• Diario intimo “no post” covid

    Da un po’ di tempo (orientativamente dal Covid, che ha reso le Videochiamate una salvifica abitudine, una possibilità di vedersi oltre la “maschera”, magri senza) rilevo una incrementale confidenza e contaminazione di pubblico e privato. Altro che anni 60 e 70. Tutti noi che rispondiamo spesso, salvo che con clienti conclamati, nelle condizioni più diverse e private. In pigiama, coi capelli del risveglio, dal letto, mentre pranziamo, prendendo un caffè. Il Covid 19 ci ha reso più umani. Non solo fra parenti e amici, anche nelle comunità professionali, nei gruppi di militanza.

    Una confessione cinematografica che avrebbe amato Truffaut, del nostro io profondo, quello che mentre lavora e comunica “è”. Un po’ comodo nelle proprie fragilità, o magari immerso in una sperimentazione identitaria. Nuovi look, scelte estreme.

    Perché, in fondo, parliamo da casa. Si verifica quello che Maturana e Varela rilevavano negli anni 90, al diffondersi delle email, notavano: un abbassamento delle gerarchie, una sorta di aggressività del sé che si affermavano schermati nelle relazioni dalla distanza e dalla scrittura.

    Il paradosso che noto con curiosità è il passaggio di molti alla dimensione espulsiva, in genere liquida, durante alcune le videochiamate. Il chiamante e la chiamante, garantiti dal fatto che insomma, comunque siete andati voi a casa sua, a un certo punto della conversazione oscura e il video dice: “scusa, passo un attimo dal bagno”. O anche, più disinvoltamente, si reca in bagno e in piedi o assis@, mette il “mute” e riprendendo dice: “scusa, senti rumore perché tiro l’acqua”. ”Altri non dicono nulla e occultano, ma lo capisci dai silenzi e dal cambiamento di passo che,passo passo, ti descrive un percorso. Credo lo si sia fatto tutt@, in questi due anni, prima o poi. Ognuno a modo proprio. Quando lo fa una femmina, penso sia una sorta di intimità amicale impagabile. Quando lo fa un uomo un po’ mi fa sorridere, essendo cosa cinematografica immaginare che parli con l’oggetto del benessere espulsivo in mano. Credo che la realtà pandemica ci abbia reso più onesti e oneste, confidenti, al sicuro nella dualità di whatsup, nella gruppalità di zoom. Ci mostriamo anche stanchi, non performanti, esistenzialisti e un po’ verdoniani, ci esponiamo alla visione di noi, e cerchiamo di riconoscere nell’altro quell’aria da vicini di casa, da ragazzini di Sergio Leone. Prima o poi mangeremo una charlotte mentre qualcuno ci propone un seminario, magari dicendo che in fondo va bene così. Ed è vero. Ci rende autentici, anche se potremmo essere forse più attenti al confine dell’altro. Ho amici, colleghi, maestri, inappuntabili. Donne e uomini. Raramente apparsi in video call se non assolutamente a proprio agio nella loro perfezione di capelli e barbe a posto, giacche da camera eleganti, seducenti sottovesti mattutine o accappatoi che sono morbidi fin qui. Io li adoro, perché attraversano la tragedia epocale di guerra, pandemia, medicalizzazioni, sterilizzazioni, irruzioni atomiche con una salvaguardia che come uno scafandro dolcissimo eleggono a protezione visiva dalla loro paura, incertezza, assenza di senso che sono a volte anche le mie. Sono l’altra parte di una luna che ha solo un luogo madre vuoto dentro, e che ognuno di noi nutre di placenta come può. Ecco, a tarda sera, questo piccolo diario. Volevo forse, solamente, per non pensare buio, “dormirmi addosso”. #nottebuonadaquestacasa

  • This Property Is Condemned

    Ph Nerina Garofalo – Model Cinzia GrecoSet Stazione ferroviaria di Camigliatello Silano. Grazie a Riccardo e Cristian Vinci per il supporto e la presenza creativa e affettuosa sul set. Grazie a Cinzia Greco per aver interpretato con grazia e intensità anche questo contest.

    «Perché fai sembrare tutto speciale?»
    (Owen)

    The little sister

    The older sister

    Portraits of both sisters

    (Contest and photo by Nerina Garofalo, August 2022)

    Il film

    • Questa ragazza è di tutti (This Property Is Condemned) è un film del 1966 diretto da Sydney Pollack. È ispirato al dramma di Tennessee Williams Questo luogo è proibito. Il titolo originale significa “Questo edificio è pericolante” e si riferisce tanto alla locanda-pensione Starr, ormai abbandonata, quanto alla protagonista Alva, nevrotica, disperata sognatrice, dal precario equilibrio psichico, divisa fra una favolosa vita immaginaria (rappresentata dal vagone abbandonato Miss Alva, decorato per lei dal padre) e una degradata realtà quotidiana (rappresentata dalla pensione), destinata alla sconfitta. L’atto unico di Tennessee Williams, This Property Is Condemned (o Forbidden), si limitava a mettere in scena l’adolescente Willie che, camminando lungo un binario morto, raccontava la tragica storia della sorella maggiore ad un coetaneo incontrato per caso. Nella trasposizione cinematografica questa diventa invece solo la cornice narrativa di un lungo, unico flashback, molto più dettagliato (in Williams, erano assenti le allusioni alla Depressione e la storia d’amore era solo tratteggiata) che diventa una sorta di “nuovo” testo williamsiano, ispirato ai suoi temi e al suo stile. […] Nel pieno della grande depressione, nella cittadina di Dodson, nei dintorni di Memphis, la locanda-pensione di Hazel Starr è il ritrovo abituale di ferrovieri e viaggiatori. Senza il sostegno del marito, andatosene anni prima, la donna, rimasta sola con le due figlie, l’adolescente Willie (narratrice della storia, in flashback) e la giovane Alva, sfrutta come richiamo per gli affari l’affascinante figlia maggiore, con l’intenzione di sistemarla con un ricco uomo di mezz’età in modo che tutte e tre possano abbandonare quella vita di miseria. I suoi piani sono sconvolti dall’arrivo di Owen Legate, che affitta una stanza presso di loro per qualche giorno, e del quale Alva si innamora, perché per lei lo straniero rappresenta quel mondo fantastico che finora ha solo potuto immaginare, il sogno della grande città, New Orleans. Lui ne respinge fermamente le attenzioni, perché non gli piacciono i modi aggressivamente seduttivi della ragazza (crede che lei non si limiti a flirtare con gli avventori della locanda, ma conceda loro anche il proprio corpo) e perché sa di non poter stringere legami con gli abitanti del luogo, a causa del suo incarico: è stato inviato dalle ferrovie per operare un massiccio piano di licenziamenti, che potrebbe significare la rovina per l’intera Dodson, che sopravvive solo grazie alla presenza di uno scalo ferroviario. La rivelazione del vero motivo della presenza di Owen in città causa la violenta reazione dei ferrovieri, un gruppo dei quali arriva a picchiarlo. Alva, dopo un’iniziale reazione negativa per solidarietà verso le persone con cui è vissuta, lascia prevalere l’attrazione per lui, il quale infine cede al suo fascino e ne ricambia i sentimenti. Owen vorrebbe portare con sé Alva a New Orleans ma, alla vigilia della partenza, si convince, a torto, che lei abbia preferito il legame con un ricco pensionante organizzatole dalla madre e l’abbandona, deluso. Alva, con il cuore spezzato, si ubriaca e per spregio nei confronti della madre che ha rovinato le sue possibilità di iniziare una nuova vita ne sposa l’amante, J.J. Nichols, che ha sempre desiderato la figlia più della madre. Ma durante la prima notte di nozze lo deruba e scappa a New Orleans, dove incontra Owen con il quale inizia una felice convivenza. Ma l’idillio è destinato ad essere di breve durata. Attraverso una lettera che Alva ha spedito a Willie per invitarla a raggiungerli e vivere con loro, Hazel riesce a trovarli e, scoperto che non sono disposti a cedere alle sue richieste, rivela ad Owen che Alva si è sposata. La ragazza, disperata, fugge sotto la pioggia. Si ammalerà fino a morirne (fonte wikipedia).

    Immagini dal film “This Property Is Condemned” di Sydney Pollack, 1966

  • La pastorale inesausta de “L’odore dell’arrivo”

    ll nuovo libro di Gianluca Veltri

    A distanza di meno di due anni dalla lettura del precedente, e con alcuni giorni di atmosfere fra lacustri e montane passate a dirsi di libri con l’autore e con la sua famiglia, mi ritrovo a sentire e pensare con fra le mani un nuovo lavoro letterario di Gianluca Veltri.

    Critico musicale e musicista, giornalista e scrittore, nella mia percezione arriva alla produzione di questi ultimi anni con due opere del tutto differenti, per atmosfera, respiro e impatto, pur essendo entrambe la testimonianza di una domanda ostinata sullo stare al mondo. 

    Nel primo libro, cha avevo commentato in giornate di bellezza silana, quando il Covid sembrava essere qualcosa che finisce, il lessico familiare e tutto quello che intorno ad esso si costruisce (in termini di relazioni, occasioni e affetti, e persino di resistenze ed urti) era stato consegnato alla letteratura come tentativo di abitare le assenze, e la finitezza, tramandando i significanti e i significati familiari e riallocandoli. 

    Sia nell’uso che li ha generati, sia nella memoria d’uso che abitiamo quando ne conserviamo la radice e lasciamo che si contamini e riaffiorare. Bellissimo lavoro di scavo, ma anche chiave di una persistenza meno dolorosa della persona nel mondo. 

    L’operazione potente, ne Le parole salvate era restituire a un significato collettivo qualcosa di così intimo come un lessico familiare. E alla fine del libro ti chiedevi di chi fossero, quelle parole salvate. Se le loro familiari, quelle dell’autore sopravvissuto a una perdita, le tue che ritornavano, prossime e disarmanti, leggendo.

    Veniamo adesso a L’odore dell’arrivo, uscito sul finire del ’21 in virtù dell’incontro di Gianluca Veltri con l’Editore Ferrari.

    Quando ho avuto finalmente il libro fra le mani, poco dopo l’estate, la connessione fra le sonorità delle cime e i solchi in vinile si è palesata come una cerimonia d’accoglienza fin dalla grafica, persino troppo esplicita, del libro. Sarà un incontro ricco di suoni, e sussurri, mi sono detta, e con questa sonorità assegnata al silenzio della lettura e delle pagine di carta (sia pur anch’esse fruscianti), mi son addentrata nel testo.

    Così come le analogie e le distanze fra suono naturale e suono riprodotto (potremmo dire fra esistenza e narrazione?) sono arrivate da sole prima d’essere cercate, così anche quel titolo introduceva in me un doppio significato possibile. Si arriva là dove sapevamo o meno di voler e poter ed essere infine andati, o si arriva per partire, posizionarsi e da lì a vivere? La duplice domanda si è insediata nella lettura (come accade per ogni buon titolo), e non mi ha abbandonata.

    Il romanzo di Gianluca Veltri, non me ne voglia Gianluca, ha sullo sfondo l’altopiano silano in mondo fondante ma anche assolutamente incidentale. Per tutto il tempo di lettura riecheggiavano in me atmosfere del romanzo americano, e quelle cime assumevano i tratti delle foreste canadesi, di qualsivoglia radura nella quale si sia andati in bicicletta per la prima volta. Stand by me. Qui metto un solco mio. Un dolce domani.

    Ho cancellato il nome dell’altopiano dalla mia biografia, e da quella dell’autore, ed ho letto il libro di un autore che mi ha sorpresa e ricondotta nel non luogo dei luoghi che siamo. In pelle, ossa ed emozioni.

    Non ci sono che luoghi dell’anima, in questo libro, che ha un respiro molto ampio, che ti libera i polmoni come un approdo in altezza. Quando arrivi in montagna senti due cose: che respiri in un altro modo e che hai fame. Ed io, leggendo, avevo fame. Di andare avanti e capire dove fosse che arrivavo, che arrivava, il protagonista. Se saremmo arrivati insieme per rimanere, infine, in un luogo della mente, o del cuore, o se saremmo arrivati, scrittore e lettrice, per andare. 

    C’è tanta musica nel libro, che si consegna accompagnato da una serie di audiocassette virtuali, come facevamo da ragazzi noi nati fra il 60 e il 70. Nel ‘900 insomma. Arriva con la sua narrazione esatta, che basta a se stessa, e che con accanto quel gesto (ascolta questo con me), diventa ancora qualcosa d’altro, si apre, si amplifica. E pur essendo così intrisa di 900, la narrazione di Gianluca è perdutamente consegnata all’oggi, al secolo della sperdutezza, della salvaguardia in incanto. 

    Così ci si difende oggi dall’inconsistenza dei paradigmi, con un incanto che non finisce, come la pedalata fiduciosa in avanti dopo quella protetta e arrischiante all’indietro, con la certezza dell’incertezza sfidata, una volta per tutte.

    Mi sembra si racconti come un libro di racconti, in piccola parte editi in precedenza ma io, in verità, l’ho letto come un romanzo. Come si legge il Giovane Holden, come si guarda Noi siamo infinito. Se racconti sono, e non si dicono romanzo, è perché forse al racconto ci condanna questo millennio. Ma una serie di racconti è come una serie di respiri, non puoi leggerli slegati, non in questo libro, non in questo caso.

    E’ un romanzo che paradossalmente, pur essendo “situato”, è il racconto di luoghi interni, di esperienze sentimentali. I primi pensieri sull’amore, sulla passione, sulla morte, le metafore sportive, la velocità delle corse. Scoprire che esiste l’altro, pur restando in qualche modo avvinti all’ascolto dei propri brani, del proprio ritmo, della storia che siamo. 

    Niente di autobiografico, molto di narrativo, di impalpabile. Come il vento mentre corri, su una bici, o mentre la vita te la toglie l’euforia di una moto che si impiglia nel cielo. 

    Ci sono, dentro il libro, molti ritratti in poche righe, preziosi. Una madre che si de-termina a non esserci, una donna che porta nei dialoghi del mattino la certezza delle bellezza che ci salverà. Alce nero, che attraversa vivo e fantasmatico il libro, e fa romanzo a sé. Io non credo ci sia molto Sud, in questo libro. Credo anzi ci sia molta America. E moltissimo amore per i luoghi dell’anima, che esistono nei luoghi reali, che sono quelli dove si arriva a volte per restare, a volte per ripartire.

    Mettetelo in tasca, in borsa, sul comodino. E accendete la radio. Provate a sentire, sotto la musica, ogni singolo, prezioso, battito.

    (Nerina Garofalo)

    Recensione in imminente Pubblicazione su #LottangoloBlog, qui oggi in anteprima

  • Diana vista da Nerina

    Ci sono volte in cui pensi di scattare e invece hai dentro un film–

    Ph Nerina Garofalo – Model Diana – Agenzia Osvaldo Fracasso – Evento In Automatico Fotografia

    YOUTH
  • Jenny vista da Nerina
  • Antonella vista da Nerina
  • Per un Natale pandemico

    La parola pandemia, dal greco antico  πανδήμιος, pandḗmios, “di tutte le persone”, si associa al diffondersi di una malattia, ad una epidemia senza confini. Se riuscissimo a immaginare un Natale pandemico, ovvero la condivisione dei sentimenti di vicinanza, calore, attenzione all’essenziale, trionfo della grotta sui castelli, trionfo del calore dei fiati su quello delle feste, avvento del bambino come presenza di vita, allora forse, dico forse, sapremmo come uscirne vivi. Con generosità vera, che superi la paura di farci male, e diventi invece convivenza e presenza, riconoscimento e affetto. Per questa ragione ho scelto, per fare a tutti voi gli auguri dal nostro studio fotografico e dal mio studio di coach, e da noi come persone e famiglia, due fiabe che rinviano a molti dei temi di oggi: i muri che separano, la conservazione della ricchezza con disprezzo della povertà, l’indifferenza al dolore. Che possa essere la rilettura di queste due fiabe un messaggio di amore ad altezza di bambino e con occhi da piccoli. Perché solo i piccoli sanno fare cose grandi. Con tutto il nostro affetto, dunque, buon Natale e buon Anno nuovo

    Nerina, con Riccardo e Cristian

    *

    La piccola fiammiferaia

    (di H. C. Andersen)

    Era l’ultimo giorno dell’anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell’acqua, l’altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l’ultimo giorno dell’anno e lei non pensava ad altro! Si sedette in un angolo, fra due case. Il freddo l’assaliva sempre più. Non osava ritornarsene a casa senza un soldo, perché il padre l’avrebbe picchiata. Per riscaldarsi le dita congelate, prese un fiammifero dalla scatola e crac! Lo strofinò contro il muro. Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e la stufa scomparve. La bambina accese un secondo fiammifero: questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero. Giunse così la notte. “Ancora uno!” disse la bambina. Crac! Appena acceso, s’immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l’anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli… il fiammifero si spense… le fiammelle sembrarono salire in cielo… ma in realtà erano le stelle. Una di loro cadde, tracciando una lunga scia nella notte. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta. La vecchia nonna le aveva detto spesso: Quando cade una stella, c’ è un’anima che sale in cielo”. La bambina prese un’altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. Le sorrise con dolcezza.
    – Nonna! – gridò la bambina tendendole le braccia, – portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l’oca arrostita e il bell’albero di Natale.
    La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un’altra scatoletta, uno dopo l’altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. I fiammiferi diffusero una luce più intensa di quella del giorno:
    “Vieni!” disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell’anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto!

    Il testo della fiaba è da questo sito, che si ringrazia per la condivisione

    Il gigante egoista

    (di Oscar Wilde)

    Ogni pomeriggio, appena uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante. Era un grazioso e vasto giardino, con erba soffice e verde. Qua e là sull’erba c’erano bellissimi fiori che sembravano stelle, e dodici alberi di pesco che in primavera fiorivano di bianco e rosa, e in estate davano frutti succosi. Gli uccelli si posavano sugli alberi e cantavano così dolcemente che i bambini interrompevano i loro giochi per ascoltarli. «Come siamo felici qui!» gridarono gli uni agli altri.

    Un giorno il Gigante tornò. Era stato a visitare suo fratello, l’Orco di Cornovaglia, e si era trattenuto con lui per sette anni. Dopo sette anni aveva detto tutto quanto aveva da dire e si era deciso a ritornare nel suo castello. Quando arrivò, vide i bambini che giocavano nel giardino. «Che cosa state facendo laggiù?» gridò con voce burbera, e i bambini scapparono via. «Il mio giardino è mio!», proclamò il Gigante, «chiunque può capirlo, e non permetterò a nessun altro di giocarci». Così vi costruì un alto muro tutt’intorno, e mise un cartello: “Vietato a tutti l’ingresso”.

    Era veramente egoista quel Gigante. I poveri bambini ora non avevano un posto dove giocare. Provarono a giocare sulla strada, ma la strada era veramente sporca e piena di polvere e sassi acuminati, e a loro non piaceva. Erano soliti gironzolare intorno alle mura invalicabili dopo l’orario di lezione e, parlando tra loro dello stupendo giardino all’interno, “Come eravamo felici lì!” dicevano.

    Poi arrivò la Primavera, e in tutto il paese spuntarono deliziosi fiorellini sui quali svolazzavano gli uccellini novelli. Soltanto nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Gli uccelli non si preoccupavano di cantare perché non c’erano i bambini, e gli alberi si dimenticarono di fiorire. Un solo bellissimo fiore mise la sua testolina fuori dall’erba, ma quando vide il cartello fu così dispiaciuto per i bambini che si infilò nuovamente nella terra, e ritornò a dormire.

    I soli contenti furono la Neve e il Gelo. «La Primavera ha dimenticato questo giardino» esclamarono, «cosicché noi potremo viverci tutto l’anno». La Neve coprì l’erba con il suo grande mantello bianco, e il Gelo dipinse d’argento tutti gli alberi. Quindi, invitarono il Vento del Nord a stare con loro, ed egli venne.

    Era avvolto in una pelliccia e ruggì dal mattino alla sera nel giardino, e abbatté i comignoli. «Questo è un posto piacevolissimo», disse, «dobbiamo invitare la Grandine». E la Grandine arrivò.

    Ogni giorno per tre ore la Grandine crepitò sul tetto del castello finché non ebbe rotto la maggior parte delle tegole, e allora si mise a correre senza mai fermarsi intorno al giardino, più forte che poteva. Era vestita di grigio, e il suo alito era di ghiaccio.

    “Non capisco proprio come mai la Primavera tardi così tanto ad arrivare”, disse il Gigante Egoista guardando dalla finestra il suo giardino freddo e coperto di neve, “spero che il tempo possa cambiare presto”.

    Ma la Primavera non arrivò, e nemmeno l’Estate. L’Autunno portò frutti dorati in tutti i giardini ma non in quello del Gigante. «È troppo egoista» disse l’Autunno.

    Così, là era sempre Inverno, e il Vento del Nord, la Grandine, il Gelo e la Neve danzavano qua e là fra gli alberi.

    Una mattina il Gigante stava disteso nel suo letto, sveglio, quando sentì una musica dolcissima. Gli sembrò così dolce che pensò dovessero essere i musicanti che passavano.

    In realtà era soltanto un piccolo fanello che cantava davanti alla finestra, ma era da tanto tempo che non sentiva cantare un uccello nel suo giardino, che quella gli sembrò la musica più soave del mondo.

    “Credo che sia veramente arrivata la Primavera” disse il Gigante e saltò giù dal letto per guardare fuori.

    Che cosa vide? Vide una scena stupenda.

    Da un piccolo buco nel muro i bambini si erano insinuati nel giardino, e stavano seduti sui rami degli alberi. Su ogni albero che poteva vedere c’era un bambino. E gli alberi erano così felici di avere di nuovo i bambini con loro, che si ricoprirono di germogli, e agitavano delicatamente i rami sulla testa dei bambini.

    Gli uccelli stavano volando qua e là cinguettando allegramente, e i fiori occhieggiavano tra l’erba verde e ridevano. Era una scena deliziosa: solo in un angolo era ancora inverno. Era l’angolo più lontano del giardino e lì un bambino stava dritto in piedi.

    Era così piccolo che non riusciva a raggiungere i rami degli alberi e vi girava tutt’intorno, piangendo amaramente. Il povero albero era ancora coperto di neve e gelo, e il Vento del Nord soffiava e ruggiva tutt’intorno.

    «Sali, bambino!» disse l’albero, e piegò i rami più che poté; ma il ragazzo era troppo piccolo.

    Il cuore del Gigante a quella vista immediatamente si sciolse. «Come sono stato egoista!» esclamò. «Ora so perché la Primavera tardava a venire. Metterò quel povero bambino in cima all’albero, e destinerò per sempre il mio giardino ai giochi dei bambini». Era davvero molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.

    Così, scese furtivamente e aprì senza rumore il portone di fronte, uscendo dal giardino. Ma quando i bambini lo videro si spaventarono talmente che scapparono via, e nel giardino ritornò l’Inverno.

    Soltanto il bambino più piccolo non fuggì perché aveva gli occhi così pieni di lacrime che non poté vedere il Gigante avvicinarsi. Il Gigante allora gli si avvicinò da dietro, lo prese gentilmente per mano e lo sollevò sull’albero.

    L’albero, immediatamente, lasciò sbocciare i fiori, gli uccelli si posarono cantando sui rami e il bambino tese le braccia, le gettò al collo del Gigante e lo baciò.

    E gli altri bambini, quando videro che il Gigante non era più cattivo come un tempo, tornarono di corsa e con loro tornò la Primavera.

    «Bambini, il giardino è vostro ora» disse il Gigante. Prese una grande scure e abbatté il muro.

    Alle dodici, quando la gente uscì per andare al mercato, vide il Gigante che giocava con i bambini nel giardino. Il giardino più bello che avessero mai visto.

    Per tutto il giorno ii bambini giocarono e, fattasi sera, tornarono dal Gigante a salutarlo. «Ma dov’è il vostro piccolo compagno?» domandò il Gigante, «il bambino che ho messo sull’albero».

    Il Gigante lo amava più di tutti gli altri perché era stato lui a baciarlo. «Non lo sappiamo» risposero i bambini, «forse è andato via».

    «Dovete dirgli di stare tranquillo e di venire domani» disse allora il Gigante. Ma i bambini risposero che non sapevano dove abitava, e che non l’avevano mai visto prima di allora.

    Il Gigante, a quel punto, si sentì molto triste

    Tutti i pomeriggi, quando la scuola terminava, i bambini tornavano a giocare con il Gigante. Ma il bambino che il Gigante amava non si fece vedere mai più.

    vorrei vederlo ancora!» era solito ripetere.

    Passarono gli anni, e il Gigante divenne molto vecchio e debole. Non poteva più partecipare ai giochi e seduto su una grande poltrona, si limitava ad osservare i bambini giocare e ad ammirare il giardino.

    «Ho tanti fiori bellissimi ma i fiori più belli di tutti sono i bambini» esclamava ogni tanto.

    Una mattina d’inverno guardò fuori dalla finestra mentre si vestiva. Ora non odiava più l’Inverno, perché sapeva che era semplicemente la Primavera addormentata, e sapeva che i fiori si stavano solo riposando.

    Improvvisamente, si strofinò gli occhi e guardò con meraviglia. Era certamente una visione incredibile.

    Nell’angolo più nascosto del giardino c’era un albero completamente coperto di fiori bianchi. I suoi rami, dai quali pendevano frutti d’argento, erano interamente d’oro e, sotto, c’era il bambino che il Gigante aveva tanto e tanto amato.

    Il Gigante corse al piano inferiore, con il cuore colmo di gioia, e uscì in giardino. Attraversò velocemente il prato e si diresse verso il bambino. Ma quando arrivò vicino al viso del bambino, si fece rosso dall’ira e chiese: «Chi ha osato ferirti?»

    Gigante, «dimmelo, affinché io possa prendere la mia grande spada e ucciderlo».

    «No!» rispose il bambino, «queste sono le ferite dell’Amore».

    «Chi sei tu?» chiese allora il Gigante, mentre uno strano timore lo prendeva. E parlando si inginocchiò davanti al bambinetto.

    Il bambino sorrise al Gigante e gli disse: «Tu una volta mi hai permesso di giocare nel tuo giardino, oggi verrai con me nel mio giardino, che un giardino di Paradiso».

    Quando i bambini, quel pomeriggio, andarono a giocare, trovarono il Gigante che giaceva, come addormentato, sotto l’albero, e tutto ri coperto dai fiori bianchi dell’albero dai rami d’oro.

    ***

    Il Gigante egoista, una fiaba di Oscar Wilde

    Si ringrazia per la versione in creative common utilizzata come base di partenza per questa traduzione, il sito . Sulla stessa pagina web è disponibile una versione audio della Fiaba.

  • Cristina Scalabrelli vista da Nerina

    3 short stories per scatti – Ph Nerina Garofalo – Model Cristina Scalabrelli – Evento InAutomatico – Direzione Artistica Daniele Belli

    Omaggio a Gli Spietati

    Omaggio a Jennifer Beals

    Vintage

  • Ginevra vista da Nerina

    Una storia per scatti di Nerina Garofalo PHModel Ginevra Montenovo – Evento InAutomatico Fotografia – Direzione artistica di Daniele Belli

    spazio onirico

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    3 sguardi

    #whipping?