Credo che gli affetti insegnino più dei pensieri–


danae-1908

Credo che gli affetti insegnino più dei pensieri– Il tema della maternità surrogata, così presente nel dibattito di questi mesi, è stato ed è per me tema di grande importanza e generatore di inquietudine. Se da una lato sento di aderire a una visione delle cose per cui l’esperienza della maternità surrogata, pro terzi, mi paia a volte al confine con uno strumentale e capitalistico esercizio di potere economico, dall’altra ho provato orrore oggi quando nei tg ho ascoltato una sintesi dell’emendamento preposto dall’ala cattolica del PD, anche perché a volte l’esercizio dellamaternità surrogata non avviene per ragioni di scambio economico. Nell’emendamento, fra le altre cose, si avanzano (se ho ben compreso) ipotesi di reato nei casi di maternità surrogata richiesta o vissuta, e il non riconoscimento della stessa per le copie che l’abbiano ottenuta all’estero. Ancora una volta la nostra società vive di prescrizioni, sul corpo femminile e sulle volontà individuali, per risolvere un problema che è se mai un problema di costruzione di una cultura e di un sentimento del corpo, nella piena libertà ma andando a confrontarsi e interrogarsi sul terreno della consapevolezza piena di sé, possibile solo in assenza di scambio economico. Ora, come per molti dei divieti e delle criminalizzazioni, anche in questo caso mi sembra che si stia facendo un errore abnorme. Personalmente ritengo che debba essere individuata una linea di crescita della riflessione sociale sul concetto di paternità, maternità, e adozione, e che questo costituisca il vero nodo della quesitone. Ma pensare di risolverlo attraverso una vessazione non credo porti molto lontano. Credo che nei casi in cui una maternità o paternità biologica non sia possibile, o non sia voluta, la risposta a un bisogno di genitorialità debba rivolgersi all’adozione, e a questa “se e solo se” vissuta come interamente identica, per significati e valore, all’esperienza di procreazione biologica. Sono portata a credere che non debbano adottare quei genitori (indipendemente dal sesso) che arrivano all’adozione come seconda scelta con una nostalgia irrisolta di legame biologico. Da madre adottiva, considero mio figlio a tutti gli effetti la persona più importante nella mia esistenza, e il suo arrivo una esperienza fondante per noi come suoi genitori. Nessuna seconda scelta, ma un desiderio e un amore assoluti, sapendo che è stato ed è lui a doverci riconfermare, da figlio, per espressione di amore e non per forza di cose. Detto ciò, comprendendo le ragioni di chi desidera un figlio biologico, credo che si debba arrivare a comprendere quanto questo non debba confliggere con le esperienze psico-fisiche di persone altre che ospitino per scelta o per denaro questa esperienza. Senza però che questo diventi un limite o una persecuzione di tipo legale. Conosco meravigliosi genitori omosessuali e padri biologici dei loro figli, arrivati alla paternità attraverso la maternità surrogata, e mi sembrerebbe una cosa intollerabile non riconoscer il loro diritto a essere divenuti splendidi e attentissimi genitori. Se mai, molte domande ho dentro su cosa possa significare per una donna, in qualsiasi luogo della terra, far crescere un figlio di altri dentro di sé, senza poter coltivare l’esperienza straordinaria della comunicazione materna in gravidanza, se non a prezzo di una taglio e una ferita. Insomma, la questione è spinosissima, e richiede comprensione di sentimenti e diritti, ma per certo non si risolve negando in Italia paritarietà di diritto alle coppie etero o no che abbiano concepito all’estero i loro figli, secondo una normativa che altrove è in atto da tempo. Di minor impatto soggettivo, ma di assoluta similarità di diritto, il tema della procreazione eterologa. Non sarebbe forse ora di interrogarci sui temi enormi del sentimento di inclusione, convivenza, costruzione delle famiglie come luoghi di amore, aprendo il confine del nostro ristretto sentire a quello che nel mondo accade e lavorando perché ci sia una riflessione personale su questi temi e non una norma legislativa ostativa e cieca ai sentimenti e vissuti reali? E soprattutto, non sarebbe ora di far sì che tutto questo non sia, indirettamente, un disconoscimento del legame di coppia omosessuale? Ecco, forse confusamente, ma abbastanza decisamente, sento che ci si debba muovere in questa direzione…

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