bella come l’aurora – Tra ponte e selciato, di Marina Agostianacchio

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Ci sono letture che ci attraversano su più piani, e quella che ho potuto fare (grazie alla cortesia della sua autrice) di “Tra ponte e selciato – Ventisei temi per mia madre” di Marina Agostinacchio (così delicatamente illustrato da Paola Munari), è una di queste.

E’ una raccolta tutta in orizzontale, umanissima e piena di vento e odori, di filettature di corpi e umori, e fluidi e ampolle, questa raccolta di Marina. Sin dalla scelta grafica, che dilata e attraversa i testi con gli acquerelli delicatissimi che li sussurrano in altra chiave, lenta arrivando a far percepire, in stretto e fermo contatto, la posizione del corpo.

Posizione che è già nel testo quanto nella relazione, questa relazione fittissima che fra madre e figlia riempie il tempo loro (e nostro) di note e note. Eppure invita, chi legge, ad un piccolo, coraggioso, delicatissimo ergersi, di una bambina che sente infine un liberatorio stupore nel corpo adulto e segnato, e con-segnato alla vita.

Sono tutte quartine, con la sola eccezione di una quartina che si apre in due distici, proprio lì dove dice che “scintilla il seme”.

E percorrono adagio, anche qui con assonanze all’orizzonte del piano, la corrente degli affetti e del legame materno/filiale. Porta in seno, e dal seno consegna, tutto un universo di significati e letture, di apprendimenti del giorno, minuscolo e incerto, e di preziose consegne che si sanno fare esistenziali.

Una scrittura femminile su una narrazione di donne, due donne specifiche, non sovrapponibili ad altre. Eppure rese capaci, dalla perizia dei versi, per nulla retorici, per nulla pesanti, di toccare tutto il perimetro di molte storie personali. Nel mio caso, addirittura di evocare, in sussurro, il grido di alcuni personali fantasmi. Di questo, in privato, dico grazie a Marina.

E’ una raccolta che meriterebbe di esser portata in lettura, non solo privata e rispettosa nel confine dell’occhio, ma anche narrata sul confine spaziale che ci fa condividere, con i suoi versi accostati a quei seni marini, che sanno essere culla, alimento e ferita, e persino terrore. Messa in mostra perché possa, orizzontale, respirare, E’ così che nei versi si fa strada una madre che sa farsi compagna, che si posa sul corpo per dire del dopo.

Dopo ogni cesura un verso nuovo, senza nessun inciampo.

Sono appena reduce da una seconda commossa lettura, fatta in questi giorni sul finir dell’estate. La prima era stata all’inizio, quando l’incontro con questa autrice è nato. Non a caso, in qualche modo, attraverso Gianmario Lucini. Le persone che hanno una luce dentro sono capaci di generare incontri anche quando non sono, nel corpo, accanto a noi.

Ed è stata una lettura, ancora una volta pienamente commossa, ancora una volta delicata e ricca e bella. E’ stato come vedere, nel femminile del modo, quanto ancora la poesia femminile sappia essere generatrice di vita nel dire la perdita, nel dire la morte.

Oltre a pensare che sia un lavoro poetico denso e nuovo, non ostacolato dal tremore della morte ma laicamente pieno di sentimento di vita, credo anche che, come donna figlia di donna, ci son molte donne che hanno incontrato la parola seno nello stretto di cure e ospedali a cui mi piacerebbe arrivasse. Con tutti quanti i suoi colori dentro, e con la grazia davvero bella di ogni singolo verso di Marina Agostinacchio.

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