3. Il posto dell’anima – work in progress

Maurizio Puppo

Una biografia apocrifa
Raccolta su vinile e carta fotografica  da Nerina Garofalo

(il posto dell’anima)

 

come sia stato l’operaio (o l’operaia,

o il quadro, l’impiegato, il noviziato del

giovane ingegnere, il pasto nudo alla

mensa del peccato) non sa la madre interna,

che allatta senza sosta e pace porta,

il centro inquieto del piccolo monello

 

(Nerina Garofalo, 2012)

C’era questa canzone di Giorgio Gaber: «i borghesi». Era molto nota, soprattutto per il suo ritornello: «i borghesi son tutti dei porci» («più sono grassi, più sono lerci. / Più son lerci e più c’hanno i milioni, i borghesi son tutti…» e qua i puntini di sospensione. E giù a sogghignare: la rima mancata con «milioni» non poteva lasciare dubbi, la parola mancante era « coglioni » (i precisini aggiungevano : ah no potrebbe essere pure « cazzoni »).

Molte persone, sulla base di questi versi, hanno considerato questa canzone una specie di inno antiborghese, contestatario, rivoluzionario, in perfetta linea con lo spirito del tempo (parliamo degli anni Settanta).

In realtà però non è proprio così. La canzone racconta una storia diversa: e cioè la storia di uno a cui, da bambino,  in famiglia e a scuola, davanti ai genitori che si fanno il segno della croce o al professore che parla in latino, viene proprio in mente quella « stranissima canzone » che dice, appunto, così: « i borghesi… ».  Poi cresce e diventa saggio. Il saggio, come sappiamo da un poeta che si chiama Cardarelli (a cui piacevano molto le vergini adolescenti, e quindi tanto saggio non è che dovesse essere), il saggio, dicevo, non è che un adulto che rimpiange di essere cresciuto. Una volta diventato saggio, quella strana canzone se la dimentica proprio, e nulla pare più disturbare la sua quiete. Se non, talvolta, suo figlio ; che d’improvviso si mette a cantare, chissà poi perché, « i borghesi son tutti dei porci… ».

La canzone che racconta questa storia, Gaber l’aveva ripresa da un «vecchio maestro» che si chiamava Jacques Brel. Vecchio maestro, disse proprio così, Gaber, parlandomene, in una ormai lontana intervista, dietro le famose quinte del teatro Margherita di Genova. Il teatro Margherita non esiste più, e non esiste più nemmeno Giorgio Gaber. Brel (di lui non ne parliamo nemmeno, è morto da tantissimo tempo) era un belga, e aveva dei bei dentoni da coniglio. Suo padre era un industriale e lui, Jacques, per qualche tempo aveva lavorato nella ditta di famiglia, ramo commerciale, Ma poi si era rotto le scatole ed era scappato a Parigi, all’avventura. E lì era diventato celebre. La canzone «les bourgeois» l’aveva scritta nel 1962. La storia, è quella di un tipo che a vent’anni se ne va con l’amico Jojo (doveva chiamarsi Jacques, ma ai francesi piace molto dare questi nomi un po’ buffi, allitteranti) e l’amico Pierre a bere ; Jojo si prende per Voltaire, Pierre per Casanova. Il protagonista, invece (autocentrato, com’era infatti Brel) si prende per se stesso, e basta . « Et moi, moi qui étais le plus fier, moi, moi, je me prenais pour moi”.

Verso mezzanotte, vedono un gruppo di notai uscire da un hotel di lusso, e per salutarli decidono di mostrare loro il sedere, e di cantar una stranissima canzone: “Les bourgeois, c´est comme les cochons.  Plus ça devient vieux, plus ça devient bête. Les bourgeois, c´est comme les cochons, plus ça devient vieux, plus ça devient…”. La parola che fa rima con cochons è cons che in francese equivale, appunto, al nostro “coglioni”.

Poi passa il tempo, irreparabile come sempre fa e farà. One fine day, il protagonista si ritrova proprio al bar di quello stesso hotel di lusso, con gli amici di sempre, Jojo e Pierre. Come loro è diventato notaio, e come sempre parla di se stesso. All’uscita, verso mezzanotte, si imbattono in un gruppo di giovinastri che indirizzano loro, indovinate un po’? Quella stessa canzonaccia, les bourgeois, c´est comme les cochons.

Nella canzone originale, i giovinastri vengono definiti con una parola curiosa: pegne-culs. Letteralmente un pegne-cul sarebbe colui che si pettina il culo.  È’ una parola gergale (e fin qui) assai antica, che indica persone grevi, grezze, di poco valore e di nulla raffinatezza. Insomma, tutta la storia dei pegne-culs consiste nel mostrare come, con il tempo, si finisca per aderire a un modello che si disprezzava: borghesi, conformisti, “normali” (quando invece ci si credeva “eccezionali”). Quindi, non è un inno alla contestazione, alla lotta di classe; è semmai una riflessione sulla vita, su come certi modelli che riteniamo inaccettabili e ridicoli, quando siamo giovani, riescano poi invece a fagocitarci. Una riflessione sul passar del tempo, e le morte stagioni, e la presente e viva. E il suon di lei.

Giorgio Gaber si era molto ispirato al personaggio di Brel. Brel in Italia è famoso più che altro per certe sue canzoni un po’ melodrammatiche, come “ne me quitte pas” (non abbandonarmi) e ha una fama un po’ cupa, che in parte gli deriva dall’essere accostato (totalmente a sproposito) a gente come Leo Ferré. In realtà Brel era un guascone, uno che voleva far ridere, e nei suoi spettacoli in teatro faceva smorfie, battute, raccontava storielle. Un misto tra musica e cabaret, tra canzone e teatro. Era simpatico, Brel. E’ morto di cancro. Fumava come un pompiere. In italiano si dice un turco, in francese invece si dice così: fumare come un pompiere. Fumava molto anche Gaber, me lo ricordo durante l’intervista: una Marlboro dietro l’altra. Prima di intervistarlo, mi ero detto: devo ringraziarlo per avere scritto una canzone meravigliosa, “le strade di notte”, una vecchia canzone che a me è sempre piaciuta moltissimo. Poi però l’ora si è fatta tarda, e a un certo punto lui è scappato per andare in scena. E poi, qualche anno dopo, è morto, e io non ho potuto ringraziarlo.

Adesso il problema di Brel, quello di diventar notaio, non esiste più; visto che i giovani da un po’ di tempo in qua non hanno più modo di accedere alle professioni “da grandi”. Restano bambini tutta la vita. E adesso, quando si contesta il sistema, lo si contesta perché non ti fa diventar notaio. Brel, se la dovesse scrivere adesso, la canzone, sarebbe nei guai.

(Maurizio Puppo, giugno 2012)

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