1. Invisibile – work in progress

Maurizio Puppo

Una biografia apocrifa
Raccolta su vinile e carta fotografica da Nerina Garofalo

1.

(la domanda è invisibile)

così, fra Sanguineti e il sangue delle donne,

tocchiamo con i piedi il manto della strada

per fiumi a fiumi, incerti se lasciar cadere

la giacca giù dal ponte per vedere come cade,

fino allo spasimo curiosi e protettivi, quasi sfiniti

dalla salvaguardia. Rimestiamo nel nudo,

alla ricerca dell’inganno. 

(Nerina Garofalo, 2012)

E tu, cos’hai da raccontare? Per dire, direi così. A me  piaceva molto Rossana Casale. Ma è forse meglio se mi spiego. Ecco. Nella mia ricerca affannata di un modello superegoico (insomma un modello sociale, culturale, in cui identificarmi, a cui tendere, quella cosa lì) mi ero imbattuto un conduttore di una trasmissione radiofonica del tardo pomeriggio, su una di quelle famose radio private. Erano gli anni Ottanta e tra noi si scherzava a raccogliere ortiche. La trasmissione era particolare, raffinata, un pochettinodandy, con cospicue tracce di cultura omosessuale cifrata (insomma, mai esplicita). Io di cultura omosessuale non ne sapevo nulla, ma proprio un emerito tubo. Ero cresciuto nell’Italia mammona, quella dell’orizzonte «macchina-moglie-mestiere ». Ricordo che un mio amichetto mi diceva: è bello il matrimonio, io appena sono grande mi voglio sposare. Perché, chiedo io. E lui : perché quando sei sposato puoi  scopare tutte le volte che vuoi. Con il senno di poi, direi che il mio amichetto aveva torto. Insomma, noi eravamo alla periferia di ogni cosa, in uno di quei ceti medio-bassissimi, totalmente invisibili, noiosi, grigi, inutili e così poco interessanti.

Cosi’ poco interessanti da non poter attirare nemmeno le attenzioni dei cantautori impegnati, dei teatranti di opposizione, degli intellettuali fuori dal coro, dei militanti delle direzioni ostinate e contrarie. Padri operai, madri casalinghe, tinelli, tovaglie di plastica, facili da pulire, mobili di fòrmica con colore finto-legno, piante di plastica con le giunture tra i vari pezzi molto visibili , case brutte e piccole ma sempre perfettamente linde e senza una cosa fuori posto ; a tratti (non sempre. Dipende dall’intensità dell’isteria della madre), persino le odiatissime pattine, per non lasciare impronte sul pavimento. E in ogni caso, pattine o no, la televisione sempre accesa. Nel caso della famiglia mia, sul secondo. Sarebbe il secondo canale (che allora si chiamava cosi’, non «Rai 2»). Tutti però dicevamo solo «il secondo» : metti il secondo, cosa danno sul secondo ?

La scelta del «secondo» era già indice di una certa laicità progressista. Quelli che votavano la dicci’ (e che in casa mia venivano indicati con la dizione : « son gente di chiesa ») guardavano il primo (stesso ragionamento che per il secondo : sta per primo canale). Il terzo non c’era ancora e Bianca Berlinguer era una bella bimbetta. Ma a parte questa scelta del secondo, ecco, non c’era nient’altro da dire. Ora, con tutta la buona volontà del caso, ma me lo spiegate, anche se avesse voluto, come avrebbe fatto De André a scrivere una canzone su di noi? Cosa scriveva, De André, « metti il secondo che comincia il telegiornale? ». ma figuriamoci. Per meritare una canzone di De André, o sei ricco (com’era lui, ricchissimo di famiglia), e allora la canzone trasuderà disprezzo, pena o schifo o rabbia e malinconia, « fascisti, borghesi, ancora pochi mesi » (il concetto di pochi è soggettivo). Oppure sei sempre ricco, ma almeno sei malinconico e torturato, sul modello della Micòl dei Finzi Contini, o ancor meglio del fratello Alberto. E allora ci potrà uscire una canzone plumbea, decadente, viscontiniana, anche un po’ nichilista. Insomma, se sei ricco ci sono due versioni di canzone, quella che definiremmo per il « porco soddisfatto » oppure quella per il « ricco riflessivo ». Se non sei ricco, per meritare una canzone hai un’alternativa: devi essere interessante. Tipo un assassino, un travestito, un carcerato, una prostituta. E allora nella canzone ci sarà un’intelligente raffinatezza e complicità, ci saranno tocchi di poesia, momenti altissimi di riflessione, severi moniti sulla necessità di non giudicare gli altri, richiami anche all’iconografia cattolica, insomma, cose belle, cose grosse, importanti. Ecco.

Se non sei ricco e neppure interessante, allora hai un’ultima chance, ma è proprio l’ultima. Devi essere un disgraziato totale. Ma totale, non mezzo e mezzo : devi morir di fame ed essere sporchissimo. In  quest’ultimo caso allora sei uno dei cosiddetti « ultimi », e li’ in un certo senso è veramente il massimo. Li’ le canzoni fioccano, e si riempiono di frasi memorabili, e i dischi si vendono. E i titoli di giornale non mancheranno mai, perché il giornalista ci va facile facile : il prete che difende gli ultimi, il cantante che ha cantato gli ultimi, il poeta degli ultimi, il calciatore che si interessa agli ultimi.

Perché difendere gli ultimi significa essere forti, essere come Gesù Cristo o quasi, essere pazzeschi, veramente in gamba. Significa essere « contro », non rassegnarsi al conformismo imperante, tenere la barra dritta, non cedere, non tentennare, essere « oltre », poter guardare tutti gli altri dall’alto in basso, con una smorfia di schifo, ed essere invitati alle migliori feste.

Ma un operaio che si compra una Seicento non è un ultimo; c’ha la Seicento. E non è ricco perché ve lo fosse, mica si comprerebbe la Seicento, non vi sembra ? E non è interessante : come fai a essere interessante con una Seicento magari pure lucidata perbenino? E di solito non è un nemmeno un assassino, perché statisticamente gli assassini sono una minoranza. Sarà per via dell’effetto deterrente della legge, o dell’innata bontà dell’essere umano, vai a sapere ; secondo me è la prima che ho detto, ma non importa. Tornando al nostro non ricco, non interessante e non ultimo : chi si compra la Seicento non muore nemmeno di fame anzi, mangia cibi semplici ma con robusto appetito. E allora una canzone viene malissimo, si capisce. A meno di non essere un poeta un po’ matto, magari uno alla Jannacci. Ma questi sono casi fortunati, particolari.

Noi, figli di questo ceto sociale incapace di ispirare opere d’arte veramente sovversive, noi attestati verso il terz’ultimo posto il pomeriggio lo passavamo a giocare a pallone, con i blu-jeans, le scarpe « clark »  o le Rontani. Che erano come le Superga ma costavano (e duravano) molto ma molto meno. Si rientrava tutti sudati. Avevamo inventato un neologismo (quando si dice): dis-sudare. Fermo che prima di tornare a casa devo dis-sudare, dicevamo. Dis-sudare consisteva nel calmarsi, lasciare che il sudore si asciugasse. In modo da rientrare a casa in uno stato di apparente calma, e quindi non sentire le litanie « sei tutto sudato, te l’avevo detto ». Ecco, io venivo da una cosa così: cosa volete da me, che me ne intendessi di cultura omosessuale ? Ma figuriamoci. Epperò nonostante tutto un po’ sì. Ma così, ad occhio a naso quelle cose lì mi piacevano ; perché io a scuola imparavo delle cose, e leggevo, e vedevo i film tardi la sera, quelli dopo le dieci, i film un po’ particolari, non quelli proprio scemi o edificanti delle venti e trenta, e riflettevo e pensavo. Anche perché di tempo ne avevo abbastanza : a scuola si andava mezza giornata e basta, attività extra-scolastiche io non ne facevo, le ragazze mi consideravano, credo, meno di un batterio, e insomma tempo ne rimaneva. E quindi un po’ di idee sul mondo me le ero fatte e fatto sta che quella trasmissione li’ mi piaceva e mi affascinava molto. In quegli anni c’era Rossana Casale, che è una cantante. Per chi non lo sapesse. Avrei dovuto dirlo subito, non appena ne ho citato il nome. Perché la definizione o la spiegazione la si dà subito, alla prima volta che si usa un termine. Non è che la dà dopo un po’. Rossana Casale (una cantante) era andata al Festival di Sanremo. E il conduttore della trasmissione radiofonica che a me tanto piaceva disse : a me (disse lui. Quindi va letto come se fosse « a lui ». Ma insomma, avete capito), a me (disse lui) piace molto Rossana Casale. E qui pausetta. Lieve, perché in radio una pausetta anche appena un po’ più lunga, fa subito una sensazione di vuoto pazzesco. E dopo la pausetta disse: come donna e come cantante.

Quanto mi piacque questa frase qua ! E allora io a dire a tutti, non appena l’argomento si presentava : a me Rossana Casale piace molto. Pausetta. Come donna e come cantante. E i miei amici che erano sostanzialmente degli abbruttiti, insomma dei ragazzi veramente semplici, mi dicevano: come donna ? Ma che cazzo dici? Ma tu devi proprio essere finocchio (anche loro se ne intendevano di cultura omosessuale, come si vede. A modo loro, s’intende). Madonna – dicevano – è racchia forte. «Racchia» va interpretato. Se in quel preciso momento Rossana Casale si fosse presentata dal mio amico e gli avesse fatto biribiri sul naso, quello avrebbe avuto un’esplosione ormonale, e poi si sarebbe fatto delle seghe per un bel po’ pensando a quel momento lì.

Ma bisogna considerare che quando sei seduto sul divano davanti alla tivvù, sei un padreterno e giudichi tutti : eh quella lì (e quella lì magari è una figa che ti incenerirebbe con lo sguardo a un chilometro di distanza, una femmina di cui mai hai sentito l’odore in vita tua), quella lì ha le gambe storte. Esseri orrendi, con le pance, le gambe bianche e pelose, vestiti malissimo, con l’alito cattivo e problemi digestivi, che passano la vita stravaccati a vedere le repliche delle partite, poi pontificano su stupende creature. Perché davanti alla tivvù essi sono come il Signore Iddio secondo la buon’anima di Alessandro Manzoni: coloro che giudicano senza essere giudicati. Esempio. Nastassja Kinski (che in realtà si chiama Nastassja Aglaia Nakszyński, non so perché ve lo dico) era (ed è) una donna bella, colta, intelligente, con una vita ricca di esperienze, cosmopolita, brava attrice, con un fascino perverso incredibile. Ecco chi è Nastassja Kinski. Un mio amico, secchione a scuola, che passava tutte le estati con la mamma (dicendo : mia mamma di qua e mia mamma di là) ; con i capelli biondini che parevano tagliati con la tazza (avete presente) ; ecco, questo mio amico qua diceva di lei (di Nastassja Kinski): mamma mia che schifo, non ce n’ha proprio di tette.

Ecco,  noi eravamo così. Anzi, no: loro, loro erano così.  Perché io no. Io ero diverso. Io ero più sensibile e non le dicevo quelle cose e pensavo a Nastassja con cupidigia e alle sue labbra e alle pieghe delle braccia e cercavo anche di immaginare il suo odore (di Nastassja Kinski). E cerco di immaginarlo anche adesso. E insomma, questo per dire che Rossana Casale, secondo me, era ed è una donna carina. Anche se (su questo siamo d’accordo) non è mai stata una maggiorata da esibizione nella gabbia delle stranezze, né una pollastrella da televisione ; e quindi non poteva suscitare l’entusiasmo dei miei amici. Ma io ero diverso. Io ero giù un po’ più raffinato, io ero uno un po’ più su: a me piaceva molto Rossana Casale, come donna e come cantante. E se non sbaglio quella canzone di Rossana Casale, in quel festival lì, diceva: piangere è già sentirsi invisibili. Secondo me è proprio vero.

(Maurizio Puppo, giugno 2012)

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