata da una soundtrack anni 80 sulla quale si staglia la luce di Build degli House Martins, e nella quale si strugge The power of love” dei Frankie Goes to Hollywood.

    Ora, che il film sia racconto di fantasmi pare essere una delle versioni possibili, sebbene alla mia lettura sia arrivato qualcosa di diverso. 

    In una estraneità alle persone che amiamo, e persino a noi stessi, sofferta e dispiegata negli anni nella ricerca di un senso nella scrittura di storie (Adam, il protagonista, è scrittore e sceneggiatore di serie televisive), e in una solitudine londinese forse più cercata che incontrata. 

    In questa, nel silenzio agghiacciante abitato da allarmi antincendio di un grattacielo deserto, Adam incontra, piano piano se stesso. E, in un certo senso, è a se stesso che si rivela in una sorta di crollo psicotico nel quale va a situare via via i non vissuti di una vita. Il tepore perduto troppo presto delle abitudini familiari, il dolore per essere stato bullizzato da piccolo, il dialogo mancato col padre e la madre, la loro morte colpevole in un incidente sull’auto dopo l’alcol della notte di natale, la morte lenta della madre né vista né superata.

    E in questo, in un cerchio di perdite, nel crollo di Adam fiorisce la gioia del corpo, l’intimità prima erotica che sentimentale nell’incontro con Harry, unico altro abitante del grattacielo, che si offre ad Adam su un piano di realtà e che Adam consegna alla sua opera di recupero esperienziale e psicotico rendendolo parte della risoluzione dei suoi fantasmi: l’assenza di un eros vissuto, il non essersi mai innamorato, il lasciarsi curare da mani che ci scoprono avvolgendoci.

    La semplicità controversa dei coming out, la forza dei corpi non violenti. C’è quindi in questo crollo psicotico nel quale Adam infine si “accoccola tondo” (portando, fantasmatico e shining, Harry nella propria casa, per amarlo e lasciarsi innamorare) più che un disastro e un tremore, una ipotesi di vita vera estranea al mondo, tanto isolata quanto salvifica. Tanto irreale quanto profonda.

    A conti fatti, l’ipotesi del cinema Ghosts, e del Sesto senso, mi sembra inaccessibile, insufficiente alla bellezza del film. Che molto dice di come socialmente la solitudine e la sofferenza mentale siano estranei alla comprensione comune.

    Vedetelo, vediamolo, fa bene e male al cuore.

    (ng, maggio 2024)

    Smalltown boy

  • Amore sbarrato

    Intervista ad Adolfo Adamo sul teatro nelle Carceri

    Mentre “l’Ufficio di Presidenza della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati decideva di incardinare da domani 14 febbraio l’iter della proposta di legge di #NessunoTocchiCaino presentata da #RobertoGiachetti di #ItaliaViva (Atto Camera 552/22) volta a ridurre il sovraffollamento carcerario, #RitaBernardini (Presidente di Nessuno tocchi Caino) e Roberto Giachetti sospendevano ieri lo sciopero della fame a sostegno di questa proposta, nell’ambito del Grande Satyagraha, giunto al suo 23° giorno.

    A sostegno di un pensiero democratico e libero sul tema delle carceri, ho chiesto ad Adolfo Adamo di raccontare la sua esperienza libertaria, artistica e umana di apertura di finestre nelle carceri attraverso il Teatro,

    Un altro carcere è possibile, ridurre le carcerazioni anche.

    Guarda l’intervista:

    NOTA AL MARGINE DEL’INTERVISTA

    Adolfo Adamo, nato a Cosenza negli anni ‘60, si nel 1985 diploma in arte sceniche e recitazione presso lo studio Fersen di Roma, lo studio diretto proprio da Alessandro Fersen. Aveva subìto da ragazzo il fascino del teatro anni prima a Cosenza grazie al lavoro di Graziano Olivieri. Grazie al teatro si allontana dall’inganno ideologico di un fare politica che da ragazzo avvertiva come fascinazione. Dopo il diploma presso lo studio Fersen, inizia subito a calcare le scene.

    Così si racconta: “Erano altri tempi, e vivevamo un teatro diverso, le tournée duravano otto mesi e le opportunità di crescere e maturare umanamente e professionalmente erano tangibili. Lavoravo con registi importanti che tanto mi hanno trasmesso spaziando dal teatro di tradizione, al teatro di ricerca, al teatro classico. Sono stato diretto da David Brandon Haugton, Maurizio Donadoni, Franco Mole’, Mario Prosperi, Vittorio Gassman, Massimo Belli, ma l’incontro, l’esperienza folgorante, è stata quella con Giuliano Vasilicò, punto di riferimento dell’avanguardia romana e non solo. Con lui è stato un autentico sodalizio durato oltre 10 anni durante i quali ho interpretato tre lavori di straordinaria importanza che mi hanno dato la possibilità di essere recensito dai più grandi ed importanti critici del tempo: da Franco Quadri, Garrone, Aggeo Savioli, Cordelli, Rita Sala, Giuliano mi fece veramente capire l’importanza del teatro l’essenzialità, facendomi inoltre appassionare anche alla regia. Successivamente, mi laureo al D.A.M.S. con una tesi dal titolo: “ 10 anni con Giuliano Vasilico ‘ esplorando i misteri del teatro tra ragione e sentimento. Vasilicò è importante per me in quanto mi ha letteralmente accompagnato in un percorso di crescita personale unito a un percorso di Fede. Da lì inizio a identificarmi con gli ultimi e compatibilmente agli impegni lavorativi mi dedico al volontariato. Il tempo trascorre e continuo a sentire il bisogno non solo di esprimermi teatralmente ma anche di continuare con gli studi. Vinco nel 2000 un dottorato di Ricerca in “Psicologia della Programmazione ed Intelligenza Artificiale “, riesco a pubblicare anche articoli d’impatto inerenti all’Edutainment, la divulgazione della attraverso il linguaggio teatrale, cinematografico e multimediale. Lo studio mi offre tante possibilità senza farmi abbandonare il mio lavoro, generando nuovi stimoli e opportunità. facendomi partecipare anche a due festival del cinema di Venezia.  Qualche incursione cinematografica con Avati, De Sisti, Caiano, Squitieri ma è il Teatro che rimane “casa mia”. Nel 2005 creo una mia Associazione e produco i miei lavori teatrali che scrivo, interpreto e dirigo.”

    E’ da un sogno infatti che, mentre sta per portare in Teatro a Cosenza un lavoro intitolato Serendipity, nasce la decisione di iniziare a fare teatro in carcere in Calabria, recuperando una suggestione ricevuta in passato dall’aver visto lavori di colleghi a Rebibbia, e ideando il progetto per che anche oggi vie e cresce in Calabria, fra la casa circondariale di Cosenza e il Carcere di Rossano.

    Il suo lavoro in progress Amore sbarrato è oggi al capitolo V, collabora con la Camera Penale di Cosenza (qui l’articolo e il video che ce ne danno conto), ed è qui che ha portato al Teatro Rendano la sua Compagnia. Il salto di qualità si compie oggi con la costruzione di due compagnie stabili nelle carceri, portando a piena espressione la scommessa umana, artistica e sociale di Adolfo

    Ci lasciamo, io ed Adolfo, nell’intervista con l’idea di pensare a come si potrebbe associare al teatro in carcere la formazione dei detenuti ai mestieri del teatro, dando loro una occasione di lavoro e autonomia dietro e oltre le sbarre.

    NG – Roma, febbraio 2024

    Dal canale di Adolfo Adamo su Youtube:

  • Short Novel tow
  • Short Novel One