Ph Nerina Garofalo
Models Laura e Liz
Luci Riccardo Vinci


















Il blog di Nerina Garofalo


Foto e montaggio di Nerina Garofalo – Concept Studio Vinci – Ha gentilmente interpretato per il video Mara De Silvestri.

Foto e montaggio di Nerina Garofalo – Concept Studio Vinci – Ha gentilmente interpretato per il video Mara De Silvestri.

In memoria e con gratitudine – Ritratto apocrifo di Donatella Colasanti – Foto, narrazione, voce e montaggio di Nerina Garofalo – Testo inedito di Silvia Molesini – LottangoloBlog – 8 Marzo 2023 – Licenza di sviluppo su piattaforma Canva.

Torno in teatro dopo molto tempo, nonostante i dolori che freddo forte di questi giorni incrementa, per vedere finalmente, qui a Roma, recitare Cinzia Greco, con la quale con Riccardo abbiamo spesso scattato, anche per progetti veri e propri.
Bravissima come modella, ero certa che ci sarebbe piaciuta in teatro, e volevamo che ci sapesse vicini in questa sua bella presenza romana.
Ecco che così, ieri, a Centrale Preneste Teatro, in mezzo a bimbi e bimbe fra i 4 e 6 anni, in mezzo a genitori vitalissimi e attenti, siamo entrati in una atmosfera straniata e straniante, seduti in terza fila e laterali, con l’idea di catturare con le Canon qualche scatto bello da donare a Cinzia.
Ma è successo, è successo che, come avviene nelle favole, come avveene nel teatro, la scena ci ha rapiti, avvolti nella musica, prigionati del tempo della rappresentazione, fino a far volare e trasformare lo spazio, fini a farci vivere le piume d’anatroccolo come pelle anche nostra, fino farmi sciogliere in lacrime e lacrime, che non ricordavo così tante, alla nascita del cigno.
Per ragioni biografiche la storia mi trafigge, non pensavo a questa vita fitta di abbandono, di perdita e di trasformazione da quando ero piccola, eppure mi è arrivata intera e dritta al cuore, quasi fosse un lama di ricordo di madre, a riviverla a teatro, grazie a Cinzia ed a Crest CoopTeatrale.
Lei bravissima, davvero un uccellino, che rotola da anatroccolo e cinguetta, un anatide bianco bianco e piumato piumato, con tanto di perdite, dolori, insicurezze, solitudine, minacce scampate, ed infine con la scoperta di sé e della propria bellezza, a cui Cinzia regala grazia, intensità, agilità e tenerezza splendenti.
Bravi tutti, bello il teatro, la compagnia intera, bravissima l’insegnate che ha introdotto per i bambini lo spettacolo e guidato l’ascolto.
Era come trovarsi, con dietro il covid, qualche mascherina, e la paura delle guerre, in una specie di culla protetta, magica, abbagliante.
Non so se ho pianto più per questo, per questa strana resistenza al tempo nostro che ci dà l’arte, il teatro, l’ascolto delle storie, o per quel piccolo anatroccolo, che dice di sé: sono brutto. Aver visto fiorire le piume su bianche e grandi ali è stato catartico, avvolgente, emozionante e quasi insostenibile.
Le lacrime ci salvano dalle emozioni perché ne fanno dono fuori, così alla fine sulle mie lacrime a dirotto con Riccardo abbiamo riso. Abbiamo riso felici, di essere lì, di aver visto in Cinzia una eccellente attrice, di aver condiviso coi bimbi non nostri la gioia e la commozione di tutti.
Grazie quindi a Cinzia, e ai suoi colleghi in scena e fuori, grazie a Centrale Preneste, grazie al teatro per esistere e resistere.
Se tornano a Roma, non perdeteli, non toglietevi questa magia, questa emozione, questo dono.
















(Alessandra, grazie e scusa dei tanti sorrisi non colti)
Mentre ero qui a casa, lavoravo da sola,
coi rumori di strada che si fanno attutiti,
un fiore è sceso piano, e poi nel fragore
di vento, dal quieto cieco di un balcone.
Era credo un anemone, ma spoglio di tutte le foglie,
coi suoi petali bianchi e la corolla scura.
Si è avvinto al cancello come un’edera ferma,
e davanti a quei petali, si aprivano gli occhi
di una giovane donna, la signora
dell’albero. “Che cosa farà, lì da solo,
quel fiore, lontano dal suo mazzolino?”
Per quel che ho è saputo nel tempo di lui,
aveva lasciato il suo bel mazzolino
in cerca di un diverso calore e colore.
Qualcuno mi dice che spesso passava
dagli Orti di Rosa Raimondi.
Garibaldi! Chissà forse se un frutto
ha un colore migliore di quello dei fiori.
Non si sa, dell’Anemone bianco, se fosse
un po’ triste, o provato.
Dal tempo d’azzurro del cielo
si incontrava di rado.
O forse, ero io un po’ sfuggente,
benedetta la fretta, non guardavo
davvero negli occhi né fiori né cuori,
e nemmeno quel fiore, d’anemone bianco.
Così, quando in nullo vestito, è rimasto
per strada, mi dicono, per tanto di tempo,
posato su cartoni e alla fine coperto
da un telo sin troppo sottile,
ho rivisto una pupa di stoffa che si voglia
salvare da sole e da pioggia.
La signora dei frutti dell’albero dice
che a vederlo posato al cancello,
poi col rosso di rosa non data
sull’asfalto per tanto, l’era presa paura.
Ma paura di cosa? “Non poteva, se e forse,
avere bisogno, quel fiore, l’anemone bianco,
di qualcuno che passasse lì accanto
a sentirne il respiro? [Se] respiro
o dolore?” La signora dei frutti dell’albero
mi ha detto che non è più riuscita
ad andare dal fiore. È rientrata
e ha chiamato. “Polizia per i fiori”
diceva sconnessa. “E’ che avevo paura,
paura profonda. Poi… paura di cosa?”
Di essere tutti un po’ fiori,
io pensavo ascoltando,
E nemmeno così forti da dirlo
nel silenzio che duole.
Per fortuna, o per caso.
Noi non soli nel cuore.
Sperando– che un’eclissi,
non venga a svelare, improvvisa,
quel bianco furore che preme.
e conduce l’Anemone al sole.
(Roma, 10 gennaio 2023)

Fra tradizione, lavoro, fotografia e letteratura, un omaggio alla ricchezza delle mani.
E, pensando ai disturbi alimentari, un omaggio ad Alina Reyes, per chi ama leggere.














Grazie ai lavoranti e al proprietario che hanno con cortesia e gentilezza lasciato che catturassi i due processi di lavoro nei primi giorni di questo nuovo 2023
Da loro ci sono prodotti caseari eccellenti fra i migliori a Camigliatello silano (CS).
La Sila ha sempre dentro poesia e narrazioni.


Ph Nerina Garofalo – Workshop dei Master Cristian Cambioli e Valentina Pieri. Studio Klicc Art Academy. Model Daisy Ciotti






















e con gioia sempre



Da un po’ di tempo (orientativamente dal Covid, che ha reso le Videochiamate una salvifica abitudine, una possibilità di vedersi oltre la “maschera”, magri senza) rilevo una incrementale confidenza e contaminazione di pubblico e privato. Altro che anni 60 e 70. Tutti noi che rispondiamo spesso, salvo che con clienti conclamati, nelle condizioni più diverse e private. In pigiama, coi capelli del risveglio, dal letto, mentre pranziamo, prendendo un caffè. Il Covid 19 ci ha reso più umani. Non solo fra parenti e amici, anche nelle comunità professionali, nei gruppi di militanza.


Una confessione cinematografica che avrebbe amato Truffaut, del nostro io profondo, quello che mentre lavora e comunica “è”. Un po’ comodo nelle proprie fragilità, o magari immerso in una sperimentazione identitaria. Nuovi look, scelte estreme.
Perché, in fondo, parliamo da casa. Si verifica quello che Maturana e Varela rilevavano negli anni 90, al diffondersi delle email, notavano: un abbassamento delle gerarchie, una sorta di aggressività del sé che si affermavano schermati nelle relazioni dalla distanza e dalla scrittura.
Il paradosso che noto con curiosità è il passaggio di molti alla dimensione espulsiva, in genere liquida, durante alcune le videochiamate. Il chiamante e la chiamante, garantiti dal fatto che insomma, comunque siete andati voi a casa sua, a un certo punto della conversazione oscura e il video dice: “scusa, passo un attimo dal bagno”. O anche, più disinvoltamente, si reca in bagno e in piedi o assis@, mette il “mute” e riprendendo dice: “scusa, senti rumore perché tiro l’acqua”. ”Altri non dicono nulla e occultano, ma lo capisci dai silenzi e dal cambiamento di passo che,passo passo, ti descrive un percorso. Credo lo si sia fatto tutt@, in questi due anni, prima o poi. Ognuno a modo proprio. Quando lo fa una femmina, penso sia una sorta di intimità amicale impagabile. Quando lo fa un uomo un po’ mi fa sorridere, essendo cosa cinematografica immaginare che parli con l’oggetto del benessere espulsivo in mano. Credo che la realtà pandemica ci abbia reso più onesti e oneste, confidenti, al sicuro nella dualità di whatsup, nella gruppalità di zoom. Ci mostriamo anche stanchi, non performanti, esistenzialisti e un po’ verdoniani, ci esponiamo alla visione di noi, e cerchiamo di riconoscere nell’altro quell’aria da vicini di casa, da ragazzini di Sergio Leone. Prima o poi mangeremo una charlotte mentre qualcuno ci propone un seminario, magari dicendo che in fondo va bene così. Ed è vero. Ci rende autentici, anche se potremmo essere forse più attenti al confine dell’altro. Ho amici, colleghi, maestri, inappuntabili. Donne e uomini. Raramente apparsi in video call se non assolutamente a proprio agio nella loro perfezione di capelli e barbe a posto, giacche da camera eleganti, seducenti sottovesti mattutine o accappatoi che sono morbidi fin qui. Io li adoro, perché attraversano la tragedia epocale di guerra, pandemia, medicalizzazioni, sterilizzazioni, irruzioni atomiche con una salvaguardia che come uno scafandro dolcissimo eleggono a protezione visiva dalla loro paura, incertezza, assenza di senso che sono a volte anche le mie. Sono l’altra parte di una luna che ha solo un luogo madre vuoto dentro, e che ognuno di noi nutre di placenta come può. Ecco, a tarda sera, questo piccolo diario. Volevo forse, solamente, per non pensare buio, “dormirmi addosso”. #nottebuonadaquestacasa
