• E’ uscito in aprile, per l’Editore Guerini nella collana Next, a cura di Giuseppe Varchetta, “Dentro la formazione – Etnografia, pratiche e apprendimento”, di Domenico Lipari. Con una bella, intensa e appassionata postfazione di Giuseppe Scaratti.

    Nel solco della tradizionale attenzione dell’autore a fornire alla comunità scientifica esisti di studi ed esperienze come occasione di riflessione teorica mai staccata da una pratica nella consulenza e nella ricerca sociologica, anche questo saggio propone e condivide una proposta narrata con magistrale efficacia.

    Accostando all’analisi teorica del concetto di etnografia le tracce di esperienze che si sono arricchite nel tempo, il testo ne propone una applicazione “continua” e virtuosa sui terreni (spesso ambigui e piegati alle leggi di interpretazioni forzose) delle pratiche di intervento nella formazione e nella consulenza organizzativa.  Un approccio etico, potente e capace di garantire chi opera nella nostra comunità professionale, nel momento dell’incontro con le organizzazioni, attraverso una a un tempo rigorosa e aperta applicazione di un metodo alla  magmatica esperienza del lavoro sul campo. 

    L’osservazione, la disambiguazione, la presa in carico della narrazione con  tutte le sue sfumature di senso e le sue multivalenze, sono al servizio della ricerca e della consulenza con il loro carico di verità ed evidenze.

    Gli attori, i luoghi, le variabili ambientali e temporali, le relazioni, i linguaggi, il grado di con-fidenza e  la capacità di pathos organizzativo hanno tutti i loro modi e motivi di espressione, rilevazione e racconto, restituendo alla nostra occasione di essere “migliorativi” o almeno “restituenti” nel mondo una concreta opportunità di essere detta e attuata.

    Mentre mi riservo di fermarmi a riflettere in autunno sul testo, quando spero che il libro sarà presentato anche a Roma,  utilizzando lo sguardo più lungo di una recensione puntuale, credo valga la pena di condividerne ora la segnalazione di uscita, poiché merita, questa ulteriore e nuova ricerca e narrazione di Domenico Lipari, di poter essere fra le letture dei tempi di quiete, quando si è fuori dal collasso più freddo del lavoro e della tensione sociale e ogni lettura può essere compresa, annotata e portata con sé per il futuro e il domani.

    Ognuno di noi ha bisogno di un richiamo continuo allo studio e all’analisi meditata, e di strumenti che possano essere pensati sul campo e verificati con lo sguardo sensibile all’innovazione per scoprire l’autentico. In questo saggio, le suggestioni, le esperienze e le analisi da cui trarre tutto questo di certo non mancano. Calate, peraltro, in una narrazione così fluida ed elegante da farci provare l’esperienza del piacere di aver letto, e la sorpresa portata dalla bellezza delle parole per “dire”.

    Buona lettura, a chi non ha fretta di calpestare il passato per ospitare con gli occhi alla luce il presente, e quindi il cambiamento e il futuro.

     

     

  • Arrivato ieri. Delicatissimo, come tutte le sue cose nel mondo, questo cahier intime in forma di racconto che raccoglie l’ultimo lavoro di Zena Roncada: “Qui come altrove” – Effigie, 2016. Quasi impudica la lettura, se legge anche attraverso la piega dei rapporti personali, di tutto quanto segue la dedica del libro, a Lino. Nella lettura piana che si vuole sovrapersonale, un librino prezioso, che attinge a una lingua elegante, minuziosa, accorta e accudente. Auguri, cara Zena. Anche le tue “bambine” avranno un piccolo fremito di affetto per ogni pagina di questo tuo. Riparare è soprattutto saper dare un riparo.

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     https://effigiedizioni.wordpress.com/…/qui-come-altrove/

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    Il tristissimo delitto di genere, che ha visto vittima la giovanissima Sara, ripropone anche oggi, come ieri e come ogni giorno, la terribile realtà di un mondo in cui alle donne, con violenza viene sottratto il diritto a essere se stesse, nella piena determinazione di sé, in quanto donne, ovvero in quanto soggetto funzionale a una organizzazione maschile del mondo che relega il femminile a un ruolo subalterno. Questo nel lavoro, nella vita, e persino nel “pensiero” e nell’arte. La nostra cultura, anche quella più illuminata, decide per le donne e “incide” il corpo della donna. Ma, accanto a questo, l’insistenza sociale sulla paura che ha impedito che chi ha visto agisse o intervenisse quanto meno chiamando soccorso, rinvia a un secondo problema, di portata altrettanto atroce. In questo universo abitativo che sono le città, ogni vittima è sola. Ogni persona è sola con la propria paura. Nessuno è al sicuro. E quel che è peggio, è che la soluzione sembra essere la costruzione di un presidio armato, di una emergenza di forza pubblica invocata. Non siamo capaci di lavorare su un pensiero e un sentimento solidale, sappiamo solo invocare maggiore forza, maggiore sorveglianza. Ho una commozione profonda per la ragazza uccisa, in modo atroce, ma anche rispetto per la paura. Non è facile trovarsi per strada di fronte a qualcosa, che si sente essere orribile, e fermarsi. Certo, occorre che la paura si trasformi in azione (la richiesta di un soccorso che si vuole e deve essere immediato), ma fa parte di una logica del capro espiatorio accanirsi su chi non si è fermato, ed ha smarrito il sentimento del soccorso. Credo si debba e si possa agire per dare senso a una comunità di soggetti che devono percepire la strada come luogo comune, abitato dal desiderio di prossimità e non derubato da ogni convivenza. E’ sulla cultura della persona che esprimiamo che dobbiamo riflettere, ed è su questo che possiamo agire. Non è una società di polizia che garantisce la libertà e la pace, ma una società capace di agire e sentire il bene. Che non diventi, questo ennesimo femminicidio, il pretesto per chiedere di costruire prigioni persino per i sentimenti. Le donne, e gli uomini hanno diritto ad essere comunità.

  • Un piccolo dono di IndigosProject, e mio e di Riccardo Vinci, a “Berta Filava”, Knit Café  appena nato a Via di Poggio Ameno, a Roma.

    Territorialmente vicino allo studio che ha visto nascere IndigosProject, non può che farci allegria che venga ad essere una nuova realtà positiva e fiduciosa nel quartiere ed in questa città. Nel video la storia di Roberta Tavani e del suo Berta Filava, una piccola impresa familiare pensata da donne e vissuta da uomini e donne. Grazie anche a Sergio Falco ed ai Bykers che ci hanno invitati al curioso e bellissimo Breakfast da Berta Filava 🙂

    Guarda su YouTube il video con l’intervista a Roberta Tavani e le foto di Riccardo Vinci, realizzati il mattino del Bikers Breakfast to Berta Filava

    (Photo by Riccardo Vinci)

  • (Photo by Riccardo Vinci)

    Il quartiere in cui vivo è a misura di persone che amano fare. E la strada in cui passo le ore al mattino è piena di storie che resistono al tempo di crisi che siamo, e di storie che sfidano la stanchezza di un oggi che fatica a trovarsi.

    Proprio oggi siamo stati a vedere, con Riccardo, condividere e stringere nell’impronta dell’occhio che fotografa e ascolta, una nuova realtà che si è schiusa da poco, dietro il vetro di colori che passano di Berta Filava. Di lei voglio dire fra un po’, qualche giorno. Ma lo sguardo ha potuto posarsi e giocare grazie a Sergio, un artista che da sempre lavora e propone nel mio stesso quartiere, nei metri di strada che si stanno di nuovo animando, dopo i segni pesanti di crisi degli ultimi mesi.

    Sergio Falco lavora col cuoio, ne incide perimetro e spazio di pelle, e realizza lavori preziosi, molto amati da chi porta con sé la bellezza del cuoio, e più spesso capaci di ornare con grazia elegante, e con forza di tratto, chi si porta in due ruote con passione e una storia.

    Con Sergio c’è un sorriso che passa quasi ogni mattino, ci incrociamo nell’ora più presta nel caffè qui di fronte. Ha la cosa bellissima di sorridere sempre, di non essere mai sovrastato dagli umori che possono farsi più grigi se pensiamo a tutto quello che abbiamo da tenere e vedere in questa Roma che è sorda al voler stare bene per tutti.

    Ci siamo conosciuti negli anni, e stamane ci ha chiamati, con Riccardo, a passare da Berta Filava, per viver con loro un momento un po’ magico di vita che cresce in quel nuovo negozio (lo vedremo fra un po’ anche qui).

    C’era stato però un bellissimo incontro recente con Sergio, quando siamo passati a “sentire”, “rubare” e scoprire, con Riccardo, i più di 300 tatuatori (e i moltissimi e intensi tatuati) che si sono riuniti da poco al Palazzo dei Congressi di Roma.

    Lì ho scoperto che il progetto di Sergio di aprire una Scuola, di portare quel che passa nei giorni, da tanto, dal suo studio d’artista a un gruppo più ampio, è nato e si è fatto più grande. Metto in foto le info per chi li volesse scoprire, questi corsi un po’ magici, per avere fra le mani quell’arte così delicata che fa essere cosa preziosa la pezza di cuoio, la pelle che ciascuno riporta su pelle e su corpo. Le borse, le selle, gli ornamenti che sono ogni volta la traccia che è unica e sola di un sentire, di un progetto d’artista, o persona, che apprende e fa proprio.

    Ma la cosa più bella è stata vedere che Riccardo, con lo scatto che ha chiesto di poter riportare, conosceva, svelava, ritraeva l’artista che segnava lì in mezzo, fra le pelli tatuate e i colori dei corpi.

    Ecco quindi, condivido qui quello che ho visto ed amato, anche nella speranza che qualcuno, qui in rete, possa dare una mano a far sì che quest’arte così delicata e legata al sapere delle dita e degli occhi possa un giorno magari trovare il suo posto anche lì dove i corsi si fanno più ampi con l’aiuto e lo spazio di Accademie e Atelier.

    Auguri alla mano fatata di Falco 🙂 e grazie di fare questo pezzo di strada, a dispetto dell’Ama che la invade con i suoi cassonetti, un po’ meno silenziosa e dolente per il tempo di crisi che siamo.

    Si sta rianimando, ci sono attività che resistono, le nuove che sorgono, lo studio che è mio e di Riccardo,  lì in mezzo. E di questo, sono molto felice.

     

     

     

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    La femmina nuda di Elena Stancanelli è decisamente un bel libro. Senza essere “il libro” sulla gelosia, sulla frattura, sul danno, è un libro onesto, sincero, ben scritto e disturbante.

    Ti tiene ferma lì, attenta al mutamento nel tempo, ed è contemporaneo e quotidiano nel senso migliore. Ci sono tutte le abitudini tristi di questo tempo, c’è Facebook, l’iPhone, il mercatino dell’usato rivisitato in chiave snob, la grazia e la volgarità dei tempi.

    Ci son amore e disamore, l’armamentario alimentare, il mondo dei toy boys, le incrinature sadomaso. Eppure, tutto è ben dosato. Non sbava, macchia appena, non si incarta. C’è un femminile che ti resta dentro ben disegnato e fermo, una coerenza stretta, un certo prevedibile e un po’ tenero segnale narcisista. Qualche cliché sulla bellezza e sul volgare, ma nulla che non possa essere amato.

    E quella lucida coscienza del corpo femminile, che passa per la timidezza che non è pudore, ma proprio un po’ di senso delicato di quel sé che non si vuole far colludere con mode e selfies.

    E’ un libro che potresti regalare ad un’amica senza pensare di essere invadente, quand’anche avesse aperto, in quel momento, lo stesso tema che attraversa le pagine e i capitoli.

    Tema durissimo, dell’abbandono. Parola che va usata in più di una accezione. Tu mi abbandoni, mi abbandono, non abbandono mai abbastanza.

    Tema del dirsi, del tradirsi, del ri-trovarsi e del tagliarsi. Nessuna finta resistenza ad ogni mezzo che si usi quando si rantola per senso di impotenza. Piccola gara di fantasmi, di moloc femminili, di fragili coerenze.

    Mi sono proprio divertita a stare male, potrei dire, a leggerlo d’un fiato. Brava la Stancanelli, qui. Molto più brava, se vogliamo, della Ragazza del treno che tante, di copie, ne ha vendute.

    E’ più pulita da arzigogoli, la voce, meno cruciale, più attinente.  Quasi senza una trama tesse una trama che è delicata e snella, piena di buchi tutti donna.

    Password rubate all’intimo del tempo, sesso fotografato, e un po’ di smarrimento.

    Come se altrove fosse un bel po’ di mondo, che si distanzia. E che conversa.

     

     

     

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    Un buon modo per celebrare il 25 aprile potrebbe essere andare a vedere domani in sala “Lui è tornato”, il bel film di David Wendt (film tratto dall’omonimo libro di Timur Vermes, pubblicato in Italia da Bompiani).

    Il libro, come riporta la Nexo Digital,  “è stato primo nella classifica della rivista SPIEGEL per 20 settimane, ha venduto oltre 2 milioni di copie solo in Germania e vede traduzioni in corso in oltre 40 paesi, tra cui Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia, Giappone e Cina”.

    Il film ipotizza che Hitler, per un varco che si apre nel tempo sotto terra nello spazio berlinese occupato dal bunker (nel quale Hitler si uccise o fu ucciso il 30 aprile del 45), ricompaia a Berlino nel 2014. portando con sé reazioni ed azioni purtroppo del tutto credibili.

    Intorno a questo apparire, che viene ripreso e “girato” non solo nella stretta cornice del film, ma anche fra la gente e le piazze, si snoda una catena di eventi che partono da una Germania che vede in questa icona la sola possibile voce di un comico, e risalgono fino a un’altra nazione che lo lascia vibrare come voce che ammicca, che porta in rilevo, che svetta. Fra clamori mediatici e pulsioni primarie di sopruso, razzismo e di morte che si fanno sentire, si svelano, intorno a un evento improbabile, ma a pensarci, a partire dalle immagini finali del film, tristemente possibile.

    E così che il fantasma incarnato si fa spazio fra palinsesti e gruppetti reali, si annida nel tempo che viene senza alcuna paura di dire il passato, svelato, denudato, denunciato e scacciato soltanto da una mente che vive al presente senza troppa energia, e che invece recupera, e grida, e si fa ferma e netta, di fronte al sopruso di un tempo che rischia, e propone di stare con lo sguardo al passato senza troppa vergogna. La voce di che è sopravvissuto ai campi, a quel tempo che vorremmo mai più declinato.

    Allora, la domanda che faccio, mi faccio, è che cosa sia davvero il fascismo oggigiorno, cosa sia diventato quel bel quotidiano che avevamo costruito e affermato che diceva: nessun fascismo mai. Perché invece di fascismi se ne vedono risalire ogni giorno, pesanti, e purtroppo persino collusi, nei giorni, con quel malcontento che ha radice nel nulla (del lavoro, del senso politico dello stare nel mondo).

    Sarebbe interessante capire quel legame (che il film evidenzia) di questo rigurgito nero con i Verdi tedeschi, soltanto accennato ma oscuro e inquietante.

    Da domani questo film sarà nelle sale, per tre giorni, a ridire qualcosa che ha senso pensare, conservare, tenere negli occhi. Lui è tornato, purtroppo, non sembra potere restare soltanto uno scherzo del tempo.

     

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    Ho visto solo da pochi giorni “Diario di una teenager”, il delizioso film del 2015 per la regia di Mariella Heller, premiato sempre nel 2015 al Sundance Film festival per la miglior fotografia.

    Tratto da “Diario di una ragazzina”, di Phoebe Gloeckner, il film ripropone uno spaccato anni 70 imperdibile, in una San Francisco ricostruita e sfumata con incredibile abilità.

    Ma il film non è soltanto questo. Non è solo fotografia superba e colonna sonora da brivido. E’ un film delicatissimo, femminista e meravigliosamente complice del farsi dell’adolescenza.

    Senza sconti e omissioni verso modelli familiari centrati sull’individualismo genitoriale, mascherato da progetto politico e sociale, il film ci restituisce gli occhi, il corpo, la voce e l’immaginario adorabilmente proposti nella storia di “Minnie”, che nel farsi strada alla scoperta di sé attraverso il corpo e le forme non mediate del desiderio che preme (di scoprire, di innamorarsi, di sentirsi amata e di “essere vista”) apre tutto un mondo di connotazioni sottili e vibranti.

    La cecità della madre nel non vederne la crescita e neppure l’azzardo, la libertà della piccola Minnie di riprendersi un corpo che non ha ancora una forma, il precedente dell’arte nel registrare la vita (su cassetta, come dev’essere, nei 15 anni degli anni ’70), la caparbia visione di vocazione e passione che si fanno strada fra una scuola che non ascolta e un mondo intorno che stenta proprio a coesistere con la libertà e le passioni, sono il centro del film.

    Ci sono luoghi della sceneggiatura davvero bellissimi, da riascoltare da dentro dopo aver visto le immagini, e la potenza straordinaria e lucente del tratto a fumetti, che riecheggia, dilata e riempie di senso ulteriore una storia che già nelle immagini video, è toccante e vibrata.

    E’ un film piccolino destinato a restare, una volta che lo si sia visto e ascoltato. Come gli occhi ed il corpo imperfetto di Minnie, nella parte più a fondo della nostra innocenza. E’ così che scegliamo di essere liberi, con quel passo: un po’ goffo, straniato, s-fumato, e perfetto.

    L’importante non è inseguire il momento in cui siamo ri-amati. L’importante è ri-amarsi, vedersi, sentirsi con sé.

    Una bella lezione, dagli anni 70, e da quei 15 anni.