Parla, mia paura– Il sentimento della relazione

Ho letto un numero di pagine pauroso sul tema della depressione. La depressione abita nei cerchi limitrofi al mandala che non sono ancora, o forse sono in differenza di continuo, da tutta quanta la mia vita. Con la fortuna di aver avuto accanto (nelle persone del mio mondo) uno specifico e incantato modo, che alterna una bellezza folgorante, l’alone di una pace, la fitta del sorriso grande, a una malinconia incurabile, che non può essere toccata ma che reclama sempre la carezza dell’accanto. Fra tutte quante le pagine che ho letto, che ho cercato, che ho incrociato, queste dell’ultimo lavoro autobiografico di Simona Vinci mi è arrivato dritto dritto dove deve: non al cuore, perché la vicinanza al cuore è un impossibile. Più sotto, più dentro, più diretto, al centro dell’amigdala. Per la misura non retorica, per quella nitidezza dello sguardo, per tutta quanta la capacità di stabilire che la relazione è ancora e sempre al centro di una salvaguardia. Per l’ottimismo faticoso di una ragione che si nutre al sentimento del tempo, delle cose. Per quello sguardo politico sul non poter avere tutti il giusto posto dove portare il peso, o la paura. Per quella “ragna” di cui parla, per le parole sul saper essere madre senza pretesa di assoluto, eppure così forte, così salda. E per quel suo capitoletto su Venezia, sui giardini, sui luoghi di un ospizio che vorrebbe farsi carico, ma non sappiamo. Per la laguna in cui ho visto navigare una delicatezza così grande che si vorrebbe dare al tratto sempre. Credo che noi si debba leggerlo, questo librino così lungo a separare a fine di lettura, che si conosca o no quel tipo di inquietudine che taglia il mondo, a volte, completamente fuori dallo sguardo. E’ come una dichiarazione di prossimità, di vicinanza. L’offerta di una convivenza con qualcosa che non si può con-vivere. Ma che si può ospitare, confortare. Come si rifocilla quel pellegrino che non s ala strada, che fa Santiago tutti i giorni, in ogni luogo. Se io dovessi regalare, in questi mesi, un libro, per dire di come sia doveroso saper ricostruire la parola tra, lo sguardo tra, ecco, io sceglierei questo librino. Alla sua autrice un grazie, da sconosciuta a conosciuta per parola. Grazie di aver osato. Di aver guardato dentro, ma così tanto anche qui fuori, dove si incontrano gli sguardi Davvero qui, fra quelle pagine, non v’è parola d’odio. Senza che passi alcuna troppo ottimistica e potente ricetta di pensiero positivo. Di positivo, la bellezza della storta che prendiamo camminando, del passo che perdiamo, dell’autobus che a volte non possiamo prendere.

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