Violette (Leduc) – Una sconcertante attualità

Ho finalmente visto ieri Violette, il film di Martin Provost dedicato alla scrittrice francese Violette Leduc, amica e inquietamente innamorata del Castoro. L’intensità che Provost e una stupefacente Emmanuelle Devos restituiscono alla storia tutta femminile di Violette va a rimarcare, nella mia mente, una serie di osservazioni e annotazioni interne che in questi mesi si fanno via via stringenti, sul femminile, sul diritto alla sua affermazione, sul diritto a vivere delle propria ricerca. La quarantenne Violette, fotografata magnificamente nel film, porta con sé, nel quotidiano, una sommatoria dolente di eventi personali e di genere: non riconosciuta dal padre, sovraesposta alla femminilità della madre, incautamente e candidamente posata sin dall’adolescenza in una accolta e libera omosessualità affiancata a una precisa lucidità  di relazione con il maschile e le sue forme affettive, ironica e struggente nel suo non capacitarsi di un universo omosessuale maschile che la esclude non includendo i suoi gradi di sperimentazione esistenziale, è una donna intensissima e esposta, quasi votata a lasciar che l’esterno la ferisca nel suo essere radicale, arrischiante e persino esagerata per incanto. L’esperienza traumatica della gravidanza non voluta, a cui segue un aborto, l’innamoramento (senza parola che le ritorni) per il Castoro e la sua certezza nel mondo, prendersi cura di sé, ed osare per dire, fanno di Violette lo strumento del dire che non si prende cura però delle parole che, intese, sono troppo forti da portare e da dire. A veder vivere la Violette nella lettura che ne dà coppia Provost-Devos, non si può non sentire l’atroce attualità della storia che la coppia attrice-regista ci porta: l’orrore economico dei tempi di guerra, la splendida avanguardia di un dire filosofico che si fa aperta in letteratura e trabocca, la capacità tutta di genere di rischiare la pelle, la condanna al trattamento mentale di una stanchezza in esistenza. La solitudine di chi ha corpo e dice corpo, la solitudine più forte che condanna l’omosessualità femminile molto più duramente di quella maschile anche oggi e anche qui, in questa terra di confine che noi tutti, non volendo e penando, viviamo. Grazie quindi, Leduc, per essere ancora una voce che conta. Che dice e che vince. E grazie a Provost, che la canta d’incanto.

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6 commenti

    1. Grazie Patrizia, sei gentilissima. Il cinema è parte di un vivere che si rende possibile attraverso una ricerca (non so se di pace, di bellezza o di inquietudine). Impossibile vivere senza. A presto.

      1. Concordo in pieno. Cerchiamo nel cinema quello che cerchiamo nei libri e nell’arte in genere: qualcosa che ci somigli, qualcosa di nuovo, una via di fuga e una possibilità di tornare

  1. La vera fortuna di Violette Leduc fu aver incontrato, nel momento giusto della sua aspirazione all’outcoming, Simone de Beauvoir, che rese possibile la pubblicazione del romanzo di Violette “Ravages”
    e far conoscere, negli anni ’50, a un pubblico più vasto, l ‘esperienza erotica dell’ omosessualità femminile. Violette era persona inquieta, l’amicizia con la de Beauvoir, la sua protezione verso gli editori, non l’appagavano essendosi innamorata anche di Simone, che rimaneva però fedele alla sua eterosessualità. Si porterà dietro per sempre la solitudine a l’amarezza che le derivavano dalla sua infanzia da “bastarda”.
    Non ho visto il film, ma ho letto intorno a questa scrittrice che nella Francia degli anni ’50 fu un fenomeno letterario, mal sopportato dagli uomini in genere e dagli editori del tempo.
    Da Baldini e Castoldi nel 2002 è stato pubblicato in italiano il libro della Leduc “Therese e Isabelle”.

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