A proposito di Enrico Maria Di Palma, Metamorfosi e metafora – Poesia e formazione per affrontare il cambiamento

Antonio Cerri, Ragazza che legge, 1967
Antonio Cerri, Ragazza che legge, 1967

Ho avuto il piacere e la fortuna di ricevere dall’autore, in lettura, lo Studio per Unità Formativa prodotta dal Dottor Enrico Maria Di Palma a conclusione di un suo percorso di specializzazione. È sempre una fortuna poter accedere alle riflessioni e ai vissuti di chi entra a far parte di una comunità professionale, in questo caso quella dei formatori, che rischia a volte di ritrovarsi all’esordio del millennio priva di stimoli pienamente nuovi.

Dato il contesto di specializzazione, l’Ismo di Milano, mi aspettavo di incontrare un percorso di riflessione pieno, maturo e stimolante. Le mie aspettative non sono state deluse.

La lettura del lavoro di Enrico Maria Di Palma è stata sorprendentemente vicina nei modi proposti a molte delle pratiche che anch’io attualmente considero come riserva unica capace di spezzare le ovvietà di molte le finte pratiche esperienziali.

Dopo un momento di vera commozione nel ritrovare nel testo di tesi, la dedica all’appena scomparso e carissimo a entrambi Gianmario Lucini, sono entrata in contatto (leggendo) con un lavoro profondamente attento ai bisogni di questo tempo, e delle persone nel lavoro in esso.

L’uso della metafora, della poesia, della forma metrica dell’haiku come contenitore di emozioni e descrizioni puntuali e non ambigue, mi ricongiunge alle esperienze degli ultimi anni nelle aule di formazione e nei luoghi della riflessione sociale e del cambiamento. Ho un ricordo bellissimo di molti haiku prodotti anni fa in quella che allora si chiamava AIPA, count gruppo eccellente di funzionari.

L’approccio auto-biografico che Enrico propone come fondante nella partecipazione attiva di chi ascolta, de-costruisce l’attore della formazione e consente la realizzazione degli apprendimenti. Si va a a situare in un momento oramai consolidato di accostamento dell’atto creativo alla formazione, approssimandoci a quello che voglio definire qui come “sentimento della competenza”.

Tornerò su questo fra poco. Mi preme ora sottolineare la peculiare delicatezza nell’uso degli strumenti proposti per le attività formative nel lavoro di Enrico Di Palma, delicatezza, attenzione e conoscenza delle metriche e dei linguaggi che costituiscono la vera ricchezza e singolarità della proposta del nostro collega.

Si avverte per tutto l’elaborato proposto da Enrico (per lo sviluppo di una unità formativa dedicata allo sviluppo della consapevolezza di sé) una attenzione sostanziale all’impatto della proposta sui partecipanti, una cura attentissima nella scelta dei testi e delle esercitazioni, una capacità sana e rispettosa dell’altro di calibrare i tempie le modalità di debriefing.

Enrico non è mai supponente, non è mai verticale, non è mai definito definitorio. L’ascolto aperto del gruppo al quale è offerta la forma della poesia per la partecipazione alla ricerca di senso e di sé, è la caratteristica primaria della proposta di Enrico.

Mi commuove sempre il ritrovare nelle bibliografie che accompagnano un lavoro di ricerca di studio affinità nei titoli sentiti come fondanti e proposti a riferimento.

Altresì, mi riempie di gioia essere davvero incuriosita dei criteri di scelta di un collega nell’attuazione di attività che sento prossime e dialoganti con le mie.

Ringrazio quindi è Enrico per avermi condiviso lo scritto con il quale ha sancito la conclusione di un suo percorso e mi auguro che possa in molti luoghi in molte occasioni portare la serietà, la delicatezza, la regola e la misura del suo approccio della sua proposta. Mi piacerebbe molto che nella vita capitasse anche l’occasione per ritrovarci insieme in un gruppo a dire del valore della poesia come occasione di espressione libera e potente.

Questa lettura è stata anche, per me, l’occasione di riflessione necessaria che sento aprirsi sul concetto di competenza come sentimento. Perché c’è un piccolo varco che tiene alla giusta distanza emozione sentimento, e soltanto colmando la distanza fra i due e possibile arricchire il personale bagaglio di ciascuno della capacità di esprimersi progettualmente.

Se l’emozione si afferma nell’istante, è  la sua approssimazione progressiva al sentimento che la rende capace di sfarfallare nel sociale e nei gruppi, ed è così che apprendere diventa desiderio di avvicinarsi, toccare e costruire. Per se stessi, con gli altri, desiderando esistere.

Di educazione sentimentale parlano, ad esempio, e con impegno i colleghi che fanno ricerca in Ariele.

Mi chiedo, Enrico, e ti chiedo, se non sia tempo di portare nelle aule, e nelle organizzazioni, una poesia sentimentale, ed anzi, azzardando, se non occorra tornare al Romanzo.

Al romanzo sentimentale, ma anche al romanzo storico, e al romanzo nelle sue diverse espressioni, come luogo di implementazione di tutto ciò che nella poesia è di confine all’infinito, stando con i piedi e e con le mani ben saldi alla finitezza come luogo del sentire, sì, ma sociale, politico e personale.

Ti/ci lancio una piccola sfida di pensiero, senza chiederci se e dove ci potrà portare 🙂

(n.g.)

Roma, 19 novembre 2914

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