Fluxus– Ernesto Orrico

Ernesto by Ivana Russo
Ernesto by Ivana Russo

Così Ernesto Orrico annuncia l’imminente uscita, sul canale youtube e su gli spazi di rete, dei primi 10 capitoli del suo ultimo in progress :

Fluxus  è una rubrica di scrittura automatica che pubblico su Fatti Al Cubo. Ho registrato i vari frammenti in voce e ho chiesto ad amici musicisti e/o dj e/o manipolatori di suoni di operare un trattamento sonoro. Prossimamente i primi 10 “flussi” saranno disponibili in streaming, anticipati dal video di Fluxus #6 (Ernesto Orrico voce e testi, Raffaele Fata chitarra e programmazioni). Il video è stato realizzato da Andrea L. Belcastro.”

Leggere i testi di Ernesto è sempre un fatto pubblico. La sua scrittura ha questa potenza interna che la fa essere a un tempo privatissima (perché generatrice di risonanze soggettive sui temi che il verso in prosa riluce) e necessariamente pubblica e politica. E’ una scrittura automatica (quella dei 10 testi che si propongono alla luccicanza di una estate ritardataria ma ahimè caldissima) radicata in un territorio, in una appartenenza storica e in un non eludibile paesaggio. Risuona di odori e sapori e umori (malumori, allunati-umori) che sanno di ulivo e di mandorlo e cedro. E’ come un vino  speziato, un innesto di piante amare e poi, via via, più dolci. Un flusso.

Ed ha, in questo caso, la potenza della radio. Io amo molto, la radio. Mi manca. Mi manca una radio capace di tenerti lì, di comrpimerti nell’ascolto per poi mandarti fuori armato di: sentimenti, prossimità, inclusioni, un po’ di dolore, un po’ di sapore, una rabbia stanca, una notizia che ti arroventa e strema come un sasso di mare sotto il sole di agosto. Per questo, da alcuni anni, la forma che amo è il radiodramma.

Anche flexus è una parola latina, ma risuona anche, se guardi wikipedia, così declinata: Flexus (plurale: flexūs) è un’espressione di origine latina  utilizzata in esogeologia,  per indicare formazioni geologiche extraterrestri la cui forma ricordi quella di una cresta arrotondata o erosa.

E’ in questa seconda parola, e nel gioco fra Fluxus (flusso) e Flexus, che sento la prossimità dei testi di Ernesto a una erosione quotidiana e dolente, eppure capace e attiva nel delineare un contorno, un tratto perimetrale comprensibile e compreso. I suoi testi sono sempre al confine fra il pathos e l’ethos, fra la dimensione tragica e la polverizzazione post-industriale e post-terziaria. Sono versi in prosa, in questi testi che rievocano la bellezza rotta del surrealismo e la matrice di deposito dei sogni, dove niente è liquido, niente è mobile, tutto invece ha  un suo torpore statico fatto di corpo sociale malato ed epidemico, capace di improvvise infiorescenze. Da Fluxus 7,  in prestito:

“Differenza. La carta e la plastica. La merda e l’urina. Separare. Divorziare dal domani. C’è stato un momento in cui il conflitto pareva inevitabile. Poi ci siamo avvitati. Fissati al suolo. Inchiodati alle pareti. Donne incollate. Uomini immobili. Oggi ho bisogno di olio e sale. Di insalatare. E togliere il saluto a qualcuno. La digestione passa per il cervello. È una domanda. Un’ossessione. Un rovello. Il rigurgito passa dall’urna. Elettorale prima. Cineraria poi. Disperdere la cenere che saremo. Al vento chiedere di farci emigrare. E non restare sulle foglie. E non sciogliersi nei mari. È una teoria degli invece. Una pratica rimasta inevasa. Ogni ho bisogno di rimandare. Un esame al cuore può risolvere. O disperare. Ho letto il referto davanti a tutti. Il pubblico ha pianto. Il pubblico ha riso. Il teatro è caduto.”

E noi siam lì che lo attendiamo, questo teatro in voce,  e in rete. Fioriti d’ascolto. Flessi nel Flusso.

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Per le le sue risonanze d’origine di Fluxus, un rinvio qui 

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