• ancora colori

    Ph Nerina Garofalo – MUA Daniela Argiolas e Gino Pandolfi – Organizzazione InAutomatico

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  • rispondendo a un invito

    Marina Agostinacchio ha aperto, nei giorni del lockdown, un blog di condivisione fra donne. L’invito a passare e partecipare, che ho potuto accogliere solo in lettura, ha prodotto una riflessione che ho condiviso oggi per il suo blog. La metto anche qui, a segnare il perché di tanto silenzio in questo tempo.

    Il cielo in una stanza – Le donne si raccontano 

    Qui sotto, in audio, la mia condivisione inviata alle loro pagine

    *

    Ph Nerina Garofalo

  • Eurialo e Niso

    Niso disse: “Gli dei forse aggiungono ardore ai cuori, Eurialo, o la propria terribile passione diventa per ciascuno un dio? O il cuore mi agita lo scontro, o a tentare da tempo qualcosa di grande, e non è contento della placida quiete?”
    (Virgilio, Eneide libro IX)

    A proposito di congiunti, amici, innamorati e solitari— Credo che oggi ci troviamo di fronte a qualcosa di ancor più difficile da comprendere e tenere fra le dita della quarantena. Qualcosa che richiede un posizionamento in un luogo non definito, nel quale la parola che si sente venire dalle conchiglie perse di un mare non varcato è la parola distanza. Come se il giorno cominciasse, sempre, con una strana saudade, con una nostalgia del possibile e del non accaduto, di ciò che non accadrà.
    Raschiamo il fondo del barile dei ricettari, delle scatole dei ricordi, delle biblioteche familiari, avvinti ai nostri piccoli domestici compagni come a scogli e coralli di una bellezza ritrovata, e diventiamo abili in tessiture di reti che mai prima avremmo messo al fuso o al margine di questa nostra goletta, in secca dentro casa.
    Come se costruissimo giganteschi e incontenibili galeoni, e disegnassimo allo stremo l’ossimoro del nostro mare che vorremmo ancora in tempesta. Ci interroghiamo sulla natura, sulla natura delle cose, e in tutto questo non fare, operoso e pervicace, ricordiamo a noi stessi che occorre lavorare, produrre, ricreare un’ipotesi, fosse pure costretta, di normalità. Di normalità nell’enormità del mare fermo. Del mare dentro.
    In tutto questo, usiamo le parole, sovrabbondanti e accattivanti, e ci sentiamo zitti, zittiti, afasici, ingombri ed ingombranti, erosi dal silenzio che troppo rumoreggia.
    Io non so, non comprendo bene ancora, non mi interrogo se non lateralmente, Però qualcosa intravedo, pre-sento, provo a dire a me stessa. E questo abbozzo di discorso, questo qualcosa fatto di parola tentata, ha pudore di sé.
    Leggo oggi diffusamente la parola amore, l’ho usata e la tengo stretta. Ma siamo, non dimentichiamolo, l’albergo degli ossimori, la stanza a ore dello scontento, il Motel Supramonte.
    Quanto potrei durare io, quanto noi potremo, in questa nostra keatsiana capacità negativa?
    Quanto potremo stare nell’indeterminato senza riprendere fiato?
    Ecco, forse, io vedo all’orizzonte il mio Eurialo, quello che posso immaginare tratteggiato in una nuova alleanza sociale, che si fonda sulla domanda aperta, sull’esclusione del pre-giudizio, eppure fortemente si aggancia a una strategia dell’oggi, che il domani lo disegni a passi, che il futuro lo metta in conto come la profonda avventura di un qualche dopo di noi, dopo Covid, dopo-tutto.
    E intanto? Intanto cerchiamo tutti di non sbagliare, di non mettere un freno alla nostra meraviglia e allo stupore, alla sorpresa del possibile, del tentativo, del sentiero.
    Sapendo però che la certezza, la strada ferma, il passo certo, mai come oggi ci arrivano sottratti. E forse quindi, nemmeno noi dobbiamo essere a cercarli. Non desidero una promessa, non desidero alcuna certezza, desidero una con-vivenza. Virtuosa.

    **

    (Ph Nerina Garofalo – Model Vera)

  • Lettera a Parigi
    #unacosatuaindono
    #Covid19
    #abbracciovirtuale
    #iorestoacasa
    Con Giuseppe VarchettaDario D’Incerti (il nostro meta editore) abbiamo deciso di donare alla comunità domiciliare che viviamo un taglietto d’affetto, come avrebbero detto Battisti e Panella. Così, da oggi, il secondo Taccuino parigino che abbiamo autoprodotto con Pino e Dario in sole 100 copie cartacee fuori commercio è da stanotte un ebook gratuito scaricabile dal link qui sotto. Basta iscriversi a Lulu (è una iscrizione gratuita), e scaricare il pdf. 
    E’ piccolissima cosa, ma è un segno. Doveva essere una cosa quasi privata, diventa ora un abbraccio, come si può. Chi avesse difficoltà ad iscriversi a Lulu può chiederlo anche a noi, direttamente.
    Anche in questo caso, come per il primo taccuino (pubblicato da Gilberto Gavioli) c’è qualcosa di assai strano: in quel caso, il libro uscì un mese prima dell’attentato al Bataclan, e quindi non lo presentammo se non per radio, a Milano.
    C’erano alcune incredibili coincidenze, perché la poesia e la scrittura, a volte, accedono a qualcosa di misteriosamente presente, e non visibile. In questo, in esergo, Rilke recita: “Quanti esseri umani si sono sfiorati ignorandosi per non aver trovato il tempo di abituarsi l’uno all’altro” (R. M. Rilke, Lettere)
    Buona lettura, abbracciati ai bit.
    Vogliamo ringraziare Rossella Maiore Tamponi che, in forma privata, ricevendo le bozze, del libro ha compreso ogni immagine e parola, con la grazia che la contraddistingue. Cara Rossella, la tua copia cartacea è ancora qui, superato il corona ti arriverà, piena piena di gratitudine e affetto.
    Un altro grazie con abbraccio Catia e alla Libreria Fahrenheit che hanno seguito la genesi del libro con affetto.
    http://www.lulu.com/…/lettera-a…/ebook/product-24466567.html
  • #questaèlamiacittà

     

    La vita e una ragazza*

    Ancora una volta la mia meta è Parigi. Sono una un po’ distratta, io, e quindi a volte devo tornare. Visito i luoghi come se fossero occasioni, che prendo al volo e in qualche modo perdo.

    Ci sono stata da ragazza, a vent’anni, con degli amici d’università. Ci son tornata molte volte, dopo. Per lavoro, per gioco, per amore, per fare compere, a Natale, sugli Champs-Élysées. Per visitare Versailles e La Défense, per una lunga retrospettiva su Truffaut.

    Sono una testa matta, io. Per questo l’amo. Perché è scomposta e imprevedibile, certa e sfuggente insieme. Struggente, disadorna, composta, ben educata, rispettosa e severa, non troppo linda, laboriosa e potente.

    Ho appena quarant’anni, e non mi sono mai sposata. Sono dieci anni che ho con un uomo, in quella che si direbbe, sui social, una relazione. Non matrimoniale ma stabile. Fatta di lunghe serate e lunghe notti, di chiarore del tramonto, ma quasi mai un mattino, spesa al mercato, a fare in due le cose spicce, le cose delle case, prendere il pane in drogheria o le ricette dal dottore.

    Ed è così che a me sta bene. Sono una birichina, io. Devo sorprendermi spesso. Per poter vivere bene mi devo sempre un pochino ingarbugliare. Devo stupire e poi prendere, essere presa e lasciata, esser sedotta, incantata. Ed incantare. Sono antipatica, presuntuosa, e persino disturbante.

    Parigi è questo lungo strascico di vita. E vite in ogni cosa. Per questo io l’amo. Polivalente, può stare bene indosso a un arabo, a un cinese, a un italiano. Ma poi ti incastra, ti chiede somiglianza, si rifà rigida, modella. Per questo non ci vivo. La visito, la prendo. Mi prende e mi rilascia. Andare via. Poi torno.

    Ci ho fatto tutto, a Parigi. Un po’ come se vivi a Londra: puoi spaziare. C’è una eleganza discreta che attraversa persino quei quartieri periferici, fa letterario persino se io ti vendo pesce al banco. Ti puoi sentire film romanzo, tavola di fumetto, opera d’arte. Ovunque tu ti trovi, chiunque tu impersoni, sei il tuo vivere.

    Quando ci arrivi, come ci arrivo io, da fuori, sai che poi lì tu lo sarai elegante. Sempre.

    Come una parigina su gambe da gazzella, pure se prendi in prestito tre giorni a un’altra vita.

    Sei come Jeanne Moreau, come Catherine Deneuve, come la Ardant, come due Ardant. Puoi pure avere più di 50 anni, resti per sempre bella. Suadente, morbida, distinta, incastonata. Determinata e furibonda.

    Fai sesso sempre, come se fossi in un romanzo della Campo. Che lì ci è andata vivere. La vive. E t’innamori, rantoli, ti ci contorci, sei francese. Come in due film di Bertolucci, come in un film di Ozon, di Frédéric Fonteyne.

    Come se avessi sempre una stanzetta dove fai tu le cose, ed esci, torni, ti ridiventi te. Perché non è Milano, o Londra, né Berlino. E’ proprio lei, Parigi. Che trasgredisce tutto e poi si sana, ci ridisegna sopra il cinema, la vita. Bande dessinée che scorre e torna in Eliseo.

    Ci ho fatto tutto, io, à Paris. Studiato ai tavolini tondi dei due Café col nero, visto le messe in chiese da paura, tutte cantate, preso le bici e corso, bevuto ostriche col vino al tavolino, anche in inverno. Versato vino forte, zuppe con le cipolle, insacchi di maiale.

    Persino, in un momento di innamoramento che è no-limits, l’uomo che amavo mi ha portata a prendere un corsetto, nero e liscio (no di quelli belli, rigidi e setosi, coi lacci, coi merletti) in una strada quasi a luci rosse. Quartiere Saint Denis. Me lo ha mostrato, messo indosso, e chiesto di portarlo lì, in cabina. Una delle cabine di un Peep Show. Insomma, ci ho fatto quasi l’entreneuse, persino, io a Parigi.

    Ci ho camminato ferma nella pioggia. Come Campanellino ho riso nella notte e svolazzato, preso dei fiori ai chioschi, fatto l’amore in tre, ed in quattro, visto vetrine che io mai potrei, scritto in ginocchio al limitar dell’acqua, in mezzo al verde. Fatto da specchio a quei murales di MissTic che fanno sesso senza dirlo, sfiorato per un mese gli attentati. Al Bataclan e altrove. Pianto sotto la sede di Charlie.

    E poi, ho sentito forte quel silenzio. Perché c’è questa cosa nuova qui, che non conosco ancora, non conoscevo prima, che mi spaventa un po’. In silenzio. E’ quel silenzio. Quello del dopo bomba, quello di quando ti entra accanto un tuo vicino, con lo zainetto pieno al supermarket. Quello che: il velo mai, dovrebbe dire.

    Se ne andrà mai? Potrò, di nuovo, qui, io disconoscerlo il silenzio? Disimpararlo? Come con gomma pane cancellarlo?

    Stavolta son tornata qui con un biglietto premio. Mi vesto da MissTic, stasera. Mi metto su con una maglia morbida e i capelli, perché a Parigi mica che han tutte quei caschetti neri, o quelle zazzerette bionde, corte.

    Metto due tacchi sulla mia gonna in pelle, un reggiseno in pizzo ed uno scialle morbido, andaluso. Quasi mi velo, così poi mi si rivela, mi si sveste.

    Io sono un po’ bizzarra, senza tetto. Faccio più Agnés Varda, Dardenne, Leconte. Voglio portarla via, appena posso, la vita che non vedo.

    Fare la vita, senza vederla vivere, svanire. Sono dimenticanza, senza ripetizione, non sto ferma. Per questo sono a Parigi. Questa è la mia ragione. Voglio suonarla, io, Parigi, e tatuarmela, col fuoco, ad occhio aperto.

    *INEDITO di Nerina Garofalo in  “Complice Parigi”, work in progress. In prestito allo slam #questaèlamiacittà 

     

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    Ph Nerina Garofalo – Model Azzurra Silvestri
  • Alice vista da Nerina
  • Alice vista da Nerina
  • Colori
  • Priscilla vista da Nerina

    Ph Nerina Garofalo
    Model Priscilla E. Onakpovhie,
    MUA Claudia Passacantilli

    Concept by Nerina Garofalo, Riccardo Vinci e Cristian Vinci
    Luci Riccardo Vinci e Cristian Vinci
    Studio di posa #InAutomatico

    #magic

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    #mimo

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    #geisha

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    #CézanneMood

    da iPhone Nerina