L’educazione delle fanciulle

Polaroid by Nobuyoshi Araki (Lady Gaga)

Perdersi. E come ci si perde?

Cosa si sperde? Essere un piccolo rigagnolo,

una fuoriuscita, un gorgo, un gioco erotico

di pioggia d’oro che innamora.

E predeterminare, che ci sia un arrivo,

e invece no, non ristagnare nella

previsione del tratto, che sia pur breve, oppure.

[Perdere la poesia di quelle bettole, le quasi

fetide che non frequenteremo mai,

vedere l’ultimo di quel regista che

a quindici anni abbiamo detto–

è nostro. E poi saperlo che non

si può ridefinire la distanza con

la simulazione dell’incontro.]

Atemporale. E quante nubi.

Letti disfatti, morsi ai polsi,

e mi si scomoda nel dentro

quella sottile tenerezza che ho

provato quando ho pensato

che tu avessi settant’anni.

Ed io volevo fartelo rizzare,

lo dico come i maschi,

più per bruciare quell’età così

molesta, quasi temendo che l’orzo

sperperasse la minestra.

Ma pensa, se si comincia

da una carezza più che spinta,

che si è insinuata allora

come una ruvida signora

fra le gambe, e ha detto:

no, non posso. Nemmeno

l’ombra del ritaglio, titolo sul

giornale. Ma noi i giornali

nemmeno li leggiamo. Ci

incartiamo, terra e pesci.

Siamo due angeli che si masturbano

negli angiporti, e Saffo ci interessa

solo per la sua molle temperanza

da lesbica incallita. Siamo così

capaci di dissacrare e poi

beatificare quando piangiamo

l’orlo del destino, il morso al

culo della morte. Siamo due maschi,

con il sesso in mano. E’ cominciato

lì, dove era quell’albergo, di cui noi due

frequentavamo solo il bagno,

tolette per signore e ombretto viola.

Ricordati di portare il burro in tavola,

che non sia mai ri-detto che a noi

non ci emozioni la sodomia del maschio

che conturba la famiglia. Mi fai spiare tutte

le signore, ed io ci gioco, come il dottore

nel libro base di ogni inizio sadomaso.

E sottosopra infine ci restiamo,

e nemmeno ci proviamo, a dire che

a noi ci dura, il duro. Si è fatto tardi,

e mi sarai per sempre caro,

come un piccolo colle senza colla,

a noi mica ci piace, essere cosa che

s’appiccica. Piuttosto, abbiamo dato,

e diamo, e dimoriamo.

Senza una casa, la poesia si mescola

al letame. E questo è un dono,

che consapevole restituisce il bene

e lo sconcerta in alto mare

il verbo incatenare. Miele di dodici

sirene cieche, senza pretese, in protesi di

amianto a cui possiamo sempre ritornare.

Bava di lumachine a riva, e schiuma d’altomare.

*

(a dirtyinbirdland, sinceramente

Roma, dicembre 2011)

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