L’anima

L’incontro con Silvia è stato straordinario, e lo è tuttora. Non potendo salvare tutto quello che era ospitato su dirtyinbirdland, salvo le mie 5 di uno scambio epistolare, che si completava sul blog di Silvia Molesini, ed alcuni reciproci doni di lettura– A silvia, grazie (apri il file, completo anche delle Cinque di cinquemmezza poesie di Silvia, cliccando qui).

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Cinque poesie e mezza 

Painted by Mario Colombelli
Cara Silvia,
abbiamo chiuso l’anno con un esercizio di scrittura. Un gioco, una restituzione, una forma di scavo. Chiudere l’anno con un pensiero su se stesse, su una voce data alle forme d’amore che ci hanno, nel tempo, riconosciute, è stato benefico, catartico, morbido.
Sono cinque poesie e mezza per ognuna di noi, e credo che sia stato e sia l’esercizio di un diario, un toccare della poesia quello strato che, autobiografico, ci disegna per come siamo nella scrittura.La struttura era complessa, si trattava di dar voce, con la nostra, a quelle voci che ci sono cresciute dentro, una mappa in versi dell’esperienza di noi che noi crediamo abbia abitato gli altri.Ho scoperto, scrivendo, che cinque e mezzo è poco, che avrei voluto ritornare su molte altre forme di amore che sento aver composto la mia sagoma interiore.Non son riuscita a scendere nel nucleo saldo della mia famiglia originaria, non ho potuto dar le voci a quegli affetti. Forse perché ritornano di continuo nei sogni, e nel sonno.Dalla veglia e dal corpo son venuti su i pensieri che si muovono nella mia coppia, come nelle coppie di versi. E le parole che in analisi non sono state dette, non per bocca.Del suo stupore ha detto quel bambino che vive in mezzo al mondo e che ancora non ci incontra, me e l’esposo. E hanno parlato le cose che ho cercato, e che in qualche modo mi ritrovano sempre.Il gioco è stato una vertigine, un rantolo, un subbuglio, ma anche un punto quieto del mondo. E’ stato, come direbbe Robert Schneider, ascoltare un battito. E non dormire più.Allora, Silvia, grazie. Aspetto la tua quinta, e quella mezza che lascerà un varco presente e possibile. Io intanto, ti tengo aperta la porta. Sul nuovo anno.N.Roma, 31 dicembre 2007
Cinque di cinque e mezza – Memoriale
Ho amato quel tuo sguardo
Che si posa su di meFagotto freddo
Nel portabagagli

A dodici anni
Attonita e stranita

Ho amato te
Con le tue dita sul megafono

Troppo gracile per reggere
La tenda ed il bastone

Ho amato te
Gomitolo in poltrona

Persa nel vizio del mio amore
Dichiarato per sempre sotto pelle

I gatti lo sapranno
E tu lo sai

Ma tu lo sai
Che siamo? E siamo

Sono. Ti ho amata dal mio gineceo
Dallo sdegno delle mie troppe ragazze

Dalla nausea che grigia si dipinge
E che tu compri con la tua paghetta

Vorace districata immersa
Amore è stato per le tue carezze

Quelle che non hai dato al mio ginocchio
Nel palco di un teatro

Ma hai tremato
Sotto un vestito di lanetta

Primo rossetto mora che mi alletta
La tua angoscia svetta

Ti ho vista bermi bianco e dolce
Nei bicchieri bassi bassi e tondi

Vicino ai vecchi giocatori di tressette
Irati per le tue arrendevolezze

Ti ho tormentato la notte dopo le visioni
Querelle di porto e la scoperta

Di questo corpo stretto dentro ai pantaloni
Ho morso i tuoi capelli ti ho divorato con la pancia

Balena adulta senza forma di riscatto
Ho preso al laccio quel tuo essere gettata

Ho visto spaginarsi il libro che ti ama
Senza nessuna questio ti ho narrata

Sono la tua memoria adulta incappucciata.

**

Quattro di cinque e mezza

A nessuno devi sorridere così
Mio padre che citava Mann
Questa sì che era un’occasione
Che non andava persa

Questo tu mi narravi
Distesa come neve che arde bianca
Sulla luminescenza della pelle
Che solo io potevo tormentare

Sei stata luccicanza di bambino
Lo stretto mio contegno sul divano
Cuscini sopra al petto
Sconcerto d’oro in fronte cuore retto

L’amore per le forme tutte
Impresse spennellate scritte udite
Il pozzo in cui ho messo e con nessuna esitazione
Ogni mio imperscrutabile segreto e il mio contegno da ragazzo

Di me hai narrato detto fatto accarezzato
Hai mescolato la conserva di lacrime e di fiotti
Rassettato la casa dei rimorsi
Decostruito la saudade ridisegnando ogni mio porto

Sei stata la mia musa mentre alzavo sottogonne
Slacciavo reggiseni di ragazze magre e informi
Hai fumato le mille sigarette
Rubandole alle labbra che non osavo chiedere di notte

Sei stata il maschio che mi guarda entrare in una donna
Arrossire titubare confondere piegare
Sei stata la ragazza dai capelli rossi
Che si fa prendere impudica al laccio del tramonto

La cavallina che gioca nuda nel recinto
Schiena inarcata gomito per terra
La donna che abbandona il suo abbandono
Il cormorano che hai lasciato beccare sul tuo seno

Le notti consumate come sigari smezzati
Osare l’indicibile per poi riporlo casto nel riparo
Lo spazzolino sui miei sogni più confusi
Lievito madre che moltiplica gli abusi

Sei stata sposa bianca e cagnolino
Mimosa dentro al libro scivolato senza avviso
La lettera rubata dal rimosso
La consapevolezza del bisogno

Il menestrello instancabile svegliato
Dal suono incontentabile di un tango a piedi nudi sul selciato
La sconvolgente vertigine portata sulla schiena
Sui cui si piove e cui si chiede venia

Sei stata la bellezza dell’inginocchiatoio
Foderato di seta e ricoperto dal cerchio tuo mancino
L’imprecisione di tutte le scadenze
L’illusione benedetta di certezza del persempre

La cantatrice ebbra di ogni norma
Della mia anima sedotta innamorata della forma
La gracile nereide fatta d’acqua
Che solo io contengo quando la notte agli occhi impazza

**

 Tre di 5 e mezza
Tu la mia sconosciuta
Avrai di certo una gonna ed un mantelloAvrai dita che sanno cos’è un morso
Un pancia che racconta le ore d’ozio

Avrei le gambe di una tontolina
Sei contadina alle cose in tribunale

Non porti dote che non sia
Di desiderio

L’inesperienza di te
Mi porgi come un velo

La culla in cui mi metti ha la misura
Di me che ho età d’indefinibile paura

Mi sogni e sono giorni e anni
Che ti prepari a osare nella mia cucina

La lingua madre ti continua a dire
La tua abitudine a un paese sconosciuto

Mi porti un padre che porta in grembo te una madre
Avete mani vuote e corpo tondo

Sono lo spazio della conca d’acqua
Che in sogno disegnate con la bocca intorno

Son l’unico ad avere un padre incinto
La madre con i seni vuoti che goccia tutti i mesi

Vi vedo te e mio padre ricavare
Lo spazio che mi faccia respirare

Amo di te e di voi il sapermi trattenuto
In cui possa sentirmi abbracciato e sostenuto

Son uno e trino maschio femmina ed ho un cuore
Su cui col puntaspilli hanno lasciato

La cicatrice che voi portate come un fiore
Spogliandovi a priori del dolore

Vi preoccupate di trovare le parole
Per me disoccupate le vie del vostro amore

Amo di entrambi la certezza di mancanza
Che ha costruito dentro di voi solo per me

La grande bianca aperta salda stanza

**
Due di cinque e mezza
Hai mosso i sentimenti
Come le mani l’acqua
Dentro al secchioPer anni lunghi
Ophelia nella stoffa
Appena a fiore

E lo vedevo io che i piedi
Volevan dondolare
Giù dal lettino
E correre la corsa
Sottovuoto

Ti sei addentrata al mio teatro
Coperta del tuo nudo
Di tutti i tuoi costumi osando scempio

Nervosa irriverente ed aggressiva
Ti ho vista infine ogni tua volta
Depositare timorosa fragilità di sogno

Hai fatto il tuo quarto potere
Col copyright sul palinsesto della notte
Rendendo i giorni messa in scena
Di tutti i tentativi zoppi
Irrisolta panoramica sui corpi

Ti ho vista far la rana
Gorgogliare per un bacio
Proserpina gridare un’eco sconsacrata

Non lasciare mai niente nella stanza
Se non la solitudine dei due
Poeti malviventi in contumacia

Imbruttita scurita gonfia tonda
Col reggicalze seducente nella gonna
Passare le tue dita nella stoffa
Muovere il tacco come spillo dentro al cuore
Affilare il coltello alle parole

Ho protetto la tua nuca con il palmo
Tenuto la mia mano sulla pancia
Baciato gli occhi del risentimento

Ti ho dato il seno maschio che non basta
Capezzolo senz’acqua a bocca arsa
Cullata sulle gambe in cilicio di ginocchia

Nutrita la tua sete di sapere
Della materia che si smuove nelle vene
Intirizzita ti ho vista meditare
Fuori dal mio portone barcollare
Ho bussato con le tue mani alla mia porta

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Una di cinque e mezza*
Sei venuta vieni ancora
Il passato è passato piano
Su di te e al tuo fianco
Lasciando la traccia umida
Di una lumaca epilettica
Su tutte le forme del tuo tatto

Ventre piatto
Di te sussurro ogni notte
La rotondità dei sensi
Mugolio gravido in assenza
Gradiva la signora un mazzolino di violette

I tuoi seni da ragazzina
Che romantico e melodico e barocco
Ho stretto al petto
Sono i miei fiori tondi
Legati alla gentilezza di una ruga
Il segno di un frustino
Che porti con la bocca alla mia mano
Affinché passi il segno come gesso
Per tutte le porte che si conoscono
Come una stella gialla
Sei notte di cristallo

Vergine alla placenta
Nata a settembre
Hai divorato i figli monchi
Facendo manifesto errato orrore
Dei tuoi versi

Sei allodola che strappa
La cerniera del mattino
In fretta

Prendi alle labbra la salvaguardia del mio sesso
Dicendo che sei goccia intermittente
Nel tormento del ruscello

(Nerina, 2007)
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Ascoltando Silvia che legge Silvia

Silvia Molesini legge Stanotte proteggiamo i gatti, di Nerina Garofalo

Silvia Molesini legge Il letto è un fiume che ritorna di Nerina Garofalo

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Nerina Garofalo legge Silvia Molesini da Nascita e Morte, titolo provvisorio

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Nerina Garofalo legge “Benemente”, di Silvia Molesini

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Nerina Garofalo legge Silvia Molesini da Nascita e Morte, titolo provvisorio

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A silvia, letta da Nerina, per Silvia

3 commenti

  1. Ti ho trovata, Nerina ! Sono bellissime le poesie che sei riuscita a salvare. Mi sono sentita come un pollo trapassato da uno spiedo, da parte a parte, ma il sangue è stato più copioso e il sorriso, dentro il cuore, grande. Buon 2012 e non ti dico ad majora, perchè sembrerebbe un augurio per cose più grandi (più grandi di queste?) .
    Blumy

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