Mi piacciono le donne senza fronzoli

Mi piacciono le donne senza fronzoli, mi piace molto, per esempio, Lidia Ravera. L’ho amata, moltissimi anni fa, per il suo tratto e la spietata giovinezza, in Porci con le ali.  E l’ho riamata, anni dopo, per l’agghiacciante e dolente incontro con la storia di Erika De Nardo, che mi arrivò come esempio di nitida prossimità al vero, possibile molto più spesso nello sguardo femminile che in quello maschio (con ottime eccezioni e pessime defezioni, ovviamente). La incontro ancora in questi giorni leggendo il suo bel “Piangi pure”, edito da Bompiani.

E ancora mi innamoro, come l’autrice del diario. Di una scrittura che sa essere presente ai sentimenti, alle logiche del tempo, al vissuto femminile (variegato e così ricco da un personaggio all’altro), al tormento del tempo. Non ha vezzi sociologici né pretese di rivoluzioni, forse perché ha ben dentro quella rivoluzione minuta e sacrosanta che passa per i corpi che si logorano al tempo, avvinti a delle idee. A un modo di tenere il mondo dentro, e fuori.

Ha tutta la vitale stretta al cuore in quella bella descrizione della cintura sul cappotto, dei trent’anni. E nelle sete morbide agli armadi di un’età terza che si vuole piena, in fioritura tutta senza petali di troppo. E’ fragile e ad un tempo adamantina, mentre racconta una città, i quartieri, le vite, i passi e i modi. E nel narrare quel maschile del suo co-protagonista, con la sua quieta serietà, nessuna scusa compiacente per entrambi verso i limiti.

E’ una delicatezza che trapassa senza mai ferire inutilmente. Ci sono i temi tutti, di tante vite. Modi di essere le madri, e poi le figlie. Atei e religiosi, soli ed accompagnati. C’è il sogno di un riparo (la libreria sull’isola è una metafora perfetta), che si tramanda e no, non si può fare. E lo si sa. Lo si patisce.  La cure di ogni gesto, la pace del disordine, nessuna compiacente civettuola corsa ad essere la sola. Eppure è unica, specifica, non confondibile, la donna che si versa nelle pagine. Fiumi d’inchiostro, quaderni stretti e persi, e poi ancora inchiostro. La casa, il “bene”, la gioia dello spreco misurato. La fitta del lasciare un figlio. Ed il non esser perdonate mai. Ed il regalo dell’ascolto che occasionale si fa quotidiano, una pratica di amore che innesta su una pratica di cura e di attenzione le rituali ricorrenze quotidiane. E la sorpresa, la fretta un po’ eccitata di due corpi lenti, l’amore che si fa vestiti. Locale, eppure aperta a tutto. Scrittura che ci porta, che ci incalza, onesta e bella come era stata quella della ragazza che co-scriveva Porci con le ali. E mi colpisce che, nei suoi 3 libri che ho citato, ci sia un rimbalzo fra maschile e femminile sempre più ricco di occasioni di attenzione. Di sentimento. Persino nello straziante “Il freddo dentro” del 2003.

(N.G. Roma, 4 luglio 2013)

 

Su “Il freddo dentro”, aggiungo il link a una bella recensione apparsa allora su L’Unità, a firma di Beppe Sebaste

2 commenti

  1. anch’io amo le donne senza fronzoli, anzi, se hanno i fronzoli sugli abiti, nei gesti e soprattuttto nel cervello, le detesto un po’.
    Complimenti per la tua bella nota alla Ravera.
    lucetta

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