Era farsi – Margherita Rimi

Era da tanto che non incontravo un discorso così intenso sul silenzio. A questo penso, oggi, tornando a immergermi, come si fa, nella lettura di questa così bella Autoantologia di Margherita Rimi, che porta in dote (di una vita) la parte che sinora è data.

Su un nucleo tematico dolente, che lavora sulla rottura, sulla ferita, sull’inciampo, sulla perdita e sulla mancanza, ogni suo verso è rispettoso, rigoroso, non indulge al vezzo o al cedimento della interpretazione, e si concede invece, intero, ad ospitare una esperienza. Multipla e personalissima (pirandelliana).

Ed ogni verso, ogni sezione, all’incrocio degli anni, nomina un modo per stare nel silenzio. Per consumarlo da dentro e portare in emergenza, in superficie, non un’ipotesi, non un disvelamento, ma un fiato, la compiutezza di un respiro. E sembra, quasi sempre, che sia il primo. Il primo in vita.

Ci sono sorellanze, figlitudini, adozioni, prese in carico, accoglienze. Di sentimenti e di silenzi. Ci sono movimenti che trapassano le pagine, vanno da un verso all’altro, come il tempo che si è scelto per dividere ciascuna traccia di ricerca. Ci sono biografie intensissime, struggenti. Ci sono temi, ci sono gesti e ci si inciampa, nella lettura, in quella sensazione di contatto. Toccare è un verbo che ritorna, come una mossa, ossessione silenziosa, sussurrata, come un fantasma che si fa onomatopea, toc, toc toc, sotto a chi tocca.

Ci sono mondi che attraversano chi legge, e mondi ad ogni verso, ad ogni gruppo di versi, ad ogni testo. E’ come se ogni storia, ogni persona, fosse davvero nominata, proprio per nome, con confidenza per condivisione, per scommessa, ma senza alcuna violazione di perimetro. E c’è ad un tempo, precisissima, la presa incarico del danno, la presa in carico del battito.

E il tema è il tema del silenzio, e della sua decostruzione. La costruzione di grammatiche che stanno al danno (sul linguaggio) come sa stare, prossima, la cura dell’ascolto. La costruzione (interna) dell’ascolto.  Ed è una poesia generosissima, che si fa intima per essere, che non proclama, non esclama. Quella punteggiatura rotta al verso, che pure è fluida, canta, incanta. Come ci incantano le fronde se guardiamo il bosco con il corpo. Persino spaventando.

Il lavoro che c’è dietro questa antologia è potente, per convergenza di rigore scientifico verso un vissuto dedicato a contenere le drammatiche (ed uso qui uno dei versi più struggenti della Rimi) e l’altrettanto rigore di ricerca che c’è per una parola e una poetica che possan dire, senza contraddire, come si fa quando si ascolta. Con voce piccola si ascolta, e quel che arriva è dato.

Cos’altro domandiamo, alla poesia, oggigiorno, se non questo saper portare senza voler recedere dal desiderio che la voce si apra, si faccia corpo, sappia sedimentarsi, senza intaccare la dimensione intima che sta all’ascolto?

Una raccolta, questa di Margherita Rimi, di straordinarie intelligenza e volontà (operative, sociali, sentimentali). E, quindi, una semina preziosa.

(ng – Roma, giugno 2012)

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Margherita Rimi – Era farsi, Marsilio, 2012

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