Not only Jobs 

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Ho ricevuto nei giorni scorsi, da Antonella Taravella, la cortesia della lettura della ricca Antologia “No Job – Visioni del Paese irreale ”, che le Edizioni Smasher hanno pubblicato a inizio anno.

Ho letto i testi che l’antologia raccoglie, a cura di Enza Armiento, Antonella Taravella e Sebastiano Adernò. Gli autori sono molti, e i temi dolenti. Accompagnanti, come in una piccolo ossessione, dal dettato costituzionale che preserva o condanna l’uomo alla dimensione dell’io al lavoro.

Cha l’Antologia si proponga di devolvere, attraverso Associazioni, a favore di chi il lavoro ha perso i proventi, è senz’altro intento generoso e lodevole, e lo sguardo che ogni scritto restituisce, con cifre e metriche spesso molto distanti, si concentra, con due sole eccezioni, sulla denuncia del dolore per la perdita di quella dimensione che lo stato ha dichiarato, e il modello economico sostenuto, come fondante. Con una perseveranza grafica che fa da controcanto agli scritti.

Ringrazio Antonella per l’occasione che il libro ripropone per una domanda sul sentimento politico che le Antologie, in questi anni, sembrano portare, a partire forse anche da un’assenza delle piazze.  E come a volte nelle piazze anche nelle Antologie, il sentimento del dolore ha la meglio e denuncia e svela (nei casi migliori), lasciando a una solitudine la progettualità che è, nella nostra epoca, necessaria a toccare il tema del lavoro e dell’uomo.

E’ impressionante come le due parole vadano insieme sul terreno della politica, della denuncia e del sentimento. Come se, in qualche modo, non si potesse ancora arrivare a costruire un discorso, una ipotesi conoscitiva e descrittiva, né una narrazione, a partire dal essere, per l’uomo, un mezzo. Un mezzo per altro. Alcuni testi provano a dire, ma credo ancora con un pensiero sentimentale, e non sufficientemente politico.

Sono certa che l’Antologia faccia risuonare molte delle piaghe aperte, e la sua lettura possa essere il luogo di molti riconoscimenti, ma porto con me, con particolare affetto, la lettura di due autori, dei loro testi nel volume, per l’eccezione che citavo prima. Alessandro Assiri, che apre il volume con una prosa che, oltre che bella ed elegante, porta con sé la giusta dose di inquietudine ed incertezza (dichiarata persino nella forma che abilmente si adattata a queste) e Filippo Davòli, da cui estraggo, senza che serva commento:

“L’hanno ammazzato sul litorale di Ostia.

L’occasione fa per un giorno i poveri

compari di uno che non conoscono

e forse temono, perché il pudore

è nelle cellule e certe cose

si guardano a vista. Eppure fiutano

nel legno uno di loro. […]”.

Nell’augurare agli autori tutti che hanno contribuito al testo, e ai curatori, che possa anche questa Antologia andare a costruire, nella lettura, la memoria di una sofferenza che questa nazione, questa età della Storia e questa comunità di “poveri” condividono, esprimo anche un piccolo sogno e desiderio: che venga alla luce, e presto, una voce lirica, o un canto notturno, o un tractatus, che possano dire di come allora, di cosa ancòra, e di dove andare, a dire le parole: sulla persona, risanata dal lavoro.

(Nerina Garofalo, aprile 2014)

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