Ci sono volte in cui pensi di scattare e invece hai dentro un film–
Ph Nerina Garofalo – Model Diana – Agenzia Osvaldo Fracasso – Evento In Automatico Fotografia









Il blog di Nerina Garofalo


Ph Nerina Garofalo – Model Jenny – Evento InAutomatico – Direzione artistica Daniele Belli – I. F. M. By Osvaldo Fracasso















La parola pandemia, dal greco antico πανδήμιος, pandḗmios, “di tutte le persone”, si associa al diffondersi di una malattia, ad una epidemia senza confini. Se riuscissimo a immaginare un Natale pandemico, ovvero la condivisione dei sentimenti di vicinanza, calore, attenzione all’essenziale, trionfo della grotta sui castelli, trionfo del calore dei fiati su quello delle feste, avvento del bambino come presenza di vita, allora forse, dico forse, sapremmo come uscirne vivi. Con generosità vera, che superi la paura di farci male, e diventi invece convivenza e presenza, riconoscimento e affetto. Per questa ragione ho scelto, per fare a tutti voi gli auguri dal nostro studio fotografico e dal mio studio di coach, e da noi come persone e famiglia, due fiabe che rinviano a molti dei temi di oggi: i muri che separano, la conservazione della ricchezza con disprezzo della povertà, l’indifferenza al dolore. Che possa essere la rilettura di queste due fiabe un messaggio di amore ad altezza di bambino e con occhi da piccoli. Perché solo i piccoli sanno fare cose grandi. Con tutto il nostro affetto, dunque, buon Natale e buon Anno nuovo
Nerina, con Riccardo e Cristian


*
(di H. C. Andersen)

Era l’ultimo giorno dell’anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell’acqua, l’altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l’ultimo giorno dell’anno e lei non pensava ad altro! Si sedette in un angolo, fra due case. Il freddo l’assaliva sempre più. Non osava ritornarsene a casa senza un soldo, perché il padre l’avrebbe picchiata. Per riscaldarsi le dita congelate, prese un fiammifero dalla scatola e crac! Lo strofinò contro il muro. Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e la stufa scomparve. La bambina accese un secondo fiammifero: questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero. Giunse così la notte. “Ancora uno!” disse la bambina. Crac! Appena acceso, s’immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l’anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli… il fiammifero si spense… le fiammelle sembrarono salire in cielo… ma in realtà erano le stelle. Una di loro cadde, tracciando una lunga scia nella notte. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta. La vecchia nonna le aveva detto spesso: Quando cade una stella, c’ è un’anima che sale in cielo”. La bambina prese un’altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. Le sorrise con dolcezza.
– Nonna! – gridò la bambina tendendole le braccia, – portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l’oca arrostita e il bell’albero di Natale.
La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un’altra scatoletta, uno dopo l’altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. I fiammiferi diffusero una luce più intensa di quella del giorno:
“Vieni!” disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell’anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto!
Il testo della fiaba è da questo sito, che si ringrazia per la condivisione

(di Oscar Wilde)

Ogni pomeriggio, appena uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante. Era un grazioso e vasto giardino, con erba soffice e verde. Qua e là sull’erba c’erano bellissimi fiori che sembravano stelle, e dodici alberi di pesco che in primavera fiorivano di bianco e rosa, e in estate davano frutti succosi. Gli uccelli si posavano sugli alberi e cantavano così dolcemente che i bambini interrompevano i loro giochi per ascoltarli. «Come siamo felici qui!» gridarono gli uni agli altri.
Un giorno il Gigante tornò. Era stato a visitare suo fratello, l’Orco di Cornovaglia, e si era trattenuto con lui per sette anni. Dopo sette anni aveva detto tutto quanto aveva da dire e si era deciso a ritornare nel suo castello. Quando arrivò, vide i bambini che giocavano nel giardino. «Che cosa state facendo laggiù?» gridò con voce burbera, e i bambini scapparono via. «Il mio giardino è mio!», proclamò il Gigante, «chiunque può capirlo, e non permetterò a nessun altro di giocarci». Così vi costruì un alto muro tutt’intorno, e mise un cartello: “Vietato a tutti l’ingresso”.
Era veramente egoista quel Gigante. I poveri bambini ora non avevano un posto dove giocare. Provarono a giocare sulla strada, ma la strada era veramente sporca e piena di polvere e sassi acuminati, e a loro non piaceva. Erano soliti gironzolare intorno alle mura invalicabili dopo l’orario di lezione e, parlando tra loro dello stupendo giardino all’interno, “Come eravamo felici lì!” dicevano.
Poi arrivò la Primavera, e in tutto il paese spuntarono deliziosi fiorellini sui quali svolazzavano gli uccellini novelli. Soltanto nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Gli uccelli non si preoccupavano di cantare perché non c’erano i bambini, e gli alberi si dimenticarono di fiorire. Un solo bellissimo fiore mise la sua testolina fuori dall’erba, ma quando vide il cartello fu così dispiaciuto per i bambini che si infilò nuovamente nella terra, e ritornò a dormire.
I soli contenti furono la Neve e il Gelo. «La Primavera ha dimenticato questo giardino» esclamarono, «cosicché noi potremo viverci tutto l’anno». La Neve coprì l’erba con il suo grande mantello bianco, e il Gelo dipinse d’argento tutti gli alberi. Quindi, invitarono il Vento del Nord a stare con loro, ed egli venne.
Era avvolto in una pelliccia e ruggì dal mattino alla sera nel giardino, e abbatté i comignoli. «Questo è un posto piacevolissimo», disse, «dobbiamo invitare la Grandine». E la Grandine arrivò.
Ogni giorno per tre ore la Grandine crepitò sul tetto del castello finché non ebbe rotto la maggior parte delle tegole, e allora si mise a correre senza mai fermarsi intorno al giardino, più forte che poteva. Era vestita di grigio, e il suo alito era di ghiaccio.
“Non capisco proprio come mai la Primavera tardi così tanto ad arrivare”, disse il Gigante Egoista guardando dalla finestra il suo giardino freddo e coperto di neve, “spero che il tempo possa cambiare presto”.
Ma la Primavera non arrivò, e nemmeno l’Estate. L’Autunno portò frutti dorati in tutti i giardini ma non in quello del Gigante. «È troppo egoista» disse l’Autunno.
Così, là era sempre Inverno, e il Vento del Nord, la Grandine, il Gelo e la Neve danzavano qua e là fra gli alberi.
Una mattina il Gigante stava disteso nel suo letto, sveglio, quando sentì una musica dolcissima. Gli sembrò così dolce che pensò dovessero essere i musicanti che passavano.
In realtà era soltanto un piccolo fanello che cantava davanti alla finestra, ma era da tanto tempo che non sentiva cantare un uccello nel suo giardino, che quella gli sembrò la musica più soave del mondo.
“Credo che sia veramente arrivata la Primavera” disse il Gigante e saltò giù dal letto per guardare fuori.
Che cosa vide? Vide una scena stupenda.
Da un piccolo buco nel muro i bambini si erano insinuati nel giardino, e stavano seduti sui rami degli alberi. Su ogni albero che poteva vedere c’era un bambino. E gli alberi erano così felici di avere di nuovo i bambini con loro, che si ricoprirono di germogli, e agitavano delicatamente i rami sulla testa dei bambini.
Gli uccelli stavano volando qua e là cinguettando allegramente, e i fiori occhieggiavano tra l’erba verde e ridevano. Era una scena deliziosa: solo in un angolo era ancora inverno. Era l’angolo più lontano del giardino e lì un bambino stava dritto in piedi.
Era così piccolo che non riusciva a raggiungere i rami degli alberi e vi girava tutt’intorno, piangendo amaramente. Il povero albero era ancora coperto di neve e gelo, e il Vento del Nord soffiava e ruggiva tutt’intorno.
«Sali, bambino!» disse l’albero, e piegò i rami più che poté; ma il ragazzo era troppo piccolo.
Il cuore del Gigante a quella vista immediatamente si sciolse. «Come sono stato egoista!» esclamò. «Ora so perché la Primavera tardava a venire. Metterò quel povero bambino in cima all’albero, e destinerò per sempre il mio giardino ai giochi dei bambini». Era davvero molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.
Così, scese furtivamente e aprì senza rumore il portone di fronte, uscendo dal giardino. Ma quando i bambini lo videro si spaventarono talmente che scapparono via, e nel giardino ritornò l’Inverno.
Soltanto il bambino più piccolo non fuggì perché aveva gli occhi così pieni di lacrime che non poté vedere il Gigante avvicinarsi. Il Gigante allora gli si avvicinò da dietro, lo prese gentilmente per mano e lo sollevò sull’albero.
L’albero, immediatamente, lasciò sbocciare i fiori, gli uccelli si posarono cantando sui rami e il bambino tese le braccia, le gettò al collo del Gigante e lo baciò.
E gli altri bambini, quando videro che il Gigante non era più cattivo come un tempo, tornarono di corsa e con loro tornò la Primavera.
«Bambini, il giardino è vostro ora» disse il Gigante. Prese una grande scure e abbatté il muro.
Alle dodici, quando la gente uscì per andare al mercato, vide il Gigante che giocava con i bambini nel giardino. Il giardino più bello che avessero mai visto.
Per tutto il giorno ii bambini giocarono e, fattasi sera, tornarono dal Gigante a salutarlo. «Ma dov’è il vostro piccolo compagno?» domandò il Gigante, «il bambino che ho messo sull’albero».
Il Gigante lo amava più di tutti gli altri perché era stato lui a baciarlo. «Non lo sappiamo» risposero i bambini, «forse è andato via».
«Dovete dirgli di stare tranquillo e di venire domani» disse allora il Gigante. Ma i bambini risposero che non sapevano dove abitava, e che non l’avevano mai visto prima di allora.
Il Gigante, a quel punto, si sentì molto triste
Tutti i pomeriggi, quando la scuola terminava, i bambini tornavano a giocare con il Gigante. Ma il bambino che il Gigante amava non si fece vedere mai più.
vorrei vederlo ancora!» era solito ripetere.
Passarono gli anni, e il Gigante divenne molto vecchio e debole. Non poteva più partecipare ai giochi e seduto su una grande poltrona, si limitava ad osservare i bambini giocare e ad ammirare il giardino.
«Ho tanti fiori bellissimi ma i fiori più belli di tutti sono i bambini» esclamava ogni tanto.
Una mattina d’inverno guardò fuori dalla finestra mentre si vestiva. Ora non odiava più l’Inverno, perché sapeva che era semplicemente la Primavera addormentata, e sapeva che i fiori si stavano solo riposando.
Improvvisamente, si strofinò gli occhi e guardò con meraviglia. Era certamente una visione incredibile.
Nell’angolo più nascosto del giardino c’era un albero completamente coperto di fiori bianchi. I suoi rami, dai quali pendevano frutti d’argento, erano interamente d’oro e, sotto, c’era il bambino che il Gigante aveva tanto e tanto amato.
Il Gigante corse al piano inferiore, con il cuore colmo di gioia, e uscì in giardino. Attraversò velocemente il prato e si diresse verso il bambino. Ma quando arrivò vicino al viso del bambino, si fece rosso dall’ira e chiese: «Chi ha osato ferirti?»
Gigante, «dimmelo, affinché io possa prendere la mia grande spada e ucciderlo».
«No!» rispose il bambino, «queste sono le ferite dell’Amore».
«Chi sei tu?» chiese allora il Gigante, mentre uno strano timore lo prendeva. E parlando si inginocchiò davanti al bambinetto.
Il bambino sorrise al Gigante e gli disse: «Tu una volta mi hai permesso di giocare nel tuo giardino, oggi verrai con me nel mio giardino, che un giardino di Paradiso».
Quando i bambini, quel pomeriggio, andarono a giocare, trovarono il Gigante che giaceva, come addormentato, sotto l’albero, e tutto ri coperto dai fiori bianchi dell’albero dai rami d’oro.
***
Il Gigante egoista, una fiaba di Oscar Wilde
Si ringrazia per la versione in creative common utilizzata come base di partenza per questa traduzione, il sito . Sulla stessa pagina web è disponibile una versione audio della Fiaba.


Il voto di domenica e lunedì, per i ballottaggi, si impone come dovere civico per chiunque avverta la complessità di ciò che viviamo, in termini sociali e politici, a livello locale quanto a livello nazionale. La città di Roma, ospite delle Istituzioni più alte, ci chiama a tener fede ai nostri doveri di cittadini e cittadine con ancor più grande sentimento di responsabilità e rigore.
Quello che accade nelle piazze, non solo italiane, con l’assunzione di modalità di contrapposizione populista e reazionaria ai governi ed ai simboli della democrazia partecipata ma delegante, rappresentativa, è gravissimo ed è, da lungo tempo, sotto gli occhi di tutti.
Le forme di individualismo e mancata analisi solidale di situazioni e dati generali, tipiche dei movimenti che imperversano da due decenni, sono facile preda e luogo di strumentalizzazione per le destre già estreme e violente.
Una democrazia solida e maggioritaria, come è oggi la nostra, non può ridurre la nazione alla stregua di nazioni che versano in direzione dei peggiori sentimenti nazionali, come ad esempio la Polonia.
Il compito del futuro sindaco di Roma, così come quello dei Presidenti e delle Presidenti di Municipio, deve essere quello di amministrare una città al servizio delle persone che la abitano e di servizio alle Istituzioni democratiche.
Come potrebbero i candidati di destra, nelle varie sedi, occuparsi di questo, quando palese è la vicinanza, o quanto meno la non presa di distanza netta, da questi movimenti?
Abbiamo sentito la condanna della violenza, a non la presa di distanza dai gruppi e partiti che l’hanno promossa e la promuovono.
Non è sciogliendo le organizzazioni che si formano le comunità resistenti, che si consolidano basi e vissuti delle democrazie. A questo si arriva con una città e dei municipi solidali a un disegno di confronto sociale sempre caratterizzato dai valori della costituzione e di tutte le democrazie, e capaci di sviluppare in essi centri di formazione educazione sentimentale, pratica e incremento dei valori democratici. E quindi, attenti ai bisogni, alle soluzioni non populiste ma capaci di prospettiva, alla crescita del bene comune, sia esso economico come etico e civile.
Per questo, occorre andar uniti e confermare il nostro voto ai candidati delle alleanze democratico, in questo ballottaggio di fatto rappresentanti di tutte le forze che non populiste e contrapposte ai fascismi di ogni natura.
Candidati con programmi di inclusione, di costruzione di una sicurezza non “militarizzata” ma derivante da come la città e i municipi si organizzano, vicini ai bisogni di genere, alle diverse identità culturali coesistenti, ai bisogni specifici delle nostre coscienze e dei nostri ciìorpi e corpi sociali.
Al comune di Roma deve essere indiscutibile la non astensione e il sostegno a Roberto Gualtieri, così come nei Municipi, a figure come quelle di Amedeo Ciaccheri, in MUNICIPIO VIII, di Titti di Salvo, in Municipio IX, e così via.
Seguendo Wislawa Szymborska, Comportiamoci bene nel mondo… cerchiamo di essere poeti…
(NG)
**
“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.
Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti perfino
nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.
Su un tavolo più giovane, da una mano d’un giorno più giovane,
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.
Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.
(Wislawa Szymborska, Disattenzione)
“[…] qualunque cosa possiamo pensare di questo mondo – il mondo è stupefacente. Ma “stupefacente” è un aggettivo che nasconde una trappola di tipo logico. Siamo stupefatti, dopotutto da ciò che si discosta da una regola ben conosciuta e universalmente accettata da un’ovvietà alla quale ci siamo conformati, via via che crescevamo. Ora, il punto è che non esiste un mondo così ovvio. Il nostro stupore esiste per sé e non poggia sul confronto con qualcos’altro. Certo, quando parliamo, nel quotidiano, quando non la smettiamo mai di giudicare ogni parola, usiamo tutti frasi del tipo “il mondo usuale”, “la vita usuale”, “l’usuale corso degli eventi”… Ma nel linguaggio della poesia, dove ogni parola viene soppesata, non c’è niente di usuale o normale. Nessun sasso e nessuna nube al di sopra del sasso. Nessun giorno e nessuna notte che segue quel giorno. E, soprattutto, nessuna esistenza, nessuna esistenza di chiunque al mondo. Sembra che i poeti avranno sempre un loro mondo ritagliato su misura.”
(Wislawa Szymborska, Prolusione alla consegna del Nobel nel 1996)

Sono stata partecipe ieri, a Piazza del Popolo, di un momento molto coinvolgente, quello che si definirebbe senza dubbio, se ci fosse onestà nella politica, un successo di piazza, e politicamente una dimostrazione di fiducia e calore in una città assai sfiduciata. Carlo Calenda ha chiuso la sua campagna elettorale, come candidato Sindaco per la città di Roma, con entusiasmo, passione, chiarezza e realismo. Ha descritto un impegno personale e del suo team articolato in azioni nel lungo periodo che ha preceduto la campagna fatto con attenzione a parole ben precise: competenza, concretezza, incontro e ascolto. Bisogna dire con forza, che, ascoltato Calenda e lette le dichiarazioni del PD degli ultimi giorni, il vero voto utile è quello per Carlo Calenda, ed anzi fa un po’ tristezza che il PD si sia ridotto a una campagna basata non su un suo contenuto ma sulla sconfitta della destra e lo spauracchio di un ballottaggio monocolore.
Andrò quindi al voto per il comune, che sarà per Calenda e per i candidati di Italia Viva Valerio Casini e Francesca Leoncini, certa di fare la cosa migliore e più credibile nel risultato sperato, tenendo conto di un panorama di oppositori non proprio esaltante, nemmeno a sinistra.
Ci vado convinta che non sia il mio voto ideale, sebbene abbia empatizzato con l’energia e la capacità di leadership (sia pur direttiva), del candidato. Bravo, serenissimo, umanamente in gioco a pieno, umorale e capace di grandi ineleganze, il che lo rende umano e persino simpatico, per una come me che non ama la compostezza.
Eppure, il momento di maggior distanza l’ho provato, credo forse unica nella piazza, nell’omaggio che la madre ha fatto all’impegno del figlio con un blob filmico su Roma ricco, elegante, misurato, ma in qualche modo per me mancante di quella Roma che sento davvero mia: quella di Favolacce, quella di Sulla mia pelle, quella del romanzo di Nicola Lagioia, quella che vede l’idroscalo di Ostia piuttosto che la Garbatella. Quella di Non essere cattivo. Quella di Padre Nostro, quella di Buongiorno Notte. Insomma, quello che voglio dire è che, pur convinta del mio voto di domani, il mio cuore è altrove. E’ in quel riformismo di sinistra che la sinistra te la fa sentire, in Gennaro Migliore, in Teresa Bellanova. In Ivan Scalfarotto. In Matteo Renzi.
Mentre ascoltavo l’ottimo Calenda, ho visto senza audio la diretta da Milano, alla quale erano presenti molti dei nostri, e un gesto di grande fraterna abitudine alla politica bella e solidale, con Renzi che posava la testa sulla spalla di Scalfarotto.
Ecco, quasi mi veniva da piangere. Così come quando ho visto a sera le immagini della chiusura di Amedeo Ciaccheri, che riformista non è, e che voterò convintamente con Angelucci e Marini per l’VIII, ed ho sentito che io comunque non potrò mai essere vicina ad Azione, è sempre amerò le poesie di Victor Cavallo.
Siamo tutti fieri dei nostri genitori, ognuno per motivi differenti, siano essi contadini, artigiani, commercianti, artisti, disoccupati, dissociati, persino colpevoli. Tutte le esperienze fondano l’educazione sentimentale di coascun@ di noi. Calenda e Azione rimangono per me la traccia di un riformismo borghese, magari ottimamente attivo, capace di far bene, ma pur sempre con quel velo di paternalismo che non toccherà mai il cuore di chi ama Don Milani, la Montessori, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli. Il cuore di una come me che ha riaperto il dialogo con la Chiesa Cattolica dopo aver letto la biografia di Ulrike Meinhof scritta da Alois Prinz.

Mentre andavo a Piazza del Popolo, ieri, in autobus, ho scattato molte foto delle persone che erano con me e Riccardo in autobus. Ecco, quella è la Roma che mi fa battere il cuore.
Io sogno il ritorno di un riformismo di sinistra in dialogo con la sinistra. Io sogno di disoccupare le strade dei sogni e non dai sogni, senza alcuna violenza, ma sulla base di meraviglia, empatia, senso del vero, amore per tutto, non solo per il bello. Io sogno un mondo di incompetenti che diventino competenti ciascuno nel “suo” modo e spazio. E quindi liberi e felici. Un welfare attento e vigile. 1 cinema, 1 teatro, 1 biblioteca, un centro antiviolenza, 1 casa di accoglienza, 1 casa del dopo di noi, un luogo di pet therapy, 1 presidio di accoglienza gratuiti in ogni quartiere. E tanto altro.
Per questo, convintamente voterò Calenda, ce l’ha messa tutta ed è il miglior candidato, ma il mio cuore resterà sempre, convintamente altrove. E in VIII forse trova nel voto che darò un posto migliore.
A tutti e tutte, buon voto. Io non sono un’idealista, potrei essere più sovietica che clericale, so che la politica non ha l’ottimo dentro. Ma penso ancora, voglio pensare, che abbia un cuore che mi rappresenta. Sarò tattica, ma non smetterò di farlo strano. Siamo a Roma, e questo serve.














Nei messi passati abbiamo purtroppo perso la viva e creativa presenza di un artista e di un uomo di grandissima vivacità intellettuale e umana. Leonardo Serafino, nell’ultimo periodo della sua vita, aveva molto lavorato a un progetto legato al rapporto uomo-confine, uomo contenimento, uomo superamento, uomo e sua continua espansione fino a modellare il cerchio stretto dell’esistenza.
La gioia dell’incontro con Leonardo è avvenuta per me attraverso la sua compagna Stefania, che mi ha reso possibile conoscerlo come persona, nella loro sfera privata e amicale, e come artista. Al punto da partecipare, con commozione profonda, al suo Battesimo di adulto nel giorno du una Pasqua di qualche anno fa. In mezzo a una feste delle Luci che non dimentico.
Se ho un grande rimpianto è quello di averlo deluso suo moto di creatività, che incrociava la mia pratica fotografica, che avrebbe voluto realizzare incarnando i suoi schizzi di quella serie meravigliosa che è la sua rivisitazione dolente eppure carica di energia dell’Uomo Vitruviano di Leonardo. Quanta ricchezza in quelli. Mi aveva chiesto di fotografare questa sua ulteriore sperimentazione artistica, epistemologica e umana, ed io sono stata mancante. Non ho trovato il modo e il tempo nel suo tempo giusto.
Quando abbiamo tutti salutato Leonardo, ho conservato un’immagine di un suo lavoro che davvero ho caro agli occhi, ma anche, che mi ha fatto sentire tutto il rimpianto di non aver condiviso con lui e con Stefania (che ha protetto e amato l’arte di Leonardo più di chiunque al mondo) quella esperienza.
Prendo quindi in eredità questa suggestione e offerta così generosa, e la trasformo oggi in qualcosa che vuole a Stefania rendere le mie scuse profonde, ma anche la luce della gioia di corpo e vita che aveva Leonardo, e la luce che spero arrivi sul cammino personale di Stefania, che ha altrettanta energia dentro e altrettanto amore da esprimere, che rimane nonostante la tragicità del suo, e del loro, dolore.
Ho rubato per questo, su un set nel quale la modella Giulia giocava con una cornice vuota, l’immagine che avrei voluto aver “scattato” per e con Leonardo, ringraziandolo così per il lascito di valore della ricerca artistica in ciascuno di noi.
A Giulia, che è una giovane artista, oltre che modella e fotografa, e che è oggi alla ricerca di una sua strada espressiva, il mio grazie per aver prestato senza saperlo la sua corporeità e la sua giovinezza a questo progetto non nato, ma rimasto carissimo e prezioso nel mio cuore.
A Stefania (e a Leonardo), con amore.
n.