Senza errori ed orrori siamo morti

Al margine di quanto accade nei Premi letterari, pur comprendendo la tristezza di chi ha amato il lavoro di Michela Murgia, credo che le considerazioni possibili non riguardino il diritto o meno di Michele Mari di esprimere una visione ancillare della donna, cosa di per sé assai discutibile, né di fare della bellezza un cardine esistenziale (a vent’anni in ciascuno vi è bellezza da vendere ma all’età dello scrittore la bellezza in quanto canone credo che lui stesso stenti a rinvenirlo per sé).

Si tratta invece del diritto a dire cose sgradevoli, senza per questo essere messi alla gogna, e del diritto di ribattere da parte di chi ascolta. Senza doversi scusare. E se mai, del dovere di spiegare meglio o di essere in ascolto nel contraddittorio.

Perché la cancel culture e la cultura woke hanno creato alcuni misunderstandig molto gravi per la storia umana (ritorno di forme di censura e di impraticabilità dei linguaggi) e ancor più per le espressioni artistiche.

Siamo cresciuti, da occidentali, leggendo molto, vedendo opere, amando il cinema, ascoltando musica, abituati all’idea che dentro ci fossero quei frammenti epistemologici che ci educavano al senso delle parole che noi potevamo fare nostre. Abbiamo per anni, per decenni, visto la censura come pratica incivile, e molto della letteratura mondiale, dell’arte, del cinema e della canzone ci ha insegnato ad amare ma anche a provare vergogna, a disimparare la violenza che assorbivamo narrata, ed a costruire l’universo dei diritti.

La persona è qualcosa di meravigliosamente complesso: se io dico a un amico omosessuale “sei una checca isterica” e palesemente combatto ogni giorno per la totale identità di diritti a prescindere da generi e forme di unione, mi approprio di una parola oggettivamente dispregiativa e la combatto in modo ironico e in diminutio,

Così, cancellare le parole, o i pensieri, non porta a eleiminarli, se mai a “segregarli” nel privato delle conversazioni, e lì a lavorare sottocoperta ,a fare della nostra una cultura che non fa domande e non cerca risposte.

Direi quindi che forse a Michele Mari occorreva lasciare la pienezza dello stereotipo maschilista e provare a rileggerne le pagine, alla luce di una convergenza o di una menzogna.

PS: Michela Murgia brillava di luce bellissima. 

Posted in

Rispondi

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *