Piccole storie di censura domestica

Libri libretti  ha messo su, da un po ‘ di tempo, su FB, uno spazio, una pagina, tutto dedicato ai libri che sono stati oggetto di censura. Maurizio Puppo, intanto, in questi stessi giorni, tornava su questo tema delle parole da censurare, citando De Gregori e Dalla, e tirando su la poesia che le forbici dei censori e le loro nude etichette spesso mettono all’acme di un discorso poetico, come se fosse, la censura, un rito di infibulazione; ovvero, di impedimento al sentire. Così, a seguirli ed a leggerli, mi salgon su le immagini di Hitchcock, nel film omonimo dello scorso anno, nel quale l’ottusità della censura vien su descritta con meravigliosa ironia.

Ho voglia di inserire, a latere, perché Fabrizio lo inserisca nella pagina se gli fa piacere, una piccola nota sulle censure domestiche che colpiscono gli adolescenti, nella lettura, nella scoperta, nell’incontro con i libri, aprendo il varco a un cambiamento o a una costruzione consapevole della loro attenzione e disposizione a “pensare” il mondo.
Sono cresciuta, per mia fortuna, in una numerosa famiglia nella quale non c’erano grandi censure sui libri, né grandi discorsi sulla loro adeguatezza all’età e al momento. Ho potuto, in generale, accedere ai libri, presi in casa o da prendere fuori (con tanto di paghetta settimanale dedicata), a qualsiasi libro desiderassi leggere.
Sdoganato il periodo delle scuole medie, nel quale era vietato comprare o solo guardare fotoromanzi dal parrucchiere, e durante il quale i libri mi venivano donati (in prevalenza da mia madre e mio padre), ho scelto e aperto quasi ogni mondo di libro da sola. Devo però a quel periodo pre-adolescenziale la lettura di cose bellissime: alcuni classici per ragazzi che non credo dimenticherò mai: Tom Sawyer, regalo di zia Rosa e zio Fausto, una  meravigliosa edizione di Pinocchio illustrata da Jacovitti, la serie dei romanzi di avventura delle Edizioni Paoline (copertina rigida gialla, e in cima a tutti per me Il conte di Montecristo, con le sue evasioni e i tormenti), e Incompreso, le Piccole donne e il dolente e struggente I Ragazzi della via Pall (prodromo al mio immenso amore per C’era una volta in America di Sergio Leone) . E il primo libro più adulto ricevuto in dono da mia madre, in Oscar Mondadori, il Diario di Anne Frank.
Un solo libro, che se ne stava seminascosto all’ingresso, mi è stato tolto, con vaghe e oscure motivazioni, ed è stato oggetto di iterate letture clandestine e segrete. Il libro in questione era della giovanissima e americana Pamela Moore, e il suo titolo, del tutto innocente, recitava precisamente: Cioccolato a Colazione.
Credo ci fosse, in quel veto, oltre al tabù del discorso su omosessualità e adolescenza, il presentimento di una inclinazione, che mi ha poi accompagnata per tutta l’adolescenza, a conoscere attraverso i libri tutto in dialogo interiore su quasi ogni espressione di vita e di morte che non avrei saputo verbalizzare altrimenti a me stessa.
Non ricordo molto di quel libro, invero, lo sto cercando fra i i negozi di usato nella speranza di rileggerlo oggi. Quel che ricordo è la buffa innocenza con cui subito dopo ho avuto accesso (grazie a paghette e biblioteche parentali) a tutto Pavese, tutto Sartre narratore, e moltissimo d’altro.
Insomma, a ben pensare, fu una censura benefica, che aprì tutto un mondo di curiosità e di passione, di intromissione nelle pieghe di tutto quello che, mi appartenesse o no, ha fatto poi di me, nella vita, una persona che dialoga per cronache inverse, che guarda sempre tutto da due lati, persino quello che potrei condannare: uno stupratore, un femminicida, un pedofilo. Ma anche, una persona che sa che arriviamo a prendere la parte migliore di noi stessi se non abbiamo ostacoli fra il sentimento delle cose e le cose stesse, ostacoli posti con ottusa cattiveria attraverso l’applicazione di una censura che offende la capacità di vivere e capire.
In parallelo, c’è un altro libro, nella mia memoria, che ha formato nella Nerina femminista in erba di allora la consapevolezza dell’importanza di alcuni libri per la storia delle persone. Si tratta di una delle bibbie della mia generazione, quel Noi e il nostro corpo che proponeva alle ragazze, alle donne e alle signore di ogni età di pensare a se stesse cominciando a giocare con lo specchio. Ma non lo specchio di Biancaneve, caricaturale osanna del puro ed impuro, bensì uno specchio capace di far partire una donna da quello che vede se lo mette fra le gambe.
L’acquisto del libro fu per me atto volontario e non censurato, ma ho il ricordo di una censura feroce che colpì un’amica carissima di tempi adolescenziali che si vide togliere dalla madre un libro che riteneva scandaloso, peccaminoso, e persino capisce di contagiose scoperte.
Io e la mia amica di molte estati parlavamo molto di quel libro, e ricordo bene come mi ferì la censura materna subita dall’amichetta che coincideva con un veto sottinteso a frequentar troppo persone che leggevano quel tipo di libri. Non so se la mia amica lo abbia mai recuperato, so per certo però che è diventata una donna molto consapevole di sé, e che quindi in qualche modo quel divieto deve aver saputo rimuovere o cancellare.
Il ricordo più bello che ho, a proposito di cose ammesse o non ammesse, leggibili o “pericolose”, è lo sguardo pieno di affetto di mio zio Augusto quando mi prestò da leggere Il mestiere di vivere e le Poesie di Pavese. Mi disse piano, con grande dolcezza, qualcosa come: “eccolo, ma siamo sicuri che questo libro sia adatto al tempo che vivi?”  Non c’era dentro alcun veto, alcun no, solamente una protettiva e un po’ complice consapevolezza che alcune letture ti cambiano per sempre, di certo io penso per il meglio, ma anche a prezzo di una perdita: la perdita della confusa ma salvifica idea che al dolore si sopravviva sempre attraverso la gioia.
Ecco, caro Fabrizio, questo è il tema della censura per me, questo mi sale su se ci penso, ai libri censurati, ai sentimenti rimossi. Sopra, le copertine delle due edizioni che avevo di entrambi i libri che ho citato. Non so se siano stati oggetto di censura ufficiale, ma “unofficial” te li dono 🙂

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