Aver disabitato la convivenza

(nella foto, Carla Ravaioli)
(nella foto, Carla Ravaioli)

L’articolo di Enzo Scandurra, uscito su Il Manifesto del 21 gennaio scorso, raccontava con dolore, vicinanza e un po’ di disperata consapevolezza, lo spegnersi in solitudine della compagna Carla Ravaioli. E ancor più, nella ferita di una morte che arriva inaccettabile nella modalità dell’abbandono a se stessi che ci coglie quando siamo all’estremo della fragilità personale, raccontava una città che sempre meno è capace di dimoranti abitudini di convivenza, e sempre più infligge il supplizio di una disperante abitudine al fare da sé, finché si può, come si può. Devo confessare di aver a lungo sentito quel bellissimo articolo toccare le ferite di un lungo discorso sull’età terza, sulla non indipendenza, sulla solitudine fuori dal clamore dell’impegno diretto. Un discorso che si riapre nell’essere oggi figlia e nipote e amica di persone che soffrono come una lacerazione la perdita dell’indipendenza e della socialità che per ciascuno e ciascuna è stata linfa e alimento di ogni ora di vite intense e tutte legittime. Anche quelle più sconosciute e periferiche. Marina Viola mi ha condiviso ieri in privato il suo bell’intervento sulla vicinanza generata e tenuta in vita dalla rete, dai ricordi, dalle presenza intellettuali e amicali. E la ringrazio profondamente, per aver condiviso l’apprezzamento per qull’articolo che grondava amore di Enzo Scandurra (che non conosco direttamente ma che ha qui tutta la mia rabbiosa tenerezza grata). Ma credo che si debba tornare un gradino più giù, nelle vite minime di ciascuno, le vite minori, minuscole, analfabete, ricchissime di quell’amore senza salvaguardia che è fatto di frequentazioni familiari, di abitudini, di oggetti e tempi. Per ripensare la convivenza e l’impegno per non dover più voler accompagnare nessuno a morire a da solo, nella nostra fretta di produrre e pensare il futuro. Pensiamo, sentiamo, siamo e diciamo e viviamo soprattutto il presente, come ci invita a fare ogni impudico pensiero sulla bellezza intoccabile dell’essere umani. Ci sono 4 film che ho molto amato, in questi ultimi due anni, e sono Arrugas, Amour, Marigold Hotel e il bellisismo e dolente “e se andassimo a vivere tutti insieme?” Quest’ultimo, credo, molto vicino al sentimento che lega l’essere compagni (come altrove l’essere cristiani) al voler mettere una parte di sé al servizio di una vicinanza. Mi ritorna in mente l’osceno furto alla casa eremo di Renata Zarri, come il segno di un tempo che è di tutto irrispettoso. In tutti e quattro i film c’è questa solitudine abbandonata dai giovani e meno giovani, che avvolge e riveste il luogo della maturità piena e ancora tanto ricca di vigore, passione, desiderio e amore. Da qualche mese ad alcuni amici dico spesso: e se andassimo a vivere tutti insieme? Siamo alle soglie dei 50, è un bel tempo per un co hausing tutto vitale. Ma oggi, cara Marina, mi viene da dire, e da dire a ogni compagno, a ciascuno che ami il valore della vita propria e dell’altro: e se la politica, finalmente, ci lasciasse vivere tutti insieme? E’ questa per me la morte del comunismo: questo cedimento di amore che frana su una stanza vuota. Aver disabitato la convivenza.

Posto a seguire i link all’articolo di Enzo Scandurra e al post di Marina Viola sul suo blog.

http://ilmanifesto.it/morire-di-solitudine-a-roma/

http://pensierieparola.blogspot.it/2014/01/elogio-alla-follia-cit.html

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