Appunti di lavoro… fra adolescenza, cinema e letteratura

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Avevo intravisto ieri sera, sul wall di @Silvia Molesini, questo articolo di Veronica Vituzzi. Che Silvia riportava sul suo wall di FB, con un commento.

Ci son tornata su stamane perché l’adolescenza, con questa sua scoperta di intimità che tutto a un tratto diventa condivisa, nell’esperienza del corpo che incontra un altro corpo, mi sale spesso in mente in questi mesi.

Ci sono stati ben tre film che ho visto di recente che hanno segnato un bello spartiacque con un pensiero (come quello di chi scrive nell’articolo che Silvia riportava), che mi è arrivato, ad eccezione che per la chiusa dello stesso, un pochino inadeguato a descrivere da solo qualcosa che, fra generi e trasformazione del pensiero sul corporeo, richiede un punto di attenzione meno sessuato e forse più sentimentale e sessuale.

Vere per certo alcune delle cose dette, soprattutto quelle che stanno sulle voci di potere, di conquista, ma sembra quello, preso a solo, un universo che mutua molto da certo immaginario che il marketing della scrittura femminile ha ben ripreso e riciclato in questi anni dal mondo sottomesso della donna come punto che si apre da cui partiva il femminismo.

Credo che invece, in qualche modo, la questione, ad oggi, sia essa stessa assai più aperta, violabile e confusa.

I film che mi tornavano alla mente sono Elles, di Malgoska Szumowska,
Giovane e bella, di Ozon, e l’ultimo nel tempo “Vita di Adele”, dalla stupenda Graphic Novel “Il blu è un colore caldo”.

In tutti e tre c’è un tema, che sembra premere alla porta schiusa del corpo femminile, e questo è il tema del silenzio. Stesso silenzio su un sentimento di sé e una scoperta del corpo (nel caso di due dei film un corpo che si fa parte di un desiderio omosessuale), silenzio che si porta nel cerchio della casa (ignara di una crescita e di un modo di sentirsi), ma anche nel più ampio cerchio degli abbracci, quello amicale di chi vive intorno a noi mentre cresciamo, ovvero l’altro corpo adolescente, che ci è nemico, amico con riserva, e a tratti sconosciuto.

Aggiungo ai film di sopra altri tre film: lo splendido “Lila dice”, che Ziad Doueiri trae da Chimo (pseudonimo dell’autore che ce lo dona come libro), e i più recenti Disconect di Henry Alex Rubin e il conturbante Two mothers, di Anne Fontaine.

Ed anche qui, mi sembra, che ci si imbatta in qualcosa che pone un ponte fra crescita e silenzio ed età forte nei dialoghi mancati, o sottintesi, col mondo degli adulti. Con le metafore per essi sufficienti.

Che sono le metafore del post, prese dai luoghi del dominio e non nella più evanescente terra di nessuno del silenzio e del pre-sentimento.

Tema ricchissimo, tema intensissimo, persino luogo di memoria e di spavento (memoria di noi stati adolescenti, dei nostri figli che si scoprono e che cercano le strade, per dirsi e per capirsi, per incontrarsi, per farsi grandi).

Insomma, mi viene voglia di pensarci su, anche per via di un titolo ed articolo che campeggiavano sul fatto Quotidiano giorni fa. Mi viene voglia di capire se possa essere soltanto l’ottica di genere a dire e render meno infranto quel processo che porta all’apertura all’altro (che si sia uomo o donna non importa (penso alle prime pagine del Pallonaro di Luigi Romolo Carrino, a Un bacio di Ivan Cotroneo, al bellissimo Ivan il terribile di Alcide Pierantozzi ).

Mi piace assai il piccolo commento che Silvia ha messo nel rilancio dell’articolo: una buona direzione. Non so se proprio lì ci sia una buona direzione, certo un bel lancio per pensieri ancora. Io me lo prendo come appunto di lavoro…

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