• adozione3

    Domenica ero in chiesa, alla funzione delle 19,00. Mentre pregavo ho notato, accanto all’altare (dal lato dove anni fa sedeva il coro), una famiglia che non avevo mai visto, composta da due genitori sui 35/40 e tre bambini bellissimi, nerissimi, uno dei quali meravigliosamente sbadigliante, capace di uno sbadiglio senza offesa come solo i bambini sanno quando sono insonnoliti.

    La seconda lettura era una lettera di San Paolo, lettera immensa ma salita agli onori della cronaca anche dei non cristiani per voce di Tony Blair, ai funerali di Lady Diana. In quella lettera c’è un punto, un po’ meno noto ma bellissimo, che recita: “La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. ” L’esposo ha letto ieri le due letture, ed è stato un dono, perché quel punto della Lettera di San Paolo è un mondo che si rivela.

    Ma veniamo a noi. Al termine della funzione mi sono avvicinata alla coppia e ai bambini, mi sono presentata e ho detto loro: anche noi. Per qualsiasi cosa, se volete, questo è il nostro numero di casa. So quanto siete felici, quanta gioia ci sia in ogni cosa in questo momento, ma so anche quante cose a voi e ai vostri bimbi passano per la testa, e magari parlarne, senza paura di non essere capiti, aiuta. Almeno, ha aiutato noi tre, all’inizio. La mamma ha preso i nostri numeri, e siamo rimaste d’accordo che ci sentiremo, ma io so che quasi sicuramente non chiamerà, perché quando nasce una famiglia, e in particolare una bellissima nuova famiglia che congiunge vite che hanno un passato, vivi nel caos, il più bel caos del mondo, ma anche un caos difficile da dire e condividere. E va bene così, per me è importante che lei sappia che non è da sola, a essere strafelice e ad avere anche 3.000 confusioni. Prometti di telefonare e non lo fai, anch’io oggi, prometto spesso una presenza concreta che non riesco a dare (da Anna per esempio meriterei le bacchettate), perché succede qualcosa per cui diventi, per un po’ con un’unica priorità nella testa.

    Nel film “Impossible”, quando la famiglia giunge ad Haiti, li accoglie un uomo che chiede alla madre se anche lei lavori. E lei risponde, bé, lavoravo, sono un medico, adesso mi occupo dei piccoli. E lui risponde: ah, è stata promossa. Sinceramente mi è sembrata una frase bellissima, che riguarda padri e madri, forse perché io cerco sempre di far star dentro il lavoro alla mia vita e mi incasino per questo 🙂 E’ per questo che non si telefona, perché per un po’, almeno per un po’, si diventa, padri e madri, AD di una impresa familiare che non lascia spazio a molto.

    Allora ripensavo (a volte penso), a come è stato quando è stato per noi, e a delle persone che amo molto (come si amano molto gli amici cari) che in questi mesi aspettano una adozione, o aspettano di poter concepire un bimbo/a con un po’ di aiuto. E ho avuto voglia di ritornare con la mente a come è successo a noi di scegliere di essere genitori adottivi, e non biologici.

    Quando ci siamo accorti che le nostre probabilità di avere un figlio o una figlia aggrovigliandoci sul lettone, o al mare, o in prato come si fa da migliaia di anni a questa parte, non ci avrebbe facilmente portato ad essere mamma e papà, siamo andati in un consultorio familiare per sapere cosa fare per diventare genitori adottivi.

    Lì, una psicologa carina ed efficiente, ha molto insistito perché provassimo ad avere un figlio nella pancia, come se fosse necessariamente la cosa migliore da fare per prima. Io credo che noi, dentro di noi, avessimo già scelto di volere che se non veniva dalla pancia in un prato, questo bimbo, era forse perché volevamo (o il nostro inconscio voleva) che questo prato noi lo andassimo a cercare altrove, dove già c’erano le margherite. Ma le psicologhe sanno essere insistenti, e così le convinzioni sociali, e siamo entrati in un film di Quartullo.

    Visite mediche, misurazioni, aperture delle tube già aperte, spermiogrammi, e poi l’aiuto di amici, e i segni Zodiacali in ospedale. L’esperienza di una inseminazione assistita, con tecnica base, è stata una delle cose più assurde e in un certo senso comiche della nostra vita. Un mese di ecografie transvaginali con specializzande femmine che non proferiscono verbo, e nella santità del ruolo medico trattano te, che hai quasi quarant’anni, come se fossi ostaggio della Scienza loro benedetta di meno che trentenni, e non dovessi capire, pensare, provare emozioni, solo star lì, con le gambe aperte e la pancia bucherellata, a guardar loro che dicon solo fra di loro, che hanno fumetti grigi che escono dalla testa con i lampi e tu non leggi.

    Quando si fanno sviluppare più ovuli, altro che film di Quartullo. Ti inventi di tutto, per ridere per non piangere: che le punture sono un gioco, che tutto va, anche se la puntura che fa schiudere le uova (ti senti molto una gallina dalle uova d’oro, almeno io mi ci sentivo) la devi fare alle ore 23 esatte della Notte Bianca, a Roma (quando la Notte Bianca era LA NOTTE BIANCA). E la tua infermiera, l’unica che hai trovato vigile quella notte, quando tu bussi è addormentata, e ti apre dopo ben 30 minuti, dicendo che non si ricordava, di te, delle tue uova e del papà che è lì che cova insieme a te.

    Però ce la si fa. Alla fine. Apri le uova e poi comincia l’incubo finale. Se sei lì all’Ospedale devi portare i tuoi semini freschi freschi, appena usciti da tutto il nostro amore, in un contenitore sterile, entro un’ora dall’evento. Ti pare facile se vivi a un giro di raccordo dall’Ospedale X e ti ci vuole un’ora anche se viaggi senza intoppi.

    Oppure, ti svegli presto, vai, e con negli occhi gli ovettini kinder di tua moglie che fremono già aperti, devi deporre i tuoi semini nel bagno di un reparto, dove magari la porta non si chiude, dove qualcuno fuori bussa per entrare, magari in piedi perché non sai nemmeno se è pulito il bagno dove aspetti… e vedi tutto il tempo quel Quartullo con il suo contenitore che finisce sotto un camion, e vedi te che ne esci vittorioso e poi ti scivola il vasetto e rotola su un piano.

    Don’t panic– Si può affittare un alberghetto, noi lo abbiamo fatto, per rendere romantico un po’ tutto, peccato che l’albergo sia dentro l’ospedale (per diminuire l’esito Quartullo), e che ti venga una tristezza cane ad esser lì… altro che notti di passione. Così siamo arrivati nella stanza, noi ed i nostri ovetti, ed i semini in frullatore… fa molto film di fantascienza.

    E allora eccola, lei, la dottoressa miniPimer che arriva  e prende un tubicino… un tubicino che ti mette fra le gambe, con gli occhi attoniti di uno specializzando maschio e imberbe che ti fissa. Fra le gambe, la cosa meno erotica del mondo, una cosa che è quasi una violenza. Perché lui deve imparare lì, da te, mentre tu chiedi e cerchi dove sia il prato, e perché cavolo sei lì. Così perdi la testa e fai la lotta e dici, dentro: vediamo se ora ci riesci, piccola anemica affettiva in camice, a fare quello che fa solo un Dio d’amore, a farmi essere madre, a farmi essere padre. L’anemica riesce, a stento.

    Poi aspetti, a casa dicono anche di rifar l’amore, ché ci sono ancora le ore buone, si sa mai… E poi di nuovo aspetti, per vedere se ti ritrovi di nuovo con le tue camelie a fine mese, o con un po’ di ovetti (1?, 3?) che cominciano a pensare, a vivere, a pulsare.

    Noi, quel mattino, noi che non eravamo allora praticanti, sposati nel Comune e immemori di come fai quando ci parli, con il tuo Dio, da dentro, prima di andare fra le grinfie dell’anemica affettiva, senza dir niente, senza sapere bene come, siamo entrati in una chiesa. A chiedere, ed a chiederci, che succedesse quello che era giusto che succedesse nelle nostre vite. Ed  successo.  Sono venute le camelie, ed è perché quell’anno stesso nostro figlio ci trovava, molto prima di trovarci, perché scopriva di avere proprio quel bisogno di una mamma e un papà, da andare a prendere e incontrare.

    Ma questo allora, noi, mica sapevamo. E’ stato solo dopo che è stato un’evidenza. Che un nostro figlio di pancia non è nato, perché era nato nostro figlio (!) al suo bisogno di trovarci, e di incontrarci. Così la vedo io, mica io dico che è così è per tutti. Dico soltanto che così noi siamo nati ad esser genitori, perché siam stati accolti ed ascoltati molto più dentro che dalla solerte psicologa del consultorio (che pensava che nostro figlio fosse nella puntura delle Notte Bianca, e non sentiva come invece respirava, forte e chiaro, nel prato che noi da prima volevamo, senza poterlo dire ancora).

    Con questo, mica voglio dire niente. Dico soltanto che se ci avessero lasciato fare quello che già noi volevamo fare, essere genitori in modo naturale, lasciando un po’ le cose al caso,  amando almeno un po’  la nostra scelta di andare incontro a nostro figlio dove lui certo ci aspettava, ecco… noi non avremmo perso tempo (un po’ di tempo, perché forse quel tempo perso ci ha fatto andare proprio lì, da nostro figlio, dove doveva essere che noi si andava).

    Dico che non avrei incontrato e conosciuto donne che erano al 9 tentativo, coppie che si erano sciolte intorno al disperato inseguimento di un figlio nella pancia, persone che vivevano poi l’adozione come un ripiego minoritario o un mercatino dei balocchi.  Ognuno pensa ciò che pensa, e tutti quanti i pensieri sono buoni perché sono nella vita di chi li vive. Finché non fanno male, ed a nessuno.

    Quello che io penso, nel mio piccolo, è che a volte la cultura della famiglia, e il malinteso sentimento del sangue, impediscono grandi felicità e meravigliose nascite genitoriali, che sarebbero così facili da accudire e da aiutare. E che se qualcosa si vuole fare, deve essere per aiutare davvero le persone a capire dove vanno i loro desideri, se verso una adozione, verso un concepito, o anche verso il confronto con una una genitorialità che non può accadere (perché non si può essere genitori diversamente da come noi sentiamo di potere fare, o non fare, in qualsiasi direzione). E abbiamo tutti ragione quando seguiamo quello che siamo, in due. Ed anche in uno, a volte. Perché si può, essere genitori in uno.

    Fra i nostri amici, quest’anno, sono arrivati tanti bambini, nelle pance, su aerei, dai prati di tipo A di tipo B. Sono esperienze meravigliose. Sono arrivati in famiglie etero e omosessuali. Bellissimi e meno belli, sanissimi o tormentati. Meravigliosi tutti.  E molti amici abbiamo che sono in mezzo a tanti differenti tipi di cammino, ognuno deve fare il proprio, quello che sente naturale dentro di sé. Con un pochino di consapevolezza di quale amore si abbia dentro, senza nessuna forzatura, senza nessun disegno preconcetto. Senza classifiche di merito e di credito. Rispettando e rispettandosi. Perché può essere violento assai costruire un desiderio proprio dentro il desiderio di un compagno o una compagna senza che sia suo, o vivere con tanti differenti bambini immaginati che fanno a pugni per spuntarla, nella coppia, su quelli (bambini e non) che non hanno voce a farsi avanti e farsi rispettare.

    La consapevolezza del diritto ad esser quello che desideriamo (genitori, non genitori, bio, techno, ado, e quanto d’altro) è l’unica risposta che possiamo dare. Nel rispetto dell’altr@.
    E penso molto, oggi, a due genitori e a due bambini che molto amiamo, che sono stati e sono genitori anche per far conoscere il Ghiaccio e la neve a un piccolo grande bimbo che veniva da Macondo. A volte, esserlo è anche questo. Esserlo stati, e continuare ad esserlo. Benché ci strazi.
    Metto qui, da minori.it, un ink che si potrebbe usare, per sentire e per pensare
  • 10 donne in radiodramma – Scritti e pensati per voce di donna, per emissione notturna, da una finestra a un’altra–

    shortTrailer n*1 – Laboratorio shortEd

  • l'albero di Tota
    L’albero di Tota

    I rumori che vanno dal mattino nel giorno, e infine scendono come le onde del tramonto fino a toccare e piano invadere la notte, hanno qualcosa di straordinario. Sono come il rumore bianco che sedimenta dentro di noi umori, emozioni, consapevolezze inavvertite. Tessono la strada del nostro sentire e formano quello che ospita il pensiero, i sentimenti, i gesti, le cose. Roma è in questo senso una città ancora antica, i rumori cambiano da quartiere a quartiere, così le forme, i linguaggi, e i colori.

    Qui dove vivo si sente tutto. In questi anni, 10 per me qui, ho avuto un’amica che fino a un anno fa incrociavo nelle piccole ronde abitudinarie del mattino: al bar per prendere le sigarette, risalendo e passando davanti alla stireria nella quale lavorava, in chiesa, dove era spesso; un uccellino in bicicletta, sembrava. Ci siamo conosciute negli anni, pian piano. Un po’ scontrosa all’inizio, poi si era aperta perché parlando avevamo scoperto di una città in comune, per lei la nascita nella stessa città di mare di mia madre, a Locri, città dismessa nel tempo dalle vite di tutte e due. Mi ha raccontato di come era stata abbandonata da piccola, e poi accolta da una famiglia, e di quanto aveva amato quella che lei chiamava “la Signora mia”, dove credo (immagino, non so, come accadeva nel tempo) lei aveva lavorato e vissuto fino ad assistere questa donna quando era volata su. La sua storia di abbandono infantile, e poi il suo avere una famiglia con cui vivere,  e la sua provenienza dal mare, credo siano stati la ragione del nostro parlare.

    E’ stata paziente con noi, con Cris e i compagni che spesso hanno giocato nel cortile davanti a lei. Quando le han rotto un piccolo sottovaso per i fiori, che credo fosse un ricordo della sua Signora, me lo disse dopo giorni, per spiegarmi il dolore di aver perso questo suo oggetto caro e di memoria. Ho impiegato un po’ a trovarne uno che potesse somigliare, ma mi è rimasta dentro la sensazione di non poter colmare quell’assenza d’oggetto, che d’oggetto non era, quando le ho portato con le scuse e con Cris un sottovaso rosso. Fra me e lei le parole sono sempre state poche, abbiamo parlato “con” le cose. E lei è stata, con una sofferenza crescente, e un tossire straziante negli ultimi mesi, il rumore bianco che ha accompagnato le mie ore di lavoro al pc qui a casa. Era un dolore ogni colpo di tosse, eppure il segno di una presenza. La complicità delle sigarette nelle ore dell’alba, fino a esser sgridate da qualcuno perché ci salutavamo alle 7 di domenica mattina, in quel piccolo rifugio esterno da trasgressori, dal cortile al terrazzo.

    Ed era ancora un uccellino a Natale, quando credo che soffrisse immensamente anche per il non poter visitare un’altra Signora a cui ha donato gran parte del suo tempo di vita nella casa di Dio. Lei puliva e rendeva splendente il luogo dove noi ci rechiamo a pregare, e Davide ricordava, giorni fa, come fosse così misterioso questo sue essere piccola e capace di fare, in uno spazio enorme che teneva splendente quasi da sola. Ecco, era un po’, io credo, l’invincibilità dell’amore per la Madre. Forse lei è stata, per tutta una vita, un uccellino che diceva “Madre”, io sono con te. Ed adesso, da ieri sera alle 9, lei è lì, fra le braccia della Madre. Quando l’ho abbracciata con gli occhi, a Natale, era tutta rannicchiata nel letto, si è scusata per non avere anche lei un piccolo dono. Devo confessare che ero uscita per portarle insieme a un piccolo augurio un pacchetto di sigarette (nella mia testa pensavo che privarla di una cosa che negava ma che la scaldava da sempre fosse ben poco male nel gran male che la consumava ogni giorno). Poi però quelle sigarette son tornate fuori con me, perché non ce l’ho fatta a non proteggerla dal mio sciocco tentativo di volerla pensare viva e sana perché ancora fumava, salutandomi, una sigarette segreta.

    Io la ricordo divertente e vezzosa, dirmi che era del ’65. Come me. Non credo fosse vero, ma forse quella era l’età che voleva e sentiva, perché forse era l’età in cui non era stata sola. Aveva amici ed amiche, era amatissima, in questi mesi le persone che hanno diviso con lei tempo, fede e luoghi, l’anno coccolata, con ogni forma di amore. La sua casa era un gioiello di rossi e di bianchi, e le era cara ogni cosa portatale in dono, in ringraziamento di quello che lei ha fatto per tutti, per tutti noi, compresi quelli che come me hanno solo condiviso il rumore della vita nel mondo. Era convinta che noi avessimo 4 figli, perché vedeva Cris giocare sempre con altri 3 compagni, ed era rimasta un pochino delusa quando le avevo spiegato che solo Cris era nostro figlio. Da alcuni giorni, come si fa per non far soffrire (credo con buone intenzioni) era in una clinica, dove mi dicono e spero sia stata accudita nel corpo. Ma io non ci dormo, a pensare che forse ieri sera era lì, mentre avrebbe potuto e forse voluto esser qui, nella sua casa, con le sue persone.

    La sua casa è stata piena di persone, in questi mesi, un entrare ed uscire di presenze attente, col sollievo di avere il suo spazio per parlare con Maria anche senza poter andare di nuovo alla sua Casa. E’ stata curata come una figlia anche da un’altra mamma che ha molto sofferto, ma che ha dentro una capacità di dare che la rende straordinaria nel dare.Anche lei ha ascoltato i battiti, i colpi di tosse, e le lacrime. Ed è venuta alle 9,00 a dirmi di lei.

    Non so perché stamattina alle 7, uscendo in terrazzo, mi è sembrato di scorgere un movimento nell’angolo dal quale ci vedevamo e salutavamo, e ho pensato che era un giorno di pioggia e di freddo, e che se fosse stata lì avrebbe comunque cercato il suo attimo, e che in quello ci saremmo salutate e guardate. Ma ho guardato meglio, e non c’era niente e nessuno (a cui poter sorridere) sul murettino. Nessun uccellino.

    Ciao Tota, ci saremo a salutarti, e scusa se i dialoghi fra di noi sono stati fatti più di rumore bianco che di parole. Io però ti ho ascoltata tanto, e molto mi hai dato. Un bacio.
    picasso-la-stiratrice
  • Curarlo insieme a Gianmario è stata una esperienza intensa, che ci ha permesso di raccogliere un osservatorio sul lavoro autentico e immediato. Grazie a Gianmario per questa così bella occasione. E a tutti gli autori che hanno raccolto l’invito a dirlo, lavoro–

    copertina
    Il ricatto del pane

    Scritti e poesie sul significato del lavoro

    ISBN 978-88-897224-70-9 – Edizioni CFR – 2013 – pp. 256, € 15,00


    Un libro pensato per riflettere sul senso del lavoro, il cambiamento del modo di lavorare e di produrre di questi ultimi 50 anni, sulla valenza antropologica del lavoro che, da strumento di liberazione, di affermazione della propria intraprendenza e creatività, è ormai diventato strumento di potere, condanna e ricatto.

    Pubblicazione: a fine gennaio / inizio febbraio 2013 – Prevendita con sconto 20% (€ 11,00) per ordinazioni entro il 2 gennaio 2013, con una semplice mail info@edizionicfr.it – vedi anchehttp://www.edizionicfr.it/Libri_2013/01_Ricatto/lavoro.htm

    Contributi di: Ennio Abate, Alberto Accorsi, Marina Agostinacchio, Nadia Agustoni, Stefano Amorese, Vitaliano Angelini, Saragei Antonini, Francesco Aprile, Luca Ariano, Leopoldo Attolico, Antonella Barina, Claudio Bedocchi, Luca Benassi, Alberto Betene, Mariella Bettarini, Nunzia Binetti, Giorgio Bolla, Oreste Bonvicini, Massimiliano Bordotti, Isabella Borghese, Cristina Bove, Silvia Bre, Caterina Bruzzone, Lia Burigana Colonnello, Carlo Calati, Enzo Campi, Giuseppe Caracausi, Alessandra Carnaroli, Nadia Chiaverini, Lucia Cicchino, Manuel Comazzi, Antonino Contiliano, Floriana Coppola, Laura Corraducci, Caterina Davinio, Francesca Del Moro, Antonio Devicienti, Gerardo De Stefano, Francesco Di Stefano, Patrizia Dughero, Arnaldo Éderle, Roberto Fabris, Renzo Favaron, Gerardo Ferrara, Fernanda Ferraresso, Nunzio Festa, Ulisse Fiolo, Cristiana Fischer, Fabio Franzin, Maria Grazia Frassi, Genny Galantuomo, Guido Galdini, Mario Oldani, Nerina Garofalo, Agnese Gatto, Fabia Ghenzovich, Pier Mauro Giovannone, Renato Gorgoni, Franca Grisoni, Stefano Guglielmin, Lucia Guidorizzi, Paolo Maria Innocenzi, Emanuele Insinna, Gianfranco Isetta, Maria Lenti, Paride Leporace, Enrichetta Librandi, Nicola Licciardello, Domenico Lipari, Oronzo Liuzzi, Gianmario Lucini, Bruno Salvatore Lucisano, Domenica Luise, Roberto Maggiani, Giuseppe Mariano, Alberto Masala, Mauro Mazzetti, Mauro Miglio, Enrico Marià, Vincenzo Mastropirro, Massimo Migliorati, Giorgio Mobili, Emidio Montini, Emilio Morandi,Federico Moro, Virginia Murru, Daniela Musumeci, Michele A.Nigro, Bernardino Novelli, Giovanni Nuscis, Guido Oldani, Paolo Ottaviani, Natalia Paci, Alessandra Paganardi, Claudio Pagelli, Marco Palladini, Massimo Palladino, Giuseppe Panella, Alfredo Panetta, Bruna Pellizzoni, Paolo Pierani, Paolo Polvani, Manuela Potiti, Ivan Pozzoni, Gianni Priano, Giovanni Marco Pruna, Maria Pia Quintavalla,Federico Lorenzo Ramaioli, Marco Righetti, Giovanni Rivecca, Zena Roncada, Pietro Roversi, Claudio Sanfilippo, Francesco Sassetto, Fabio Sebastiani, Giancarlo Serafino, Maurizio Soldini, Antonietta Ursitti,Adam Vaccaro, Giuseppe Vetromile, Salvatore Violante, Pasquale Vitagliano, Antonella Zagaroli, Maria Eleonora Zangara, Claudia Zironi.

    Immagini di: Fabiola Ledda, Gianmario Lucini, Emilio Morandi, Erminia Passannanti, Maria Eleonora Zangara

  • Giorni fa ho postato su FB alcuni video di Silvano Agosti. Dalla sua bella voce provocatoria sono scaturite una serie di annotazioni, mie e di altri. Rendo conto qui di questo scambio che mi rimane ricco e denso, e ancora aperto su fb

    Il video postato

    Il commento di Maurizio Puppo:

    Silvano Agosti è una persona, almeno così pare a me, di grandissima intelligenza, e purtroppo di pari arroganza. Un’arroganza travestita da umiltà. Un’umiltà consacrata all’altare del disprezzo per chi si dedica ad un’attività “produttiva” (orrore!), o per chi si impegna nel suo lavoro anche se non è un lavoro “giusto” (insegnante, artista di strada, intellettuale). Non fa differenza tra chi è onesto e disonesto, tra chi è umano e dis-umano: il disprezzo per il lavoro è totale, non può perdersi in dettaglio. In una delle sue tirate, oggi diffuse su youtube, pronuncia a un certo momento il termine “attiività impiegatizia” e nel dire quest’ultima parola, la voce ha una lieve increspatura, come accade a certi professori universitari un po’ baroni, quando devono pronunciare un termine un po’ volgare, che semplifica, che banalizza, che volgarizza un concetto ben altrimenti complesso. “Impiegatizia”, detto come una signora dell’alta società, un tempo, avrebbe pronunciato “culo”, se costretta a farlo. L’aspirazione che anima Agosti, a me pare, è non dissimile da quella che animava ppp: un mondo di bambini, adulti-bambini o bambini-bambini poco importa, su cui regnare coin la sua voce calma e i suoi modi affabulanti. Un totalitarismo umanitario e paternalista (la peggiore delle dittature).
    http://www.youtube.com/watch?v=FquW3VnlmxE

     

    Il commento di Matilde Cesaro:

    Avevo minuti disponibil ed ho visto il filmato di Nerina Garofalo e quello di Maurizio Puppo…nel primo ho visto ed ascoltato un anziano signore che parla di cose a me care usando il linguaggio della metafora e concludendo con un video che ha dello strabiliante (sia per come è girato, sia per i tempi e le espressioni, sia per l’età del protagonista). Ho visto il secondo filmato per spiegarmi i toni accesi del commento… Ho visto un signore anziano che fa particolare attenzione al linguaggio e all’uso o disuso che se ne fa, ma che nei toni e nelle modalità è molto uguale a se stesso. Ho ritrovato similitudini come nota MP con PPP nelle inquadrature e nei tempi… è affabulante, è calmo e manieristico forse ma mi sembra che sia più soggiogato che soggiogante, più stupito che manipolatore… Nessuna polemica, per carità! Solo un altro punto di vista. Grazie a tutti e due.

     

    La mia nota:

    (al margine di una reazione alla condivisione di alcuni video di Silvano Agosti)

    Ho avuto la fortuna di nascere in una città piccola ma sempre molto vitale del meridione. Di nascere donna e di nascere in una famiglia borghese, da genitori che pur avendo anche conosciuto i disagi della guerra e persino la fame dei bambini, hanno sempre potuto studiare e hanno amato far studiare le proprie figlie.

    Da mia madre e mio padre ho imparato la dignità del lavoro da sempre, e così da mia nonna, e dalle persone che nella mia famiglia hanno sempre tutte costruito e lavorato.

    Ma allo stesso tempo, dalla mia famiglia ho imparato che le persone vengono prima del lavoro, e le persone vengono prima dello studio. Ridevo molto quando mio padre mi diceva, se mi scontravo con un insuccesso a scuola, “meglio un asino vivo che un dottore morto”. Credo onestamente di aver onorato, nella mia vita, il debito che avevo verso la mia famiglia in senso esteso per essere cresciuta potendo imparare, capire, contestare ma anche, persino, disimparare e rifiutare.

    Mio padre lavorava in un Istituto di Credito, e così mia madre, ma tutti e due (ai quali mai ho sentito esprimere in nessuna forma poca considerazione per qualsiasi lavoro in qualsiasi condizione) trovavano il modo e il tempo di pranzare con noi, di essere con noi, anche quando gli orari di lavoro erano tutt’altro che benevoli verso il desiderio di conciliazione.

    Ho avuto la fortuna di poter studiare nell’Ateneo che ho scelto, iscrivendomi alla Facoltà che amavo.  Ho lavorato prestissimo, e ho sempre considerato il lavoro  essenziale per la felicità delle persone, nella misura in cui la persona può appropriarsi del lavoro o per significati o per scopi.

    Da 22 anni lavoro perché le persone possano trovare nel lavoro lo spazio di espressione e sostenibilità loro adatto anche quando tutto nega questo presupposto. L’ho fatto come formatrice, come consulente e lo faccio ora come coach e come narrative thinker.

    Sono stata per due volte interna in un’azienda e per due volte libera professionista (un collega mi disse, quando scelsi di uscire dall’azienda che un Grande Gruppo aveva venduto e deprivato di senso, sarai la prima precaria per scelta). Ma io, in questa libertà non mi sono mai sentita precaria, perché nella mia dimensione soggettiva volevo un lavoro che mi appartenesse, con un grado di libertà molto alto dentro, accettando tutti i rischi che questo comporta.

    Ho un rispetto profondo per chi lavora, anche e soprattutto nelle condizioni di lavoro alienato ed alienante che sono molto più frequenti di quanto non si voglia ammettere nei settori Risorse Umane. Ma ho un rispetto profondo anche per chi non lavora, per chi non può farlo, per chi sceglie di non farlo, per chi un lavoro non lo trova. Ho rispetto per i Rom che vivono l’elemosina, perché la loro cultura è differente dalla mia ma non per questo (nel limite del reciproco rispetto) meno dignitosa. Il film che più mi torna in mente da anni è Umberto D (che ho visto da piccolissima la prima volta), sotto cui risuona la voce di mio padre che dice: non offendere mai un mendicante, non c’è cosa peggiore che dover chiedere.

    Eppure, cara Matilde e caro Maurizio, credo profondamente che ognuno di noi, in questo sistema di economie e diseconomie, viva di elemosine.

    Elemosiniamo il tempo per i nostri figli, il tempo per i padri, il tempo per noi stessi. Il tempo per far l’amore. Elemosiniamo il tempo necessario a far bene un lavoro, il posto in cui fare un lavoro, la dignità di essere pagati per quello che produciamo. La dignità di pagare quelli che facciamo lavorare. Siamo condizionati da orari standard (e sempre meno a misura di persona), da un sistema di welfare che sempre più somiglia a un ministero per la Guerra, da un sistema formativo che ha sprecato milioni, da una buona formazione scolastica che non si fa perché nessuno investe nella scuola, e nessuno crede a una scuola per tutti.

    Il lavoro e lo studio sono funzionali al benessere, al poter essere, della persona. Le donne, i bambini e gli anziani pagano il prezzo più alto. Ma un prezzo paghiamo tutti. Un costo sociale di infelicità, come diceva in un bellissimo libro del 2000 di una ricercatrice francese.

    L’infanzia di Ivan è la nostra tutti i giorni. E crediamo pure di doverla costruire questa devastazione, insieme alla prigione che la mantiene in vita.

    Quella di Agosti è una riflessione continua sulla libertà, e sul suo prezzo. E credo che la testimoni in prima persona. Giuseppe Varchetta, poco tempo fa, mi rammentava che, secondo Freud, i verbi sono due, liebe e arbeit, e che, malgrado gli oggetti differenti, amore e lavoro,  le leggi profonde che li governano siano le stesse.

    Il lavoro, come la conoscenza, devono essere uno strumento, un vettore, per costruire quell’ecosistema del tutto soggettivo che ogni persona desidera per la propria vita. Non esistono lavori utili e inutili, non esistono lavoratori più qualificati e meno qualificati (questa qualifica e qualificazione burocratica è di marca novecentesca), ed è il tranello della realizzazione sociale.

    Siamo e possiamo essere molto di più. Perché nati. E se ci si lascia avere il tempo e le risorse, e la giusta consapevolezza per realizzare quello che già siamo.

    Ho amato poche cose come il mio lavoro, ma sottoscrivo l’invito ad accorgersi che quello che occorre è un atto di libertà dal proprio amore per averne uno più grande.

    Poco tempo fa Gianmario Lucini mi ha gentilmente proposto di curare con lui una Antologia di scritti di natura varia sul Lavoro che uscirà a gennaio (dita incrociate). Fra me e lui il dibattito è stato vivo sui temi che son venuti fuori e addirittura sulle reciproche visioni. Ma, ecco, mi pare che sia cosa preziosa che del lavoro si dica, su di esso si pensi, che lo si faccia, ma sapendo che non è il fine né la qualificazione di nessuno.

    Se davvero potessimo lavorare tutti, per 3 ore al giorno, e per il resto essere nel sociale il frutto realizzato e libero di una interdipendenza fra produzione e accesso a risorse, ecco, allora forse, il mondo sarebbe davvero altro e un altro.

    (n.g., dicembre 2012)

     

    Il nuovo, ricco commento di Maurizio Puppo

    Maurizio Puppo anche io ho avuto la fortuna di poter frequentare l’università, e ancor prima di poter frequentare il corso di studi che tradizionalmente era riservato ai figli della borghesia – il liceo. Il che nel mio caso è significativo: sono il primo di tutta la mia famiglia ad avere questo privilegio. Cos’ come sono stato il primo della mia famiglia, insieme a mio fratello, a poter avere accesso a tutta una categoria di beni e di servizi, materiali e immateriali, che, per chi mi ha preceduto nella catena che dal passato porta al presente, erano semplicemente irraggiungibili. Viaggiare. Poter imparare delle lingue straniere. Potersi permettere di “mangiar fuori” anche in occasioni diverse dalle feste comandate o dalle cerimonie. Taluni conforti materiali. Potersi dedicare ad attività di svago. Molte persone che conosco e che frequento, e che potrei attribuire genericamente all’area culturale di sinistra (area a cui anche io appartengo) considerano tutto ciò con malcelato (o non celato affatto) disprezzo. I beni materiali? Che orrore. I servizi? Che brutta parola. L’orrendo consumismo che rende gli esseri umani vuoti, brutali. E’ quella sinistra che si riconosce facilmente nelle parole di Agosti o che si riconosce in quelle di Pasolini. Io credo che, al fondo di questa attitudine, vi sia una pulsione di ordine più religioso che politico. Per molti fedeli, nel senso della fede religiosa, esiste un ideale “ascetico”, distaccato dai beni materiali, che rappresenta un modello di perfezione a cui tendere. E che dovrebbe concretizzarsi in un qualche paradiso ultraterreno. Per molti “fedeli” laici, esiste un ideale altrettanto sublime, quello dell’essere umano che finalmente coglie l’orrore delle gioie materiali e che aderisce invece a un modello “superiore”, anch’esso tendenzialmente piuttosto ascetico. Il paradiso, questa volta, è mondano: ed è la società ideale, in cui non esiste più l’aspirazione al consumo, ma “ben altri” valori. E’, appunto, il caso di Agosti. Il quale poi utilizza, a supporto di tale tesi, un argomento ben noto: la tecnologia che permette di rendere più efficace il lavoro, di rendere “automatiche” molte attività, dovrebbe liberare il tempo dalla “schiavitù” del lavoro. Lui dice: basterebbe lavorare 3 ore al giorno. 
    In realtà questa tesi non ha alcun fondamento. L’aumento della famosa “produttività” (altra parola “proibita” da certe religioni fondamentaliste laiche) è in stretto rapporto a quello che vi dicevo all’inizio. Mio padre è andato a lavorare in fabbrica a 14 anni, io ho potuto studiare. E l’accesso assai più diffuso al detestato “benessere” (detestato perché modesto, perché materiale, e quindi terreno, non celeste) è stato reso possibile dalla produzione a minor costo dei beni e dei servizi. L’ideale di Agosti mi pare quello di un mondo che rinuncia a tutti questi piaceri materiali, considerati immorali e falsi, e aderisce a un ideale e un modello di verità. In realtà, molte persone preferiscono lavorare, perché il lavoro non è solo e non sempre alienazione, ma spesso è anche il giardino voltariano di cui occuparsi; e poter “consumare” (orrore!), perché godono di quel consumo. E’ brutto? E’ materialista? Forse. Perché no. Io credo che Agosti (come già Pasolini e come molti militanti sedicenti di sinistra) appartenga a un filone di pensiero aristocratico, che disprezza gli usi e i desideri volgari (di solito, riservandoli a sé). E che sogna un mondo di popolani ingenui, pronti a danzare attorno al fuoco ascoltano le sue favole. Molto ben raccontare, peraltro. Pasolini pensava che studiare (all’orrida scuola borghese, quella che lui e i suoi familiari frequentavano con profitto da nmerose generazioni) corrompesse i suoi amati sotto-proletari. I quali altro non dovevano fare che restare cosi’ come erano: puri, non corrotti, semplici, sensuali. Una visione populista, in senso stretto. Mi viene in mente, nello scrivere, una poesia di Brecht, contro la “seduzione”, contro coloro che invitano a disprezzare e rifiutare agi, comodità, piaceri, in nome di ideali superiori e in nome dell’adesione a modelli di purezza. “Non vi fate sedurre”, dice Brecht, “non esiste ritorno. Il giorno sta alle porte, già è qui vento di notte. Altro mattino non verrà. Non vi lasciate illudere.
    Non vi fate sedurre;
    non esiste ritorno.
    Il giorno sta alle porte,
    già è qui vento di notte.
    Altro mattino non verrà.

    Non vi lasciate illudere
    che è poco, la vita.
    Bevetela a grandi sorsi,
    non vi sarà bastata
    quando dovrete perderla.

    Non vi date conforto;
    vi resta poco tempo.
    Chi è disfatto, marcisca.
    La vita è la più grande:
    nulla sarà più vostro.

    Non vi fate sedurre
    da schiavitù e da piaghe.
    Che cosa vi può ancora spaventare?
    Morite con tutte le bestie
    e non c’è niente, dopo.
    (Bertolt Brecht, 1918)

     

    Il mio ulteriore commento

    A me viene in mente “Vogliamo anche le rose”, e sinceramente, se avessi soldi da spendere oltre le cose che considero essenziali (il pane, le rose, e i giochi per la play di mio figlio), credo che volentieri comprerei preziosi Sari e Kimono, originali di Andrea Pazienza, mantiglie di ogni seta e colore, e non mi sentirei colpevole. Solo che preferisco cercarmeli nei mercati, e poter non timbrare cartellini o lasciare che qualcun altro decida per me di moltissime cose. Sai quanti amori spezzati da aziende che non concedono trasferimenti, quanti ragazzini con lgi incubi la notte perché a 12 anni hanno da tenere le chiavi di casa? quanta tristezza d’occhi, all’ombra delle piante per dirigenti che Telecom Italia attribuiva ai quadri in struttura nel millennio andato? Nulla di quello che scrivi mi trova in disaccordo, solo che non credo che né Agosti né Pasolini pensino a una felicità ultraterrena. Semmai, con una profonda fede nel valore dell’uomo, abbiano entrambi una parola per dire, come nel pentolone escremementizio di Salò: Dio mio, perché ci hai abbandonati, ecco, io penso questo, e con una fede profonda in Dio, credo che la terra sia dell’uomo che da solo può far “impazzire di luce i girasoli”. E grazie, perché questo scambio ocn te e con Matilde mi arriva ricchissimo, come un regalo until the end of the world–

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    Non so se il dialogo andrà ancora avanti, sarebbe bello, magari con il contributo di altri… per intanto, io lo appunto qui, per salvarlo dalla volatilità di FB

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    Chi ha avuto la fortuna di condurre laboratori di scrittura creativa, o di riflessione biografica, conosce l’incanto che accade quando uno dei partecipanti approda a quella che io definisco abilitazione narrativa. Quella capacità, tutta specifica, di dar conto a se stessi del valore di poter guardare alla propria esistenza, o agli avvenimenti nel mondo, percependone la coerenza, il loro avere un passato, un presente e delle ipotesi di futuro, che trasformano il magma delle passioni e delle emozioni in qualcosa che possiamo dirci, dare e dire.

    Sono molto fortunata perché a questo incanto assisto, da alcuni anni, in molte occasioni. Non solo nei laboratori che conduco, ma anche nei processi di consulenza organizzativa e di coaching nei quali applico un approccio narrativo a metodologie che non necessariamente lo implicano, scoprendo il valore aggiunto di questa capacità di parola interna che sa poi trasformarsi in prodotti, idee, progetti, opere, non necessariamente fatte di sole parole.

    E’ per questo che ho provato una particolare emozione quando Caterina Bruzzone mi ha inviato, insieme a Mariarosa Costanzi, una copia con dedica doppia (da parte di Caterina e dell’autrice) di questa raccolta di ricordi, racconti e ricami scivolati con delicatezza di farfalla dalla mano di Mariarosa al foglio stampato dell’Editore red@azione (quanti bei giochi di parole nel nome dell’Editore) .

    Fiori di cactus ha tre sezioni, e tre fiori in copertina. Il nero sul fondo, il grigio e vari toni di rosa nei fiori di cactus. Sul retro (da qui la mia emozione di facilitatrice di abilitazioni narrative, e di narrative thinker), ci viene narrato come questo libro nasca da un’esperienza d’incontro di Mariarosa Costanzi con la scrittura creativa, e dal suo desiderio conseguente di trasformare i prodotti di quel laboratorio in un libro. C’è una felicità particolare nel sapere che la terra è disseminata di luoghi ed esperienze che producono e fanno germogliare fiori così simili a quelli che anche noi accudiamo armati di sola linfa, come la Cesira di uno dei più ricordi di Mariarosaria.

    I colori scelti in cover sono una sintesi intensa del mood centrale del lavoro narrativo dell’autrice, che dal nero del ricordo, del passato e del “non ancora pensato”, fa emergere creature vitali connotate intensamente dallo sguardo di genere di una scrittura indubbiamente femminile e ”laterale”. La voce è una voce di donna che si fa precisa e accogliente su figure, anni, paesaggi e passaggi, persino nel rievocare l’avvento del computer e la Milano-Sanremo negli anni ‘50.

    La densa introduzione di Maurizio Puppo (a sua volta maschile ed attento osservatore di una capacità di essere “sociologico” dello spazio narrativo di Mariarosa –mi permetto da narratrice a narratrice l’uso del solo nome, benché ancora non ci si conosca che per voce di pagina–) restituisce e sottolinea la vocazione ancillare di una memoria riscoperta, che si desidera trasformare in qualcosa che rimanga e dia voce a una voce profonda e riecheggiata nel pathos familiare per tutta una vita. Ed è davvero una introduzione appassionata e bella.

    Ci mostra di Mariarosa Costanzi il suo essere genius loci di una dimora generazionale, cittadina e regionale, nel territorio più ampio del panorama mondo, così fortemente narrato fra la reclusione e lo sconfinamento della guerra.

    E le tre sezioni che vivono il libro, consentendo un percorso di lettura avvolgente e piano piano sempre più abilitato a guardare l’altro altrove (passando dalla dimensione ancillare a quella creativa e operativa nel mondo dell’immaginato), ci fanno vivere l’esperienza sempre avvolgente che passa dalla memoria e dalla formazione autobiografica alla ideazione del possibile.

    La descrizione è sapiente, mai stucchevole, persino capace di parlare con pudore non retorico dei temi della meditazione di preghiera, dell’Olocausto e della trincea, come solo le donne sanno, essendo antiretoriche senza aver bisogno di aggressività ed eccesso.

    Gli incipit sono spesso potenti e sapienti, le chiuse mai dure o forzate. I personaggi rispettati fino in fondo, senza violazioni solipsiste come in molti narratori malati di Petrarchismo.

    La lettura è emozionante, cattura al sole la malinconia dei tramonti e resta dentro come una carezza pudica. Mi ha fatto sentire lo stesso tipo di perfezione che ho avvertito nei mie “ragazzi” nei laboratori (molti dei miei hanno gli stessi anni miei, alcuni gli stessi anni di Mariarosa): ho risentito la capacità di Enrico, di Marina, di Debora, di Agata, di Lucio, di Italo, di Ahmed, di Carla, di Teresa, di Antonietta, di Luca e di tanti altri, quella capacità di entrare nel ricordo e di ridarlo alla luce come nutrito dall’esperienza della scelta delle parole.

    Sono davvero grata a Caterina per questo dono, con la complicità generosa di Mariarosa nell’inviarmelo per condividere una emozione e l’uscita di un bellissimo libro. Anche mia madre ha lavorato in Banca, negli anni 60 e poi ancora, e anche mia madre ha perso mio padre nel 1997. Quante curiose coincidenze in questo incontro. Anche mia madre scrive, e mi ha insegnato la pratica del sogno come racconto. Per questo, mi piacerebbe incontrare Mariarosa e Caterina nella cornice narrativa di una matrice di sogno sociale.

    Per il resto, credo che questo libro possa essere un dono per dire a ciascuno quanto possa essere ricco il desiderio di sperimentarsi in una abilitazione a narrare, in questo caso arrivando a restituire a se stessi e ai lettori (uomini e donne) una lettura bella, una lettura viva, una scrittura elegante e vigile che speriamo di riascoltare presto in un nuovo spazio e libro  da occupare col le tue parole, carissima Mariarosa.

    (Nerina Garofalo, 3 dicembre 2012)

     

    PS: ovviamente, auguri anche agli Editori del libro, e ai colleghi o colleghe del Laboratorio che ha frequentato Mariarosa, che saranno fieri e felici della restituzione al loro lavoro che questo libro è, come felice sono stat io per tutte le cose che ho imparato, letto e visto nascere nei miei laboratori. Ricordo con particolare commozione i libri costruiti a mano da Carla, Teresa, Enrico, Marina ed altri dopo l’incontro Artistico Editoriale con un generosissimo Mauro Mazzetti, venuto a trovarci in veste di Editore

  • Ho finito di leggere Il tempo tagliato di Silvia Longo, oggi pomeriggio in una Roma caldissima e meridionale . Era da molto che una lettura non era così intimamente commovente, mi ha ricordato il piacere di una lettura che si fa nella storia, nell’ascolto. Garbato, settentrionale e straniante. Nessun vezzo e moltissimo candore. Nessun superomismo femmina, e una scrittura perfetta su una narrazione che parte dal fare il vuoto nel tempo. Una viola che sa spogliare Violetta. Che bella scommessa. Riprendersi la propria dimensione dalla mappatura di sé che fa l’amore. Grazie, Silvia, per questo taglio nel tempo, così virtuoso da essere disarmante. Auguri a questo libro, che così somiglia alla delicatezza che avevo visto nel video e che tutta ho ritrovato. Nessuna bugia e nessuna operazione di marketing. Davvero meriti che il tuo libro abbia fortuna 🙂